LA CIVETTA DI MINERVA del 16 febbraio 2018

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Oltre al fatto che il nostro giornale è finito su Wikipedia… https://it.m.wikipedia.org/wiki/Roberto_Disma (sì,due miei articoli sono citati…) ecco il nuovo numero del giornale bisettimanale LA CIVETTA DI MINERVA!

 
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Ecco il link ai miei ultimi articoli usciti sul cartaceo e poi confluiti nel sito…

Fila ininterrotta di visitatori alla mostra dei sarcofagi egizi. Il professor Teodoro Auricchio (Istituto Europeo del Restauro): “Il restauro è un lavoro di équipe”. L’effetto sui minori: dopo la visita, un bambino è ritratto come un Egizio dalla sorella

La Civetta di Minerva, 19 gennaio 2018

Prosegue ancora, fino al 15 aprile 2018, la mostra egizia “La porta dei sacerdoti – I sarcofagi egizi di Deir-el Bahari” presso l’ex monastero e Chiesa di Montevergini in Ortigia.

Grande il successo di pubblico per questa che è molto più di un’esposizione: secondo le nuove tendenze della valorizzazione dei reperti, la fruizione è unita al contatto con i restauratori grazie alla futuristica cabina che permette di vederli al lavoro su questi antichi manufatti di legno – spesso composti di diversi pezzi assemblati data la cronica mancanza di legno in Egitto –, limo, creta, poi dipinti con scene figurative e non solo geroglifici tratti dal Libro dei Morti come nella XXVI dinastia.

Si tratta di pezzi unici e rarissimi a dominante giallo ocra, provenienti dalla Collezione Egizia del Musées Royaux d’Art et d’Histoire di Bruxelles ed appartenenti ad un periodo poco conosciuto della civiltà egizia, il terzo periodo intermedio, corrispondente alla XXI Dinastia (1070-900 a.C.). Provengono dal Secondo Nascondiglio di Deir el Bahari, comunemente conosciuto col nome moderno di “Bab el Gasus” che significa “La Porta dei Sacerdoti”, da cui il titolo della mostra. La tomba collettiva, scoperta casualmente nel 1891, comprendeva non meno di 450 sarcofagi ed un numero incalcolabile di suppellettili funerarie (splendidi gli ushabti, le statuette che avrebbero fatto da servitori ai defunti).

Il lavoro affascinantissimo di datazione – per vari motivi la tomba venne svuotata senza che se ne disegnasse una mappa precisa, che avrebbe permesso di collocare meglio nel tempo mummie e sarcofagi – e restauro ci viene raccontato non solo con competenza ma anche con signorile gentilezza dal professor Teodoro Auricchio dell’Istituto Europeo del Restauro: “Nel momento in cui restauriamo, proponiamo gli interventi. A questo punto si riuniscono i conservatori e i restauratori e si discute per decidere una linea comune: ad esempio, togliere tutto quanto non era originale, le integrazioni alle lacune… La diagnostica (a raggi infrarossi, ultravioletti) continua anche durante l’intervento. È un lavoro di équipe (esperti di diagnostica, restauratori, egittologi) e la comunicazione tra i portatori di diverse competenze è continua. Oltre ai miei due collaboratori, i restauratori, che vengono a specializzarsi qui, provengono un po’ da tutto il mondo (Taiwan, India, Galles, Bulgaria…)”.

Il professore ci ha illustrato non solo i reperti in mostra ma anche le tecnologie utilizzate per restaurarli, come gli occhiali che permettono al restauratore sia la visione normale che quella modificata, che offre a chi guarda la visione ad infrarossi e ultravioletti e quindi le risultanze di Tac, radiografie, analisi fisiche e chimiche (sui pigmenti, la composizione dei legni, la struttura, le parti moderne di raccordo…), oltre che filmare quanto si sta operando.

Scoperta nella scoperta, questi sarcofagi sono delle vere e proprie capsule del tempo: un biglietto da visita dell’Ottocento, rimasto nascosto all’interno di uno dei reperti, porta il nome di Armand Bonn. Il tempo dischiude i suoi portali e ci catapulta fino all’8 febbraio del 1864, quando la mano dell’esperto in “riparazioni invisibili” pensò di immortalare il proprio lavoro e di lasciare un messaggio ai restauratori del futuro: chissà che il lavoro del professore e della sua squadra non rivelino altre sorprese…

Emozionante anche leggere i nomi delle cantatrici di Amon, ammirare una stele dell’epoca di Tutmosi III, le corone di fiori che erano posate sulle mummie di Ramses II e Seti I o il papiro che ci racconta la storia del processo a quello che chiameremmo un “tombarolo”: testimonianze uniche che ci riportano ad un passato remotissimo che si rende presente ai nostri occhi interessati e stupiti.

La mostra prevede sconti particolari e “offerte” pensate per i gruppi, le famiglie, le scuole e in particolare (com’è avvenuto per l’Epifania) per i bambini: la mascotte Mumy – raffigurata nelle didascalie durante il percorso dedicato ai più piccoli con attività e testi dedicati – il 6 e 7 gennaio scorsi ha donato ai bambini presenti alla visita guidata offerta dal museo dei dolci offerti dalla pasticceria Condorelli.

Ecco le impressioni di Paolo, dieci anni, che è stato ritratto in vesti di Egizio con tutta la famiglia dalla sorellina Miriam, otto.

Cosa ti è piaciuto di più della mostra?

“I sarcofagi della diciannovesima dinastia, perché erano più antichi e più poveri di quelli della ventesima e ventunesima”.

Ti ha fatto impressione la mummia del bambino? (Non appartiene ai sarcofagi ritrovati, ma è stata inserita per completezza espositiva).

“Sì, tanto”.

E cosa ne pensi del professore?

“Molto intelligente e molto informato su un sacco di cose, infatti ha dato una spiegazione molto dettagliata”.

Don Fortunato Di Noto ammonisce i genitori e la scuola a vigilare su ciò che i ragazzi fanno con smart phone e computer

La Civetta di Minerva, 15 dicembre 2017

Stimolata da un’indagine social del professor Massimo Arcangeli, docente di linguistica italiana ed ex-preside della facoltà di lingue e letterature straniere presso l’Università degli Studi di Cagliari, rifletto insieme a voi lettori sullo statuto di verità che chiediamo alle cose, all’informazione, all’entertainment, alla letteratura e all’arte in genere.

Una delle espressioni dell’anno che sta per concludersi è certamente “fake news”, che fa il paio con la nostrana “bufala” e il trio con “fattoide”, notizia priva di fondamento, ma diffusa e amplificata dai mezzi di comunicazione di massa al punto da essere percepita come vera: sarebbe imminente un pronunciamento del nostro Parlamento per arginare il fenomeno della diffusione in rete di informazioni e notizie false – postate più o meno artatamente –, ma è bene che scuola e famiglia, specie per proteggere i minori in rete, si attivino per insegnare a bambini e ragazzi a navigare su Internet in maniera consapevole (e comunque resta valido e semmai si rafforza l’invito di associazioni come Meter e di esperti come Don Di Noto a vigilare sui minori che utilizzano sempre più smartphone e computer e a non postare immagini e video dei propri figli, dato l’uso sconosciuto e spesso criminoso che di tali dati può essere fatto, specie in un’ottica di lotta contro la pedofilia).

Attenzione dunque sia alle notizie non verificate – spesso basta una rapida conferma da parte di un motore di ricerca, sia per i testi che per le immagini o i video –, ma in effetti ci sarebbe da fare un lungo discorso sugli statuti di verità. Passiamo, nell’arco della stessa giornata, dall’indignazione contro le fake news (che comunque spesso sono trappole per gonzi: la storia e la letteratura ci riportano innumerevoli casi di notizie non verificate, veri e propri specchietti per le allodole) alla fame di reality, un vero e proprio genere a sé stante in cui di reale c’è ben poco (ci si domanda se le gesta di starlette e giovanotti alla Ken, di freak e gente in cerca di quindici minuti di notorietà siano davvero reali: non è vero ma ci credo, verrebbe da dire, allora dov’è la reality?), alla mai troppo deprecata tv verità: c’è chi sulla televisione del dolore, delle lacrime in diretta, delle riunioni familiari, dei casi umani, ha costruito una carriera.

E non è finita: le cosiddette fiction – a parte l’invasione degli anglismi, non si comprende cosa distingua gli sceneggiati di un tempo da film in due-tre puntate con attori improbabili e sceneggiature copiaincollate da analoghi prodotti d’oltralpe e oltreoceano detti fiction – dal latino fictio, finzioni dunque, recite – in cui spesso “il riferimento a fatti, persone, luoghi e avvenimenti reali è puramente casuale” (formula che può evitare querele, ma dietro cui si nascondono cinquantine di sfumature di verità). A fictional (che nel mondo anglosassone riguarda poesia e narrativa, contrapposte alla saggistica, che è appunto non fictional) di recente si contrappone factual: tale è stata definita una trasmissione con Roberto Saviano per il prevalere di situazioni reali, romanzate solo per esigenze di copione. Insopportabili poi le classiche domande su libri e film: “Ma è una storia vera? È veramente successo?”, che annulla secoli di pratica e teoria artistica e letteraria su reale, naturale, vero e trasfigurazione artistica.

Dato che spesso la confusione linguistica è indice di confusione concettuale, abituiamoci a riflettere sul gradiente di realtà di quanto proponiamo e ci viene proposto per una comunicazione ed informazione, oltre che espressione, più consapevole; rafforziamo il lavoro della scuola, che come obiettivo non solo didattico si propone quello di formare giovani adulti dallo spirito critico; battiamoci per la valorizzazione della ricerca e, nel campo dell’intrattenimento, per contenuti più formativi e meno banalmente massificati, altrimenti, dato che nel 2018 dovrebbe essere inammissibile contraddire millenni di scienza con affermazioni sulla Terra piatta o gravidanze ai limiti dell’alieno, non dovremo più stupirci di gruppi di “mamme pancine et coetera” o di “Earth flatters”, concentrati di fake news, fattoidi, bufale, purtroppo non fictional ma factual.

 

 

 

 

 

 

 

Daphne Caruana Galizia, mezz’ora prima di morire, scrisse: “A Malta c’è corruzione ovunque”. Un quotidiano americano l’aveva definita “una delle 28 persone che stanno formando, scuotendo e agitando l’Europa”.

 

La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017

Si allunga la lista dei martiri della parola. È di pochi giorni fa la terribile notizia della morte di Daphne Caruana Galizia, giornalista e blogger maltese la cui colpa è stata quella di usare l’arma della penna e della tastiera contro intimidazioni e bombe per indagare sulla corruzione che a Malta sembra dilagare come un cancro che metastatizza nell’affarista e forse complice Europa.

Laureata in archeologia, madre di tre figli, è stata una firma regolare per The Sunday Times e redattrice associata per The Malta Independent, oltre che direttrice della rivista Taste & Flair.

Curava un popolare e controverso blog dal titolo Running Commentary, contenente segnalazioni investigative; diverse le battaglie legali dovute proprio alla pubblicazione di post su magistrati e leader politici ed importanti le sue rivelazioni sulla corruzione e la mancanza di trasparenza a Malta. Il quotidiano americano “Politico” ebbe a definirla come una delle “28 persone che stanno formando, scuotendo e agitando l’Europa”.

Minacciata di morte – dopo aver sostenuto che una società panamense fosse di proprietà della moglie del primo ministro Muscat e aver criticato Delia, leader dell’opposizione nazionalista –, Daphne Caruana Galizia è rimasta uccisa lo scorso 16 ottobre nell’esplosione di un’autobomba.

Unanimi e di circostanza i cori di condanna dell’accaduto ma diversa è la posizione della famiglia: in un messaggio su Facebook uno dei figli della donna –  giornalista appartenente all’International Consortium of Investigative Journalists – ha mosso forti accuse contro le autorità di Malta, in cui Stato e crimine organizzato sarebbero indistinguibili, responsabili e complici a suo dire dell’assassinio della madre.

Sospeso dal servizio e indagato un sergente di polizia maltese per il commento all’omicidio della giornalista in cui ha affermato che «Tutti hanno quello che si meritano, merda di vacca. Sono felice».

Al di là di questo e del prosieguo delle indagini – coinvolta anche l’FBI –, colpiscono le ultime parole scritte da Daphne Caruana Galizia sul suo blog mezz’ora prima della morte: “There are crooks everywhere you look now. The situation is desperate” (“Ora ci sono corrotti ovunque guardi. La situazione è disperata).

Non meno toccanti – sia dal punto di vista personale che da quello deontologico: cosa possono le parole di una giornalista coraggiosa contro quella che è stata definita la “cleptocrazia” del Mondo di Mezzo, il potere occulto che viene a patti con la malavita organizzata per tenere in piedi un impero basato sulla corruzione? – le parole del figlio di Daphne Caruana Galizia: «Mia madre è stata uccisa perché si è messa tra la legge e quelli che cercavano di violarla, come molti bravi giornalisti. Ma è stata colpita perché era l’unica persona a farlo. È questo quello che succede quando le istituzioni sono incapaci: l’ultima persona rimasta in piedi è spesso una giornalista. Il che la rende la prima persona a essere uccisa».

Ricordiamo ai lettori che nei primi 273 giorni del 2017 l’Osservatorio Ossigeno ha documentato minacce a 256 giornalisti ed ha inoltre ha reso note minacce ad altri 65 giornalisti per episodi degli anni precedenti conosciuti dall’Osservatorio solo di recente; dietro ogni intimidazione documentata dall’Osservatorio almeno altre dieci resterebbero ignote perché le vittime non hanno la forza di renderle pubbliche.

Questo dovrebbe farci riflettere sul lavoro dei giornalisti, profeti disarmati del nostro tempo, sentinelle contro abusi e corruzione, spesso voce di chi non ha voce.

Per la prima volta la teca che contiene le lacrime della Madonna, prodigio avvenuto a Siracusa nel 1953, viene accolta in uno studio televisivo. Testimoni e studiosi narrano l’evento

La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017

«Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti» (Mt 10, 27). Non c’è forse citazione biblica migliore per parlare dell’annuncio della parola di Dio attraverso i media: i “tetti” del Vangelo di Matteo ci richiamano quelli contemporanei, fitti di parabole e ripetitori che trasmettono in ogni parte del globo parole, immagini, suoni. E che possono diventare strumento sempre nuovo di diffusione di contenuti culturali e spirituali, di riflessione sui valori non solo confessionali ma latu sensu umani.

Per la prima volta il reliquiario della Madonna delle Lacrime di Siracusa viene accolto in uno studio televisivo: presso gli studi di Padre Pio tv è stata registrata una puntata speciale della trasmissione “Nella Fede della Chiesa” con la presenza del prezioso reliquiario. La puntata è andata in onda Martedì 31 Ottobre alle 16 ed in replica Mercoledì 1 alle 8:45, Giovedì 3 alle 13:45 e Venerdì 4 alle 22:45 al canale 145 del digitale terrestre, 852 di Sky e 445 di TvSat. Appuntamento speciale, quindi, per i santi e i defunti con la presenza del prezioso reliquiario della Madonna delle Lacrime di Siracusa – ricordiamone l’autore, Biagio Poidimani, che lo realizzò nel 1954 in oro, argento e pietre preziose, rappresentando Santa Lucia e San Marciano, il primo vescovo di Siracusa, San Pietro e San Paolo, oltre a quattro angeli che custodiscono l’urna di vetro con la fialetta contenente le lacrime.

In studio, Don Francesco Cristofaro, mentre ad accompagnare la reliquia e a spiegare l’evento prodigioso della lacrimazione del 1953 Don Raffaele Aprile– che ha anche recitato una sua poesia in onore della Madonna delle Lacrime, “quella metà di cielo che parla di salvezza”, oltre che a spiegare teologicamente il significato del prodigio – e la dottoressa Concita Catalano, che ha spiegato al pubblico quali analisi vennero compiute all’epoca dalla commissione medica appositamente istituita per accertare la veridicità del fenomeno, con l’ausilio di immagini e filmati – toccante anche dal punto di vista umano la vicenda del dottor Cassola, il cui contatto con le lacrime da esaminare trasformò profondamente la sua vita di uomo e di medico.

Significativa anche la coincidenza della presenza delle reliquie di Giovanni Paolo II in Santuario: papa Wojtyla, devoto della Madonna delle Lacrime, nel novembre del 1994 ne consacrò il santuario durante la storica visita a Siracusa; il pontefice polacco, maestro di comunicazione, ha dedicato scritti, riflessioni e interventi sul ruolo dei media nell’apostolato e nell’ottica dell’unità della famiglia umana.

Incastonate in un artistico reliquiario opera del maestro Gulino – in Basilica è possibile anche ammirarne anche altri pregevoli manufatti – le reliquie di Wojtyla hanno richiamato un buon numero di fedeli devoti di questo Santo della nostra contemporaneità.

 

Interessante mostra documentaria su 400 anni di vicende femminili. Non solo aborti, stupri e delitti ma anche testamenti e figure storiche. Donne dalle condizioni socioeconomiche diverse, donne dalle storie variegate, donne da conoscere e ricordare

La Civetta di Minerva, 19 maggio 2017

Sarà visitabile fino al 31 maggio 2017 – quindi anche durante l’Infiorata – nei saloni espositivi di Palazzo Impellizzeri, sede della Sezione di Noto dell’Archivio di Stato di Siracusa, la mostra documentaria ”Storie di donne nei documenti d’archivio”.

L’esposizione, inaugurata a marzo con un evento teatrale suggestivo, l’emozionante performance delle artiste Chiara Spicuglia, Rina Rossitto e Miriam Scala, che hanno dato respiro e anima con “Voci di donne” a Gaetana Midolo, Marianna Ciccone e Franca Viola, accompagnate dal gruppo dei ragazzi del S.Cuore –,  è stata realizzata utilizzando la documentazione proveniente da vari fondi archivistici: fascicoli processuali della Gran Corte Criminale, atti notarili, atti dell’Università di Noto e Prefettura, tutti documenti riferiti a vicende e figure femminili del nostro territorio vissute nell’arco di quattrocento anni.

Regestazione ed allestimento della mostra sono stati curati dalle archiviste della Sezione di Noto, Giuseppina Calvo e Anna Lorenzano, con la collaborazione di Maria Teresa Azzarelli. Coordinatore della mostra è Concetta Corridore, direttore dell’Archivio di Stato di Siracusa. Importante anche il contributo di Salvatore Zuppardo, che ha realizzato la brochure esplicativa dell’esposizione.

Il visitatore sarà suggestionato da tante voci provenienti dal passato: quella del charaullo – meraviglia lessicale per una tradizione tipicamente siciliana – che motus amore divino perdona la moglie adultera nel 1551, quella di Eleonora Nicolaci che parla attraverso il proprio testamento, quella del letterato e scienziato avolese Giuseppe Bianca che ringrazia la poetessa e patriota netina Mariannina Coffa per il dono della sua pubblicazione “Nuovi Canti” (1859)…

Interessante notare anche il progresso della condizione femminile (vedi il documento sull’Unione donne italiane ad esempio) nell’ambito dell’istruzione e dell’introduzione alle professioni.

Toccante leggere l’atto di nascita di Gaetana Midolo, che morì appena quindicenne nel rogo della fabbrica newyorkese “Triangle Waist Company”: insieme a tante altre operaie, sfruttate e sottoposte a condizioni di lavoro disumane, è una delle “camicette bianche” la cui vicenda ha dato origine alla tradizione dell’8 marzo e che è stata studiata da Ester Rizzo (il volume sulle ricerche della studiosa è edito da Navarra editore e ha permesso di dare un nome e far intitolare vie ed altri spazi pubblici alle operaie, 24 delle quali siciliane, morte nell’incendio della fabbrica di camicie).

Riempite strade, piazze, cortili e chiese con note di armonia, canti, musica. Questa edizione dedicata a Salvatore Di Pietro, l’anno prossimo a Corrado Carbè

La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017

Domenica 19 marzo, in occasione della Festa mondiale della poesia ad Avola, declinata in due giorni speciali tra Avola e Noto, si sono concluse la quindicesima edizione di “Dalle otto alle otto” e la sesta edizione di “Libri di-versi in diversi libri” dedicata a Salvatore Di Pietro: Carlo Sorgia, Alessandra Nateri Sangiovanni e Maria Pia Vido si sono classificati rispettivamente al primo, secondo e terzo posto in quella che non è tanto una tenzone letteraria ma un’occasione di incontro, scambio e crescita nel nome della poesia: in un tempo arido e materialista, in cui scrivere versi sembrerebbe anacronistico e del tutto inutile, poesia è anche riempire strade, piazze, cortili e chiese di Avola e Noto di armonia, canti, musica e, soprattutto, poesie, “celebrando” secondo l’anima di questo concorso, il libraio-editore Ciccio Urso, sostenuto come sempre da Liliana Calabrese, dai giurati e dal manipolo di artisti del Val di Noto che seguono le loro iniziative, “la magia della creatività, spontaneamente e senza programmazione, nonostante l’indifferenza di intellettuali egocentrici e della massa insignificante che ci circonda, e, soprattutto, senza sindaci e assessori e a personaggi di potere, perché l’unico potere abbracciato da ciascuno è quello della fantasia e della bellezza di un verso, dell’incontro con un accadimento inaspettato, ma collegato a ciascuno, e l’adesione entusiastica di persone graditissime”.

Tra i giurati, docenti e poeti: Maria Barone, Corrado Bono, Liliana Calabrese, Antonino Causi, Francesca Corsico, Luigi Ficara, Benito Marziano, Orazio Parisi, Vera Parisi, Fausto Politino, Maria Restuccia, Lilia Urso, Marco Urso e i poeti vincitori Giovanni Catalano, Manuela Magi, Maria Chiara Quartu, Pietro Vizzini, Nina Esposito.

Sono state consegnate le targhe della memoria dedicate a poeti sparsi in diverse città italiane e grazie all’intervento di poeti di diverse regioni italiane, compresa la Sardegna, è stato raggiunto l’obiettivo di creare ponte con gli altri, ascoltando e uscendo da sé, diventando ideali punti di riferimento e modelli di vivere creativo positivo, da moltiplicare nel mondo.

La nuova edizione del concorso letterario verrà come ormai consuetudine dedicata a un poeta amico della Libreria Editrice Urso, scomparso anzitempo, e cioè al poeta-scrittore Corrado Carbè scomparso il 20 febbraio 2017 nel mentre stava partecipando alla precedente edizione di questo Concorso, dove, tra l’altro, si classificava al sesto posto della classifica finale, insieme a Cettina Lascia Cirinnà, Mimma Raspanti, Federico Guastella, Rita Stanzione, Simona Forte, Marianinfa Terranova, Antonella Santoro, Gianluca Macelloni, Grazia La Gatta.

Meritano una menzione particolare e vanno incoraggiati i giovani artisti: in un’edizione di qualche anno fa Davide Giannelli scriveva che quando saprai che stai per morire, / dalle tue ceneri di nuovo un sorriso. / E la tua melodia canterai (da Vivere d’amore).

Miriam Vinci, selezionata nell’edizione 2016/2017, ben rappresenta l’anelito giovanile alla Bellezza nonostante il grigiore del quotidiano e le difficoltà dell’esistenza e ci piace chiudere proprio con i suoi versi, che con voce fresca in ritmi franti ricantano i temi eterni della poesia, tra illusioni ingenue dell’età ed echi leopardiani:

Ed è in questa nudità / che vorrei / vestiti di poesia.

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La conferenza nei locali della biblioteca di Noto. Durante l’incontro, organizzato dal Rotaract, musiche eseguite dal maestro Gabriele Bosco al violino, mentre Giuseppe Puzzo, verseggiatore egli stesso, recita alcune liriche della poetessa e propri componimenti inediti

La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017

Mariannina Coffa, Una donna tante donneLa poetessa dell’Ottocento che parla alle donne di oggi”: questo il titolo dell’incontro che si terrà domani, venerdì 25 marzo, alle ore 17,30 presso la Biblioteca comunale “Principe di Villadorata” di Noto in via Nicolaci, biblioteca che custodisce amorosamente gli scritti della poetessa e patriota netina. L’incontro si inserisce nella programmazione del Rotaract volta alla valorizzazione del territorio e delle sue risorse culturali in senso lato.

Mariannina Coffa (Noto, 1841-1878), enfant prodige della borghesia netina nel passaggio difficile ed esaltante insieme dalla monarchia borbonica al Regno d’Italia, è stata dunque figlia, sorella, amica – corrispose con gli intellettuali dell’epoca pur senza muoversi dalla Sicilia –, innamorata (fu protagonista di un amore tipicamente romantico con Ascenso Mauceri, musicista e autore di tragedie), sposa malmaritata di un possidente terriero di Ragusa, madre (perse tra l’altro due dei cinque figli), patriota e poetessa (accompagnò con la sua poesia e le sue riflessioni i moti risorgimentali e la sua complessa personalità e spiritualità la portò ad un tentativo di emancipazione dagli stilemi dell’epoca verso soluzioni originali): interpretò ognuno di questi ruoli nonostante i limiti della propria condizione di donna, di siciliana, nonostante la malattia e le incomprensioni del contesto familiare e socio-culturale.

La conferenza, tenuta da Maria Lucia Riccioli, docente e scrittrice, autrice tra l’altro di un romanzo storico, “Ferita all’ala un’allodola”, incentrato proprio su Mariannina Coffa, giurata per due anni consecutivi del concorso di “Inchiostro e anima” intitolato alla Capinera di Noto, alla Saffo netina, tanto per ricordare alcune delle immagini cui la Coffa è stata associata, autrice di un saggio sulla prima tesi di laurea dedicata alla poetessa e inserito nel volume “Sguardi plurali” (Armando Siciliano Editore) curato da Marinella Fiume e uscito per raccogliere i lavori dell’omonimo convegno, oltre che di una lettera immaginaria alla Coffa pubblicata per i tipi di LiberAria in “Letteratitudine 3: letture, scritture, metanarrazioni” (a cura di Massimo Maugeri), sarà moderata da Federica Piluccio, presidente del Rotaract club Noto Terra di Eloro; le musiche che accompagneranno l’evento saranno eseguite dal maestro Gabriele Bosco al violino, mentre Giuseppe Puzzo, estimatore della Coffa e verseggiatore egli stesso, reciterà alcune liriche della poetessa e propri componimenti inediti.

A quasi centoquarant’anni dalla scomparsa della poetessa, la sua biografia e le sue opere presentano ancora fertili campi di indagine (pensiamo alla recente scoperta ad opera di Stefano Vaccaro di un inedito rinvenuto nella biblioteca del Castello di Donnafugata).

L’incontro del 25 marzo sarà occasione di riflessione sul modello femminile incarnato dalla Coffa e offrirà lo spunto per ricordare l’incendio del 25 marzo 1911, nel quale persero la vita le “camicette bianche” (pensiamo allo straordinario lavoro di Ester Rizzo per ridare nome dignità e memoria a queste donne), le operaie della Triangle Waist Company: tra di esse c’era una ragazza netina, Gaetana Midolo, cui è stata dedicata la rotatoria di Piazza Nino Bixio. Nel mese dedicato alle donne, ricordare un’emigrata e una figura del nostro Risorgimento non sembrerà un’operazione azzardata.

 

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Rosalia Messina e il suo UNO SPAZIO MINIMO

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Lucia Corsale e Marialucia Riccioli tengono a battesimo “Uno spazio minimo” di Rosalia Messina (Melville Edizioni e, in digitale, Oakmond Publishing) nella Libreria Mascali – Casa del libro di Marilia Di Giovanni, in via Maestranza 20 – 22. Sarà presente l’autrice. E che il breve tour siciliano abbia inizio! 9 febbraio, ore 19.

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https://www.facebook.com/Uno-spazio-minimo-340173886450620/

Se acquistate LA CIVETTA DI MINERVA troverete una mia rece-intervista all’autrice…

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Ecco altro materiale su Lia Messina…

GLI ANNI D’ARGENTO, Algra Editore.

http://www.algraeditore.it/index.php?option=com_content&view=article&id=121:23-febbraio-2015-gli-anni-d-argento&catid=13:news-ed-eventi

Ne approfitto per ripubblicare una mia recensione-intervista all’autrice, con la quale condivido non solo la sicilianità e le passioni ma anche il ruolo di coredattrice di Letteratu, il litblog che ci vede scrivere racconti e recensioni e ci vede pure impegnate in sfide lettorie e scrittorie.

A questo link trovate il blog di Rosalia Messina con qualcosa che mi riguarda:

http://rosaliamessina.blogspot.it/

Qui invece trovate LIBRERIAMO…

http://www.libreriamo.it/d/1073/rosalia-messina.aspx

Lia Messina

Rosalia Messina non ama parlare di sé.

Le presentazioni dei suoi libri sono l’occasione per incontrare gli amici, i lettori, per brindare insieme alla nascita di una nuova creatura letteraria, per festeggiare la vita che è anche una storia che viene alla luce.
Per la sua professione è costretta ad utilizzare quello che chiama “giuridichese” ma quando scrive, “prima dell’alba e subito dopo” (cito il titolo del suo esordio come autrice di racconti per i tipi di Perrone LAB), la sua penna diventa carveriana, asciutta ma intensissima, leggera nel tocco ma con una profondità che scava nel lettore e si fa ricordare.
Ci siamo conosciute parlando di libri e di scrittura e ci siamo seguite a vicenda nei nostri inizi esaltanti e difficili insieme e adesso continuiamo a leggerci, a incoraggiarci in questo cammino fatto di parole e silenzi, spazi bianchi e paragrafi.

I racconti di Lia raccontano avvenimenti minimi, sfumature, crepe e piccole svolte del vivere quotidiano.
Già dalle narrazioni di PRIMA DELL’ALBA E SUBITO DOPO si presagiva la scrittrice che sarebbe diventata: le sue prove successive – intanto la raccolta di racconti è diventata un e-book – hanno confermato la sua vena intimistica ma tutt’altro che sentimentale, il suo gusto per la memoria e le memorie, per una lingua che accoglie venature misurate e mai fuori contesto di dialetto siciliano; il suo italiano è disadorno ma mai sciatto, ossuto ma vigoroso, senza sbavature né indugi, al servizio di storie comuni ma mai banali, narrate da visuali oblique, che coinvolgono il lettore nella scoperta di piccole grandi verità, quelle della nostra esistenza, rivelate senza clamori, sottovoce ma a volte con ironia, con sarcasmi, con rabbia trattenuta e dolcezza, senza retorica né moralismi.
“Più avanti di qualche passo”, edito da Città del Sole Edizioni, aveva vinto come inedito il Premio “Angelo Musco” nel 2012, mentre si è classificato al primo posto al Premio Narrativa e Poesia “Città del Tricolore” a Reggio Emilia nel 2013 ed è un romanzo breve più che un racconto lungo, per l’ampiezza della linea narrativa, che copre diverse generazioni ed eventi di ampio respiro. Concentrato, densissimo, narra l’eterna storia del doppio che è più e meno di metà in una Sicilia anni ’50 restituita con tocchi brevi ma efficaci. Le gemelle Limuli cresceranno e impareranno sulla propria pelle il peso dei destini familiari, delle scelte personali e di quelle – apparentemente – casuali.
Rosalia Messina ha chiuso un 2013 letterariamente felice con la presentazione di “Marmellata d’arance”, edito da Edizioni Arianna.
Qui ci troviamo di fronte ad un racconto lungo, in cui i nodi familiari vengono districati grazie ad un percorso doloroso e catartico, dolce ed amaro insieme come la marmellata del titolo.

Conosciamo meglio Lia.

Sei passata dalla dimensione del racconto breve a quella del romanzo. Come hai vissuto questo passaggio?

Devo fare una premessa. Da lettrice “consumo” opere di tutte le dimensioni, dalle estreme (il romanzone di Eugenides e i racconti della Mansfield, tanto per fare due esempi) a quelle intermedie, cioè i romanzi brevi e i racconti lunghi. Forse con una leggera preferenza per la compiutezza del racconto, in genere immune da cadute di tensione e dalle inevitabili zone grigie del romanzo, soprattutto se lungo.
Ho cominciato scrivendo racconti, alcuni anche molto brevi. Mi affascina la possibilità di narrare una storia mettendo a fuoco un episodio, il tratto di un percorso, e lasciando intravedere sullo sfondo il passato dei personaggi, le vicende anche lontane (traumi infantili, avvenimenti in apparenza sepolti dall’oblio) che li hanno condotti a quel particolare momento esistenziale.
Anche nei romanzi (quello pubblicato per primo come quello che è appena uscito, “Marmellata d’arance”) la narrazione è compatta, procede per salti e flash-back. In Più avanti di qualche passo una storia familiare che si snoda per oltre cinquant’anni è condensata in un centinaio di pagine. Va detto che questo è possibile perché non sono molto interessata ai dettagli della trama, al “che succede” in senso storico, quanto piuttosto alle atmosfere, alla psicologia dei personaggi e alle relazioni interpersonali. E queste emergono da pochi episodi emblematici, senza che, tuttavia, la storia risulti frammentaria (almeno spero).

Le tue scelte di stile: puoi parlarcene?

Sono un’istintiva anche nella scrittura. Mi lascio guidare da un ritmo interiore. da una sorta di metrica che mi fa scegliere (per istinto, ripeto) una parola piuttosto che un’altra, un andamento dei periodi a volte sincopato e a volte disteso. Mi piace raccontare per immagini, per scene, nel tentativo di tradurre in parole per il lettore un film che mi gira in testa. Come dicevo prima, il passato dei personaggi è intravisto, ne intarsio il presente con la tecnica del flash-back, proprio come al cinema. E dai lettori questo viene avvertito: diverse volte mi sono sentita dire: “Leggendoti mi sembrava di veder scorrere le immagini di un film”.

Sei riuscita a ri-creare l’atmosfera della Sicilia degli anni ’50. Sei nata a Palermo ma vivi e lavori a Catania… come hai fatto ad immergerti nel tessuto economico-sociale ed emotivo di quell’epoca? Ricerche, proustiane memorie familiari o altro?

Per la scrittura ho una sola, modestissima ricetta: ascoltare. Parlo di ascolto profondo, di mettersi in sintonia con l’altro, di empatia, di scambio emotivo. Insomma, di condivisione, in una delle tante accezioni di questo termine, del quale sono innamorata. Io ho sempre parlato poco; da bambina, poi, era davvero difficile che tirassi fuori la voce. I silenziosi di solito sono buoni ascoltatori, sono attenti al mondo che li circonda, intuiscono anche il non detto. Per ragioni familiari ho trascorso molte estati, nel corso degli anni Sessanta e all’inizio dei Settanta, in paesini che ricordano quello in cui si muovono i personaggi di “Più avanti di qualche passo”: piccoli centri siciliani, calabresi, abruzzesi. Ho conosciuto donne con storie simili a quelle di Vincenzina e di Olimpia, ho avuto modo di incontrare ragazze che andavano a servire nelle case dei notabili a tredici, quattordici anni, o alcune, più fortunate, che imparavano un mestiere, di solito d’ago e filo. Ho ascoltato i loro racconti di lutti, di emigrazione, d’ingiustizia sociale, li ho immagazzinati da qualche parte; poi ho avvertito l’urgenza di scriverli. Le storie che abbiamo dentro chiedono di essere raccontate.

Il tema del doppio… la sorellanza e la “gemellanza” delle tue protagoniste.

La sorellanza in senso lato è uno dei miti della mia generazione. Forse è quello a cui sono più affezionata. Ho la fortuna di avere una sorella (oltre che un fratello) e, nel tempo, mi sono trovata a muovermi in una vasta rete di sorelle per reciproca scelta. Compro sempre un libro nel cui titolo figura la parola “sorella” o “sorelle”. Era fatale che la sorellanza entrasse prepotentemente nelle storie che scrivo.
Il rapporto gemellare fa parte della mia vita attraverso le mie nipoti, figlie di mia sorella, alle quali il romanzo è dedicato. Nella mia mente, questo legame a quattro è una sorta di cerchio che ci racchiude, senza tuttavia chiuderci al mondo, anzi.
Osservando le mie nipoti (ma anche altre coppie di gemelli che ho avuto modo di conoscere: l’ascolto, la chiave è sempre l’ascolto…) mi sono resa conto di alcune dinamiche, della meravigliosa e a volte faticosissima esperienza di una vita sospesa, come dico da qualche parte nel romanzo, fra il doppio e la metà. Il gemello si percepisce come metà di un’unità e al contempo come il duplicato dell’altro; parafrasando un passo del romanzo, i gemelli nemmeno l’aspetto fisico possono rivendicare come esclusivamente proprio, specchio come sono uno dell’altro. Tutto questo è affascinante, ed è metafora dell’oscillare di ogni essere umano fra individualismo e senso/bisogno di appartenenza, fra rivendicazione della propria unicità e aspirazione a riconoscersi membri di una comunità (anzi, di più comunità variamente intersecantisi: famiglia, chiesa, partito, classe sociale, categoria professionale, città, nazione, emisfero, pianeta).

I premi letterari: sei abbastanza attiva nel partecipare ai contest ed hai anche raccolto delle belle soddisfazioni. Cosa puoi dirci in proposito?

Premetto che chi scrive vuol essere letto. Vuole raggiungere altre intelligenze, altre anime, disseminare le sue storie, trasmettere emozioni. Sappiamo bene quanto sia difficile per gli esordienti conquistarsi un pubblico: pubblicano con piccole case editrici (ed è già una fortuna riuscirci, ci vogliono costanza e capacità di non arrendersi ai rifiuti, di solito non espressi, perché gli editori raramente rispondono) che non hanno la forza e i mezzi per imporsi sul mercato. Ecco, mandare un’opera, già edita o ancora inedita, a un concorso letterario significa incontrare lettori sconosciuti. A prescindere dall’esito della selezione, a me questo sembra, già in sé, un risultato apprezzabile, un premio in senso lato. E inoltre, questo girare l’Italia da nord a sud, da Gorizia a Pisa, da Reggio Emilia a Mesagne, da Torino a Sortino, a Milo, mi ha consentito di conoscere persone meravigliose, ha fatto germogliare amicizie, occasioni di arricchimento culturale, condivisione di iniziative. E anche questo è un premio in sé.

E-book e libri cartacei. La tua scelta di far uscire il tuo primo libro anche in formato elettronico da cosa è stata dettata? Proiezione verso il futuro del libro svincolato dall’idea di esso come oggetto?

La scelta iniziale, sono sincera, non fu ideologica. L’editore Giulio Perrone chiuse la collana LAB e non ripubblicò più la mia raccolta di racconti, Prima dell’alba e subito dopo, che intanto andava raccogliendo riconoscimenti nei concorsi letterari. Decisi di pubblicarlo come e-book con Youcanprint; mi aiutò tecnicamente un altro esordiente, Giovanni Venturi (ancora la condivisione, in un’altra accezione). Non è che un autore esordiente venda moltissimo solo perché sceglie l’e-book. Però il fatto che ogni tanto Youcanprint mi mandi una mail per comunicare che è stata venduta una copia (proprio ieri, per esempio) mi illumina la giornata, perché significa che una persona sconosciuta sta entrando in contatto con le storie che ho mandato in giro per il mondo.
Adesso posso dire che i miei passi avanti verso il futuro si vanno facendo più consapevoli. Perché l’e-book, sempre che una catastrofe apocalittica non ci riporti indietro di secoli, è senz’altro il futuro. Inutile, secondo me, fare confronti fra i libri di carta e i libri digitali. Il nuovo avanza comunque, incurante del nostro gradimento. Come dico sempre, non incidiamo più le nostre parole sulla pietra; non usiamo più le tavolette cerate. I materiali della scrittura sono stati nel tempo sostituiti, grazie a nuove tecniche; questa è solo una delle tante tappe. L’opera letteraria non va identificata con il suo contenitore, è molto di più. E, come lettrice, sono sempre meno interessata al contenitore e comincio ad apprezzare la possibilità di portare in viaggio decine di libri senza le complicazioni di peso e di spazio della carta.

Parliamo di MARMELLATA D’ARANCE… com’è nato? Questa preparazione è una vera e propria madeleinette per la protagonista Fabrizia: un confronto dolorosissimo ma necessario con la madre – scatenato dalla morte della nonna Bianca, figura mitica, quasi magica nella sua pur concreta quotidianità – risolverà antiche questioni familiari e porterà Fabrizia più avanti di qualche passo – ancora! – nel cammino della sua esistenza.
Che ruolo ha il cibo in questo racconto?

Una prima risposta – più superficiale – è che ho scritto anni fa un racconto con lo stesso titolo per un’antologia di Giulio Perrone dedicata al colore arancio. La mia sicilianità e l’inclinazione a narrare storie di legami familiari, di conflitti interpersonali e della difficoltà di crescere mi hanno fatto immaginare la storia di Fabrizia, raccontata in poche pagine. Due amici mi incitarono a svilupparla.
Un’altra risposta è che in questa storia del tutto inventata ho travasato schegge di vita vissuta, acchiappate al volo guardandomi intorno e ascoltando il prossimo. Bianca è largamente ispirata a una mia cara amica: molto
del suo carattere, della sua saggezza, ho attribuito a questo personaggio di fantasia.
Il cibo è uno dei modi privilegiati, per le donne in genere e per le donne mediterranee in particolare, per esprimere l’affettività, per accogliere l’altro. Il cibo preparato e somministrato è una delle espressioni
del prendersi cura materno in senso lato. Le madri sono sempre molto rappresentate nelle mie storie, forse perché di madre non ce n’è mai abbastanza…

Progetti futuri? A cosa stai lavorando?

A un romanzo scritto a quattro mani con Santino Mirabella.
Quattro amni e due voci narranti alternate, un uomo e una donna. Una trama con venature gialle. Spero nel frattempo di riuscire a pubblicare gli altri due romanzi e una raccolta di racconti in lettura presso diversi editori.

Ringraziamo ancora Rosalia Messina e… alla prossima storia!

Oltre che, naturalmente, ai libri di Rosalia Messina, vi rimando al blog “Leggere e scrivere” che ha iniziato a curare:

http://rosaliamessinaioscrivo.blogspot.it/

Vi ricordo inoltre che sul sito letterario Letteratu Rosalia Messina si occupa della rubrica “Spigolature”:

http://www.letteratu.it/?s=rosalia+messina&x=15&y=16

LA CIVETTA DI MINERVA del 2 febbraio 2018

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Oltre al fatto che il nostro giornale è finito su Wikipedia… https://it.m.wikipedia.org/wiki/Roberto_Disma (sì,due miei articoli sono citati…) ecco il nuovo numero del giornale bisettimanale LA CIVETTA DI MINERVA!

 L'immagine può contenere: una o più persone
Sostieni il nostro impegno: chiedilo in edicola. Per te è solo un euro, per noi un grande aiuto, per la realtà sociale un mezzo di informazione libero, unico e originale. Non fermiamo le poche voci che sono svincolate da chi decide cosa e quando bisogna sapere. L’informazione è potere. Riappropriamoci della capacità di avere un nostro strumento d’informazione. Ti aspettiamo!
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Ecco il link ai miei ultimi articoli usciti sul cartaceo e poi confluiti nel sito…

Don Fortunato Di Noto ammonisce i genitori e la scuola a vigilare su ciò che i ragazzi fanno con smart phone e computer

La Civetta di Minerva, 15 dicembre 2017

Stimolata da un’indagine social del professor Massimo Arcangeli, docente di linguistica italiana ed ex-preside della facoltà di lingue e letterature straniere presso l’Università degli Studi di Cagliari, rifletto insieme a voi lettori sullo statuto di verità che chiediamo alle cose, all’informazione, all’entertainment, alla letteratura e all’arte in genere.

Una delle espressioni dell’anno che sta per concludersi è certamente “fake news”, che fa il paio con la nostrana “bufala” e il trio con “fattoide”, notizia priva di fondamento, ma diffusa e amplificata dai mezzi di comunicazione di massa al punto da essere percepita come vera: sarebbe imminente un pronunciamento del nostro Parlamento per arginare il fenomeno della diffusione in rete di informazioni e notizie false – postate più o meno artatamente –, ma è bene che scuola e famiglia, specie per proteggere i minori in rete, si attivino per insegnare a bambini e ragazzi a navigare su Internet in maniera consapevole (e comunque resta valido e semmai si rafforza l’invito di associazioni come Meter e di esperti come Don Di Noto a vigilare sui minori che utilizzano sempre più smartphone e computer e a non postare immagini e video dei propri figli, dato l’uso sconosciuto e spesso criminoso che di tali dati può essere fatto, specie in un’ottica di lotta contro la pedofilia).

Attenzione dunque sia alle notizie non verificate – spesso basta una rapida conferma da parte di un motore di ricerca, sia per i testi che per le immagini o i video –, ma in effetti ci sarebbe da fare un lungo discorso sugli statuti di verità. Passiamo, nell’arco della stessa giornata, dall’indignazione contro le fake news (che comunque spesso sono trappole per gonzi: la storia e la letteratura ci riportano innumerevoli casi di notizie non verificate, veri e propri specchietti per le allodole) alla fame di reality, un vero e proprio genere a sé stante in cui di reale c’è ben poco (ci si domanda se le gesta di starlette e giovanotti alla Ken, di freak e gente in cerca di quindici minuti di notorietà siano davvero reali: non è vero ma ci credo, verrebbe da dire, allora dov’è la reality?), alla mai troppo deprecata tv verità: c’è chi sulla televisione del dolore, delle lacrime in diretta, delle riunioni familiari, dei casi umani, ha costruito una carriera.

E non è finita: le cosiddette fiction – a parte l’invasione degli anglismi, non si comprende cosa distingua gli sceneggiati di un tempo da film in due-tre puntate con attori improbabili e sceneggiature copiaincollate da analoghi prodotti d’oltralpe e oltreoceano detti fiction – dal latino fictio, finzioni dunque, recite – in cui spesso “il riferimento a fatti, persone, luoghi e avvenimenti reali è puramente casuale” (formula che può evitare querele, ma dietro cui si nascondono cinquantine di sfumature di verità). A fictional (che nel mondo anglosassone riguarda poesia e narrativa, contrapposte alla saggistica, che è appunto non fictional) di recente si contrappone factual: tale è stata definita una trasmissione con Roberto Saviano per il prevalere di situazioni reali, romanzate solo per esigenze di copione. Insopportabili poi le classiche domande su libri e film: “Ma è una storia vera? È veramente successo?”, che annulla secoli di pratica e teoria artistica e letteraria su reale, naturale, vero e trasfigurazione artistica.

Dato che spesso la confusione linguistica è indice di confusione concettuale, abituiamoci a riflettere sul gradiente di realtà di quanto proponiamo e ci viene proposto per una comunicazione ed informazione, oltre che espressione, più consapevole; rafforziamo il lavoro della scuola, che come obiettivo non solo didattico si propone quello di formare giovani adulti dallo spirito critico; battiamoci per la valorizzazione della ricerca e, nel campo dell’intrattenimento, per contenuti più formativi e meno banalmente massificati, altrimenti, dato che nel 2018 dovrebbe essere inammissibile contraddire millenni di scienza con affermazioni sulla Terra piatta o gravidanze ai limiti dell’alieno, non dovremo più stupirci di gruppi di “mamme pancine et coetera” o di “Earth flatters”, concentrati di fake news, fattoidi, bufale, purtroppo non fictional ma factual.

 

 

 

 

 

 

 

Daphne Caruana Galizia, mezz’ora prima di morire, scrisse: “A Malta c’è corruzione ovunque”. Un quotidiano americano l’aveva definita “una delle 28 persone che stanno formando, scuotendo e agitando l’Europa”.

 

La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017

Si allunga la lista dei martiri della parola. È di pochi giorni fa la terribile notizia della morte di Daphne Caruana Galizia, giornalista e blogger maltese la cui colpa è stata quella di usare l’arma della penna e della tastiera contro intimidazioni e bombe per indagare sulla corruzione che a Malta sembra dilagare come un cancro che metastatizza nell’affarista e forse complice Europa.

Laureata in archeologia, madre di tre figli, è stata una firma regolare per The Sunday Times e redattrice associata per The Malta Independent, oltre che direttrice della rivista Taste & Flair.

Curava un popolare e controverso blog dal titolo Running Commentary, contenente segnalazioni investigative; diverse le battaglie legali dovute proprio alla pubblicazione di post su magistrati e leader politici ed importanti le sue rivelazioni sulla corruzione e la mancanza di trasparenza a Malta. Il quotidiano americano “Politico” ebbe a definirla come una delle “28 persone che stanno formando, scuotendo e agitando l’Europa”.

Minacciata di morte – dopo aver sostenuto che una società panamense fosse di proprietà della moglie del primo ministro Muscat e aver criticato Delia, leader dell’opposizione nazionalista –, Daphne Caruana Galizia è rimasta uccisa lo scorso 16 ottobre nell’esplosione di un’autobomba.

Unanimi e di circostanza i cori di condanna dell’accaduto ma diversa è la posizione della famiglia: in un messaggio su Facebook uno dei figli della donna –  giornalista appartenente all’International Consortium of Investigative Journalists – ha mosso forti accuse contro le autorità di Malta, in cui Stato e crimine organizzato sarebbero indistinguibili, responsabili e complici a suo dire dell’assassinio della madre.

Sospeso dal servizio e indagato un sergente di polizia maltese per il commento all’omicidio della giornalista in cui ha affermato che «Tutti hanno quello che si meritano, merda di vacca. Sono felice».

Al di là di questo e del prosieguo delle indagini – coinvolta anche l’FBI –, colpiscono le ultime parole scritte da Daphne Caruana Galizia sul suo blog mezz’ora prima della morte: “There are crooks everywhere you look now. The situation is desperate” (“Ora ci sono corrotti ovunque guardi. La situazione è disperata).

Non meno toccanti – sia dal punto di vista personale che da quello deontologico: cosa possono le parole di una giornalista coraggiosa contro quella che è stata definita la “cleptocrazia” del Mondo di Mezzo, il potere occulto che viene a patti con la malavita organizzata per tenere in piedi un impero basato sulla corruzione? – le parole del figlio di Daphne Caruana Galizia: «Mia madre è stata uccisa perché si è messa tra la legge e quelli che cercavano di violarla, come molti bravi giornalisti. Ma è stata colpita perché era l’unica persona a farlo. È questo quello che succede quando le istituzioni sono incapaci: l’ultima persona rimasta in piedi è spesso una giornalista. Il che la rende la prima persona a essere uccisa».

Ricordiamo ai lettori che nei primi 273 giorni del 2017 l’Osservatorio Ossigeno ha documentato minacce a 256 giornalisti ed ha inoltre ha reso note minacce ad altri 65 giornalisti per episodi degli anni precedenti conosciuti dall’Osservatorio solo di recente; dietro ogni intimidazione documentata dall’Osservatorio almeno altre dieci resterebbero ignote perché le vittime non hanno la forza di renderle pubbliche.

Questo dovrebbe farci riflettere sul lavoro dei giornalisti, profeti disarmati del nostro tempo, sentinelle contro abusi e corruzione, spesso voce di chi non ha voce.

Per la prima volta la teca che contiene le lacrime della Madonna, prodigio avvenuto a Siracusa nel 1953, viene accolta in uno studio televisivo. Testimoni e studiosi narrano l’evento

La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017

«Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti» (Mt 10, 27). Non c’è forse citazione biblica migliore per parlare dell’annuncio della parola di Dio attraverso i media: i “tetti” del Vangelo di Matteo ci richiamano quelli contemporanei, fitti di parabole e ripetitori che trasmettono in ogni parte del globo parole, immagini, suoni. E che possono diventare strumento sempre nuovo di diffusione di contenuti culturali e spirituali, di riflessione sui valori non solo confessionali ma latu sensu umani.

Per la prima volta il reliquiario della Madonna delle Lacrime di Siracusa viene accolto in uno studio televisivo: presso gli studi di Padre Pio tv è stata registrata una puntata speciale della trasmissione “Nella Fede della Chiesa” con la presenza del prezioso reliquiario. La puntata è andata in onda Martedì 31 Ottobre alle 16 ed in replica Mercoledì 1 alle 8:45, Giovedì 3 alle 13:45 e Venerdì 4 alle 22:45 al canale 145 del digitale terrestre, 852 di Sky e 445 di TvSat. Appuntamento speciale, quindi, per i santi e i defunti con la presenza del prezioso reliquiario della Madonna delle Lacrime di Siracusa – ricordiamone l’autore, Biagio Poidimani, che lo realizzò nel 1954 in oro, argento e pietre preziose, rappresentando Santa Lucia e San Marciano, il primo vescovo di Siracusa, San Pietro e San Paolo, oltre a quattro angeli che custodiscono l’urna di vetro con la fialetta contenente le lacrime.

In studio, Don Francesco Cristofaro, mentre ad accompagnare la reliquia e a spiegare l’evento prodigioso della lacrimazione del 1953 Don Raffaele Aprile– che ha anche recitato una sua poesia in onore della Madonna delle Lacrime, “quella metà di cielo che parla di salvezza”, oltre che a spiegare teologicamente il significato del prodigio – e la dottoressa Concita Catalano, che ha spiegato al pubblico quali analisi vennero compiute all’epoca dalla commissione medica appositamente istituita per accertare la veridicità del fenomeno, con l’ausilio di immagini e filmati – toccante anche dal punto di vista umano la vicenda del dottor Cassola, il cui contatto con le lacrime da esaminare trasformò profondamente la sua vita di uomo e di medico.

Significativa anche la coincidenza della presenza delle reliquie di Giovanni Paolo II in Santuario: papa Wojtyla, devoto della Madonna delle Lacrime, nel novembre del 1994 ne consacrò il santuario durante la storica visita a Siracusa; il pontefice polacco, maestro di comunicazione, ha dedicato scritti, riflessioni e interventi sul ruolo dei media nell’apostolato e nell’ottica dell’unità della famiglia umana.

Incastonate in un artistico reliquiario opera del maestro Gulino – in Basilica è possibile anche ammirarne anche altri pregevoli manufatti – le reliquie di Wojtyla hanno richiamato un buon numero di fedeli devoti di questo Santo della nostra contemporaneità.

 

Interessante mostra documentaria su 400 anni di vicende femminili. Non solo aborti, stupri e delitti ma anche testamenti e figure storiche. Donne dalle condizioni socioeconomiche diverse, donne dalle storie variegate, donne da conoscere e ricordare

La Civetta di Minerva, 19 maggio 2017

Sarà visitabile fino al 31 maggio 2017 – quindi anche durante l’Infiorata – nei saloni espositivi di Palazzo Impellizzeri, sede della Sezione di Noto dell’Archivio di Stato di Siracusa, la mostra documentaria ”Storie di donne nei documenti d’archivio”.

L’esposizione, inaugurata a marzo con un evento teatrale suggestivo, l’emozionante performance delle artiste Chiara Spicuglia, Rina Rossitto e Miriam Scala, che hanno dato respiro e anima con “Voci di donne” a Gaetana Midolo, Marianna Ciccone e Franca Viola, accompagnate dal gruppo dei ragazzi del S.Cuore –,  è stata realizzata utilizzando la documentazione proveniente da vari fondi archivistici: fascicoli processuali della Gran Corte Criminale, atti notarili, atti dell’Università di Noto e Prefettura, tutti documenti riferiti a vicende e figure femminili del nostro territorio vissute nell’arco di quattrocento anni.

Regestazione ed allestimento della mostra sono stati curati dalle archiviste della Sezione di Noto, Giuseppina Calvo e Anna Lorenzano, con la collaborazione di Maria Teresa Azzarelli. Coordinatore della mostra è Concetta Corridore, direttore dell’Archivio di Stato di Siracusa. Importante anche il contributo di Salvatore Zuppardo, che ha realizzato la brochure esplicativa dell’esposizione.

Il visitatore sarà suggestionato da tante voci provenienti dal passato: quella del charaullo – meraviglia lessicale per una tradizione tipicamente siciliana – che motus amore divino perdona la moglie adultera nel 1551, quella di Eleonora Nicolaci che parla attraverso il proprio testamento, quella del letterato e scienziato avolese Giuseppe Bianca che ringrazia la poetessa e patriota netina Mariannina Coffa per il dono della sua pubblicazione “Nuovi Canti” (1859)…

Interessante notare anche il progresso della condizione femminile (vedi il documento sull’Unione donne italiane ad esempio) nell’ambito dell’istruzione e dell’introduzione alle professioni.

Toccante leggere l’atto di nascita di Gaetana Midolo, che morì appena quindicenne nel rogo della fabbrica newyorkese “Triangle Waist Company”: insieme a tante altre operaie, sfruttate e sottoposte a condizioni di lavoro disumane, è una delle “camicette bianche” la cui vicenda ha dato origine alla tradizione dell’8 marzo e che è stata studiata da Ester Rizzo (il volume sulle ricerche della studiosa è edito da Navarra editore e ha permesso di dare un nome e far intitolare vie ed altri spazi pubblici alle operaie, 24 delle quali siciliane, morte nell’incendio della fabbrica di camicie).

Riempite strade, piazze, cortili e chiese con note di armonia, canti, musica. Questa edizione dedicata a Salvatore Di Pietro, l’anno prossimo a Corrado Carbè

La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017

Domenica 19 marzo, in occasione della Festa mondiale della poesia ad Avola, declinata in due giorni speciali tra Avola e Noto, si sono concluse la quindicesima edizione di “Dalle otto alle otto” e la sesta edizione di “Libri di-versi in diversi libri” dedicata a Salvatore Di Pietro: Carlo Sorgia, Alessandra Nateri Sangiovanni e Maria Pia Vido si sono classificati rispettivamente al primo, secondo e terzo posto in quella che non è tanto una tenzone letteraria ma un’occasione di incontro, scambio e crescita nel nome della poesia: in un tempo arido e materialista, in cui scrivere versi sembrerebbe anacronistico e del tutto inutile, poesia è anche riempire strade, piazze, cortili e chiese di Avola e Noto di armonia, canti, musica e, soprattutto, poesie, “celebrando” secondo l’anima di questo concorso, il libraio-editore Ciccio Urso, sostenuto come sempre da Liliana Calabrese, dai giurati e dal manipolo di artisti del Val di Noto che seguono le loro iniziative, “la magia della creatività, spontaneamente e senza programmazione, nonostante l’indifferenza di intellettuali egocentrici e della massa insignificante che ci circonda, e, soprattutto, senza sindaci e assessori e a personaggi di potere, perché l’unico potere abbracciato da ciascuno è quello della fantasia e della bellezza di un verso, dell’incontro con un accadimento inaspettato, ma collegato a ciascuno, e l’adesione entusiastica di persone graditissime”.

Tra i giurati, docenti e poeti: Maria Barone, Corrado Bono, Liliana Calabrese, Antonino Causi, Francesca Corsico, Luigi Ficara, Benito Marziano, Orazio Parisi, Vera Parisi, Fausto Politino, Maria Restuccia, Lilia Urso, Marco Urso e i poeti vincitori Giovanni Catalano, Manuela Magi, Maria Chiara Quartu, Pietro Vizzini, Nina Esposito.

Sono state consegnate le targhe della memoria dedicate a poeti sparsi in diverse città italiane e grazie all’intervento di poeti di diverse regioni italiane, compresa la Sardegna, è stato raggiunto l’obiettivo di creare ponte con gli altri, ascoltando e uscendo da sé, diventando ideali punti di riferimento e modelli di vivere creativo positivo, da moltiplicare nel mondo.

La nuova edizione del concorso letterario verrà come ormai consuetudine dedicata a un poeta amico della Libreria Editrice Urso, scomparso anzitempo, e cioè al poeta-scrittore Corrado Carbè scomparso il 20 febbraio 2017 nel mentre stava partecipando alla precedente edizione di questo Concorso, dove, tra l’altro, si classificava al sesto posto della classifica finale, insieme a Cettina Lascia Cirinnà, Mimma Raspanti, Federico Guastella, Rita Stanzione, Simona Forte, Marianinfa Terranova, Antonella Santoro, Gianluca Macelloni, Grazia La Gatta.

Meritano una menzione particolare e vanno incoraggiati i giovani artisti: in un’edizione di qualche anno fa Davide Giannelli scriveva che quando saprai che stai per morire, / dalle tue ceneri di nuovo un sorriso. / E la tua melodia canterai (da Vivere d’amore).

Miriam Vinci, selezionata nell’edizione 2016/2017, ben rappresenta l’anelito giovanile alla Bellezza nonostante il grigiore del quotidiano e le difficoltà dell’esistenza e ci piace chiudere proprio con i suoi versi, che con voce fresca in ritmi franti ricantano i temi eterni della poesia, tra illusioni ingenue dell’età ed echi leopardiani:

Ed è in questa nudità / che vorrei / vestiti di poesia.

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La conferenza nei locali della biblioteca di Noto. Durante l’incontro, organizzato dal Rotaract, musiche eseguite dal maestro Gabriele Bosco al violino, mentre Giuseppe Puzzo, verseggiatore egli stesso, recita alcune liriche della poetessa e propri componimenti inediti

La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017

Mariannina Coffa, Una donna tante donneLa poetessa dell’Ottocento che parla alle donne di oggi”: questo il titolo dell’incontro che si terrà domani, venerdì 25 marzo, alle ore 17,30 presso la Biblioteca comunale “Principe di Villadorata” di Noto in via Nicolaci, biblioteca che custodisce amorosamente gli scritti della poetessa e patriota netina. L’incontro si inserisce nella programmazione del Rotaract volta alla valorizzazione del territorio e delle sue risorse culturali in senso lato.

Mariannina Coffa (Noto, 1841-1878), enfant prodige della borghesia netina nel passaggio difficile ed esaltante insieme dalla monarchia borbonica al Regno d’Italia, è stata dunque figlia, sorella, amica – corrispose con gli intellettuali dell’epoca pur senza muoversi dalla Sicilia –, innamorata (fu protagonista di un amore tipicamente romantico con Ascenso Mauceri, musicista e autore di tragedie), sposa malmaritata di un possidente terriero di Ragusa, madre (perse tra l’altro due dei cinque figli), patriota e poetessa (accompagnò con la sua poesia e le sue riflessioni i moti risorgimentali e la sua complessa personalità e spiritualità la portò ad un tentativo di emancipazione dagli stilemi dell’epoca verso soluzioni originali): interpretò ognuno di questi ruoli nonostante i limiti della propria condizione di donna, di siciliana, nonostante la malattia e le incomprensioni del contesto familiare e socio-culturale.

La conferenza, tenuta da Maria Lucia Riccioli, docente e scrittrice, autrice tra l’altro di un romanzo storico, “Ferita all’ala un’allodola”, incentrato proprio su Mariannina Coffa, giurata per due anni consecutivi del concorso di “Inchiostro e anima” intitolato alla Capinera di Noto, alla Saffo netina, tanto per ricordare alcune delle immagini cui la Coffa è stata associata, autrice di un saggio sulla prima tesi di laurea dedicata alla poetessa e inserito nel volume “Sguardi plurali” (Armando Siciliano Editore) curato da Marinella Fiume e uscito per raccogliere i lavori dell’omonimo convegno, oltre che di una lettera immaginaria alla Coffa pubblicata per i tipi di LiberAria in “Letteratitudine 3: letture, scritture, metanarrazioni” (a cura di Massimo Maugeri), sarà moderata da Federica Piluccio, presidente del Rotaract club Noto Terra di Eloro; le musiche che accompagneranno l’evento saranno eseguite dal maestro Gabriele Bosco al violino, mentre Giuseppe Puzzo, estimatore della Coffa e verseggiatore egli stesso, reciterà alcune liriche della poetessa e propri componimenti inediti.

A quasi centoquarant’anni dalla scomparsa della poetessa, la sua biografia e le sue opere presentano ancora fertili campi di indagine (pensiamo alla recente scoperta ad opera di Stefano Vaccaro di un inedito rinvenuto nella biblioteca del Castello di Donnafugata).

L’incontro del 25 marzo sarà occasione di riflessione sul modello femminile incarnato dalla Coffa e offrirà lo spunto per ricordare l’incendio del 25 marzo 1911, nel quale persero la vita le “camicette bianche” (pensiamo allo straordinario lavoro di Ester Rizzo per ridare nome dignità e memoria a queste donne), le operaie della Triangle Waist Company: tra di esse c’era una ragazza netina, Gaetana Midolo, cui è stata dedicata la rotatoria di Piazza Nino Bixio. Nel mese dedicato alle donne, ricordare un’emigrata e una figura del nostro Risorgimento non sembrerà un’operazione azzardata.

 

Inizia il 2018 del coro polifonico De Cicco

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Chiuse in bellezza le festività natalizie, riprendono per il 2018 gli impegni del coro polifonico Giuseppe De Cicco…

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http://www.acitsiracusa.it/?p=5041

Ecco il messaggio dell’associazione italo-tedesca di Siracusa:

Giorno 27 gennaio 2018 alle ore 19,45 presso la Chiesa del Santissimo Salvatore, sita in Via Necropoli Grotticelle, celebriamo la giornata della memoria. Il Coro Polifonico “De Cicco”, diretto dal M° Maria Carmela De Cicco e con la M° Cunegonda De Cicco all’organo. Seguirà programma dettagliato.

Vi attendiamo puntuali e numerosi.

                                                      IL PRESIDENTE

Avv. Giuseppe Moscatt

Maria Lucia Riccioli dal febbraio 2016 fa parte del Coro polifonico europeo “Giuseppe De Cicco”, col quale si è esibita il 5 marzo in occasione dello spettacolo per la presentazione del libro di Simona Lo Iacono “Le streghe di Lenzavacche”, candidato al Premio Strega 2016. Nel novembre 2016 ha partecipato al corso di formazione organizzato dallo stesso coro e che ha visto come docente il maestro Pier Paolo Scattolin e il maestro Angela Troilo; nell’ambito dello stesso corso ha seguito le lezioni tenute dal maestro Giovanni Acciai nel gennaio 2017. Con il coro ha partecipato alla IX Settimana della Musica di Paternò (CT); nell’ambito dell’iniziativa “1000 voci per ricominciare” ha cantato presso la Chiesa Madre di Pachino (SR) e il 22 dicembre è stata alla Chiesa del SS.mo Salvatore a Noto (SR).

   In occasione del ventennale del coro “G. De Cicco” ha cantato la “Petite Messe Solennelle” insieme al coro e ai giovani solisti del conservatorio di Stato di Reggio Calabria “Francesco Cilea”, con la partecipazione straordinaria del tenore Salvatore D’Agata e del basso Alessandro Vargetto, presso la Chiesa Madre di Carlentini (SR), il Teatro Don Bosco di Ragusa (nell’ambito della rassegna musicale dell’associazione “Melodica”) e la Chiesa di Santa Lucia alla Badia di Siracusa.

   Il 27 dicembre ha partecipato al raduno natalizio “O Nata Lux” di alcune corali della provincia di Siracusa presso la Chiesa Madre di Rosolini (SR).

   Ha concertato a Siracusa il 6 presso la Basilica Santuario “Madonna delle Lacrime” e il 13 è stata in Cattedrale a chiusura dei festeggiamenti in onore di Santa Lucia nell’ambito della rassegna “I colori del sacro”. Il 27 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, è stata con il coro presso la parrocchia del SS.mo Salvatore di Siracusa per eseguire la Dachau-Messe di padre Gregor Schwake; nella stessa chiesa si è esibita in occasione del concerto pasquale “Per crucem ad lucem” dell’11 aprile 2017. Il 30 maggio, in concomitanza con le #invasionidigitali ad Agira (SR) si è esibita insieme al coro “De Cicco” in gemellaggio con il coro diretto dal maestro Filippo Pistone Nascone, mentre il 24 giugno ha concertato insieme al coro sul sagrato della Basilica Santuario Madonna delle Lacrime di Siracusa. Il 9 settembre con il coro si è esibita presso l’ex convento del Ritiro in Ortigia (SR), ospite del festival “Musica sotto le stelle” organizzato dall’associazione musicale e culturale “Vittorio Guardo”, concertando anche nelle sale del museo dedicato a Leonardo da Vinci e Archimede. Il 20 ottobre è intervenuta con il coro presso il Parco delle Suore di Gesù Redentore di Siracusa per un evento dell’Associazione Dueppiù – Per la città che vorrei di Sergio Pillitteri, mentre il 21 ottobre, presso l’Aula magna dell’Istituto tecnico Alessandro Rizza di Siracusa, insieme allo psicologo e scrittore Giuseppe Lissandrello, al chitarrista Gianluca Astuti, al pianista Graziano Grancagnolo e al soprano Donatella Aloschi, è stata la moderatrice, oltre ad esibirsi con il coro, dell’incontro sulla figura di Baha’u’llah a duecento anni dalla nascita, organizzato da Savitri Jamsran. Il 2 dicembre, in occasione dei festeggiamenti in onore di Santa Barbara, ha cantato nella Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria a Paternò (CT), mentre si è esibita a Carlentini (SR) il 16 e il 23 dicembre e il 22 dicembre a Palazzolo Acreide (SR) presso la Galleria d’arte contemporanea; la stagione natalizia del coro è continuata giorno 29 dicembre con il concerto presso la Soprintendenza per i Beni culturali e ambientali di Siracusa e si è chiusa il 5 gennaio con il concerto presso la Basilica Santuario Madonna delle Lacrime di Siracusa insieme alla Corale Tetracordus e alla Corale 10 in condotta, con il concerto presso la Parrocchia di San Giuseppe operaio a Priolo Gargallo (SR) e giorno 7 con l’ormai tradizionale concerto presso l’Hospice dell’Ospedale Rizza di Siracusa.

Il 27 gennaio 2018 è prevista la celebrazione della Giornata della Memoria presso la Chiesa del Santissimo Salvatore di Siracusa per l’associazione italo-tedesca.

 

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LA CIVETTA DI MINERVA del 19 gennaio 2018

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Oltre al fatto che il nostro giornale è finito su Wikipedia… https://it.m.wikipedia.org/wiki/Roberto_Disma (sì,due miei articoli sono citati…) ecco il nuovo numero del giornale bisettimanale LA CIVETTA DI MINERVA!

 L'immagine può contenere: 3 persone, persone che sorridono
Sostieni il nostro impegno: chiedilo in edicola. Per te è solo un euro, per noi un grande aiuto, per la realtà sociale un mezzo di informazione libero, unico e originale. Non fermiamo le poche voci che sono svincolate da chi decide cosa e quando bisogna sapere. L’informazione è potere. Riappropriamoci della capacità di avere un nostro strumento d’informazione. Ti aspettiamo!
Non solo… LA CIVETTA DI MINERVA twitta pure!
Ecco il link ai miei ultimi articoli usciti sul cartaceo e poi confluiti nel sito…

Don Fortunato Di Noto ammonisce i genitori e la scuola a vigilare su ciò che i ragazzi fanno con smart phone e computer

La Civetta di Minerva, 15 dicembre 2017

Stimolata da un’indagine social del professor Massimo Arcangeli, docente di linguistica italiana ed ex-preside della facoltà di lingue e letterature straniere presso l’Università degli Studi di Cagliari, rifletto insieme a voi lettori sullo statuto di verità che chiediamo alle cose, all’informazione, all’entertainment, alla letteratura e all’arte in genere.

Una delle espressioni dell’anno che sta per concludersi è certamente “fake news”, che fa il paio con la nostrana “bufala” e il trio con “fattoide”, notizia priva di fondamento, ma diffusa e amplificata dai mezzi di comunicazione di massa al punto da essere percepita come vera: sarebbe imminente un pronunciamento del nostro Parlamento per arginare il fenomeno della diffusione in rete di informazioni e notizie false – postate più o meno artatamente –, ma è bene che scuola e famiglia, specie per proteggere i minori in rete, si attivino per insegnare a bambini e ragazzi a navigare su Internet in maniera consapevole (e comunque resta valido e semmai si rafforza l’invito di associazioni come Meter e di esperti come Don Di Noto a vigilare sui minori che utilizzano sempre più smartphone e computer e a non postare immagini e video dei propri figli, dato l’uso sconosciuto e spesso criminoso che di tali dati può essere fatto, specie in un’ottica di lotta contro la pedofilia).

Attenzione dunque sia alle notizie non verificate – spesso basta una rapida conferma da parte di un motore di ricerca, sia per i testi che per le immagini o i video –, ma in effetti ci sarebbe da fare un lungo discorso sugli statuti di verità. Passiamo, nell’arco della stessa giornata, dall’indignazione contro le fake news (che comunque spesso sono trappole per gonzi: la storia e la letteratura ci riportano innumerevoli casi di notizie non verificate, veri e propri specchietti per le allodole) alla fame di reality, un vero e proprio genere a sé stante in cui di reale c’è ben poco (ci si domanda se le gesta di starlette e giovanotti alla Ken, di freak e gente in cerca di quindici minuti di notorietà siano davvero reali: non è vero ma ci credo, verrebbe da dire, allora dov’è la reality?), alla mai troppo deprecata tv verità: c’è chi sulla televisione del dolore, delle lacrime in diretta, delle riunioni familiari, dei casi umani, ha costruito una carriera.

E non è finita: le cosiddette fiction – a parte l’invasione degli anglismi, non si comprende cosa distingua gli sceneggiati di un tempo da film in due-tre puntate con attori improbabili e sceneggiature copiaincollate da analoghi prodotti d’oltralpe e oltreoceano detti fiction – dal latino fictio, finzioni dunque, recite – in cui spesso “il riferimento a fatti, persone, luoghi e avvenimenti reali è puramente casuale” (formula che può evitare querele, ma dietro cui si nascondono cinquantine di sfumature di verità). A fictional (che nel mondo anglosassone riguarda poesia e narrativa, contrapposte alla saggistica, che è appunto non fictional) di recente si contrappone factual: tale è stata definita una trasmissione con Roberto Saviano per il prevalere di situazioni reali, romanzate solo per esigenze di copione. Insopportabili poi le classiche domande su libri e film: “Ma è una storia vera? È veramente successo?”, che annulla secoli di pratica e teoria artistica e letteraria su reale, naturale, vero e trasfigurazione artistica.

Dato che spesso la confusione linguistica è indice di confusione concettuale, abituiamoci a riflettere sul gradiente di realtà di quanto proponiamo e ci viene proposto per una comunicazione ed informazione, oltre che espressione, più consapevole; rafforziamo il lavoro della scuola, che come obiettivo non solo didattico si propone quello di formare giovani adulti dallo spirito critico; battiamoci per la valorizzazione della ricerca e, nel campo dell’intrattenimento, per contenuti più formativi e meno banalmente massificati, altrimenti, dato che nel 2018 dovrebbe essere inammissibile contraddire millenni di scienza con affermazioni sulla Terra piatta o gravidanze ai limiti dell’alieno, non dovremo più stupirci di gruppi di “mamme pancine et coetera” o di “Earth flatters”, concentrati di fake news, fattoidi, bufale, purtroppo non fictional ma factual.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2818:ha-aperto-i-battenti-a-floridia-il-presepe-di-via-giuliano&catid=17&Itemid=143

Nella scena della Natività anche la Chiesa del Giardinello. Programmazione natalizia delle iniziative della neocostituita Pro Loco “Villa dei re”

La Civetta di Minerva, 15 dicembre 2017

Il 9 dicembre scorso è stata inaugurata la programmazione natalizia delle iniziative della neocostituita Pro Loco “Villa dei re” di Floridia con un evento sia culturale che religioso, nel solco della valorizzazione dei beni etnoantropologici sia materiali che immateriali, con tutto il loro portato sociologico e la loro importanza in termini di rilancio dell’immagine della cittadina e di inserimento in un circuito di valorizzazione e fruizione.

Visitabile tutti i giorni dalle ore 18, ha infatti aperto i battenti il Presepe di via Giuliano, realizzato da Giuseppe Amenta non solo nel rispetto delle secolari tradizioni presepistiche (pensiamo a San Francesco e al suo presepe di Greccio, all’arte napoletana dei presepi…) ma anche con perizia tecnica e con l’inserimento nella scena della Natività di scorci floridiani: ad esempio la Chiesa del Giardinello. Non solo: la nascita di Gesù è inserita in una tipica “carretteria” floridiana, l’antica rimessa per l’animale e il carretto. Davvero suggestiva è anche la visita dell’altro ambiente della casa, in cui, come in una capsula del tempo, è possibile visitare la tipica stanza da letto della società agropastorale iblea tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, con la “conca”, ovvero il braciere, la “naca”, la culla per i bambini e tutti gli arredi d’epoca.

Don Lorenzo Russo, parroco della Chiesa di San Francesco d’Assisi, ha benedetto il presepe; sono intervenuti, oltre al sindaco Giovanni Limoli, Cetty Bruno con la partecipazione della professoressa Giovanna Marino Portella e dell’etnoantropologo, che hanno illustrato la finalità della Pro Loco “Villa dei re” e le particolarità storiche del presepe con la loro simbologia. La serata, presentata da Patrizia Tidona, è stata impreziosita dalla musica dell’Ensemble “In Gratia Vox” diretta da Graziano Grancagnolo, con l’esecuzione di brani polifonici legati al Natale: il coro, che si propone fini sia culturali che di crescita umana e di aggregazione sociale, ha spaziato dalla polifonia classica a brani contemporanei come “Hallelujah” di Leonard Cohen riarrangiato per i Pentatonix.

Un paio di domande a Cetty Bruno, figlia dell’indimenticato Nunzio Bruno cui è intitolato il Museo etnoantropologico.

Come nasce questa seconda Pro Loco floridiana?

La Pro Loco “Villa dei re” nasce nel maggio 2016 grazie al nuovo decreto regionale del 2015 che in uno dei suoi articoli prevede che tali associazioni sorgano ogni quindicimila abitanti, quindi avendo Floridia superato i venticinquemila era opportuno che la città potesse avere una seconda Pro Loco, formata da artisti, intellettuali, storici, etnoantropologi impegnati da anni nell’organizzazione di eventi che hanno generato anche un discreto flusso turistico.

“Villa dei re”. Come mai questo nome?

Per via delle ville romane che esistevano nel territorio, poi residenze nobiliari legate a fattorie e casali, poi borghi. Il primo feudatario di Floridia fu Lucio Bonanno Colonna, che richiese al re la licentia populandi, concessa nel 1627. Nel marzo 2017 la Pro Loco ha organizzato un evento per i 390 anni di fondazione del borgo, evento che potrebbe diventare annuale.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2807:ho-raccontato-la-siracusa-delle-tradizioni-nelle-feste&catid=17&Itemid=143

Luciano Aloschi ha presentato alla Dante Alighieri di Buenos Aires “Ortigia, fede e costume”, volume di ricordi gastronomici, usanze, fatti e personaggi che oggi stanno scivolando nell’oblio

 

La Civetta di Minerva, 16 dicembre 2017

“Voglio parlare di un’altra Siracusa, e cioè di quella di cui pochi parlano e tanti amerebbero ricordare: di una Siracusa recente ma che, ormai scordata, pare ricaduta nel suo sonnolento torpore di sempre. Alcuni direbbero: – Scirocco siracusano”.

Si è tenuta il 23 novembre scorso, presso la sede della Società Dante Alighieri di Buenos Aires la presentazione del libro “Ortigia fede e costume”, presente l’autore, il siracusano Luciano Aloschi, che ha raccontato il centro storico di Siracusa e le sue tradizioni legate alla religiosità popolare. L’incontro, concluso in musica con il soprano Nerina Gargero, ha rinsaldato i già potenti legami tra la nazione argentina, terra di migranti, e la nostra Siracusa.

La Civetta ha incontrato per voi Luciano Aloschi, entusiasta dell’esperienza in un paese che ha ammirato per la sua grandiosità, per la tenacia laboriosa dei nostri connazionali all’estero, per l’accoglienza che riserva agli italiani che lo visitano, specie quando illustrano fatti, tradizioni, usanze legate ad un passato comune, a radici coltivate perché non siano dimenticate.

Leggendolo “Ortigia fede e costume”, scritto in un linguaggio semplice – l’autore confessa umilmente di non avere l’ambizione di imitare autori blasonati ma semplicemente di raccontare –, sfilano e sembrano riprendere vita fatti e personaggi come Vittoriu u babbu, Don Ginu u zuccàru…

Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?

Mio nonno materno, Mariano Quadarella, alla fine dell’800 emigrò in Argentina e lì visse per quarant’anni con il piccolo grande sogno di assicurare un futuro ai propri sette figli: ne ho raccontato la storia in un volumetto molto intimo, “Ritratto di famiglia”, scritto per tramandarne la vicenda tra i miei familiari. Da qui i legami con l’Argentina che poi hanno portato al mio invito a presentare il libro presso la Dante Alighieri (che, lo ricordiamo, ha come fine quello di diffondere la cultura italiana nel mondo sia tramite i corsi di Italiano che per mezzo di presentazioni, concerti, conferenze, proiezioni cinematografiche, rappresentazioni teatrali).

“Ortigia fede e costume”: ci descriva la struttura del libro.

Ho voluto legare il racconto delle tradizioni popolari con lo scorrere dell’anno liturgico e il susseguirsi delle sue feste: l’Avvento come tempo forte che porta una ventata di festa con l’Immacolata (che abbiamo appena vissuto l’8 dicembre scorso) e la sua svelata – Maria che si mostra ai suoi fedeli, la musicale “atturna” che sveglia i devoti e li invita ad andare verso la Madre dietro la banda… con il profumo dello “zuccàro” a fare da sfondo alle preghiere. Immancabile il riferimento a Santa Lucia (13 dicembre e poi il 20, l’ottava), alla “cuccìa” come ricordo degli eventi prodigiosi del 1646 e del terremoto del 1693, periodi in cui Siracusa visse tremende carestie, alle candelore come espressione della devozione della nobiltà siracusana (con il profumo dei fiori offerti il 13) e dei pastori e contadini di Akradina, che allora era una contrada non urbanizzata (caratteristiche le decorazioni con gli agrumi). Si passa poi al Natale, ai Magi; dopo l’Epifania, quindi “dopu li Tri Re, olè olè olè”, secondo il detto popolare: passa anche la festa di Sant’Antonio Abate il 17 gennaio e arriva il Carnevale, con le “abbuffuniate”, il “festivallu”, “u sutta nuvanta”, le maschere come quella del dottore con le sue diagnosi esilaranti. Non mancano San Giuseppe (19 marzo), con il famoso “maccu”, preparato con cereali poveri, coi legumi e le verdure, testimoni della società agropastorale e marinara e l’inizio della preparazione dei “lavureddi”, che con il morire del seme prefigurano la Quaresima e la Pasqua, con la Passione e morte di Gesù. Poi la Pasqua con le sue cassatelle, i “panareddri cu l’ovu” per le bambine e gli agnellini per i maschietti… e via discorrendo.

Nello scorrere i tempi forti della liturgia, di un anno che si perpetua nei secoli, mi è stato grato riproporre nei miei ricordi, tutti quei fatti discreti che ho ritenuto riportare affiancandoli ai tempi religiosi, senza cedere nel volgare, ma rispettare la coincidenza tra fede e costume, vivendo la stupenda realtà della regalità di Cristo, che apre e chiude simbolicamente l’anno.

Quando ha iniziato a scrivere?

Ho sempre scritto poesie che spesso sono state premiate – classicheggianti le prime, come ad imitare lo stile dei nostri grandi poeti, quindi non piane come le poesie moderne – ma per una sorta di pudore non ho mai voluto pubblicarle e anzi le distruggevo. Solo da qualche anno ho iniziato a conservarle per i miei nipoti.

Cosa ha apprezzato maggiormente dell’Argentina?

Ho visitato sia Buenos Aires che Mar del Plata, realtà molto diverse, una caratterizzata da una cultura molto urbanizzata – splendidi i grattacieli, i monumenti –, l’altra dalla gente di mare. Un paese comunque bellissimo nonostante la crisi del 2001, una realtà differente dalla nostra.

Con il suo testo teatrale, Orazio Caruso non attualizza banalmente il mito ma ne svela il valore perenneSiracusa, palcoscenico ideale per quest’opera, sarà tappa del tour di presentazione del volumetto

La Civetta di Minerva, 1 dicembre 2017

Milan Kundera si domandava perché il dolore di Penelope per l’assenza di Ulisse venga esaltato mentre tutti “irridono le lacrime di Calipso”. Lo stesso Omero le dedica pochissimi versi. Perché?

Se lo chiede anche Orazio Caruso nel suo ultimo lavoro, il testo teatrale “Calipso”, uscito per i tipi di Algra Editore e portato in scena da Yvonne Guglielmino e dalle “Teste Toste”, gruppo teatrale del Liceo “Regina Elena” di Acireale.

I “giorni più lontani” maturano “lenti nel grembo immobile dell’eternità”: pur paventato, giunge infine il giorno in cui Ulisse deve abbandonare Calipso, la Nasconditrice, simbolo del divino, dell’eterno, che fluisce in maniera diversa rispetto alla dimensione del finito e del tempo cui il Laerziade deve fare ritorno, nutrito e come rigenerato dal lavacro nelle acque senza tempo della divinità. L’isola di Calipso è sottratta – per sortilegio, per volontà imperscrutabile degli dei – allo scorrere dei giorni, ai mutamenti, alla vecchiaia, alla morte. Eden e prigione, hortus conclusus e labirinto, Ulisse (“astuto, esperto, paziente, flessibile, mutevole, esploratore, distruttore, poliedrico”) sa che deve lasciarla insieme alla donna che ha amato per sette anni umani. Sa che deve lasciarla nonostante lei attenda un figlio, Nausitoo, che fa da contraltare a Telemaco, il figlio che gli ha donato Penelope. La donna dell’attesa contro la dea la cui unica colpa è stata voler essere umana, troppo umana.

Con un linguaggio poetico, evocativo, modulato sui classici eppure attento anche alla modernità– le figure femminili risentono del teatro novecentesco, delle riprese contemporanee dei testi antichi – Orazio Caruso non attualizza banalmente il mito ma ne svela il valore perenne.

Orazio Caruso insegna Lettere nelle scuole medie superiori, oltre a curare gli allestimenti teatrali del suo liceo. Si occupa inoltre di critica letteraria, editoria e poesia. I suoi romanzi “Sezione aurea”, “Comici randagi” (selezionato al Premio Brancati – Zafferana), Finisterre (Premio Più a Sud di Tunisi – Portopalo di Capo Passero) e “Pioggia e settembre”, sono stati presentati anche nelle librerie e biblioteche siracusane e Siracusa sarà una delle tappe del tour di presentazione del volumetto; suggeriamo che la patria dell’INDA sarebbe il palcoscenico ideale per questo testo.

 http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2732:i-bambini-di-ortigia-angeli-d-un-cielo-privato-di-bellezza&catid=14&Itemid=138
I ritratti del fotografo Carlo Di Silvestro nel “Vicolo Spirduta”, ragnatela di vichi e rue dai nomi poetici, evocativi: ronchi come anse di un fiume

La Civetta di Minerva, 17 novembre 2017

Il catalogo di una mostra del 1996, che mi catapulta una vita fa. Le fotografie di Carlo Di Silvestro (il padre, Pino, è raffinato e solitario scrittore e artista, capace di creare come per poliedrico genio giocattoli per i nipoti, incisioni tele e romanzi  – ricordiamo “La fuga, la sosta”, “L’ora delle vipere” e il gioiello dedicato ad August von Platen: se questa città fosse meno smemorata saprebbe di dovergli molto) sono frammenti di vita, giovanissima disperata vitale, diremmo pasolinianamente, che ci raccontano il “Vicolo Sperduta”, quella ragnatela di vichi e rue dai nomi poetici, evocativi: tra la Turba la Giudecca e la Graziella, via Alagona Dione Salomone Resalibera Esculapio, ronchi come anse di un fiume fatto di case balconi panni stesi ad asciugare e soprattutto bambini, ragazzini che giocano.

Qui non c’è l’Ortigia da cartolina, quella dei 2750 dalla fondazione, quella dei locali à la page, no: ci sono i muri scrostati, l’umido che trasuda dalle pareti, saracinesche, scritte, ringhiere arrugginite. Certo sono passati vent’anni e molto è stato fatto per rendere Siracusa più degna della sua storia e della sua importanza culturale, ma certo nei vicoli meno frequentati di Ortigia non è raro imbattersi in qualcuna delle scene fissate da Carlo Di Silvestro sulle sue foto che sanno insieme d’antico e contemporaneità.

Pietre, ferro, il mare che non c’è eppure lo si vede erodere le facciate e penetrare le ossa: nei volti, nei sorrisi, nei gesti, nelle smorfie sapientemente fissate dall’occhio del fotografo c’è la vita pulsante di questo lembo di terra abitato fin dalla preistoria, sedimento millenario di vite, come leggiamo nella splendida prefazione di un innamorato di Siracusa, il mai troppo ricordato Vincenzo Consolo (per anni presiedette la giuria del Premio Vittorini, ahimè naufragato alla sua diciottesima edizione: ne ricordo il garbo raro, la parola precisa, netta e gentile insieme):

“Il sito è sempre quello, un lembo di terra che il lavorio del mare separò dall’altra terra e rese isola di stupefazione e desiderio, porto d’ogni approdo, crogiolo d’ogni storia, cima di civiltà, fonte di poesia. Sempre quella è la luce, l’incandescenza di ogni alba, la scaglia abbacinante sopra il mare e la sontuosa porpora, la fiammata fenicia del tramonto. In Ortigia è il libro più denso e più profondo della nostra storia, la conchiglia d’ogni eco, la cetra su cui si modula ogni mito, ogni evento.

“Il tempo è un fanciullo che si diverte a giocare. Suo è il dominio”, scrisse qualcuno. E quel fanciullo eterno giocò in Ortigia il gioco più spensierato e più crudele, sforzò lo scrigno, disperse ogni memoria, ridusse in polvere ogni segno. Il tempo e la sua complice consapevole e beffarda, la storia, precipitata da “più superba altezza” alle piane desolate, ai dirupi, alle latomie più buie e più corrotte.

Rovinò la storia fino la più vicina Ortigia, quel teatro ulteriore di geometria domestica, paravento, quinta e fondale di conforto contro lo smarrimento d’un passato enorme, reticolo borghese e popolare, gioco di prominenze e rientranze, vele al vento d’un esplicito barocco, fantasiose fughe moderniste, incise nella tenera pietra color miele, incroci di rue d’affabilità, pause, piazze di scambi, di racconti.

In questo teatro decaduto, fra queste scene sfatte, tra erosioni e scrostature, lebbre di salsedine e fiori di salnitro, schermi di crolli e muri che accecano aulici portali, fra sconnessure e crepe, cespi di rovi e ortiche, in questo spazio d’oblio e offesa, dove l’eterna “luce d’orïental zaffiro” crudamente risalta ogni piaga, ogni sozzura, s’è mosso il giovane fotografo Carlo Di Silvestro. S’è mosso in questo “suo” teatro d’amore e di memoria per ritrarre una grazia, la Grazia che in quel marasma d’abbandono, in quello squarcio d’ogni tessuto di rispetto, prepotentemente rinasce e afferma il suo diritto d’esistenza, il suo potere contro ogni bruttura, ogni malizia, ogni consapevolezza.

I bambini d’Ortigia ritratti da Di Silvestro sono angeli d’un cielo privato di bellezza, sono, in quello iato, in quel vuoto allarmante, nelle loro corse, nei loro salti, nei loro giochi, nei loro sguardi, immagini di una gioia, di un’innocenza che nessuna distorta storia riesce a cancellare. Ma denunziano insieme, le immagini, la minaccia che incombe su quella grazia fragile, su quella luce breve, su quelle fuggevoli figure d’ineffabile bellezza (Milano, 14 maggio 1996).

 

 

 

 

 

 

 

Daphne Caruana Galizia, mezz’ora prima di morire, scrisse: “A Malta c’è corruzione ovunque”. Un quotidiano americano l’aveva definita “una delle 28 persone che stanno formando, scuotendo e agitando l’Europa”.

 

La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017

Si allunga la lista dei martiri della parola. È di pochi giorni fa la terribile notizia della morte di Daphne Caruana Galizia, giornalista e blogger maltese la cui colpa è stata quella di usare l’arma della penna e della tastiera contro intimidazioni e bombe per indagare sulla corruzione che a Malta sembra dilagare come un cancro che metastatizza nell’affarista e forse complice Europa.

Laureata in archeologia, madre di tre figli, è stata una firma regolare per The Sunday Times e redattrice associata per The Malta Independent, oltre che direttrice della rivista Taste & Flair.

Curava un popolare e controverso blog dal titolo Running Commentary, contenente segnalazioni investigative; diverse le battaglie legali dovute proprio alla pubblicazione di post su magistrati e leader politici ed importanti le sue rivelazioni sulla corruzione e la mancanza di trasparenza a Malta. Il quotidiano americano “Politico” ebbe a definirla come una delle “28 persone che stanno formando, scuotendo e agitando l’Europa”.

Minacciata di morte – dopo aver sostenuto che una società panamense fosse di proprietà della moglie del primo ministro Muscat e aver criticato Delia, leader dell’opposizione nazionalista –, Daphne Caruana Galizia è rimasta uccisa lo scorso 16 ottobre nell’esplosione di un’autobomba.

Unanimi e di circostanza i cori di condanna dell’accaduto ma diversa è la posizione della famiglia: in un messaggio su Facebook uno dei figli della donna –  giornalista appartenente all’International Consortium of Investigative Journalists – ha mosso forti accuse contro le autorità di Malta, in cui Stato e crimine organizzato sarebbero indistinguibili, responsabili e complici a suo dire dell’assassinio della madre.

Sospeso dal servizio e indagato un sergente di polizia maltese per il commento all’omicidio della giornalista in cui ha affermato che «Tutti hanno quello che si meritano, merda di vacca. Sono felice».

Al di là di questo e del prosieguo delle indagini – coinvolta anche l’FBI –, colpiscono le ultime parole scritte da Daphne Caruana Galizia sul suo blog mezz’ora prima della morte: “There are crooks everywhere you look now. The situation is desperate” (“Ora ci sono corrotti ovunque guardi. La situazione è disperata).

Non meno toccanti – sia dal punto di vista personale che da quello deontologico: cosa possono le parole di una giornalista coraggiosa contro quella che è stata definita la “cleptocrazia” del Mondo di Mezzo, il potere occulto che viene a patti con la malavita organizzata per tenere in piedi un impero basato sulla corruzione? – le parole del figlio di Daphne Caruana Galizia: «Mia madre è stata uccisa perché si è messa tra la legge e quelli che cercavano di violarla, come molti bravi giornalisti. Ma è stata colpita perché era l’unica persona a farlo. È questo quello che succede quando le istituzioni sono incapaci: l’ultima persona rimasta in piedi è spesso una giornalista. Il che la rende la prima persona a essere uccisa».

Ricordiamo ai lettori che nei primi 273 giorni del 2017 l’Osservatorio Ossigeno ha documentato minacce a 256 giornalisti ed ha inoltre ha reso note minacce ad altri 65 giornalisti per episodi degli anni precedenti conosciuti dall’Osservatorio solo di recente; dietro ogni intimidazione documentata dall’Osservatorio almeno altre dieci resterebbero ignote perché le vittime non hanno la forza di renderle pubbliche.

Questo dovrebbe farci riflettere sul lavoro dei giornalisti, profeti disarmati del nostro tempo, sentinelle contro abusi e corruzione, spesso voce di chi non ha voce.

Per la prima volta la teca che contiene le lacrime della Madonna, prodigio avvenuto a Siracusa nel 1953, viene accolta in uno studio televisivo. Testimoni e studiosi narrano l’evento

La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017

«Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti» (Mt 10, 27). Non c’è forse citazione biblica migliore per parlare dell’annuncio della parola di Dio attraverso i media: i “tetti” del Vangelo di Matteo ci richiamano quelli contemporanei, fitti di parabole e ripetitori che trasmettono in ogni parte del globo parole, immagini, suoni. E che possono diventare strumento sempre nuovo di diffusione di contenuti culturali e spirituali, di riflessione sui valori non solo confessionali ma latu sensu umani.

Per la prima volta il reliquiario della Madonna delle Lacrime di Siracusa viene accolto in uno studio televisivo: presso gli studi di Padre Pio tv è stata registrata una puntata speciale della trasmissione “Nella Fede della Chiesa” con la presenza del prezioso reliquiario. La puntata è andata in onda Martedì 31 Ottobre alle 16 ed in replica Mercoledì 1 alle 8:45, Giovedì 3 alle 13:45 e Venerdì 4 alle 22:45 al canale 145 del digitale terrestre, 852 di Sky e 445 di TvSat. Appuntamento speciale, quindi, per i santi e i defunti con la presenza del prezioso reliquiario della Madonna delle Lacrime di Siracusa – ricordiamone l’autore, Biagio Poidimani, che lo realizzò nel 1954 in oro, argento e pietre preziose, rappresentando Santa Lucia e San Marciano, il primo vescovo di Siracusa, San Pietro e San Paolo, oltre a quattro angeli che custodiscono l’urna di vetro con la fialetta contenente le lacrime.

In studio, Don Francesco Cristofaro, mentre ad accompagnare la reliquia e a spiegare l’evento prodigioso della lacrimazione del 1953 Don Raffaele Aprile– che ha anche recitato una sua poesia in onore della Madonna delle Lacrime, “quella metà di cielo che parla di salvezza”, oltre che a spiegare teologicamente il significato del prodigio – e la dottoressa Concita Catalano, che ha spiegato al pubblico quali analisi vennero compiute all’epoca dalla commissione medica appositamente istituita per accertare la veridicità del fenomeno, con l’ausilio di immagini e filmati – toccante anche dal punto di vista umano la vicenda del dottor Cassola, il cui contatto con le lacrime da esaminare trasformò profondamente la sua vita di uomo e di medico.

Significativa anche la coincidenza della presenza delle reliquie di Giovanni Paolo II in Santuario: papa Wojtyla, devoto della Madonna delle Lacrime, nel novembre del 1994 ne consacrò il santuario durante la storica visita a Siracusa; il pontefice polacco, maestro di comunicazione, ha dedicato scritti, riflessioni e interventi sul ruolo dei media nell’apostolato e nell’ottica dell’unità della famiglia umana.

Incastonate in un artistico reliquiario opera del maestro Gulino – in Basilica è possibile anche ammirarne anche altri pregevoli manufatti – le reliquie di Wojtyla hanno richiamato un buon numero di fedeli devoti di questo Santo della nostra contemporaneità.

 

Interessante mostra documentaria su 400 anni di vicende femminili. Non solo aborti, stupri e delitti ma anche testamenti e figure storiche. Donne dalle condizioni socioeconomiche diverse, donne dalle storie variegate, donne da conoscere e ricordare

La Civetta di Minerva, 19 maggio 2017

Sarà visitabile fino al 31 maggio 2017 – quindi anche durante l’Infiorata – nei saloni espositivi di Palazzo Impellizzeri, sede della Sezione di Noto dell’Archivio di Stato di Siracusa, la mostra documentaria ”Storie di donne nei documenti d’archivio”.

L’esposizione, inaugurata a marzo con un evento teatrale suggestivo, l’emozionante performance delle artiste Chiara Spicuglia, Rina Rossitto e Miriam Scala, che hanno dato respiro e anima con “Voci di donne” a Gaetana Midolo, Marianna Ciccone e Franca Viola, accompagnate dal gruppo dei ragazzi del S.Cuore –,  è stata realizzata utilizzando la documentazione proveniente da vari fondi archivistici: fascicoli processuali della Gran Corte Criminale, atti notarili, atti dell’Università di Noto e Prefettura, tutti documenti riferiti a vicende e figure femminili del nostro territorio vissute nell’arco di quattrocento anni.

Regestazione ed allestimento della mostra sono stati curati dalle archiviste della Sezione di Noto, Giuseppina Calvo e Anna Lorenzano, con la collaborazione di Maria Teresa Azzarelli. Coordinatore della mostra è Concetta Corridore, direttore dell’Archivio di Stato di Siracusa. Importante anche il contributo di Salvatore Zuppardo, che ha realizzato la brochure esplicativa dell’esposizione.

Il visitatore sarà suggestionato da tante voci provenienti dal passato: quella del charaullo – meraviglia lessicale per una tradizione tipicamente siciliana – che motus amore divino perdona la moglie adultera nel 1551, quella di Eleonora Nicolaci che parla attraverso il proprio testamento, quella del letterato e scienziato avolese Giuseppe Bianca che ringrazia la poetessa e patriota netina Mariannina Coffa per il dono della sua pubblicazione “Nuovi Canti” (1859)…

Interessante notare anche il progresso della condizione femminile (vedi il documento sull’Unione donne italiane ad esempio) nell’ambito dell’istruzione e dell’introduzione alle professioni.

Toccante leggere l’atto di nascita di Gaetana Midolo, che morì appena quindicenne nel rogo della fabbrica newyorkese “Triangle Waist Company”: insieme a tante altre operaie, sfruttate e sottoposte a condizioni di lavoro disumane, è una delle “camicette bianche” la cui vicenda ha dato origine alla tradizione dell’8 marzo e che è stata studiata da Ester Rizzo (il volume sulle ricerche della studiosa è edito da Navarra editore e ha permesso di dare un nome e far intitolare vie ed altri spazi pubblici alle operaie, 24 delle quali siciliane, morte nell’incendio della fabbrica di camicie).

Riempite strade, piazze, cortili e chiese con note di armonia, canti, musica. Questa edizione dedicata a Salvatore Di Pietro, l’anno prossimo a Corrado Carbè

La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017

Domenica 19 marzo, in occasione della Festa mondiale della poesia ad Avola, declinata in due giorni speciali tra Avola e Noto, si sono concluse la quindicesima edizione di “Dalle otto alle otto” e la sesta edizione di “Libri di-versi in diversi libri” dedicata a Salvatore Di Pietro: Carlo Sorgia, Alessandra Nateri Sangiovanni e Maria Pia Vido si sono classificati rispettivamente al primo, secondo e terzo posto in quella che non è tanto una tenzone letteraria ma un’occasione di incontro, scambio e crescita nel nome della poesia: in un tempo arido e materialista, in cui scrivere versi sembrerebbe anacronistico e del tutto inutile, poesia è anche riempire strade, piazze, cortili e chiese di Avola e Noto di armonia, canti, musica e, soprattutto, poesie, “celebrando” secondo l’anima di questo concorso, il libraio-editore Ciccio Urso, sostenuto come sempre da Liliana Calabrese, dai giurati e dal manipolo di artisti del Val di Noto che seguono le loro iniziative, “la magia della creatività, spontaneamente e senza programmazione, nonostante l’indifferenza di intellettuali egocentrici e della massa insignificante che ci circonda, e, soprattutto, senza sindaci e assessori e a personaggi di potere, perché l’unico potere abbracciato da ciascuno è quello della fantasia e della bellezza di un verso, dell’incontro con un accadimento inaspettato, ma collegato a ciascuno, e l’adesione entusiastica di persone graditissime”.

Tra i giurati, docenti e poeti: Maria Barone, Corrado Bono, Liliana Calabrese, Antonino Causi, Francesca Corsico, Luigi Ficara, Benito Marziano, Orazio Parisi, Vera Parisi, Fausto Politino, Maria Restuccia, Lilia Urso, Marco Urso e i poeti vincitori Giovanni Catalano, Manuela Magi, Maria Chiara Quartu, Pietro Vizzini, Nina Esposito.

Sono state consegnate le targhe della memoria dedicate a poeti sparsi in diverse città italiane e grazie all’intervento di poeti di diverse regioni italiane, compresa la Sardegna, è stato raggiunto l’obiettivo di creare ponte con gli altri, ascoltando e uscendo da sé, diventando ideali punti di riferimento e modelli di vivere creativo positivo, da moltiplicare nel mondo.

La nuova edizione del concorso letterario verrà come ormai consuetudine dedicata a un poeta amico della Libreria Editrice Urso, scomparso anzitempo, e cioè al poeta-scrittore Corrado Carbè scomparso il 20 febbraio 2017 nel mentre stava partecipando alla precedente edizione di questo Concorso, dove, tra l’altro, si classificava al sesto posto della classifica finale, insieme a Cettina Lascia Cirinnà, Mimma Raspanti, Federico Guastella, Rita Stanzione, Simona Forte, Marianinfa Terranova, Antonella Santoro, Gianluca Macelloni, Grazia La Gatta.

Meritano una menzione particolare e vanno incoraggiati i giovani artisti: in un’edizione di qualche anno fa Davide Giannelli scriveva che quando saprai che stai per morire, / dalle tue ceneri di nuovo un sorriso. / E la tua melodia canterai (da Vivere d’amore).

Miriam Vinci, selezionata nell’edizione 2016/2017, ben rappresenta l’anelito giovanile alla Bellezza nonostante il grigiore del quotidiano e le difficoltà dell’esistenza e ci piace chiudere proprio con i suoi versi, che con voce fresca in ritmi franti ricantano i temi eterni della poesia, tra illusioni ingenue dell’età ed echi leopardiani:

Ed è in questa nudità / che vorrei / vestiti di poesia.

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La conferenza nei locali della biblioteca di Noto. Durante l’incontro, organizzato dal Rotaract, musiche eseguite dal maestro Gabriele Bosco al violino, mentre Giuseppe Puzzo, verseggiatore egli stesso, recita alcune liriche della poetessa e propri componimenti inediti

La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017

Mariannina Coffa, Una donna tante donneLa poetessa dell’Ottocento che parla alle donne di oggi”: questo il titolo dell’incontro che si terrà domani, venerdì 25 marzo, alle ore 17,30 presso la Biblioteca comunale “Principe di Villadorata” di Noto in via Nicolaci, biblioteca che custodisce amorosamente gli scritti della poetessa e patriota netina. L’incontro si inserisce nella programmazione del Rotaract volta alla valorizzazione del territorio e delle sue risorse culturali in senso lato.

Mariannina Coffa (Noto, 1841-1878), enfant prodige della borghesia netina nel passaggio difficile ed esaltante insieme dalla monarchia borbonica al Regno d’Italia, è stata dunque figlia, sorella, amica – corrispose con gli intellettuali dell’epoca pur senza muoversi dalla Sicilia –, innamorata (fu protagonista di un amore tipicamente romantico con Ascenso Mauceri, musicista e autore di tragedie), sposa malmaritata di un possidente terriero di Ragusa, madre (perse tra l’altro due dei cinque figli), patriota e poetessa (accompagnò con la sua poesia e le sue riflessioni i moti risorgimentali e la sua complessa personalità e spiritualità la portò ad un tentativo di emancipazione dagli stilemi dell’epoca verso soluzioni originali): interpretò ognuno di questi ruoli nonostante i limiti della propria condizione di donna, di siciliana, nonostante la malattia e le incomprensioni del contesto familiare e socio-culturale.

La conferenza, tenuta da Maria Lucia Riccioli, docente e scrittrice, autrice tra l’altro di un romanzo storico, “Ferita all’ala un’allodola”, incentrato proprio su Mariannina Coffa, giurata per due anni consecutivi del concorso di “Inchiostro e anima” intitolato alla Capinera di Noto, alla Saffo netina, tanto per ricordare alcune delle immagini cui la Coffa è stata associata, autrice di un saggio sulla prima tesi di laurea dedicata alla poetessa e inserito nel volume “Sguardi plurali” (Armando Siciliano Editore) curato da Marinella Fiume e uscito per raccogliere i lavori dell’omonimo convegno, oltre che di una lettera immaginaria alla Coffa pubblicata per i tipi di LiberAria in “Letteratitudine 3: letture, scritture, metanarrazioni” (a cura di Massimo Maugeri), sarà moderata da Federica Piluccio, presidente del Rotaract club Noto Terra di Eloro; le musiche che accompagneranno l’evento saranno eseguite dal maestro Gabriele Bosco al violino, mentre Giuseppe Puzzo, estimatore della Coffa e verseggiatore egli stesso, reciterà alcune liriche della poetessa e propri componimenti inediti.

A quasi centoquarant’anni dalla scomparsa della poetessa, la sua biografia e le sue opere presentano ancora fertili campi di indagine (pensiamo alla recente scoperta ad opera di Stefano Vaccaro di un inedito rinvenuto nella biblioteca del Castello di Donnafugata).

L’incontro del 25 marzo sarà occasione di riflessione sul modello femminile incarnato dalla Coffa e offrirà lo spunto per ricordare l’incendio del 25 marzo 1911, nel quale persero la vita le “camicette bianche” (pensiamo allo straordinario lavoro di Ester Rizzo per ridare nome dignità e memoria a queste donne), le operaie della Triangle Waist Company: tra di esse c’era una ragazza netina, Gaetana Midolo, cui è stata dedicata la rotatoria di Piazza Nino Bixio. Nel mese dedicato alle donne, ricordare un’emigrata e una figura del nostro Risorgimento non sembrerà un’operazione azzardata.

 

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Ecco il link ad uno dei miei ultimi articoli confluiti nel sito…

 
Luciano Aloschi, da anni trapiantato in Argentina, ha presentato alla Dante Alighieri di Buenos Aires “Ortigia, fede e costume”, volume di ricordi gastronomici, usanze, fatti e personaggi che oggi stanno scivolando nell’oblio

 

La Civetta di Minerva, 16 dicembre 2017

“Voglio parlare di un’altra Siracusa, e cioè di quella di cui pochi parlano e tanti amerebbero ricordare: di una Siracusa recente ma che, ormai scordata, pare ricaduta nel suo sonnolento torpore di sempre. Alcuni direbbero: – Scirocco siracusano”.

Si è tenuta il 23 novembre scorso, presso la sede della Società Dante Alighieri di Buenos Aires la presentazione del libro “Ortigia fede e costume”, presente l’autore, il siracusano Luciano Aloschi, che ha raccontato il centro storico di Siracusa e le sue tradizioni legate alla religiosità popolare. L’incontro, concluso in musica con il soprano Nerina Gargero, ha rinsaldato i già potenti legami tra la nazione argentina, terra di migranti, e la nostra Siracusa.

La Civetta ha incontrato per voi Luciano Aloschi, entusiasta dell’esperienza in un paese che ha ammirato per la sua grandiosità, per la tenacia laboriosa dei nostri connazionali all’estero, per l’accoglienza che riserva agli italiani che lo visitano, specie quando illustrano fatti, tradizioni, usanze legate ad un passato comune, a radici coltivate perché non siano dimenticate.

Leggendolo “Ortigia fede e costume”, scritto in un linguaggio semplice – l’autore confessa umilmente di non avere l’ambizione di imitare autori blasonati ma semplicemente di raccontare –, sfilano e sembrano riprendere vita fatti e personaggi come Vittoriu u babbu, Don Ginu u zuccàru…

Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?

Mio nonno materno, Mariano Quadarella, alla fine dell’800 emigrò in Argentina e lì visse per quarant’anni con il piccolo grande sogno di assicurare un futuro ai propri sette figli: ne ho raccontato la storia in un volumetto molto intimo, “Ritratto di famiglia”, scritto per tramandarne la vicenda tra i miei familiari. Da qui i legami con l’Argentina che poi hanno portato al mio invito a presentare il libro presso la Dante Alighieri (che, lo ricordiamo, ha come fine quello di diffondere la cultura italiana nel mondo sia tramite i corsi di Italiano che per mezzo di presentazioni, concerti, conferenze, proiezioni cinematografiche, rappresentazioni teatrali).

“Ortigia fede e costume”: ci descriva la struttura del libro.

Ho voluto legare il racconto delle tradizioni popolari con lo scorrere dell’anno liturgico e il susseguirsi delle sue feste: l’Avvento come tempo forte che porta una ventata di festa con l’Immacolata (che abbiamo appena vissuto l’8 dicembre scorso) e la sua svelata – Maria che si mostra ai suoi fedeli, la musicale “atturna” che sveglia i devoti e li invita ad andare verso la Madre dietro la banda… con il profumo dello “zuccàro” a fare da sfondo alle preghiere. Immancabile il riferimento a Santa Lucia (13 dicembre e poi il 20, l’ottava), alla “cuccìa” come ricordo degli eventi prodigiosi del 1646 e del terremoto del 1693, periodi in cui Siracusa visse tremende carestie, alle candelore come espressione della devozione della nobiltà siracusana (con il profumo dei fiori offerti il 13) e dei pastori e contadini di Akradina, che allora era una contrada non urbanizzata (caratteristiche le decorazioni con gli agrumi). Si passa poi al Natale, ai Magi; dopo l’Epifania, quindi “dopu li Tri Re, olè olè olè”, secondo il detto popolare: passa anche la festa di Sant’Antonio Abate il 17 gennaio e arriva il Carnevale, con le “abbuffuniate”, il “festivallu”, “u sutta nuvanta”, le maschere come quella del dottore con le sue diagnosi esilaranti. Non mancano San Giuseppe (19 marzo), con il famoso “maccu”, preparato con cereali poveri, coi legumi e le verdure, testimoni della società agropastorale e marinara e l’inizio della preparazione dei “lavureddi”, che con il morire del seme prefigurano la Quaresima e la Pasqua, con la Passione e morte di Gesù. Poi la Pasqua con le sue cassatelle, i “panareddri cu l’ovu” per le bambine e gli agnellini per i maschietti… e via discorrendo.

Nello scorrere i tempi forti della liturgia, di un anno che si perpetua nei secoli, mi è stato grato riproporre nei miei ricordi, tutti quei fatti discreti che ho ritenuto riportare affiancandoli ai tempi religiosi, senza cedere nel volgare, ma rispettare la coincidenza tra fede e costume, vivendo la stupenda realtà della regalità di Cristo, che apre e chiude simbolicamente l’anno.

Quando ha iniziato a scrivere?

Ho sempre scritto poesie che spesso sono state premiate – classicheggianti le prime, come ad imitare lo stile dei nostri grandi poeti, quindi non piane come le poesie moderne – ma per una sorta di pudore non ho mai voluto pubblicarle e anzi le distruggevo. Solo da qualche anno ho iniziato a conservarle per i miei nipoti.

Cosa ha apprezzato maggiormente dell’Argentina?

Ho visitato sia Buenos Aires che Mar del Plata, realtà molto diverse, una caratterizzata da una cultura molto urbanizzata – splendidi i grattacieli, i monumenti –, l’altra dalla gente di mare. Un paese comunque bellissimo nonostante la crisi del 2001, una realtà differente dalla nostra.

 

 

 

Mariannina Coffa (6 gennaio 1878 – 2018)

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Il 6 gennaio 1878 si spegneva a Noto la poetessa e patriota netina Mariannina Coffa Caruso in Morana, protagonista del mio romanzo storico FERITA ALL’ALA UN’ALLODOLA.

 

Ancora emozionata, onorata e felice, RIpubblico le fotografie (grazie a Marianna Rotella) dello spettacolo di giorno 25 novembre scorso…

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Io e Teresa Caporale… attrice e autrice.

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In bianco e nero…

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Intensità.

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Le pagine del mio romanzo, le poesie di Mariannina Coffa… tutto ha preso vita attraverso la voce e il corpo di Teresa Caporale, sapientemente guidata dalla regia di Tommaso Massimo Rotella che ha voluto rappresentare le costrizioni del contesto in cui è vissuta la Coffa lasciando “agire” l’attrice da seduta, come su un baldacchino.

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Risuonano i nomi dei maestri di Mariannina… Francesco Serra Caracciolo, Corrado Sbano… e quello del grande amore Ascenzio Mauceri. Del marito, delle due bambine morte…

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Il matrimonio con Giorgio Morana…

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Lutto…

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La Capinera di Verga…

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Grazie.

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Teresa Caporale e Tommaso Massimo Rotella.

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​​​L’Associazione culturale Magdeleine G. in collaborazione con Piemonte dal Vivo,  lo SPI CGIL Lega 27 ed il

Comune di Gassino T.se,

Sono lieti di annunciare che, il Teatro Vecchio Mercato in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne 

Presenta 

nella Stagione teatrale 2017-2018

 Sabato 25 Novembre ore 21.00



Con Teresa Caporale

Regia Tommaso Massimo Rotella

 

Una donna con una grande passione per la poesia, una donna che aveva sacrificato tutta se stessa per non contravvenire alle regole della società, una donna che aveva immolato il suo più grande amore perché il destino aveva già scritto per lei quale sarebbe stata la sua storia, una donna creduta pazza e malata solo perché inseguiva il suo più grande sogno: Mariannina Coffa. La sua storia quella della cosiddetta “Capinera di Noto”è tutt’altro che fantasia. Enfant prodige dei salotti buoni della Sicilia Sud-Orientale, già da bambina recitava poesie e rime all’istante partendo da parole che le venivano assegnate dagli adulti, Mariannina coltiva l’arte dei versi che si tradurrà da grande nella passione per lo scrivere, passione sublime quanto portatrice di disgrazie. Costretta a sposare un uomo che non ama, ad abbandonare la sua famiglia e la sua città natale, Noto, per trasferirsi nella città del marito, Ragusa, angariata dai lutti di due dei suoi quattro figli morti in tenera età, Mariannina riesce ad evadere da un mondo troppo duro solo grazie alla poesia ma neppure questa le è permessa, una donna che pensa, infatti, che vuole esprimere i propri sentimenti è qualcosa di inaccettabile nella società del suo tempo, la gente comincia ad additarla come folle mentre il marito le proibisce categoricamente di continuare a fare l’unica cosa che la fa stare bene, l’unica cosa che la fa sopravvivere: scrivere. Ribellatasi alle sue condizione di vita,

decise di abbandonare il tetto coniugale e fare ritorno nella sua Noto per dare libero sfogo alla sua arte creativa con una breve quanto intensa stagione simbolista. Morirà giovane a trentasei anni, disprezzata dalla famiglia e abbandonata da tutti.

Si ringraziano:

La ProLoco di Gassino T.se, Lo SPI CGIL Lega 27,

Supermercati Borello, La Profumeria Essenza di Pina Caracciolo e L’Erboristeria della Dott.sa Elena Rabbione, che come sempre ci sostengono!

Per maggiori informazioni e prenotazioni

rivolgersi in segreteria al numero 011-19824814

Una bellissima novità che riguarda la poetessa e patriota netina Mariannina Coffa Caruso e indirettamente anche il mio romanzo FERITA ALL’ALA UN’ALLODOLA.

Grazie alla voce e al gesto di Teresa Caporale e alla regia di Tommaso Massimo Rotella, giorno 25 novembre 2017 (Giornata internazionale contro la violenza sulle donne), sabato, è andata in scena presso il Teatro Vecchio Mercato di Gassino Torinese la storia di Mariannina Coffa…

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Ecco le informazioni per raggiungerlo…

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Di solito risponde entro un’ora

https://www.facebook.com/Teatro-Vecchio-Mercato-211938572271347/?fref=ts (la pagina FB del Teatro… con le informazioni sullo spettacolo e la stagione teatrale di quest’anno).

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L’articolo in merito pubblicato su LA CIVETTA DI MINERVA…

http://www.lastampa.it/2017/11/22/torinosette/eventi/il-mio-nome-e-psiche-al-teatro-vecchio-mercato-tkoDIhtOARh4lmlP8tB3fM/pagina.html (LA STAMPA)

“IL MIO NOME E’ PSICHE” AL TEATRO VECCHIO MERCATO

Piazza Sampieri 30, Gassino
Da sabato 25 novembre  Alle  21
Agenda: TEATRO

In occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, la compagnia Magdeleine G. presenta “Il mio nome è Psiche”, spettacolo che racconta una storia di violenza sottile, subita da una donna e artista nella Sicilia della seconda metà dell’Ottocento, la poetessa Mariannina Coffa. Biglietti 10 euro, ridotto 8 euro. Info e prenotazioni: 011/19824814, 347/0643566, http://www.magdeleineg.org.

IL MIO NOME È PSICHE

TEATRO VECCHIO MERCATO – Gassino
sabato 25 novembre ore 21:00

Spettacolo in occasione della Giornata Mondiale contro la violenza sulle Donne

Mariannina Coffa. Una donna con una grande passione per la poesia, che immolò il suo più grande amore perché il destino aveva già scritto per lei quale sarebbe stata la sua storia. Una donna creduta pazza e malata solo perché inseguiva il suo più grande sogno. La sua storia, la “Capinera di Noto”, è tutt’altro che fantasia. Enfant prodige dei salotti buoni della Sicilia Sud-Orientale, già da bambina recitava poesie e rime all’istante partendo da parole che le venivano assegnate dagli adulti. Mariannina coltivava l’arte dei versi la passione per lo scrivere, passione sublime quanto portatrice di disgrazie. Fu costretta a sposare un uomo che non amava, ad abbandonare la sua famiglia e la sua città natale, Noto, per trasferirsi nella città del marito, Ragusa. Due dei suoi quattro figli morirono in tenera età. Mariannina tentò di evadere da un mondo troppo duro grazie alla poesia, ma neppure questa le fu permessa. Una donna che pensa, infatti, è qualcosa di inaccettabile nella società del suo tempo e fece sì che la gente l’addittò come folle mentre il marito le proibì categoricamente di continuare a fare l’unica cosa che la fa stare bene, scrivere. Ribellatasi alle sue condizione di vita, decise di abbandonare il tetto coniugale e fare ritorno nella sua Noto per dare libero sfogo alla sua arte creativa con una breve quanto intensa stagione simbolista. Morì giovane a trentasei anni, disprezzata dalla famiglia e  abbandonata da tutti.

TEATRO VECCHIO MERCATO

Piazza Sampieri
Gassino, TO 10090 Italia

BIGLIETTERIA

BIGLIETTI
Intero: 10 euro
Ridotto: 8 euro

COME RAGGIUNGERE IL TEATRO
In auto: da Corso Casale (Torino), arrivati a San Mauro Torinese, seguire in direzione Casale sulla SS590 della Val Cerrina dalla Tangenziale NORD uscita Caselle, seguire per Borgaro / Chivasso ed uscire a Volpiano Sud, poi seguire per SP220 direzione Brandizzo ed uscire a Gassino dall’autostrada A4 Mi – To uscire a Volpiano Sud, poi seguire per SP220 direzione Brandizzo ed uscire a Gassino
In bus: linea GTT, servizio extraurbano direzione Casale, fermata n. 10814

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI
Teatro Vecchio Mercato
Piazza Sampieri – Gassino Torinese
Associazione Culturale Magdeleine G.
Direzione, Organizzazione e Produzione: Silvia Gatti, Tommaso Massimo Rotella
Segreteria: Angela Gavello
Informazioni e prenotazioni:
tel. 011.19824814
segreteria@magdeleineg.org
http://www.magdeleineg.org
È consigliata la prenotazione.

Facebook Teatro Vecchio Mercato

https://www.eventa.it/eventi/gassino-torinese/il-mio-nome-e-psiche-con-teresa-caporale-regia-tommaso-mrotella

https://www.facebook.com/events/550005412006613/ (L’evento Facebook…)

E dei promo…

Tommaso Massimo Rotella ha già affrontato artisticamente la figura della Coffa: ecco un articolo relativo ad uno spettacolo del marzo scorso, rappresentato ad Asti presso il Teatro Alfieri.

https://www.fondoassistenzaebenessere.it/fab-al-teatro-alfieri-asti/

FAB S.M.S. annuncia la serata “Io nel pensier mi fingo”

FAB S.M.S. ANNUNCIA LA SERATA “IO NEL PENSIER MI FINGO”

Vi aspettiamo il 3 marzo al Teatro Alfieri di Asti per un appuntamento con la poesia dell’Ottocento

E’ con grande piacere che annunciamo la serata “Io nel pensier mi fingo” che si terrà il prossimo 3 marzo al Teatro Alfieri di Asti, organizzata dall’Associazione Culturale Mousikè e di cui siamo parte attiva con FAB S.M.S.
Uno spettacolo che sotto la sapiente regia di Tommaso Rotella ripercorre alcune poesie dei più noti autori dell’800, in parte recitate dalle voci narranti degli attori Chiara Buratti e Francesco Visconti, in parte musicate da Beppe Giampà ed Alberto Mandarini e cantate dallo stesso Beppe Giampà, accompagnato dall’Accademia Verdi Ensemble. Da Ugo Foscolo a Giacomo Leopardi, da Giosuè Carducci a Giovanni Pascoli e Alessandro Manzoni, passando per Carlo Porta, Giuseppe Gioacchino Belli, Salvatore Di Giacomo, Cesare Pascarella e Costantino Nigra, fino ad arrivare alle poetesse Vittoria Aganoor, Contessa Lara e Mariannina Coffa.

“Siamo lieti, come FAB S.M.S., di essere parte attiva di questa iniziativa in quanto la promozione di una cultura del benessere, inteso come benessere complessivo della persona, è uno dei principi cardine della nostra attività – racconta il nostro Presidente Adriano Coppa -. 
In linea con lo spirito che ha portato alla nascita, nell’Ottocento, delle Società di Mutuo Soccorso, operiamo senza scopo di lucro ispirandoci a principi di solidarietàsussidiarietà e mutualità sociale, garantendo prestazioni e servizi nell’ambito sanitario e assistenziale ed offrendo ai nostri Soci percorsi mirati alla promozione di stili di vita sani.
Operiamo sul territorio piemontese e lombardo dal 2009 attraverso le Filiali del Gruppo Cassa di Risparmio di Asti, primario Socio Sostenitore della nostra Società di Mutuo Soccorso, offrendo i nostri piani mutualistici all’interno del Programma Benessere “Salutissima” nel quale sono attivati percorsi di medicina preventiva – prosegue Coppa -.
E proprio attraverso gli sportelli del Gruppo Cassa di Risparmio di Asti, abbiamo eseguito, solo nel 2016, oltre 3000 visite gratuite inoltre 70 giornate di prevenzione.
Con lo stesso spirito promuoviamo e sosteniamo da tempo attività di carattere educativo, culturale e di ricerca volte alla prevenzione sanitaria e alla diffusione dei valori mutualistici, oltre ad iniziative di carattere sociale a beneficio dell’intera collettività.
Ringraziamo, dunque, il Direttivo dell’Associazione Mousiké per averci offerto l’opportunità di essere parte di questa iniziativa nei confronti dei giovani che rappresentano il nostro presente e il nostro futuro e della cui sensibilità ci sarà sempre più bisogno per garantire la sostenibilità di un welfare adeguato alle esigenze della società attuale e futura.”

LA STAMPA di Torino se n’è occupata…

http://www.lastampa.it/2017/03/03/edizioni/asti/rime-e-versi-in-musica-per-un-viaggio-in-poesia-N86QrdMWzZWgEmIGMDr7yI/pagina.html

Viaggio nella poesia tessuta da rime e note

Il flicornista Alberto Mandarini

Pubblicato il 03/03/2017

La poesia a teatro: questa sera all’Alfieri, va in scena «Io nel pensier mi fingo». Spettacolo organizzato dall’associazione culturale Mousikè (nata ad Asti nel 2014) con Fab (Fondo assistenza benessere), è inserito nella stagione teatrale in abbonamento. Alle 21; biglietti 18 euro, 13 il loggione.

 

Lo spettacoloPrendendo a prestito parole dalla poesia «L’infinito» di Giacomo Leopardi, con regia di Tommaso Massimo Rotella, «Io nel pensier mi fingo» porta sul palco alcune poesie dei più noti autori dell’800. Versi e rime in parte recitate dagli attori astigiani Chiara Buratti e Francesco Visconti, in parte musicate da Beppe Giampà (sei sono tratte dal suo album «Della fatal quiete») e arrangiate da Alberto Mandarini, jazzista di lungo corso e nell’orchestra di Paolo Conte. I brani saranno cantati dallo stesso Giampà accompagnato dall’Accademia Verdi Ensemble, formata da docenti dell’istituto di musica Verdi di Asti, artisti che annoverano collaborazioni con importanti istituzioni musicali. Questi i musicisti dell’Accademia Verdi Ensemble: Salvatore Fabrizio Spinoso (pianoforte e tastiere), Stefano Profeta (contrabbasso), Davide Merlino (percussioni), Fulvio Schiavonetti (clarinetto), Massimiliano Ferri (chitarra elettrica), Alberto Mandarini (tromba e flicorno).

Sarà un viaggio tra parole e musica da Foscolo a Leopardi, da Carducci a Pascoli e Manzoni, passando per Carlo Porta, Giuseppe Gioacchino Belli, Salvatore Di Giacomo, Cesare Pascarella e Costantino Nigra, per arrivare alle poetesse Vittoria Aganoor, Contessa Lara e Marianina Coffa.

 

Per le scuolePrima dello spettacolo serale, una matinée sarà riservata alle scuole astigiane. Legato allo spettacolo, anche un concorso rivolto agli studenti: una lettura multimediale di una poesia a loro scelta.

Sono arrivati 30 video, di una durata media di 3 minuti ciascuno. Per dare visibilità al lavoro dei ragazzi, grazie alla collaborazione del circolo cinematografico Vertigo, i video sono stati proiettati in queste settimane in Sala Pastrone prima dei film in programmazione. I vincitori saranno premiati questa sera all’Alfieri, prima dello spettacolo.[v.fa.]

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI (rimangono di proprietà degli aventi diritto: qui trattasi semplicemente di citazione dell’articolo).

 

Ed ecco altro materiale sulla Coffa e sul mio romanzo:

http://ciaolibri.it/2017/07/12/ferita-allala-unallodola-un-romanzo-di-maria-lucia-riccioli/

Ringrazio la blogger e scrittrice Mia (Miriam Vinci) sia per la sensibile recensione che per l’intervista sul suo spazio ciaolibri.it!

Ferita all’ala un’allodola: un romanzo di Maria Lucia Riccioli

Amici lettori, vi presento il libro di questa settimana: Ferita all’ala un’allodola, di Maria Lucia Riccioli.

Un romanzo storico che colpisce dritto al cuore e che ho deciso di condividere con voi, qui nel mio blog, perché merita molto e non mi dispiacerebbe affatto una trasposizione cinematografica (di quelle che rispettano il contenuto dei libri! 🙂 )

Maria Lucia Riccioli nasce a Siracusa il 18 Settembre 1973, scrittrice e docente insegna  Lettere ai licei e compone versi, storie ed emozioni.

Cura il blog Maria Lucia Riccioli: la bellezza salverà il mondo (F. Dostoevskij)

DESCRIZIONE: 448 pagine

EDITORE: Lab

PREZZO DI COPERTINA: 23,00 euro, I edizione Gennaio 2011

GENERE:  romanzo storico

TRAMA_NO SPOILER: Ferita all’ala un’allodola è un romanzo storico che narra la vita della poetessa netina Mariannina Coffa. Fa da sfondo una Noto del 1800 con gli usi e costumi dell’epoca. La poetessa dalle spiccate doti artistiche vive in una famiglia benestante che ne programma l’intera esistenza, decidendone improvvise nozze per allontanarla, misteriosamente, dall’uomo che ama, un musicista…

PARERE PERSONALE:  adoro così tanto questo romanzo storico da rileggerlo ancora, a distanza di tempo, immaginando scene da cinema e colonna sonora:

“Rosa d’autunno, rosa colorata, rosa sciupata, rosa maltrattata, per quale inganno non sei più sicura? Se stringo le tue spine fra le mani, posso sentire forte il tuo dolore, più fa male e più cresce l’Amore, di più, di più…” (Andrea Bocelli – In canto)

Mariannina Coffa è un’eroina ottocentesca dalla personalità forte e fragile al tempo stesso, unica, romantica, intensa. Innamorata della vita, di grande spirito artistico, sensibile e patriota che vive, ahimè, in un contesto storico completamente inadatto a lei. Inadeguatezza e senso di estraneità che sento forte in me, così come percepisco in lei, per una vita costretta e diversa da quella sperata, da quella desiderata, da un lato lei, impedita dalla propria famiglia  e dall’altro io, per un governo bisbetico…

“In canto. Io chiedo all’Amore quell’ombra nel cuore, bagnala di sole, e il nuovo sorriso, sarò solo io, io, e lei sarà la musica che canto, così potrà amarmi, ancora amando. Ed io potrò averla, e resterà per sempre incanto.” (A.Bocelli)

Personalità forte e ben educata, che, allontanandosi dalle tematiche religiose dà piena voce all’Anima e urla urla urla tutte le sue emozioni!

“…questa melodia, inno dell’Amore, te la canto e sento, tutto il mio dolor così forte così grande che mi trafigge il cuor ” (A. Bocelli – Melodramma)

In un’epoca incapace di accettare l’amore, due giovani dai sogni spezzati, Mariannina e Ascenzio…

 “…lì è nato il mio destino, amaro senza te, amaro senza te, e questo cuore canta un dolce melodramma è l’inno dell’Amor che canterò per te, è un melodramma che, che canto senza te…” (A. Bocelli)

…come Romeo e Giulietta, lì, con le mani tesi, a scambiarsi il cuore, a toccarsi l’Anima tra musica e poesia. Il loro è un Amore fatto di delicati sguardi, e silenziose promesse che vengono tradite all’improvviso, perché c’è qualcosa di Ascenzio, il musicista che le insegna a suonare il pianoforte, che non piace alla famiglia di lei:

“…ma limpido è il mattino, tra i campi odor di vino, io ti sognavo e adesso, ti vedo ancora lì, ah quanta nostalgia, ah fresco di collina, io piango, che pazzia fu andarsene poi via…” (A. Bocelli)

E forse sono proprio i suoi sogni, i sogni di diventare un grande musicista, che non piacciono alla famiglia Coffa, disposta a tutto, anche far soffrire Mariannina, pur di non consentire, così all’improvviso, la loro unione:

“Rosa tradita, rosa calpestata, ti strapperò dal cuore la paura e insieme a me ti sentirai sicura… di più, di più, in canto io chiedo all’Amore, quell’ombra nel cuore, bagnala di sole…” (A. Bocelli)

Vivere è difficile, e sopravvivere lo è ancora di più, soprattutto se non si può amare chi si ama, se anche la famiglia, famiglia che ti ha messo al mondo, va contro i sogni e contro tutto, e Mariannina questo lo sa bene, Mariannina cerca di resistere ma si accorge di essere sola, abbandonata, in un’epoca che non le appartiene.  E poi ci sono quelle scelte non volute da cui non si può più tornare indietro, un destino già segnato, e chissà se l’Anima sua ne avrà avuto riscatto, dopo la morte… chissà…

Omnia vincit amor et nos cedamus amori,  ci crediamo tutti, Virgilio, peccato che la realtà è ben lontano dalle speranze del cuore…

” –    Non voglio tentarla, padre, né lei vuole tentare me. Voi mi dovete aiutare, padre Sbano… Non ci siamo manco chiesti perdono… io perché la trattai come se m’avesse tradito, lei perché non ha…              –    Perché non è scappata con te? A divider che cosa? La fame in due? A spartirivi i sogni di gloria, con un figlio o due magari? Senza sposarvi, come due scomunicati? Pensa alla donna di Pisacane, alle campagne sciagurate de’ patrioti… Ah, l’ideale! Bella, bella cosa davvero… ma poi sono pianti, e liti, e quistioni… pel pane, pel rimorso d’aver fallato… Questo volevi per Mariannina, volevi che ti dicesse di sì?” 

Mariannina è considerata “diversa, strana, pazza” e la sua vita viene resa infelice dalla famiglia che l’ha messa al mondo, che le impone scelte e decisioni irragionevoli per l’anima sua, fortemente in contrasto con l’epoca vissuta, dove unica sua consolazione, ormai, resta solo la scrittura. E comprendo bene le emozioni di Mariannina, il mondo non è pronto ad accettare una personalità così piena, non lo è la famiglia della poetessa netina e non lo è nemmeno il contesto storico in cui vive. Disprezzare è facile, puntarle contro il dito accusatore e condannarla perché speciale, unica, dall’Anima in fiamme, umana.

“Non sa Mariannina donde le venga quel palpito che la sveglia di notte e la spinge, a tentoni, come una talpa cieca che si scavi il cammino nelle latebre della terra, a cercare carta e matita e appuntare parole che sgorgano, umori misteriosi e inebrianti, perduti per sempre se torna a dormire. Da quale sfera, da quale mondo invisibile eppur reale vengono le immagini che le si fissano in mente, le visioni che la perseguitano durante il giorno e trovano pace solo nei versi ordinati sopra il foglio? Da quando Ascenzio s’è scavato una nicchia nel suo cuore, Mariannina fantastica di sé, dell’angelo, del Genio.”

Ferita all’ala un’allodola è una delle più belle opere letterarie moderne che riporta alla luce un personaggio storico realmente vissuto e mai apprezzato in vita. È una storia toccante, profonda, dolce, forte che suscita vari moti dell’Anima, ve lo consiglio tra le vostre letture perché è un altro di quei libri che merita, ma che fa parte del presente, e senza dubbi, destinato a diventare un grande classico per le tematiche importanti trattate e per l’incredibile storia della poetessa. E’ una storia che appassiona e che fa sperare pagina dopo pagina che vinca il bene, che vinca l’Amore, che lei sposi l’amato musicista del suo cuore…

Chissà, adesso, dove sono le loro Anime, se si sono ricongiunte o perse per sempre, chissà…

“Io che canto di notte, con il rumore del mare, io che parlo alla luna per capire il mistero di una storia d’Amore, e ti sento più forte nelle sere d’estate, sento le tue parole come piccoli fuochi accesi infondo al mio cuore, dentro la vita mia una musica suona, una nuova poesia nel ricordo di te, oceani immensi, di libertà, giorni di festa che non scorderò, il freddo inverno non ti porta via, dalla mia vita, i desideri, le nostalgie, quanti misteri questo Amore mio! Prigioniero nel tempo, chiuso nella memoria, non ho mai più sentito il profumo infinito di una rosa al mattino, questa voce che ho dentro parla solo di noi come un dolce tormento questo sogno lontano non mi fa più dormire, non è un canto di addio ma una musica dolce, un’orchestra che io suono solo per te oceani immensi ritroverò, corpi celesti e terre d’Africa, un altro sole ci riscalderà, perdutamente, voli infiniti sulle città, all’orizzonte solamente Noi, un mondo nuovo da cercare in due, questo è il mistero dell’Amore. Un mondo nuovo da cercare in due, questo è il mistero.”

(A.Bocelli – Il mistero dell’Amore)

Amici lettori, ricordatevi che leggere vi farà vivere mille storie diverse e stupende emozioni che la realtà stessa è incapace di dare, una vita sola non basta per vivere tutte le emozioni che si provano leggendo e scrivendo. Leggete per voi, per vivere intensamente e conoscere il mondo che è stato, che può essere, che è, o che sarà.

Leggete di Mariannina Coffa, leggete di Ascenzio, facciamoli vivere ancora, facciamo che il loro Amore viva dentro di noi, nei nostri sogni, nella giustizia che cerchiamo nel mondo, in un mondo buono, onesto, che insieme possiamo ancora salvare, salvando per primi noi stessi.

Leggete amici lettori, leggete, perché leggere è salutare!  ❤

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Una risposta a “Ferita all’ala un’allodola: un romanzo di Maria Lucia Riccioli”

  1. Leggere gli articoli di questo blog è ogni volta una emozione incredibile.
    Una delle più grandi critiche che si fa alla società attuale è l’incapacità degli uomini e delle donne del ventunesimo secolo di saper scrivere come facevano gli scrittori del passato, per cui, si pensa che certe frasi, certe emozioni che la poesia ottocentesca era capace di suscitare, facciano parte di una storia conclusa e lontana.
    Dal mio punto di vista mi trovo, in parte, d’accordo con questa critica, tuttavia non posso negare che ci sono alcune rarità, eccezioni, cioè persone, anche di giovane età, che al giorno d’oggi sono capaci di esprimere quelle autentiche emozioni, quei meravigliosi accostamenti di parole e versi che i grandi del passato elegantemente riuscivano a fare. E’ questo che ho percepito da questo articolo e dal libro citato, è stato come, per qualche minuto, immergersi realmente nell’anima vibrante di Mariannina Coffa, quasi come se fosse ancora viva.
    Personalmente mi sento di fare tanti e tanti complimenti alla scrittrice del libro Riccioli e alla blogger Mia che, periodicamente, riempie le settimane di idee e cultura, sperando che la loro attività possa essere sempre più ricca e possa espandersi in una società che, ahimé, è scarsamente capace di riconoscere i talenti veri.

    1. Grazie a Mia, blogger sensibile e attenta.
      Grazie anche ad Angelo per le parole gentili.
      Non si tratta di scrivere come nell’Ottocento – siamo nel 2017 e dobbiamo vivere questo tempo, anche se è bello lasciarsi cullare dall’air du temps, dalla nostalgia, dal Romanticismo – ma cercare di dar voce ai nostri simili che vivevano un altro tempo e magari cercare di riportare qualcosa di quella temperie culturale e artistica.
      Grazie ancora.

      Ed ecco l’intervista…

      Intervista all’autrice di Ferita all’ala un’allodola, Maria Lucia Riccioli

      Amici lettori, ecco a voi l’intervista all’autrice del libro Ferita all’ala un’allodola: Maria Lucia Riccioli 🙂

      Buona lettura 🙂

      1) Iniziamo dal titolo del romanzo da lei scritto “Ferita all’ala un’allodola”, come nasce? Perché ha scelto la figura dell’allodola?

      Intanto grazie per l’attenzione nei miei confronti e verso il mio romanzo storico “Ferita all’ala un’allodola”. Mentre lo scrivevo, il libro non aveva un titolo, che in effetti è un po’ come il nome per una persona: “Il rosso e il nero”, “La coscienza di Zeno”… quanto è importante attribuire un titolo alla catasta di fogli che racconta una storia?   Il nome della protagonista non mi sembrava adatto a far da titolo al romanzo, perché desideravo qualcosa di evocativo, che suggestionasse il lettore… ed ecco che accade una delle tante grandi piccole epifanie che hanno accompagnato la stesura di questo libro: sotto gli occhi mi si presentano dei versi scritti da William Blake (1757-1827), un poeta inglese visionario e originale che per certi aspetti potremmo apparentare alla poetessa protagonista del mio libro. Eccoli: “A skylark wounded in the wing, / A cherubim does cease to sing” ovvero “Ferita all’ala un’allodola, un cherubino smette di cantare”. Un vero e proprio epitaffio per in cui sono adombrate Bellezza e poesia, con la loro fragilità rappresentata dal volo ferito di un uccello rinomato – anche letterariamente – per il suo canto. Addirittura avevo pensato di dare come titolo al romanzo non il primo ma il secondo verso, ma poi ho scelto “Ferita all’ala un’allodola” perché mi sembrava che racchiudesse tutta la parabola esistenziale ed artistica della mia protagonista, che in vita era stata paragonata a una rondine e fu perfino soprannominata “Capinera di Noto” per dire “del suo veloce volo” (e qui cito l’amato Franco Battiato) simile a quello della capinera verghiana. L’angelo della scultura a lei dedicata nella Piazza XVI maggio a Noto, bellissimo e serio, con un libro aperto sulle ginocchia, mi è sembrato incarnare il “cherubim” di Blake e quindi da qui il titolo, che non ho più cambiato.

      2) Chi è Mariannina Coffa e cosa l’ha spinta a scrivere di lei?

      Mariannina Coffa Caruso (1841-1878) è stata una poetessa e patriota nata a Noto, che oggi è provincia di Siracusa ma che per un certo periodo è stata quello che si chiamava all’epoca capoluogo dell’Intendenza, teatro di avvenimenti importanti per la storia della Sicilia e dell’Italia tutta: il Risorgimento è una tappa importante della storia di Noto e di quella di Mariannina Coffa, enfant prodige, poetessa improvvisatrice e principessa dei salotti, che nonostante la breve esistenza (morì a trentasei anni, tre mesi e sei giorni) funestata da dolori e lutti – la rottura del fidanzamento con Ascenso Mauceri, drammaturgo e musicista, suo maestro di pianoforte, il matrimonio d’interesse con un ragusano, Giorgio Morana, il forzato trasferimento a Ragusa, i rapporti conflittuali con il suocero e le cognate, la morte di due bambine, la malattia che la porterà alla morte – ha tentato di elevare la propria voce poetica, che deve tanto al modus scribendidell’epoca ma specie nell’ultima produzione mostra una ricerca sempre maggiore di originalità. Non solo: anche come donna Mariannina Coffa ha tentato, nonostante le pastoie dell’epoca e i limiti oggettivi ed interiori, di affermare la propria volontà sia nella gestione familiare che in quella della propria malattia, oltre che la propria dignità di intellettuale – corrispondeva con scrittori, poeti, giornali e personalità dell’epoca – e poetessa.

      3) Immedesimandomi in Mariannina, avrebbe fatto scelte diverse rispetto a quelle intraprese dalla poetessa? E cosa pensa della famiglia Coffa?

      Mi sono spesso chiesta cosa sarebbe accaduto se, ad esempio, Mariannina Coffa avesse acconsentito alla fuga d’amore che Ascenso – innamorato disperato, profondamente byronianamente romantico – le proponeva. Ed ho anch’io messo in discussione l’amore tanto sbandierato dal padre della poetessa (Salvatore Coffa Ferla, avvocato e patriota, primo estimatore del “genio” della figlia, pronto però a sacrificarne la felicità), dalla madre e da tutto il suo entourage.                                 Noi contemporanei però spesso sbagliamo tentando di applicare categorie e mentalità attuali al passato: la condizione di malmaritata era usuale nell’Ottocento e il matrimonio d’amore molto di là da venire; la scelta di far curare Mariannina a Noto non nella casa paterna ma in una casa di proprietà della famiglia per salvare le apparenze (accogliere una figlia che aveva lasciato marito e figli a Ragusa per farsi curare addirittura da un omeopata in odore di repubblicanesimo sarebbe stato troppo per un liberale come Coffa) rientra nei modi di pensare ed agire dell’epoca. Se posso rimproverare qualcosa ai personaggi della mia storia – che mia non è: io ho tentato di dar loro voce, di inserirmi negli interstizi, nel non detto, in quello che i documenti non dicono – è l’ostinazione quasi cieca di Mariannina nel compiere scelte autodistruttive (ad esempio, coltivare non solo la corrispondenza con l’amato di un tempo ma anche la speranza larvata di un possibile incontro chiarificatore o forse di qualcosa di più) e soprattutto la sottovalutazione da parte dei genitori della gravità delle condizioni della figlia, giudicata più che amata.

      4) Se potesse parlare con Mariannina cosa le direbbe?

      Che bella domanda. Le ho parlato per cinque anni, chiedendole di suggerirmi cosa fare per restituirle la voce, per raccontare senza troppi errori la sua storia. Le ho chiesto aiuto nei momenti di difficoltà. L’ho ringraziata quando trovavo l’informazione giusta proprio quando mi serviva. Se la incontrassi le chiederei com’è andata davvero la storia del mancato matrimonio con Ascenso. Le chiederei che fine hanno fatto i manoscritti scomparsi (materia per un giallo, davvero). Le domanderei scusa se l’ho prevaricata attribuendole pensieri e sentimenti non suoi. E poi l’abbraccerei da siciliana, da scrittrice, da amica, per le emozioni che mi ha regalato in tutti questi anni trascorsi a leggere, scrivere e parlare di lei, per le persone che grazie al fil rougecostituito dall’interesse per la sua vita e la sua poesia, sono diventate amiche mie oltre che sue.

      5) Passiamo alla parte tecnica del romanzo, quanto tempo ha impiegato per la stesura e perché? Ci racconti un poco della sua esperienza prima di scrivere di Mariannina.

      Scrivere un romanzo storico per me vuol dire innanzitutto studiare. Ho ripreso in mano i libri di storia, ho compulsato carte d’archivio – che esaltante esperienza compitare i sentimenti e le emozioni del passato decifrando sbaffi di firme… –, ho visitato biblioteche e musei, ho fatto sopralluoghi nelle location reali del romanzo, ho ri-letto tanti romanzi ottocenteschi per entrare nell’atmosfera letteraria dell’epoca, ho ascoltato musica d’opera, la colonna sonora della storia di Mariannina Coffa…                                               Parallelamente è iniziata la fase della scrittura e delle infinite riletture e revisioni del romanzo. Ecco perché ho chiuso il libro dopo cinque anni circa dalla prima germinale idea.  Io venivo dalla poesia e dalla stesura di racconti – non contano i miei primi imparaticci narrativi, che non farei leggere a nessuno –, quindi molto ha contribuito ad allungare i tempi di uscita del libro il fatto che fosse il primo (ringrazio Luigi La Rosa, Lia Levi, Paolo Di Paolo e tanti altri amici e “complici” di scrittura per i consigli e l’aiuto a vario titolo prestato a me e alla mia “allodola” perché venisse alla luce e anche dopo, per farle spiccare il volo…).

      6) Perché comprare il suo libro? È il suo primo romanzo o c’è altro di edito? E prossimamente ci saranno delle novità?

      Purtroppo il mio libro non è più in catalogo – anche se qualche copia può essere trovata fortunosamente in alcune librerie – quindi potrete leggerlo solo in biblioteca. Sto valutando se farlo ripubblicare e quindi donargli una terza vita (uscì in occasione dei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia, nel 2011, per i tipi di Perrone LAB, poi venne rieditato nel 2013 da L’Erudita) anche come e-book. Vedremo. È il mio primo romanzo (ne ho in cantiere due-tre sempre di argomento storico, ma ambientati in tutt’altra epoca), anche se io amo molto il genere racconto (molti dei miei lavori sono usciti sia sul web che su riviste, giornali e antologie) e la poesia sia in lingua che in dialetto: il mio secondo libro è infatti una raccolta di “cunti” in dialetto siciliano (una sorta di Vangelo apocrifo in dialetto, recupero memoriale delle storie narrate dai miei nonni materni) intitolata “Quannu ‘u Signuri passava p’ ‘o munnu” edita da Algra editore ovvero Alfio Grasso, un editore giovane e coraggioso che ha deciso di scommettere non solo sulla poesia ma sulla poesia in dialetto (grazie anche a Sebastiano Burgaretta per il dono della sua straordinaria prefazione). La mia terza creatura letteraria, il mio libro più “leggero” e felice è “La bananottera”, una fiaba per bambini illustrata da Monica Saladino e pubblicata – grazie anche ai buoni auspici di Annamaria Piccione, “decana” siracusana della scrittura per l’infanzia – da VerbaVolant edizioni, cioè dalla straordinaria squadra formata da Fausta Di Falco, “editora” giovane  e tostissima, ed Elio Cannizzaro: grazie a loro la storia della balenottera color giallo banana nuota per le librerie, le biblioteche, le fiere e le scuole. Spero di poter dare presto ai miei venticinque lettori notizie su una quarta creatura di carta.

      7) A chi consiglia il suo romanzo?

      A chi ama il genere romanzo storico, a chi desidera conoscere una poetessa fuori dal “canone” letterario, a chi vuole rivivere l’Ottocento siciliano, a chi vuole leggere una storia d’amore, d’amicizia, di famiglie intrecciate dalla politica, dall’interesse economico e da tutta la tavolozza dei sentimenti umani. A chi vuole studiare il nostro Risorgimento e il Romanticismo da un’angolazione diversa. A chi ama leggere e vuole scoprire nuovi autori.

      8) Consigli per essere un buon lettore?

      Innanzitutto la curiosità. La perseveranza nel cercare l’autore la storia il libro che smuovano emozioni, che suscitino riflessioni, che ispirino idee. Leggere è come conoscere dei nuovi amici: le delusioni sono dietro l’angolo, ma possono formarsi legami inscindibili.           Non scoraggiarsi mai: c’è un libro per ogni momento e un momento per ogni libro. Proprio il libro che in un certo momento della nostra vita non ci attrae né ci interessa può diventare il compagno fidato di un altro momento della nostra esistenza. Sperimentare, contaminare generi e stili: io amo Jane Austen ma anche i gialli, poeti come la Szymborska e Topolino, Borges ed Eschilo, Leopardi e le Brönte, Poe e Kafka, la Tartt e la Chevalier, la Némirovsky e la Munro, Verga e Ariosto… e non disdegno la saggistica.

      Grazie ancora delle domande, che mi hanno permesso di ripercorrere la genesi di questo libro che mi è così caro (perché è il primo, perché l’ho covato dentro per anni, perché mi ha regalato il Premio Portopalo – Più a Sud di Tunisi e una segnalazione al Premio “Alessio Di Giovanni”, perché ha ispirato la splendida canzone di Carlo Muratori “Ombra adorata”, tratta da un sonetto di Mariannina Coffa, perché perché perché…).

      Ringrazio tantissimo la docente e autrice Maria Lucia Riccioli per aver concesso questa splendida intervista, è sempre bello per una lettrice poter dialogare con l’autore di un romanzo che resta nel cuore e conoscere più a fondo l’Anima di uno scrittore… è una ricchezza che riempie, è la bellezza che salverà il mondo: l’arte.

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      Grazie ancora a Mia per l’intervista e la recensione…
      Leggere è salutare: CIAO!
      😀

      Ringrazio anche Giuseppe Puzzo, cultore appassionato di poesia e della poetessa netina in particolare e Federica Piluccio…

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      La conferenza è stata un omaggio bellissimo alla poetessa Coffa…

      Il Rotaract Club Noto Terra di Eloro è lieto di invitarVi oggi, Sabato 25 Marzo, alla conferenza dedicata alla poetessa Mariannina Coffa Caruso: eroina del Risorgimento netino, che seguì con fierezza i suoi ideali opponendosi al bigottismo e al perbenismo crudele della società di quei tempi. 
      Vi aspettiamo a Noto presso la Biblioteca Comunale “Principe di Villadorata”, alle ore 17:30. 
      A relazionare sarà la Professoressa Maria Lucia Riccioli, autrice del romanzo “Ferita all’ala un’allodola”, con l’accompagnamento musicale del Maestro Gabriele Bosco, che permetterà di immergerci in un’atmosfera puramente romantica e ottocentesca. Seguirà un omaggio poetico a Mariannina da parte del socio Giuseppe Puzzo. 

      Risultati immagini per federica piluccio + coffa

      Qui invece la copertina di SGUARDI PLURALI, atti dell’omonimo convegno dedicato a Mariannina Coffa. Qui è presente un mio saggio sia sulla prima tesi di laurea dedicata alla figura della Coffa che su VOGLIO IL MIO CIELO, l’epistolario della poetessa curato da Biagio Iacono e Marinella Fiume…

      Risultati immagini per federica piluccio + coffa

      Rimando ad altri post del mio blog su convegni, conferenze, presentazioni che mi hanno vista in veste di autrice e relatrice su Mariannina Coffa…

Le Feste del coro polifonico De Cicco

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Chiuse in bellezza le festività natalizie…

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Grazie a Padre Marco Politini e alla comunità di San Giuseppe Operaio per l’ospitalità!

Ecco la locandina del concerto di giorno 5…

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https://www.siracusa2000.com/index.php/2017/12/26/epifania-concerto-del-coro-polifonico-de-cicco-5-gennaio-centro-convegni-santuario/

Venerdì 5 gennaio, alle ore 20.30, nel salone “Giovanni Paolo II” del centro convegni del Santuario della Madonna delle Lacrime, avrà luogo il Concerto dell’Epifania, tenuto dal Coro Polifonico Europeo “Giuseppe De Cicco”. Il nuovo anno al Santuario sarà, comunque, salutato lunedì 1 gennaio con la distribuzione del calendario 2018 a tutti i fedeli che parteciperanno alle liturgie della giornata. Alle ore 19, il Pontificale, che sarà presieduto dall’arcivescovo di Siracusa, mons. Salvatore Pappalardo, e a seguire, il tradizionale “Buon Anno con Maria”, con canti e preghiere a cura della Schola Cantorum “Madonna delle Lacrime”. Fino al giorno dell’Epifania sarà inoltre, possibile far visita al Presepe, allestito in Cripta, accanto all’ipogeo bizantino, realizzato dai volontari Unitalsi, utilizzando materiale di riciclo.

(foto: archivio siracusa 2000 e archivio Santuario)

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La locandina di Priolo (SR)!

E poi, per concludere in Bellezza, quella che salva il mondo perché consola, lenisce, affratella:

📌 Domenica 7 gennaio, ore 10.30 – “O magnum Mysterium”, concerto del coro polifonico Giuseppe De Cicco presso l’Hospice dell’Ospedale Rizza di Siracusa.

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Maria Carmela De Cicco e il dottor Moruzzi (commento su Facebook: Il Coro polifonico Giuseppe De Cicco stamane ci ha estasiati con le sue musiche, sarà stata l’emozione che il gruppo si è portato dentro dopo aver cantato nella camera di una paziente, sarà la magia che si respira all’interno di queste mura, dove ( cit. Dottore Moruzzi) c’è il senso della bellezza, fatto sta che ancora una volta la bellezza si è rivelata in hospice sotto forma di voci meravigliose).
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Musica.
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Approfitto per postare materiale relativo alle attività recenti della corale… formativi i corsi con docenti del calibro di Pier Paolo Scattolin e Giovanni Acciai, significativi gli scambi con altre formazioni della provincia e oltre… concerti e rassegne, attività benefiche come la raccolta fondi per il teatro di Amatrice…

Maria Lucia Riccioli dal febbraio 2016 fa parte del Coro polifonico europeo “Giuseppe De Cicco”, col quale si è esibita il 5 marzo in occasione dello spettacolo per la presentazione del libro di Simona Lo Iacono “Le streghe di Lenzavacche”, candidato al Premio Strega 2016. Nel novembre 2016 ha partecipato al corso di formazione organizzato dallo stesso coro e che ha visto come docente il maestro Pier Paolo Scattolin e il maestro Angela Troilo; nell’ambito dello stesso corso ha seguito le lezioni tenute dal maestro Giovanni Acciai nel gennaio 2017. Con il coro ha partecipato alla IX Settimana della Musica di Paternò (CT); nell’ambito dell’iniziativa “1000 voci per ricominciare” ha cantato presso la Chiesa Madre di Pachino (SR) e il 22 dicembre è stata alla Chiesa del SS.mo Salvatore a Noto (SR).

   In occasione del ventennale del coro “G. De Cicco” ha cantato la “Petite Messe Solennelle” insieme al coro e ai giovani solisti del conservatorio di Stato di Reggio Calabria “Francesco Cilea”, con la partecipazione straordinaria del tenore Salvatore D’Agata e del basso Alessandro Vargetto, presso la Chiesa Madre di Carlentini (SR), il Teatro Don Bosco di Ragusa (nell’ambito della rassegna musicale dell’associazione “Melodica”) e la Chiesa di Santa Lucia alla Badia di Siracusa.

   Il 27 dicembre ha partecipato al raduno natalizio “O Nata Lux” di alcune corali della provincia di Siracusa presso la Chiesa Madre di Rosolini (SR).

   Ha concertato a Siracusa il 6 presso la Basilica Santuario “Madonna delle Lacrime” e il 13 è stata in Cattedrale a chiusura dei festeggiamenti in onore di Santa Lucia nell’ambito della rassegna “I colori del sacro”. Il 27 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, è stata con il coro presso la parrocchia del SS.mo Salvatore di Siracusa per eseguire la Dachau-Messe di padre Gregor Schwake; nella stessa chiesa si è esibita in occasione del concerto pasquale “Per crucem ad lucem” dell’11 aprile 2017. Il 30 maggio, in concomitanza con le #invasionidigitali ad Agira (SR) si è esibita insieme al coro “De Cicco” in gemellaggio con il coro diretto dal maestro Filippo Pistone Nascone, mentre il 24 giugno ha concertato insieme al coro sul sagrato della Basilica Santuario Madonna delle Lacrime di Siracusa. Il 9 settembre con il coro si è esibita presso l’ex convento del Ritiro in Ortigia (SR), ospite del festival “Musica sotto le stelle” organizzato dall’associazione musicale e culturale “Vittorio Guardo”, concertando anche nelle sale del museo dedicato a Leonardo da Vinci e Archimede. Il 20 ottobre è intervenuta con il coro presso il Parco delle Suore di Gesù Redentore di Siracusa per un evento dell’Associazione Dueppiù – Per la città che vorrei di Sergio Pillitteri, mentre il 21 ottobre, presso l’Aula magna dell’Istituto tecnico Alessandro Rizza di Siracusa, insieme allo psicologo e scrittore Giuseppe Lissandrello, al chitarrista Gianluca Astuti, al pianista Graziano Grancagnolo e al soprano Donatella Aloschi, è stata la moderatrice, oltre ad esibirsi con il coro, dell’incontro sulla figura di Baha’u’llah a duecento anni dalla nascita, organizzato da Savitri Jamsran. Il 2 dicembre, in occasione dei festeggiamenti in onore di Santa Barbara, ha cantato nella Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria a Paternò (CT), mentre si esibirà a Carlentini (SR) il 16 e il 23 dicembre e il 22 dicembre a Palazzolo Acreide (SR) presso la Galleria d’arte contemporanea; la stagione natalizia del coro continuerà giorno 29 dicembre con il concerto presso la Soprintendenza per i Beni culturali e ambientali di Siracusa e si chiuderà il 5 gennaio con il concerto presso la Basilica Santuario Madonna delle Lacrime di Siracusa insieme alla Corale Tetracordus e alla Corale 10 in condotta e con il concerto presso la Parrocchia di San Giuseppe operaio a Priolo Gargallo (SR).

Previsto anche un concerto giorno 7 gennaio presso l’Hospice dell’Ospedale Rizza di Siracusa.

Ecco il materiale relativo agli impegni recenti del coro polifonico “Giuseppe De Cicco”…

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Giorno 29 dicembre alle ore 20 presso la Soprintendenza per i Beni culturali e ambientali di Siracusa…

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Un’atmosfera magica e una calorosa accoglienza, nonostante una location forse un po’ atipica, ma sicuramente prestigiosa quale è l’ex Museo Archeologico Nazionale oggi sede della Soprintendenza ai Beni Culturali di Siracusa.
Ringraziamo tutti gli intervenuti, le istituzioni e le associazioni che hanno reso possibile questo concerto e auguriamo a tutti un felice anno nuovo. Ad Majora!

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Ecco altro materiale…

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Sabato 2 Dicembre 2017

alle ore 18

in occasione delle festività in onore di “S. Barbara”

patrona della città di Paternò,

concerto polifonico ” O Magnum Mysterium”

eseguito dal Coro Polifonico Europeo G. De Cicco  Carlentini(Sr)

diretto dal M.o Maria Carmela de Cicco

 presso la Chiesa S.Caterina D’Alessandria – (S. Alfio) Paternò

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Ed ecco foto e video relativi agli ultimi impegni del coro…

16 dicembre 2017 alle ore 18.30… e non solo! Saremo a Carlentini anche giorno 23!

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Il 22, a Palazzolo Acreide (SR), concerto per l’inaugurazione della mostra nella Galleria d’arte contemporanea, a cura dell’Accademia di Belle Arti di Palermo! Ecco il programma completo…

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https://www.nuovosud.it/67795-cultura-siracusa/palazzolo-ha-una-sua-galleria-d%E2%80%99arte-contemporanea-apre-pac?platform=hootsuite

Palazzolo ha una sua Galleria d’Arte Contemporanea: apre Pac

Palazzolo ha una sua Galleria d’Arte Contemporanea: apre Pac

La mostra è stata curata da Mario Zito, Massimo La Sorte e Calogero Piro e presenta una serie di opere di giovani artisti dell’Accademia che spaziano dalla pittura, alla decorazione, dalla scultura, alla tessitura. Gli artisti hanno riflettuto sul tema del “Grande Mistero” presentando opere per lo più inedite. Alcune opere di grandi dimensioni sono il risultato di un lavoro comune sviluppato sotto gli occhi attenti dei docenti. Le opere occupano gli spazi interni della Galleria valorizzando la struttura con un continuo rimando di segni ed evidenziando la visione del Cortile-Chiostro, cuore della Galleria, lasciandone immaginare le intrinseche potenzialità espositive. “La mostra fa parte di un programma annuale già definito dal comitato – afferma Zito – e che intende proporre dei Segni d’arte contemporanea che privilegino i linguaggi più vari e che incidano anche nel tessuto sociale, pertanto gli interventi artistici saranno realizzati tenendo conto della realtà e della ricchezza culturale del territorio. A tal proposito risulta obbligata la costruzione di un proficuo rapporto oltre che con le prestigiose istituzioni museali del territorio, con le istituzioni scolastiche, con le associazioni culturali e no profit, con le realtà artistiche ed artigianali, con la cittadinanza. Ai Segnid’Arte1 seguirà Segnid’Arte2 e poi Segnid’Arte3 e così via…, tale sequenza è garantita dalla certezza che la Galleria si connota quale polo culturale e luogo di aggregazione”. E chiudere la serata sarà alle 19,30 “O magnum Mysterium”, concerto del Coro polifonico “G. De Cicco”, diretto dal maestro Maria Carmela De Cicco.

“L’apertura della Galleria d’arte contemporanea – affermano il sindaco Carlo Scibetta e l’assessore comunale al Turismo Luca Russo – segna una tappa importante per Palazzolo. Infatti torna fruibile il Complesso Vaccaro dopo il lungo intervento di recupero che è stato realizzato in questi anni. Oltre alla galleria, che diventerà centrale nell’offerta turistica del nostro territorio, l’edificio ospita un ostello che servirà per i giovani e per le residenze di artista che verranno organizzate. Così questo luogo diventerà un centro culturale non solo per Palazzolo ma per tutti i giovani del nostro comprensorio, che potranno usufruire di un luogo per attività d’arte, cultura e teatro”.

Scopri di più su https://www.nuovosud.it/67795-cultura-siracusa/palazzolo-ha-una-sua-galleria-d%E2%80%99arte-contemporanea-apre-pac?platform=hootsuite#LSLtUtGpWyxBaSsq.99

https://www.facebook.com/PAC-Galleria-dArte-Contemporanea-385746665218356/?fref=ts

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Il coro durante l’inaugurazione…

 

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La splendida Madonna con Bambino di Francesco Laurana in mezzo a un bue e asinello contemporanei…

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Il coro durante il concerto presso la Chiesa dell’Immacolata…

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Maria Carmela De Cicco.

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Anche Mario Zito, ex corista, si è unito per ringraziare il coro e cantare un brano…

LA CIVETTA DI MINERVA del 15 dicembre 2017

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Oltre al fatto che il nostro giornale è finito su Wikipedia… https://it.m.wikipedia.org/wiki/Roberto_Disma (sì,due miei articoli sono citati…) ecco il nuovo numero del giornale bisettimanale LA CIVETTA DI MINERVA!

 
Sostieni il nostro impegno: chiedilo in edicola. Per te è solo un euro, per noi un grande aiuto, per la realtà sociale un mezzo di informazione libero, unico e originale. Non fermiamo le poche voci che sono svincolate da chi decide cosa e quando bisogna sapere. L’informazione è potere. Riappropriamoci della capacità di avere un nostro strumento d’informazione. Ti aspettiamo!
Ecco il link ai miei ultimi articoli usciti sul cartaceo e poi confluiti nel sito…

Don Fortunato Di Noto ammonisce i genitori e la scuola a vigilare su ciò che i ragazzi fanno con smart phone e computer

La Civetta di Minerva, 15 dicembre 2017

Stimolata da un’indagine social del professor Massimo Arcangeli, docente di linguistica italiana ed ex-preside della facoltà di lingue e letterature straniere presso l’Università degli Studi di Cagliari, rifletto insieme a voi lettori sullo statuto di verità che chiediamo alle cose, all’informazione, all’entertainment, alla letteratura e all’arte in genere.

Una delle espressioni dell’anno che sta per concludersi è certamente “fake news”, che fa il paio con la nostrana “bufala” e il trio con “fattoide”, notizia priva di fondamento, ma diffusa e amplificata dai mezzi di comunicazione di massa al punto da essere percepita come vera: sarebbe imminente un pronunciamento del nostro Parlamento per arginare il fenomeno della diffusione in rete di informazioni e notizie false – postate più o meno artatamente –, ma è bene che scuola e famiglia, specie per proteggere i minori in rete, si attivino per insegnare a bambini e ragazzi a navigare su Internet in maniera consapevole (e comunque resta valido e semmai si rafforza l’invito di associazioni come Meter e di esperti come Don Di Noto a vigilare sui minori che utilizzano sempre più smartphone e computer e a non postare immagini e video dei propri figli, dato l’uso sconosciuto e spesso criminoso che di tali dati può essere fatto, specie in un’ottica di lotta contro la pedofilia).

Attenzione dunque sia alle notizie non verificate – spesso basta una rapida conferma da parte di un motore di ricerca, sia per i testi che per le immagini o i video –, ma in effetti ci sarebbe da fare un lungo discorso sugli statuti di verità. Passiamo, nell’arco della stessa giornata, dall’indignazione contro le fake news (che comunque spesso sono trappole per gonzi: la storia e la letteratura ci riportano innumerevoli casi di notizie non verificate, veri e propri specchietti per le allodole) alla fame di reality, un vero e proprio genere a sé stante in cui di reale c’è ben poco (ci si domanda se le gesta di starlette e giovanotti alla Ken, di freak e gente in cerca di quindici minuti di notorietà siano davvero reali: non è vero ma ci credo, verrebbe da dire, allora dov’è la reality?), alla mai troppo deprecata tv verità: c’è chi sulla televisione del dolore, delle lacrime in diretta, delle riunioni familiari, dei casi umani, ha costruito una carriera.

E non è finita: le cosiddette fiction – a parte l’invasione degli anglismi, non si comprende cosa distingua gli sceneggiati di un tempo da film in due-tre puntate con attori improbabili e sceneggiature copiaincollate da analoghi prodotti d’oltralpe e oltreoceano detti fiction – dal latino fictio, finzioni dunque, recite – in cui spesso “il riferimento a fatti, persone, luoghi e avvenimenti reali è puramente casuale” (formula che può evitare querele, ma dietro cui si nascondono cinquantine di sfumature di verità). A fictional (che nel mondo anglosassone riguarda poesia e narrativa, contrapposte alla saggistica, che è appunto non fictional) di recente si contrappone factual: tale è stata definita una trasmissione con Roberto Saviano per il prevalere di situazioni reali, romanzate solo per esigenze di copione. Insopportabili poi le classiche domande su libri e film: “Ma è una storia vera? È veramente successo?”, che annulla secoli di pratica e teoria artistica e letteraria su reale, naturale, vero e trasfigurazione artistica.

Dato che spesso la confusione linguistica è indice di confusione concettuale, abituiamoci a riflettere sul gradiente di realtà di quanto proponiamo e ci viene proposto per una comunicazione ed informazione, oltre che espressione, più consapevole; rafforziamo il lavoro della scuola, che come obiettivo non solo didattico si propone quello di formare giovani adulti dallo spirito critico; battiamoci per la valorizzazione della ricerca e, nel campo dell’intrattenimento, per contenuti più formativi e meno banalmente massificati, altrimenti, dato che nel 2018 dovrebbe essere inammissibile contraddire millenni di scienza con affermazioni sulla Terra piatta o gravidanze ai limiti dell’alieno, non dovremo più stupirci di gruppi di “mamme pancine et coetera” o di “Earth flatters”, concentrati di fake news, fattoidi, bufale, purtroppo non fictional ma factual.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2818:ha-aperto-i-battenti-a-floridia-il-presepe-di-via-giuliano&catid=17&Itemid=143

Nella scena della Natività anche la Chiesa del Giardinello. Programmazione natalizia delle iniziative della neocostituita Pro Loco “Villa dei re”

La Civetta di Minerva, 15 dicembre 2017

Il 9 dicembre scorso è stata inaugurata la programmazione natalizia delle iniziative della neocostituita Pro Loco “Villa dei re” di Floridia con un evento sia culturale che religioso, nel solco della valorizzazione dei beni etnoantropologici sia materiali che immateriali, con tutto il loro portato sociologico e la loro importanza in termini di rilancio dell’immagine della cittadina e di inserimento in un circuito di valorizzazione e fruizione.

Visitabile tutti i giorni dalle ore 18, ha infatti aperto i battenti il Presepe di via Giuliano, realizzato da Giuseppe Amenta non solo nel rispetto delle secolari tradizioni presepistiche (pensiamo a San Francesco e al suo presepe di Greccio, all’arte napoletana dei presepi…) ma anche con perizia tecnica e con l’inserimento nella scena della Natività di scorci floridiani: ad esempio la Chiesa del Giardinello. Non solo: la nascita di Gesù è inserita in una tipica “carretteria” floridiana, l’antica rimessa per l’animale e il carretto. Davvero suggestiva è anche la visita dell’altro ambiente della casa, in cui, come in una capsula del tempo, è possibile visitare la tipica stanza da letto della società agropastorale iblea tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, con la “conca”, ovvero il braciere, la “naca”, la culla per i bambini e tutti gli arredi d’epoca.

Don Lorenzo Russo, parroco della Chiesa di San Francesco d’Assisi, ha benedetto il presepe; sono intervenuti, oltre al sindaco Giovanni Limoli, Cetty Bruno con la partecipazione della professoressa Giovanna Marino Portella e dell’etnoantropologo, che hanno illustrato la finalità della Pro Loco “Villa dei re” e le particolarità storiche del presepe con la loro simbologia. La serata, presentata da Patrizia Tidona, è stata impreziosita dalla musica dell’Ensemble “In Gratia Vox” diretta da Graziano Grancagnolo, con l’esecuzione di brani polifonici legati al Natale: il coro, che si propone fini sia culturali che di crescita umana e di aggregazione sociale, ha spaziato dalla polifonia classica a brani contemporanei come “Hallelujah” di Leonard Cohen riarrangiato per i Pentatonix.

Un paio di domande a Cetty Bruno, figlia dell’indimenticato Nunzio Bruno cui è intitolato il Museo etnoantropologico.

Come nasce questa seconda Pro Loco floridiana?

La Pro Loco “Villa dei re” nasce nel maggio 2016 grazie al nuovo decreto regionale del 2015 che in uno dei suoi articoli prevede che tali associazioni sorgano ogni quindicimila abitanti, quindi avendo Floridia superato i venticinquemila era opportuno che la città potesse avere una seconda Pro Loco, formata da artisti, intellettuali, storici, etnoantropologi impegnati da anni nell’organizzazione di eventi che hanno generato anche un discreto flusso turistico.

“Villa dei re”. Come mai questo nome?

Per via delle ville romane che esistevano nel territorio, poi residenze nobiliari legate a fattorie e casali, poi borghi. Il primo feudatario di Floridia fu Lucio Bonanno Colonna, che richiese al re la licentia populandi, concessa nel 1627. Nel marzo 2017 la Pro Loco ha organizzato un evento per i 390 anni di fondazione del borgo, evento che potrebbe diventare annuale.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2807:ho-raccontato-la-siracusa-delle-tradizioni-nelle-feste&catid=17&Itemid=143

Luciano Aloschi ha presentato alla Dante Alighieri di Buenos Aires “Ortigia, fede e costume”, volume di ricordi gastronomici, usanze, fatti e personaggi che oggi stanno scivolando nell’oblio

 

La Civetta di Minerva, 16 dicembre 2017

“Voglio parlare di un’altra Siracusa, e cioè di quella di cui pochi parlano e tanti amerebbero ricordare: di una Siracusa recente ma che, ormai scordata, pare ricaduta nel suo sonnolento torpore di sempre. Alcuni direbbero: – Scirocco siracusano”.

Si è tenuta il 23 novembre scorso, presso la sede della Società Dante Alighieri di Buenos Aires la presentazione del libro “Ortigia fede e costume”, presente l’autore, il siracusano Luciano Aloschi, che ha raccontato il centro storico di Siracusa e le sue tradizioni legate alla religiosità popolare. L’incontro, concluso in musica con il soprano Nerina Gargero, ha rinsaldato i già potenti legami tra la nazione argentina, terra di migranti, e la nostra Siracusa.

La Civetta ha incontrato per voi Luciano Aloschi, entusiasta dell’esperienza in un paese che ha ammirato per la sua grandiosità, per la tenacia laboriosa dei nostri connazionali all’estero, per l’accoglienza che riserva agli italiani che lo visitano, specie quando illustrano fatti, tradizioni, usanze legate ad un passato comune, a radici coltivate perché non siano dimenticate.

Leggendolo “Ortigia fede e costume”, scritto in un linguaggio semplice – l’autore confessa umilmente di non avere l’ambizione di imitare autori blasonati ma semplicemente di raccontare –, sfilano e sembrano riprendere vita fatti e personaggi come Vittoriu u babbu, Don Ginu u zuccàru…

Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?

Mio nonno materno, Mariano Quadarella, alla fine dell’800 emigrò in Argentina e lì visse per quarant’anni con il piccolo grande sogno di assicurare un futuro ai propri sette figli: ne ho raccontato la storia in un volumetto molto intimo, “Ritratto di famiglia”, scritto per tramandarne la vicenda tra i miei familiari. Da qui i legami con l’Argentina che poi hanno portato al mio invito a presentare il libro presso la Dante Alighieri (che, lo ricordiamo, ha come fine quello di diffondere la cultura italiana nel mondo sia tramite i corsi di Italiano che per mezzo di presentazioni, concerti, conferenze, proiezioni cinematografiche, rappresentazioni teatrali).

“Ortigia fede e costume”: ci descriva la struttura del libro.

Ho voluto legare il racconto delle tradizioni popolari con lo scorrere dell’anno liturgico e il susseguirsi delle sue feste: l’Avvento come tempo forte che porta una ventata di festa con l’Immacolata (che abbiamo appena vissuto l’8 dicembre scorso) e la sua svelata – Maria che si mostra ai suoi fedeli, la musicale “atturna” che sveglia i devoti e li invita ad andare verso la Madre dietro la banda… con il profumo dello “zuccàro” a fare da sfondo alle preghiere. Immancabile il riferimento a Santa Lucia (13 dicembre e poi il 20, l’ottava), alla “cuccìa” come ricordo degli eventi prodigiosi del 1646 e del terremoto del 1693, periodi in cui Siracusa visse tremende carestie, alle candelore come espressione della devozione della nobiltà siracusana (con il profumo dei fiori offerti il 13) e dei pastori e contadini di Akradina, che allora era una contrada non urbanizzata (caratteristiche le decorazioni con gli agrumi). Si passa poi al Natale, ai Magi; dopo l’Epifania, quindi “dopu li Tri Re, olè olè olè”, secondo il detto popolare: passa anche la festa di Sant’Antonio Abate il 17 gennaio e arriva il Carnevale, con le “abbuffuniate”, il “festivallu”, “u sutta nuvanta”, le maschere come quella del dottore con le sue diagnosi esilaranti. Non mancano San Giuseppe (19 marzo), con il famoso “maccu”, preparato con cereali poveri, coi legumi e le verdure, testimoni della società agropastorale e marinara e l’inizio della preparazione dei “lavureddi”, che con il morire del seme prefigurano la Quaresima e la Pasqua, con la Passione e morte di Gesù. Poi la Pasqua con le sue cassatelle, i “panareddri cu l’ovu” per le bambine e gli agnellini per i maschietti… e via discorrendo.

Nello scorrere i tempi forti della liturgia, di un anno che si perpetua nei secoli, mi è stato grato riproporre nei miei ricordi, tutti quei fatti discreti che ho ritenuto riportare affiancandoli ai tempi religiosi, senza cedere nel volgare, ma rispettare la coincidenza tra fede e costume, vivendo la stupenda realtà della regalità di Cristo, che apre e chiude simbolicamente l’anno.

Quando ha iniziato a scrivere?

Ho sempre scritto poesie che spesso sono state premiate – classicheggianti le prime, come ad imitare lo stile dei nostri grandi poeti, quindi non piane come le poesie moderne – ma per una sorta di pudore non ho mai voluto pubblicarle e anzi le distruggevo. Solo da qualche anno ho iniziato a conservarle per i miei nipoti.

Cosa ha apprezzato maggiormente dell’Argentina?

Ho visitato sia Buenos Aires che Mar del Plata, realtà molto diverse, una caratterizzata da una cultura molto urbanizzata – splendidi i grattacieli, i monumenti –, l’altra dalla gente di mare. Un paese comunque bellissimo nonostante la crisi del 2001, una realtà differente dalla nostra.

Con il suo testo teatrale, Orazio Caruso non attualizza banalmente il mito ma ne svela il valore perenneSiracusa, palcoscenico ideale per quest’opera, sarà tappa del tour di presentazione del volumetto

La Civetta di Minerva, 1 dicembre 2017

Milan Kundera si domandava perché il dolore di Penelope per l’assenza di Ulisse venga esaltato mentre tutti “irridono le lacrime di Calipso”. Lo stesso Omero le dedica pochissimi versi. Perché?

Se lo chiede anche Orazio Caruso nel suo ultimo lavoro, il testo teatrale “Calipso”, uscito per i tipi di Algra Editore e portato in scena da Yvonne Guglielmino e dalle “Teste Toste”, gruppo teatrale del Liceo “Regina Elena” di Acireale.

I “giorni più lontani” maturano “lenti nel grembo immobile dell’eternità”: pur paventato, giunge infine il giorno in cui Ulisse deve abbandonare Calipso, la Nasconditrice, simbolo del divino, dell’eterno, che fluisce in maniera diversa rispetto alla dimensione del finito e del tempo cui il Laerziade deve fare ritorno, nutrito e come rigenerato dal lavacro nelle acque senza tempo della divinità. L’isola di Calipso è sottratta – per sortilegio, per volontà imperscrutabile degli dei – allo scorrere dei giorni, ai mutamenti, alla vecchiaia, alla morte. Eden e prigione, hortus conclusus e labirinto, Ulisse (“astuto, esperto, paziente, flessibile, mutevole, esploratore, distruttore, poliedrico”) sa che deve lasciarla insieme alla donna che ha amato per sette anni umani. Sa che deve lasciarla nonostante lei attenda un figlio, Nausitoo, che fa da contraltare a Telemaco, il figlio che gli ha donato Penelope. La donna dell’attesa contro la dea la cui unica colpa è stata voler essere umana, troppo umana.

Con un linguaggio poetico, evocativo, modulato sui classici eppure attento anche alla modernità– le figure femminili risentono del teatro novecentesco, delle riprese contemporanee dei testi antichi – Orazio Caruso non attualizza banalmente il mito ma ne svela il valore perenne.

Orazio Caruso insegna Lettere nelle scuole medie superiori, oltre a curare gli allestimenti teatrali del suo liceo. Si occupa inoltre di critica letteraria, editoria e poesia. I suoi romanzi “Sezione aurea”, “Comici randagi” (selezionato al Premio Brancati – Zafferana), Finisterre (Premio Più a Sud di Tunisi – Portopalo di Capo Passero) e “Pioggia e settembre”, sono stati presentati anche nelle librerie e biblioteche siracusane e Siracusa sarà una delle tappe del tour di presentazione del volumetto; suggeriamo che la patria dell’INDA sarebbe il palcoscenico ideale per questo testo.

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I ritratti del fotografo Carlo Di Silvestro nel “Vicolo Spirduta”, ragnatela di vichi e rue dai nomi poetici, evocativi: ronchi come anse di un fiume

La Civetta di Minerva, 17 novembre 2017

Il catalogo di una mostra del 1996, che mi catapulta una vita fa. Le fotografie di Carlo Di Silvestro (il padre, Pino, è raffinato e solitario scrittore e artista, capace di creare come per poliedrico genio giocattoli per i nipoti, incisioni tele e romanzi  – ricordiamo “La fuga, la sosta”, “L’ora delle vipere” e il gioiello dedicato ad August von Platen: se questa città fosse meno smemorata saprebbe di dovergli molto) sono frammenti di vita, giovanissima disperata vitale, diremmo pasolinianamente, che ci raccontano il “Vicolo Sperduta”, quella ragnatela di vichi e rue dai nomi poetici, evocativi: tra la Turba la Giudecca e la Graziella, via Alagona Dione Salomone Resalibera Esculapio, ronchi come anse di un fiume fatto di case balconi panni stesi ad asciugare e soprattutto bambini, ragazzini che giocano.

Qui non c’è l’Ortigia da cartolina, quella dei 2750 dalla fondazione, quella dei locali à la page, no: ci sono i muri scrostati, l’umido che trasuda dalle pareti, saracinesche, scritte, ringhiere arrugginite. Certo sono passati vent’anni e molto è stato fatto per rendere Siracusa più degna della sua storia e della sua importanza culturale, ma certo nei vicoli meno frequentati di Ortigia non è raro imbattersi in qualcuna delle scene fissate da Carlo Di Silvestro sulle sue foto che sanno insieme d’antico e contemporaneità.

Pietre, ferro, il mare che non c’è eppure lo si vede erodere le facciate e penetrare le ossa: nei volti, nei sorrisi, nei gesti, nelle smorfie sapientemente fissate dall’occhio del fotografo c’è la vita pulsante di questo lembo di terra abitato fin dalla preistoria, sedimento millenario di vite, come leggiamo nella splendida prefazione di un innamorato di Siracusa, il mai troppo ricordato Vincenzo Consolo (per anni presiedette la giuria del Premio Vittorini, ahimè naufragato alla sua diciottesima edizione: ne ricordo il garbo raro, la parola precisa, netta e gentile insieme):

“Il sito è sempre quello, un lembo di terra che il lavorio del mare separò dall’altra terra e rese isola di stupefazione e desiderio, porto d’ogni approdo, crogiolo d’ogni storia, cima di civiltà, fonte di poesia. Sempre quella è la luce, l’incandescenza di ogni alba, la scaglia abbacinante sopra il mare e la sontuosa porpora, la fiammata fenicia del tramonto. In Ortigia è il libro più denso e più profondo della nostra storia, la conchiglia d’ogni eco, la cetra su cui si modula ogni mito, ogni evento.

“Il tempo è un fanciullo che si diverte a giocare. Suo è il dominio”, scrisse qualcuno. E quel fanciullo eterno giocò in Ortigia il gioco più spensierato e più crudele, sforzò lo scrigno, disperse ogni memoria, ridusse in polvere ogni segno. Il tempo e la sua complice consapevole e beffarda, la storia, precipitata da “più superba altezza” alle piane desolate, ai dirupi, alle latomie più buie e più corrotte.

Rovinò la storia fino la più vicina Ortigia, quel teatro ulteriore di geometria domestica, paravento, quinta e fondale di conforto contro lo smarrimento d’un passato enorme, reticolo borghese e popolare, gioco di prominenze e rientranze, vele al vento d’un esplicito barocco, fantasiose fughe moderniste, incise nella tenera pietra color miele, incroci di rue d’affabilità, pause, piazze di scambi, di racconti.

In questo teatro decaduto, fra queste scene sfatte, tra erosioni e scrostature, lebbre di salsedine e fiori di salnitro, schermi di crolli e muri che accecano aulici portali, fra sconnessure e crepe, cespi di rovi e ortiche, in questo spazio d’oblio e offesa, dove l’eterna “luce d’orïental zaffiro” crudamente risalta ogni piaga, ogni sozzura, s’è mosso il giovane fotografo Carlo Di Silvestro. S’è mosso in questo “suo” teatro d’amore e di memoria per ritrarre una grazia, la Grazia che in quel marasma d’abbandono, in quello squarcio d’ogni tessuto di rispetto, prepotentemente rinasce e afferma il suo diritto d’esistenza, il suo potere contro ogni bruttura, ogni malizia, ogni consapevolezza.

I bambini d’Ortigia ritratti da Di Silvestro sono angeli d’un cielo privato di bellezza, sono, in quello iato, in quel vuoto allarmante, nelle loro corse, nei loro salti, nei loro giochi, nei loro sguardi, immagini di una gioia, di un’innocenza che nessuna distorta storia riesce a cancellare. Ma denunziano insieme, le immagini, la minaccia che incombe su quella grazia fragile, su quella luce breve, su quelle fuggevoli figure d’ineffabile bellezza (Milano, 14 maggio 1996).

 

 

 

 

 

 

 

Daphne Caruana Galizia, mezz’ora prima di morire, scrisse: “A Malta c’è corruzione ovunque”. Un quotidiano americano l’aveva definita “una delle 28 persone che stanno formando, scuotendo e agitando l’Europa”.

 

La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017

Si allunga la lista dei martiri della parola. È di pochi giorni fa la terribile notizia della morte di Daphne Caruana Galizia, giornalista e blogger maltese la cui colpa è stata quella di usare l’arma della penna e della tastiera contro intimidazioni e bombe per indagare sulla corruzione che a Malta sembra dilagare come un cancro che metastatizza nell’affarista e forse complice Europa.

Laureata in archeologia, madre di tre figli, è stata una firma regolare per The Sunday Times e redattrice associata per The Malta Independent, oltre che direttrice della rivista Taste & Flair.

Curava un popolare e controverso blog dal titolo Running Commentary, contenente segnalazioni investigative; diverse le battaglie legali dovute proprio alla pubblicazione di post su magistrati e leader politici ed importanti le sue rivelazioni sulla corruzione e la mancanza di trasparenza a Malta. Il quotidiano americano “Politico” ebbe a definirla come una delle “28 persone che stanno formando, scuotendo e agitando l’Europa”.

Minacciata di morte – dopo aver sostenuto che una società panamense fosse di proprietà della moglie del primo ministro Muscat e aver criticato Delia, leader dell’opposizione nazionalista –, Daphne Caruana Galizia è rimasta uccisa lo scorso 16 ottobre nell’esplosione di un’autobomba.

Unanimi e di circostanza i cori di condanna dell’accaduto ma diversa è la posizione della famiglia: in un messaggio su Facebook uno dei figli della donna –  giornalista appartenente all’International Consortium of Investigative Journalists – ha mosso forti accuse contro le autorità di Malta, in cui Stato e crimine organizzato sarebbero indistinguibili, responsabili e complici a suo dire dell’assassinio della madre.

Sospeso dal servizio e indagato un sergente di polizia maltese per il commento all’omicidio della giornalista in cui ha affermato che «Tutti hanno quello che si meritano, merda di vacca. Sono felice».

Al di là di questo e del prosieguo delle indagini – coinvolta anche l’FBI –, colpiscono le ultime parole scritte da Daphne Caruana Galizia sul suo blog mezz’ora prima della morte: “There are crooks everywhere you look now. The situation is desperate” (“Ora ci sono corrotti ovunque guardi. La situazione è disperata).

Non meno toccanti – sia dal punto di vista personale che da quello deontologico: cosa possono le parole di una giornalista coraggiosa contro quella che è stata definita la “cleptocrazia” del Mondo di Mezzo, il potere occulto che viene a patti con la malavita organizzata per tenere in piedi un impero basato sulla corruzione? – le parole del figlio di Daphne Caruana Galizia: «Mia madre è stata uccisa perché si è messa tra la legge e quelli che cercavano di violarla, come molti bravi giornalisti. Ma è stata colpita perché era l’unica persona a farlo. È questo quello che succede quando le istituzioni sono incapaci: l’ultima persona rimasta in piedi è spesso una giornalista. Il che la rende la prima persona a essere uccisa».

Ricordiamo ai lettori che nei primi 273 giorni del 2017 l’Osservatorio Ossigeno ha documentato minacce a 256 giornalisti ed ha inoltre ha reso note minacce ad altri 65 giornalisti per episodi degli anni precedenti conosciuti dall’Osservatorio solo di recente; dietro ogni intimidazione documentata dall’Osservatorio almeno altre dieci resterebbero ignote perché le vittime non hanno la forza di renderle pubbliche.

Questo dovrebbe farci riflettere sul lavoro dei giornalisti, profeti disarmati del nostro tempo, sentinelle contro abusi e corruzione, spesso voce di chi non ha voce.

Per la prima volta la teca che contiene le lacrime della Madonna, prodigio avvenuto a Siracusa nel 1953, viene accolta in uno studio televisivo. Testimoni e studiosi narrano l’evento

La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017

«Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti» (Mt 10, 27). Non c’è forse citazione biblica migliore per parlare dell’annuncio della parola di Dio attraverso i media: i “tetti” del Vangelo di Matteo ci richiamano quelli contemporanei, fitti di parabole e ripetitori che trasmettono in ogni parte del globo parole, immagini, suoni. E che possono diventare strumento sempre nuovo di diffusione di contenuti culturali e spirituali, di riflessione sui valori non solo confessionali ma latu sensu umani.

Per la prima volta il reliquiario della Madonna delle Lacrime di Siracusa viene accolto in uno studio televisivo: presso gli studi di Padre Pio tv è stata registrata una puntata speciale della trasmissione “Nella Fede della Chiesa” con la presenza del prezioso reliquiario. La puntata è andata in onda Martedì 31 Ottobre alle 16 ed in replica Mercoledì 1 alle 8:45, Giovedì 3 alle 13:45 e Venerdì 4 alle 22:45 al canale 145 del digitale terrestre, 852 di Sky e 445 di TvSat. Appuntamento speciale, quindi, per i santi e i defunti con la presenza del prezioso reliquiario della Madonna delle Lacrime di Siracusa – ricordiamone l’autore, Biagio Poidimani, che lo realizzò nel 1954 in oro, argento e pietre preziose, rappresentando Santa Lucia e San Marciano, il primo vescovo di Siracusa, San Pietro e San Paolo, oltre a quattro angeli che custodiscono l’urna di vetro con la fialetta contenente le lacrime.

In studio, Don Francesco Cristofaro, mentre ad accompagnare la reliquia e a spiegare l’evento prodigioso della lacrimazione del 1953 Don Raffaele Aprile– che ha anche recitato una sua poesia in onore della Madonna delle Lacrime, “quella metà di cielo che parla di salvezza”, oltre che a spiegare teologicamente il significato del prodigio – e la dottoressa Concita Catalano, che ha spiegato al pubblico quali analisi vennero compiute all’epoca dalla commissione medica appositamente istituita per accertare la veridicità del fenomeno, con l’ausilio di immagini e filmati – toccante anche dal punto di vista umano la vicenda del dottor Cassola, il cui contatto con le lacrime da esaminare trasformò profondamente la sua vita di uomo e di medico.

Significativa anche la coincidenza della presenza delle reliquie di Giovanni Paolo II in Santuario: papa Wojtyla, devoto della Madonna delle Lacrime, nel novembre del 1994 ne consacrò il santuario durante la storica visita a Siracusa; il pontefice polacco, maestro di comunicazione, ha dedicato scritti, riflessioni e interventi sul ruolo dei media nell’apostolato e nell’ottica dell’unità della famiglia umana.

Incastonate in un artistico reliquiario opera del maestro Gulino – in Basilica è possibile anche ammirarne anche altri pregevoli manufatti – le reliquie di Wojtyla hanno richiamato un buon numero di fedeli devoti di questo Santo della nostra contemporaneità.

 

 

 

 

 

 

 

 

Pur farciti di latinismi, grecismi, termini sloveni, anglismi, scoppiettanti onomatopee, bisticci e neologismi, emerge un amore incondizionato per la lingua e la letteratura italiana

“…cos’è parola e cosa immagine, pennellata, in me? Oppure divina impronta? Non saprei distinguere” (“Sevdalinka”).

“Diorama” (Splen edizioni) è una raccolta di racconti uscita dalla penna ironica e colta insieme di Sergio Sozi, che dalla Slovenia, osservatorio privilegiato, legge, recensisce e scrive, soprattutto quelle che definiremmo nugae, sciocchezzuole letterarie, ma che sono in realtà esercizi di stile e non solo.

Siamo d’un tratto catapultati fra le nostre reminiscenze letterarie della Mitteleuropa e la storia recente dei Balcani – di quali lacrime grondi e di che sangue neanche riusciamo ad immaginarlo –, nei meandri delle psicologie di personaggi grotteschi, stravaganti, sempre sui generis, in storie dall’apparenza bislacca ma portatrici di una personale visione che potremmo definire morale.

Unendo alla lezione dei classici – latinismi, grecismi, la struttura della frase sempre sorvegliatissima -, l’uso del parlato, di termini sloveni, di anglismi – interessanti anche le escursioni nella musica e nelle altre arti, con il loro portato di parole e di ritmi –, di scoppiettanti onomatopee, bisticci e neologismi, la lingua di Sozi fluisce inarrestabile, ritrae, commenta argutamente o sarcasticamente, filosofeggia e moraleggia, fustiga alla Baretti come se scrivesse su una moderna internazionale “Frusta letteraria”: “a metà strada fra un sogno, un delirio e un racconto di fantascienza” (“Suppergiù oggi”), i racconti di Sergio Sozi mostrano, al di là degli intenti, un amore incondizionato per la lingua e la letteratura italiana e per la loro storia, quasi fossero protagoniste anch’esse delle storie di “Diorama”.

Ecco le acque di Sevdalinka che ci ricordano – fra il patetico e il tragicomico – i quattro fiumi di Ungaretti, ecco i toni alla Buzzati o quelli leopardiani di certi dialoghi, ed ecco anche certe stoccate tra il serio e il faceto sull’editoria contemporanea: “Credo che se tutte le energie impiegate dagli autori per farsi credere negletti operai delle parole venissero utilizzate ai fini della ricerca della fantasia, avremmo un Manzoni ad ogni angolo, tre Leopardi in ogni paese e qualche centinaio di Calvino fra mari e monti” (“Don Chisciotte è diverso”).

Sergio Sozi, nato a Roma, critico letterario e giornalista culturale, attualmente collabora con le riviste “Inchiostro” e “Fermomag” e con il blog letterario “La Casa di Carta”. Nel 2005 ha curato e postfato in Slovenia l’antologia di nuovi racconti italiani “Papir in meso” (Carta e carne) e la versione slovena del romanzo di Diego Marani “Nuova grammatica finlandese” (in Italia: Bompiani). A Lubiana tiene anche corsi di Storia della Letteratura Italiana presso istituti privati (Pionirski dom). La sua attività recensoria e culturale, iniziata nel 1989 sul periodico umbro “La Notizia”, è proseguita su “Sintesi”  e su altre testate cartacee e on line come “Il Giornale dell’Umbria” (2003-2013), “L’Unità”, “Avvenimenti”, “Letteratitudine”, “Critica Letteraria”, “Trieste Arte e Cultura”; ha fondato e diretto a Perugia il trimestrale culturale “I Polissènidi”.

Autore di racconti, romanzi, saggi brevi ed interviste (a Magris, Cilento, Marani, Pazzi, Maraini, Piumini, Magrelli…), ha pubblicato su varie testate (“LiberaMente”, “La Casa di Carta”, “Via delle Belle Donne”…) e per diversi editori, fra i quali Castelvecchi, Valter Casini, Historica, Splen, Carocci, Azimut e FuocoFUOCHINO.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2685:siracusa-celebra-il-bicentenario-della-comunita-baha-i&catid=69&Itemid=200

Secondo il fondatore della fede, Dio è unico pur nella molteplicità dei profeti che lo hanno annunciato; gli uomini dovrebbero impegnarsi in un cammino di unità tra tutte le religioni

 

La Civetta di Minerva, 20 ottobre 2017

“Tanto potente è la luce dell’unità che può illuminare il mondo intero”: non c’è modo migliore di ricordare il bicentenario della nascita di Bahà’u’llàh, ovvero Husain Nuri, persiano (1817-2017), che citare questa sua affermazione sulla necessità che gli esseri umani trovino quello che li unisce al di là e oltre ciò che li divide.

Fondatore della fede baha’í, Bahà’u’llàh sarebbe l’ultima – per questa epoca – manifestazione di Dio, quindi in ordine di tempo l’ultimo essere speciale ad aver rivelato all’umanità la parola e la volontà divina. Se pensiamo alle grandi religioni e alle varie tradizioni di fede, possiamo nominare come figure “profetiche” Krishna, Budda, Abramo, Mosè, Gesù Cristo, Muhammad (ovvero Maometto), il Bab; se per l’ebraismo, ad esempio, la Rivelazione divina risulta compiuta con l’alleanza tra Jahvè e il popolo eletto, cioè Israele (di cui ci rendono testimonianza i libri della prima parte della Bibbia, quelli dell’Antico Testamento, appunto l’alleanza antica, testamentum), per i cristiani essa trova pieno compimento e compiuta manifestazione nella seconda persona della Trinità, cioè il Verbo di Dio, Gesù Cristo (“l’unto” del Signore), dopo e oltre il quale non c’è da attendere ulteriori rivelazioni, cioè disvelamenti della potenza e volontà di Dio (i profeti antichi non avrebbero fatto altro che prefigurarne la venuta, gli apostoli ne avrebbero tramandato detti e atti insieme alla storia delle primitive comunità cristiane e l’Apocalisse, scritta dall’apostolo Giovanni, ribadirebbe i novissimi, le realtà ultime preconizzate dalla Rivelazione), Maometto sarebbe stato il profeta dell’unico Dio, ovvero Allah (ricordiamo che la figura di Abramo, patriarca dei tre grandi monoteismi, è il trait d’union fra ebraismo, cristianesimo ed islamismo, essendo il padre della fede per tutte e tre le grandi religioni). Molto diverso sarebbe il discorso sulla rivelazione divina relativo alle religioni e filosofie orientali.

Secondo la fede baha’ì, invece, religione mondiale il cui scopo è quello di unire tutti i popoli in una fede comune, dato anche che le tradizioni di tutti popoli conterrebbero la promessa di un futuro nel quale la pace e l’armonia saranno instaurate sulla terra, il profeta Bahà’u’llàh (che significa “gloria di Dio”) rappresenterebbe il modo in cui la parola e la volontà di Dio si manifestano nella nostra contemporaneità: Dio è unico pur nella molteplicità dei profeti che lo hanno annunciato; gli uomini dovrebbero impegnarsi in un cammino di unità tra tutte le religioni, realizzando una vera parità fra uomini e donne, la giustizia economica e sociale, attuando l’educazione universale e l’armonia fra scienza e religione, adottando anche una lingua ausiliaria internazionale che favorisca la comunicazione e creando un’organizzazione mondiale fra le nazioni che mantenga la pace tramite la sicurezza collettiva. Per la fede baha’ì l’umanità può essere paragonata a un grande giardino nel quale crescono uno accanto all’altro fiori di tutte le forme, colori e profumi; il fascino e la bellezza del giardino nascono dalla diversità, quindi ogni membro della famiglia umana è da considerarsi come un bel fiore che cresce nel giardino dell’umanità, felice di appartenervi.

I baha’i di ogni parte del mondo, dall’Alaska allo Zimbawe, organizzano incontri per celebrare il bicentenario del 2017: in Italia, presso la sala stampa della Camera dei Deputati, il 10 ottobre scorso si è svolta una conferenza stampa, presenti illustri esponenti del Parlamento italiano e rappresentanti di istituzioni baha’i.

A Siracusa la comunità baha’i – da rimarcare l’impegno di Savitri Jamsran, insegnante mongola presso la Scuola internazionale di Ulan Bator e guida turistica, perfettamente integrata nella nostra città, ponte fra la propria cultura, lingua e religione e le nostre tradizioni culturali, artistiche e religiose – celebrerà il bicentenario della nascita di Husain Nuri il 21 ottobre 2017 alle ore 17, presso l’aula magna dell’Istituto Rizza di viale Armando Diaz. Il dottor Giuseppe Lissandrello, scrittore e psicologo, introdurrà la figura di Bahà’u’llàh, seguirà la proiezione di un breve documentario. Il chitarrista Gianluca Astuti accompagnerà la recitazione di preghiere in mongolo, italiano, inglese e russo, mentre il pianista Graziano Grancagnolo – tra l’altro direttore dell’Ensemble In Gratia Vox e cantore egli stesso – accompagnerà il soprano Donatella Aloschi nell’esecuzione di brani che riprendono il clima multiculturale della manifestazione; a concludere il pomeriggio all’insegna della spiritualità e dell’arte, il maestro Maria Carmela De Cicco e il coro polifonico “Giuseppe De Cicco”, che ha di recente festeggiato il ventennale della fondazione e si è spesso esibito a Siracusa (ricordiamo tra gli altri i concerti presso la Cattedrale, nella Chiesa del Ss.mo Salvatore, presso le Suore di Gesù Redentore e all’ex convento del Ritiro, oltre all’esecuzione della Petite Messe Solennelle di Rossini a Santa Lucia alla Badia e agli interventi durante eventi culturali come presentazioni e mostre, fra cui quello al Museo dedicato a Leonardo da Vinci e Archimede), eseguiranno dei brani della polifonia tradizionale e contemporanea.

Stefano Amato, fondatore della rivista letteraria A4: “Per conoscerne meglio i vari aspetti della personalità”. “Ho in cantiere il mio primo romanzo per ragazzi”

 

La Civetta di Minerva, 20 ottobre 2017

Abbiamo incontrato per voi Stefano Amato, scrittore siracusano schivo e originale, autore di racconti e altri contributi pubblicati su riviste letterarie prestigiose come “Linus”, “Maltese narrazioni”, “Prospektiva”, “Doppio zero”, “Colla”, “FaM” e “pagina99”, di reportage musical-letterari, frutto anche della sua collaborazione come performer in un trio punk-rock, di romanzi (dopo il suo esordio, “Le sirene di Rotterdam”, ricordiamo “Domani gli uccellini canteranno” e soprattutto “Bastaddi” , ri-creazione in forma di romanzo del film “Inglorious Bastards” di Quentin Tarantino a partire dalla sceneggiatura, e “Il 49esimo Stato” (tra i suoi editori, Marcos y Marcos e Feltrinelli / Transeuropa ed.).

Traduttore – pensiamo a “The Inverted Forest”, un romanzo inedito di J. D. Salinger –, “apprendista libraio” che ha voluto raccogliere topiche e sfondoni linguistici ambientati in libreria in “Avete il gabbiano Jonathan Listerine?”, Stefano Amato ha fondato e cura “A4”, una rivista letteraria contenuta in un foglio solo: aquattro.org, giunta al decimo numero, contenente un racconto di Matteo B. Bianchi più il raccoglitore per conservare le prime dieci uscite di questa singolare avventura editoriale.

Com’è nata l’idea di A4? Chi ospiterai nel prossimo numero?

L’idea di “A4” è partita dal nome. Anni fa ho pensato che “A4” era un bel nome per una rivista letteraria (da tempo volevo fondarne una). Poi ho pensato che, visto il nome, la rivista non avrebbe potuto avere altro formato che, appunto, l’A4. Infine ho pensato: perché non una rivista che sia lunga quanto UN UNICO foglio A4? Ho fatto un po’ di prove con le colonne, i margini, il senso di stampa, la ripiegatura, la testata, diversi font eccetera. E quando sono stato soddisfatto di tutto, e concluso che un foglio può ospitare racconti di lunghezza più che dignitosa, ho lanciato la rivista. Nel dicembre del 2015 è uscito il primo numero, che ospitava un racconto del concittadino Angelo Orlando Meloni. “A4” è appena arrivata al numero 10 e per la prima volta, nel numero 9, ha ospitato un fumetto. L’autore è un illustratore che lavora per “Linus” e altre riviste, Emanuele Simonelli, mentre non ringrazierò mai abbastanza per averci prestato la sua voce Matteo B. Bianchi per il racconto del numero 10.

La tua confidenza con la letteratura e la lingua americana è notevole: prova ne sono le tue splendide traduzioni nel numero di A4 “Speciale McSweeney’s . Puoi parlarcene?

Sì, in effetti sono un appassionato di traduzioni, se così si può dire, soprattutto da lettore. Prima di cominciare a leggere un romanzo di un anglosassone controllo chi l’ha tradotto, cos’altro ho letto tradotto da lui o lei, e faccio quella cosa antipatica di cercare di scoprire se e dove ha sbagliato, e come avrei tradotto invece io un certo passaggio. Da traduttore il mio è solo un passatempo. Ho tradotto cose in passato, e non escludo di farlo in futuro, ma a tempo pieno non riuscirei mai a farlo. Passo già troppo tempo davanti allo schermo di un computer… Tradurre i pezzi tratti da McSweeney’s, una rivista letteraria nata negli Stati Uniti una ventina d’anni fa, è stato uno spasso. E mi è servito anche a indicare ai futuri autori di “A4” la direzione in cui vorrei andasse la rivista: con pezzi umoristici, satirici, sperimentali.

In libreria ci hai anticipato l’uscita di un tuo lavoro su Archimede… di cosa si tratta? Archimede poi è un personaggio così immenso e già trattato innumerevoli volte – pensiamo, solo tra gli autori siracusani, ad Annalisa Stancanelli, al materiale raccolto da Antonio Randazzo nel suo documentatissimo sito, ai volumi di Cettina Voza o di Suor Teresa Fichera, ad Antonino Vittorio, Enza Giuffrida e il loro Tecnoparco dedicato allo scienziato e inventore siracusano, al lavoro meritorio di Maria Gabriella Capizzi con il Museo dedicato a Leonardo da Vinci e Archimede – che sembrerebbe impossibile trovare una nuova chiave per narrarlo: qual è la tua?

L’idea di un libro su Archimede è nata ai tempi in cui lavoravo in libreria. Allora mi sono accorto che, come dici tu, esistono diversi libri su Archimede, alcuni scritti anche da autori locali e pubblicati da editori siracusani. Ho pensato quindi di scriverne io uno che unisse il contenuto ad una particolare cura grafica ed ho contattato i ragazzi di Lettera22, un editore locale che avevo notato, appunto, per la qualità sia estetica che intrinseca dei libri che pubblicano, e loro hanno accettato di pubblicare il mio testo. In effetti il libro è venuto molto bene, secondo me, almeno dal punto di vista dell’“oggetto”. Per quanto riguarda il contenuto io non posso giudicare. Dirò solo che ho provato a scrivere con un linguaggio diretto, colloquiale, il libro breve e maneggevole che io per primo vorrei leggere se volessi conoscere meglio Archimede da tutti i punti di vista: storico, matematico, fisico eccetera.

Cos’hai in cantiere?

In cantiere c’è l’uscita fra qualche mese del mio primo romanzo per ragazzi o “young adults” che dir si voglia. La storia di un adolescente di Siracusa (ma la città del libro si chiama Cirasa) che subito dopo il diploma va a stare a Milano dalla zia, che ha un ristorante.

Nel suo nuovo libro, ha musicato i versi immortali di Leopardi, Pascoli e Quasimodo. Il personaggio non è nuovo a queste contaminazioni: ha già collaborato con Salvatore Fiume, col tenore Di Stefano, con i registi Garay e Grimaldi, con Camilleri e Ada Merini

 

La Civetta di Minerva, 6 ottobre 2017

“L’essenza della musica è di svegliare in noi quel fondo misterioso della nostra anima, che comincia là dove il finito e tutte le arti che hanno per oggetto il finito si fermano, là dove la scienza si ferma, e che si può perciò chiamare religioso”: così Marcel Proust nella “Lettera alla figlia di Madeleine Lemaire” citata da Alessandro Quasimodo nella prefazione al nuovo lavoro di Aurelio Caliri, che ha unito musica e poesia nel volume “Canti – Poesie di Giacomo Leopardi, Giovanni Pascoli, Salvatore Quasimodo”, rivestendo di note i versi immortali di tre fra i nostri più importanti poeti.

Il volume, nel quale è possibile trovare gli spartiti delle composizioni di Caliri dedicate a Salvatore Quasimodo, Giacomo Leopardi e Giovanni Pascoli, è impreziosito da chine rappresentanti i luoghi del cuore di ogni poeta: la torre del borgo antico e Casa Leopardi, i luoghi di San Mauro cari a Pascoli, la casa natale e San Giorgio a Modica.

Tra malinconia e struggimento, nostalgia e contemplazione, le note di Caliri si intrecciano alle parole – vaghe, indefinite e musicali esse stesse, oppure nette e coloristiche, ritmo e melodia di sillabe – di tre poeti che ben conoscevano il rapporto tra musica e poesia (citiamo a memoria “la grave / conchiglia soffiata dai pastori siciliani”, “amore di suoni”, la “cantilena di remi e di cordami”, “le voci dei fiumi e delle rocce” e l’oboe “sommerso” di Quasimodo, il “chiù” e le altre onomatopee di Pascoli, attentissimo e sensibile alle armonie più profonde di ogni singolo suono della natura e della propria interiorità oltre che dei fonemi, per non parlare di Leopardi, che non a caso diede il nome di “Canti” alla raccolta di liriche che ha traghettato la poesia italiana nella modernità).

Non a caso crediamo che Caliri abbia scelto, nella sterminata produzione poetica di Leopardi, Pascoli e Quasimodo, testi che alla musica o comunque a voci, suoni, rumori e silenzi fanno riferiment oscoperto o velato e che sembrano essere contrappunto l’uno dell’altro: un esempio tra tutti, il “telaio” che “batteva nel cortile” di Quasimodo, così leopardiano nel suo ricordarci Silvia, la sua tela e il “perpetuo canto” che riecheggiava nelle stanze da poco restaurate e restituite alla fruizione del pubblico.

Caliri non è nuovo alle contaminazioni artistiche fra musica, poesia e arte. Ricordiamo le prestigiose collaborazioni con il pittore e poeta Salvatore Fiume, coll’indimenticato tenore Giuseppe Di Stefano, con i registi Roberto Garay e Aurelio Grimaldi, col pianista Bruno Canino nel cd “La voce del vento” e, sempre per restare in ambito poetico, con il poeta Salvatore Camilleri e Alda Merini, la poetessa dei Navigli della quale Caliri ha musicato tredici composizioni interpretate da Gabriella Rolandi in “Canto alla luna”.

 

Il Rettore del Santuario, don Aurelio Russo, ha già scritto al Pontefice. Bergoglio divenne sacerdote nel giorno di santa Lucia ed è devotissimo alla Madonna. Due buoni motivi per essere qui l’anno prossimo

 

La Civetta di Minerva, 22 settembre 2017

Si sono da poco concluse le celebrazioni per il sessantaquattresimo anniversario della Lacrimazione del quadretto di gesso (29 agosto – 1 settembre 1953) raffigurante il Cuore immacolato e addolorato di Maria: il miracolo di via degli Orti di San Giorgio a Siracusa, commentato da Pio XII che si domandava quale fosse “l’arcano significato” di quelle lacrime e se gli uomini fossero capaci di comprenderlo, in sei decenni e rotti ha dato vita ad un flusso costante di pellegrini, alle missioni del Reliquiario (ultima ma non ultima quella a Castellammare di Stabia, che ha visto la partecipazione di più di tremila persone), al progetto – travagliato e poi finalmente realizzato – del Santuario, poi elevato alla dignità di Basilica mariana, ad una corrente di devozione incessante.

Secondo le parole di Anna Gioia, responsabile del gruppo mariano Apostoli del Cuore addolorato e immacolato di Maria, che ha ringraziato in particolare don Raffaele Aprile per l’accoglienza e la guida storico-culturale e spirituale dei pellegrini (non sempre in passato è stato così e non comunque con queste modalità: per usare ancora le parole dei pellegrini: “disponibilità”, “simpatia”, “entusiasmo”, “fede e devozione” traspaiono da chi, facendo da “cicerone”, attrae tanti smarriti di cuore), qualcuno ha visto la costruzione “come un’enorme lacrima discesa dal Cielo… mi piace pensare che sia proprio così: Il Cielo piange per questa umanità sofferente e sull’orlo del precipizio”.

Le celebrazioni dell’anniversario del 2017 sono state arricchite di una novità significativa nel senso dell’inclusione e della solidarietà: una rampa lignea ha permesso sia ai diversamente abili con difficoltà di deambulazione che agli altri fedeli e pellegrini di fissare lo sguardo in quello della Madonnina delle Lacrime contemplandola a una distanza e un’altezza ravvicinate, esperienza toccante – come testimoniato dal numeroso e composto cordone di folla che tra la fine di agosto e l’inizio di settembre ha visitato la Basilica.

Il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero, oltre ad aver composto un’orazione per la Madonna delle Lacrime, ha chiuso i festeggiamenti il primo settembre ricordando il “genio tutto al femminile» delle donne sotto la croce, quella di Cristo e dei sofferenti di ogni tempo, bagnata da lacrime di dolore, di gioia e di attesa”.

Il rettore della Basilica-Santuario della Madonna delle Lacrime, don Aurelio Russo, con devozione e semplicità ha rinnovato il proprio invito al Santo Padre Francesco perché venga a Siracusa in occasione del sessantacinquesimo anniversario della Lacrimazione: scherzando, si è autodefinito uno “stalker” del Santo Pontefice, sia nel corso degli incontri personali che anche grazie alla cordiale intermediazione del cardinale Stella: ricordiamo anche che Jorge Mario Bergoglio è diventato sacerdote il 13 dicembre del 1969, quindi in occasione della festa di Santa Lucia. Un doppio legame spirituale con Siracusa, dunque, quello di Francesco: Maria – la devozione del papa, grazie anche a Nostra Signora di Bonaria o Madonna di Bonaria, cui è legata la fondazione di Buenos Aires, è ben nota – e Lucia, le “due donne che parlano con gli occhi”, aspettano il Santo Padre.

Ed eccone un altro (categoria Cultura, mentre il primo che ho postato appartiene alla rubrica Chiesa e dintorni).

Emanuele Lelli, docente de “La Sapienza” di Roma, è l’alfiere di una nuova disciplina, la demofilologia, che tenta di lumeggiare la letteratura greca e latina alla luce di ciò che resta dell’immenso patrimonio immateriale nella zona euromediterranea

La Civetta di Minerva, 30 giugno 2017

I confini tra le discipline sono fortunatamente labili, perché è proprio dalla contaminazione dei saperi e delle competenze che nascono nuove ipotesi di ricerca e si spalancano nuovi campi aperti alla sperimentazione. Spesso la specializzazione settoriale – seppur fondamentale – fa perdere di vista i fil rouge che ci sono tra i diversi ambiti della conoscenza; non solo: spesso il mondo accademico ha guardato con sospetto allo “sporcarsi le mani” con la cultura popolare, l’etnologia, la demopsicologia, quando invece tante pagine della letteratura latina e greca – a torto quasi “imbalsamate”, fossilizzate, come se non fossero nate da sudore sangue lacrime, da una cultura che non conosceva barriere rigide tra “alto” e “basso” ma che anzi nasceva da un sostrato agropastorale con tutto il suo corollario di modi di dire, superstizioni, riti… – si spiegano aprendo gli occhi sulle persistenze, su quanto della cultura “bassa”, contadina, pastorale, popolare rimane oggi, a dispetto delle seduzioni del presente, dei nuovi media, dei nuovi riti della socialità, di una lingua imbastardita con l’inglese, della digitalizzazione a volte spersonalizzante.

Emanuele Lelli, docente de “La Sapienza” di Roma, è l’alfiere di una nuova disciplina, la demofilologia, che tenta di leggere le pagine del mondo antico alla luce di quanto rimane dell’immenso patrimonio di cultura popolare nella zona euromediterranea, particolarmente conservativa da questo punto di vista: Calabria, Basilicata, Molise, Abruzzo, Lazio, Campania, Puglia, Sicilia, Sardegna sono state e sono il campo etnografico del professor Lelli: tramite interviste e domande mirate (un questionario etnografico in cui nulla è lasciato al caso) il docente ha indagato sulle analogie e identità tra quanto letto nei classici greci e latini (alcuni molto studiati e noti, altri meno, specie i testi non  letterari), spaziando dalle superstizioni alla farmacopea, convinto che tutto quanto è liquidato come “folklore” sia utile non solo per leggere gli antichi.

Facciamo qualche esempio: il fatto che il tonno sia considerato il maiale del mare è cosa perfettamente nota da millenni nel nostro Sud, eppure generazioni di studiosi si sono scervellati nel cercare di capire a quale misterioso animale si riferissero le fonti antiche. O ancora: pensiamo alla persistenza di pratiche desacralizzate ma ripetute, come l’abitudine di porre nelle tasche dei defunti del denaro: come non pensare all’obolo per Caronte del mondo pagano, alla pratica del refrigerium‘u rifriscu siciliano, all’attraversamento del fiume Giordano e all’offerta a San Pietro dello stesso mondo, cristianizzato ma in cui la nuova religione rappresenta un innesto, un nuovo strato che si aggiunge a millenni di pratiche religiose?

La cultura e la scuola hanno spesso fornito una lettura classicistica degli antichi, all’interno della quale un testo è già connotato come classico, quindi canonico, quasi immobile e marmorizzato.

Il professor Lelli è stato recentemente ospitato dal Liceo Classico “Tommaso Gargallo” di Siracusa, insieme alla nota studiosa Eva Cantarella. La conferenza, introdotta dalla dirigente scolastica Maria Grazia Ficara, ha dato modo al docente di parlare delle tematiche confluite nei suoi testi come “Sud antico – Diario di una ricerca tra filologia ed etnologia” (Bompiani) e “Folklore antico e moderno. Una proposta di ricerca sulla cultura popolare greca e romana” (Fabrizio Serra editore): da Filita di Kos a Plinio il Vecchio, da Varrone a Petronio, da Omero ad Eschilo, Sofocle, Euripide, Catullo, Aristofane, Marziale, passando per i grandi pionieri dell’etnoantropologia come il medico siciliano Giuseppe Pitrè, Raffaele Lombardi Satriano, Gennaro Finamone (che studiarono le tradizioni popolari siciliane, calabresi, abruzzesi), Lelli ha letto e commentato testi, anche tramite l’aiuto di slide e video della sua esperienza sul campo. L’incontro è stato fortemente voluto dal Centrum Latinitatis Europaenella persona della professoressa Lidia Pizzo, presidentessa della sezione siracusana dell’associazione.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2480:nel-libro-di-lorenzo-perrona-il-sud-come-alterita-italiana&catid=17&Itemid=143

Luogo e metafora della diversità a condizioni politiche ingiuste. “L’altro sé – Opposizioni letterarie dal Sud (Silone, Levi, Brancati, Pasolini, Sciascia)”

La Civetta di Minerva, 16 giugno 2017

Crisi come destabilizzazione e crisi come cambiamento. Identità e alterità. Sistema e opposizione ad esso. Visione ideologica del mondo e relativismo. Queste e molte altre le coppie oppositive di concetti che costituiscono l’ossatura del dibattito culturale attuale, nell’ambito del quale ci si domanda quale posto abbiano la letteratura e la critica letteraria in un mondo dominato da letture economicistiche del reale: che impatto ha sul reale un libro?

I lettori de “La Civetta di Minerva” potranno trovare spunti di riflessione in questo senso nel libro di Lorenzo Perrona edito da Algra editore “L’altro sé – Opposizioni letterarie dal Sud (Silone, Levi, Brancati, Pasolini, Sciascia)”. L’autore, che nel volume fa confluire il progetto di ricerca nato tra l’Italia e l’Università di Losanna (fondamentale il contributo di Jean-Jacques Marchand e Raffaella Castagnola e il confronto con Marc Praloran, Nicolò Scaffai e Paolo Orvieto), pone come idea centrale del libro quella del Sud come alterità italiana per eccellenza, luogo fisico e metafora insieme della differenza, della diversità, dell’opposizione a condizioni socioculturali e politiche ingiuste.

Chi era l’altro nella letteratura ottocentesca? E in quella del Novecento? E chi è l’altro oggi? La psicologia ci dice che la costruzione del Sé avviene per differenziazione dall’Altro-da-Sé e questo avviene sia a livello individuale che collettivo (pensiamo alla costruzione dell’idea di nazione, alla formazione degli stati nazionali, dei partiti politici, ai populismi, ai totalitarismi, alla negazione e all’esaltazione delle differenze sessuali, sociali, politiche, economiche, linguistico-culturali…): di questo si occupa una disciplina chiamata imagologia, che quindi ha a che fare con la rappresentazione (imagerie) e l’autorappresentazione (autoimage).

Il libro di Lorenzo Perrona ci mostra dunque come il pensiero divergente della letteratura, con il suo sguardo “altro”, spesso non omologato al sistema ma ad esso oppositivo, possa dar voce ai “villani”, ai “cafoni”, ai diversi in ogni senso di ieri e di oggi, scardinando gli stereotipi e le false rappresentazioni (pensiamo a come sia malposta la secolare questione meridionale, ad esempio) in un’ottica di letteratura “civile” che incida concretamente sul reale.

Ecco uno dei miei ultimi articoli confluiti sul sito…

Interessante mostra documentaria su 400 anni di vicende femminili. Non solo aborti, stupri e delitti ma anche testamenti e figure storiche. Donne dalle condizioni socioeconomiche diverse, donne dalle storie variegate, donne da conoscere e ricordare

La Civetta di Minerva, 19 maggio 2017

Sarà visitabile fino al 31 maggio 2017 – quindi anche durante l’Infiorata – nei saloni espositivi di Palazzo Impellizzeri, sede della Sezione di Noto dell’Archivio di Stato di Siracusa, la mostra documentaria ”Storie di donne nei documenti d’archivio”.

L’esposizione, inaugurata a marzo con un evento teatrale suggestivo, l’emozionante performance delle artiste Chiara Spicuglia, Rina Rossitto e Miriam Scala, che hanno dato respiro e anima con “Voci di donne” a Gaetana Midolo, Marianna Ciccone e Franca Viola, accompagnate dal gruppo dei ragazzi del S.Cuore –,  è stata realizzata utilizzando la documentazione proveniente da vari fondi archivistici: fascicoli processuali della Gran Corte Criminale, atti notarili, atti dell’Università di Noto e Prefettura, tutti documenti riferiti a vicende e figure femminili del nostro territorio vissute nell’arco di quattrocento anni.

Regestazione ed allestimento della mostra sono stati curati dalle archiviste della Sezione di Noto, Giuseppina Calvo e Anna Lorenzano, con la collaborazione di Maria Teresa Azzarelli. Coordinatore della mostra è Concetta Corridore, direttore dell’Archivio di Stato di Siracusa. Importante anche il contributo di Salvatore Zuppardo, che ha realizzato la brochure esplicativa dell’esposizione.

Il visitatore sarà suggestionato da tante voci provenienti dal passato: quella del charaullo – meraviglia lessicale per una tradizione tipicamente siciliana – che motus amore divino perdona la moglie adultera nel 1551, quella di Eleonora Nicolaci che parla attraverso il proprio testamento, quella del letterato e scienziato avolese Giuseppe Bianca che ringrazia la poetessa e patriota netina Mariannina Coffa per il dono della sua pubblicazione “Nuovi Canti” (1859)…

Interessante notare anche il progresso della condizione femminile (vedi il documento sull’Unione donne italiane ad esempio) nell’ambito dell’istruzione e dell’introduzione alle professioni.

Toccante leggere l’atto di nascita di Gaetana Midolo, che morì appena quindicenne nel rogo della fabbrica newyorkese “Triangle Waist Company”: insieme a tante altre operaie, sfruttate e sottoposte a condizioni di lavoro disumane, è una delle “camicette bianche” la cui vicenda ha dato origine alla tradizione dell’8 marzo e che è stata studiata da Ester Rizzo (il volume sulle ricerche della studiosa è edito da Navarra editore e ha permesso di dare un nome e far intitolare vie ed altri spazi pubblici alle operaie, 24 delle quali siciliane, morte nell’incendio della fabbrica di camicie).

Agghiaccianti le notizie relative ad aborti stupri e quelli che oggi chiameremmo con parola moderna “femminicidi”: Barbara e tante, troppe ragazze e perfino bambine (intollerabile la bestiale violenza su una bimba di quattro anni) gridano ancora il proprio dolore per le torture e la morte inflitte loro da conoscenti, parenti, tutori oltre che sconosciuti.

Donne dalle condizioni socioeconomiche diverse, donne dalle storie variegate, donne da conoscere e ricordare.

La mostra permette quindi di ripercorrere secoli di storia non solo locale sulla condizione femminile: fare memoria può servire non solo a riascoltare le voci delle donne del passato ma a farsene ispirare per migliorare le condizioni di vita e lavoro di chi ancora, sfruttato, umiliato e vittima di violenza, non trova voce né giustizia.

 E ancora…

Tratto da un libro del giornalista Carmelo Miduri, si girerà a Noto. Tra i  ricoverati nell’ospedale il figlio di un mafioso di Portella della Ginestra. Carabiniere scopre una verità inattesa

La Civetta di Minerva, 7 aprile 2017

Monti Sicani, anno scolastico 1960-1961. Tempo di emigrazione, di fame, di malattie che oggi associamo ai paesi del Terzo e Quarto mondo. Una parola che fa paura: tracoma. Un misterioso sanatorio bianco, teatro di cure contro la cecità, di severità, di punizioni come in un campo di prigionia. Tra gli ospiti dell’ospedale, il figlio di uno dei mafiosi di Portella della Ginestra. Un carabiniere indaga e scoprirà una verità inattesa.

Questa la trama del racconto del giornalista Carmelo Miduri “I bambini della Croce bianca”, edito da Arnaldo Lombardi, che in autunno diverrà un film per la produzione di Paolo Ghezzi grazie ad un protocollo d’intesa con il Comune di Noto, location delle riprese; verranno utilizzate risorse professionali del luogo e si tenterà di valorizzare architetture e paesaggi di quella che è certo una perla del Barocco siciliano.

La storia, realmente avvenuta nel comune di Bivona in provincia di Agrigento, diverrà dunque un film per la regia di Andrea Zaniol; tra gli interpreti, Francesco Di Lorenzo, Gennaro Piccirillo e Lorenzo Falletti. Tra gli artisti siciliani cui è stato proposto di collaborare c’è inoltre il musicista – o come ama definirsi il “chiantautore” – Carlo Muratori.

Il libro “I bambini della Croce Bianca” nelle primitive intenzioni di Miduri, autore sia di saggi che di opere di narrativa, sarebbe dovuto diventare un’opera teatrale, ma l’incontro con l’attore Di Lorenzo ha fatto virare l’operazione verso tutt’altri lidi. Significativa e toccante è stata l’esperienza del ritorno nei luoghi dove la storia ha avuto origine: Bivona e il tracomatosario. La documentazione fotografica, l’incontro con i protagonisti superstiti di una vicenda triste, fatta di povertà, abbandono, sofferenza hanno reso più intensa la scrittura della sceneggiatura.

L’iniziativa non solo contribuirà a gettare nuova luce su una vicenda del nostro recente passato spesso sepolto nell’oblio, ma potrà essere l’occasione di convogliare nuove energie per legare le produzioni cinematografiche alla valorizzazione del nostro territorio – pensiamo al Collettivo Frame Off composto da giovani professionisti che hanno investito nel campo documentaristico e che si sono lanciati in questa nuova sfida.

CHI E’ CARMELO MIDURI

Carmelo Miduri (Augusta 1951), giornalista professionista. Ha lavorato per vari

quotidiani ed altri mezzi di informazione. Esperto di comunicazione di impresa, ha

ricoperto ruoli di responsabilità nei servizi di comunicazione di varie organizzazioni, docente in corsi di Comunicazione, direttore di pubblicazioni tecniche, autore di

documentari televisivi.

Ha pubblicato saggi e testi di narrativa: Dal vostro corrispondente (Studioemme Edizioni, 1988), Siracusa anni ottanta (Romeo Edizioni, 1990), La boa e il terremoto

(Ediprint, 1991), Il tempo che non ricorderai (Lombardi Editore, 2002), Lezioni di comunicazione (Lombardi Editore, 2003), Un anno in quaranta e-mail (Lombardi

Editore 2005), L’Ufficio Stampa nella Comunicazione Pubblica (Lombardi Editore, 2012, Raffineria di Augusta, Storia di uomini e di progresso (ExxonMobil, 2015), Psico-Intervista alla Crisi ( Lombardi Editori, 2016).

E ancora…

Dieci anni sono un’eternità nel vorticoso fluire di post consumati in pochi secondi, eppure non sembra inutile volgersi indietro per rimirare il cammino compiuto per poi solcare nuovi spazi su carta e pixel

La Civetta di Minerva, 7 aprile 2017

Un tempo artisti, poeti e intellettuali si ritrovavano nelle accademie, poi venne il tempo dei caffè letterari,luoghi di elaborazione artistica e spesso laboratori politici, di certo volano per le nuove idee, centri di propaganda per le correnti innovatrici in ogni ambito del sapere.

Oggi è tempo di social, di piazze virtuali: Twitter, Facebook e tutte le piattaforme che consentono di condividere testi, immagini, video. I blog – diari di bordo telematici, mi piace definirli – sono stati e sono ancora per certi versi una via di mezzo tra l’incontro de visu e quello mordi e fuggi dei like e dei tweet: botteghe, laboratori, officine in cui il blogger scrive e condivide post a tema oppure OT, off topic. Alcuni di questi sono dei punti di riferimento per gli intellettuali o gli appassionati di letteratura e non solo, anche se il loro ruolo di filtro e catalizzatore di energie e materiali ora sembra polverizzato tra le bacheche di Facebook sulle quali tendono ormai a spostarsi le discussioni on line.

Oggi, venerdì 7 aprile alle ore 18, presso la Casa del Libro Rosario Mascali in via Maestranza a Siracusa,Simona Lo Iacono (scrittrice e magistrato, autrice de “Le streghe di Lenzavacche” per i tipi di E/O, romanzo finalista al Premio Strega 2016) presenterà insieme a Daniela Sessa, docente di Lettere del Liceo Quintiliano di Siracusa, il volume “Letteratitudine 3 – Letture, scritture e metanarrazioni (LiberAria editore), curato dallo scrittore e blogger Massimo Maugeri, ideatore del blog “Letteratitudine”, che festeggia il decennale. Interpreteranno alcuni dei “fantasmi” letterari del libro Arianna Vinci, Beatrice Margagliotti e Sofiya Vlasova.

Il 10 marzo scorso Massimo Maugeri era stato ospite dell’Istituto Tecnico Commerciale P. Branchina di Adrano (CT) nell’ambito della manifestazione “Viaggio tra le parole”, mentre la prima assoluta di “Letteratitudine 3” si è tenuta presso La Feltrinelli di Catania il 17 gennaio in occasione della serata inaugurale del nuovo anno di incontri della libreria.

“Letteratitudine 3” viene dopo altri due volumi (editi da Azimut e Historica Edizioni) in cui Maugeri ha fatto il punto del suo decennale lavoro, trasformando in cartaceo il meglio delle discussioni di quello che è uno dei blog d’autore del gruppo Kataweb/L’Espresso. Il taglio di questo libro, che chiude quasi un’ideale trilogia, è differente: possiamo leggerlo sia come un manuale di lettura che come un prontuario di scrittura – possiamo infatti sbirciare nell’antro di quelli che sono gli alchimisti della letteratura italiana (e non solo) contemporanea –, possiamo “navigarlo” quasi come un blog o un sito Internet per saltare da uno scrittore a un personaggio a un libro. Particolarmente interessante è la sezione dedicata alle autofiction, ai racconti ideati dagli scrittori per presentare i loro libri, quasi una sorta di selftailer, mentre è un vero e proprio tuffo nella passione per la lettura il poter leggere le lettere a personaggi letterari e autori scomparsi. Particolarmente opportuno per ricordare un faro della nostra letteratura è il l’omaggio a Vincenzo Consolo, raccolta di saggi che chiude il volume.

Massimo Maugeri, che all’attività di blogger unisce quella di collaboratore di testate come “Il Venerdì” di Repubblica, su Radio Hinterland cura e conduce Letteratitudine in Fm, trasmissione culturale di libri e letteratura, scrive romanzi, racconti e saggi; Trinacria Park (Edizioni E/O, 2013), inserito da Panorama nell’elenco dei dieci migliori romanzi italiani pubblicati nel 2013, è stato insignito del Premio Vittorini, del quale purtroppo segnaliamo la scomparsa, perché ha rappresentato un emblema di siracusanità. Maugeri ha anche ricevuto premi come l’Addamo, il Martoglio, il Portopalo – Più a Sud di Tunisi e il Premio Internazionale Sicilia “Il Paladino”, per ricordare soltanto quelli siciliani.

L’evento di oggi servirà a ricordare il decennale del blog e i fili da questo creati fra autori, librai, bibliotecari, traduttori, editori, accademici, esperti e semplici lettori, istituti italiani di cultura all’estero e università: tutto quanto gravita intorno al libro è gravitato tra le pagine virtuali di “Letteratitudine” con la sua costola dedicata alle news letterarie.

Dieci anni sono un’eternità nel vorticoso fluire di post consumati in pochi secondi, eppure non sembra inutile volgersi indietro per rimirare il cammino compiuto per poi solcare nuovi spazi su carta e pixel e magari trovare nuovi sentieri in un mondo come quello editoriale che ha visto la rivoluzione di Internet, la nascita dell’e-book e l’esplodere dei social con l’orizzontalizzazione della conoscenza. Non sembra nostalgico rileggere nomi e nickname che si rincorrevano sulle autostrade telematiche, ritrovandosi in autogrill virtuali per condividere frasi, versi, citazioni, recensioni, riflessioni, auguri, scherzi letterari… Come dimenticare Sergio Sozi (il ponte con la Slovenia insieme alla moglie Veronika Simoniti, traduttrice), Carloesse Sirotti Speranza, Eventounico, Enrico Gregori, Laura Costantini e Loredana Falcone, Gea, Cristina Bove, Maria Di Lorenzo, Stefano Mina, Francesco Didò Didomenico, Salvo Zappulla, Teresa Santalucia Scibona, Fausta Maria Rigo, solo per ricordare qualche nome? Rubriche dedicate al diritto, alla scuola, alle alternative ai classici, cene letterarie, collaborazioni… per dieci anni è stato possibile accalorarsi dietro un monitor ticchettando di libri su una tastiera, magari a tu per tu con l’autore del libro che ci aveva tanto emozionato, insieme a tanti altri come noi che compartiscono l’amore per la lettura e la scrittura.

“Letteratitudine” forse ha addirittura travalicato le primitive intenzioni del suo ideatore, che voleva unire Letteratura e “sicilitudine” contro la solitudine, superando i limiti di lati- e longitudine. Un blog multidimensionale, poliedrico come le geometrie evocative della copertina del volume.

 http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2214:tra-avola-e-noto-echeggiar-di-versi-per-la-festa-della-poesia&catid=18&Itemid=145

Riempite strade, piazze, cortili e chiese con note di armonia, canti, musica. Questa edizione dedicata a Salvatore Di Pietro, l’anno prossimo a Corrado Carbè

La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017

Domenica 19 marzo, in occasione della Festa mondiale della poesia ad Avola, declinata in due giorni speciali tra Avola e Noto, si sono concluse la quindicesima edizione di “Dalle otto alle otto” e la sesta edizione di “Libri di-versi in diversi libri” dedicata a Salvatore Di Pietro: Carlo Sorgia, Alessandra Nateri Sangiovanni e Maria Pia Vido si sono classificati rispettivamente al primo, secondo e terzo posto in quella che non è tanto una tenzone letteraria ma un’occasione di incontro, scambio e crescita nel nome della poesia: in un tempo arido e materialista, in cui scrivere versi sembrerebbe anacronistico e del tutto inutile, poesia è anche riempire strade, piazze, cortili e chiese di Avola e Noto di armonia, canti, musica e, soprattutto, poesie, “celebrando” secondo l’anima di questo concorso, il libraio-editore Ciccio Urso, sostenuto come sempre da Liliana Calabrese, dai giurati e dal manipolo di artisti del Val di Noto che seguono le loro iniziative, “la magia della creatività, spontaneamente e senza programmazione, nonostante l’indifferenza di intellettuali egocentrici e della massa insignificante che ci circonda, e, soprattutto, senza sindaci e assessori e a personaggi di potere, perché l’unico potere abbracciato da ciascuno è quello della fantasia e della bellezza di un verso, dell’incontro con un accadimento inaspettato, ma collegato a ciascuno, e l’adesione entusiastica di persone graditissime”.

Tra i giurati, docenti e poeti: Maria Barone, Corrado Bono, Liliana Calabrese, Antonino Causi, Francesca Corsico, Luigi Ficara, Benito Marziano, Orazio Parisi, Vera Parisi, Fausto Politino, Maria Restuccia, Lilia Urso, Marco Urso e i poeti vincitori Giovanni Catalano, Manuela Magi, Maria Chiara Quartu, Pietro Vizzini, Nina Esposito.

Sono state consegnate le targhe della memoria dedicate a poeti sparsi in diverse città italiane e grazie all’intervento di poeti di diverse regioni italiane, compresa la Sardegna, è stato raggiunto l’obiettivo di creare ponte con gli altri, ascoltando e uscendo da sé, diventando ideali punti di riferimento e modelli di vivere creativo positivo, da moltiplicare nel mondo.

La nuova edizione del concorso letterario verrà come ormai consuetudine dedicata a un poeta amico della Libreria Editrice Urso, scomparso anzitempo, e cioè al poeta-scrittore Corrado Carbè scomparso il 20 febbraio 2017 nel mentre stava partecipando alla precedente edizione di questo Concorso, dove, tra l’altro, si classificava al sesto posto della classifica finale, insieme a Cettina Lascia Cirinnà, Mimma Raspanti, Federico Guastella, Rita Stanzione, Simona Forte, Marianinfa Terranova, Antonella Santoro, Gianluca Macelloni, Grazia La Gatta.

Meritano una menzione particolare e vanno incoraggiati i giovani artisti: in un’edizione di qualche anno fa Davide Giannelli scriveva che quando saprai che stai per morire, / dalle tue ceneri di nuovo un sorriso. / E la tua melodia canterai (da Vivere d’amore).

Miriam Vinci, selezionata nell’edizione 2016/2017, ben rappresenta l’anelito giovanile alla Bellezza nonostante il grigiore del quotidiano e le difficoltà dell’esistenza e ci piace chiudere proprio con i suoi versi, che con voce fresca in ritmi franti ricantano i temi eterni della poesia, tra illusioni ingenue dell’età ed echi leopardiani:

Ed è in questa nudità / che vorrei / vestiti di poesia.

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La conferenza nei locali della biblioteca di Noto. Durante l’incontro, organizzato dal Rotaract, musiche eseguite dal maestro Gabriele Bosco al violino, mentre Giuseppe Puzzo, verseggiatore egli stesso, recita alcune liriche della poetessa e propri componimenti inediti

La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017

Mariannina Coffa, Una donna tante donneLa poetessa dell’Ottocento che parla alle donne di oggi”: questo il titolo dell’incontro che si terrà domani, venerdì 25 marzo, alle ore 17,30 presso la Biblioteca comunale “Principe di Villadorata” di Noto in via Nicolaci, biblioteca che custodisce amorosamente gli scritti della poetessa e patriota netina. L’incontro si inserisce nella programmazione del Rotaract volta alla valorizzazione del territorio e delle sue risorse culturali in senso lato.

Mariannina Coffa (Noto, 1841-1878), enfant prodige della borghesia netina nel passaggio difficile ed esaltante insieme dalla monarchia borbonica al Regno d’Italia, è stata dunque figlia, sorella, amica – corrispose con gli intellettuali dell’epoca pur senza muoversi dalla Sicilia –, innamorata (fu protagonista di un amore tipicamente romantico con Ascenso Mauceri, musicista e autore di tragedie), sposa malmaritata di un possidente terriero di Ragusa, madre (perse tra l’altro due dei cinque figli), patriota e poetessa (accompagnò con la sua poesia e le sue riflessioni i moti risorgimentali e la sua complessa personalità e spiritualità la portò ad un tentativo di emancipazione dagli stilemi dell’epoca verso soluzioni originali): interpretò ognuno di questi ruoli nonostante i limiti della propria condizione di donna, di siciliana, nonostante la malattia e le incomprensioni del contesto familiare e socio-culturale.

La conferenza, tenuta da Maria Lucia Riccioli, docente e scrittrice, autrice tra l’altro di un romanzo storico, “Ferita all’ala un’allodola”, incentrato proprio su Mariannina Coffa, giurata per due anni consecutivi del concorso di “Inchiostro e anima” intitolato alla Capinera di Noto, alla Saffo netina, tanto per ricordare alcune delle immagini cui la Coffa è stata associata, autrice di un saggio sulla prima tesi di laurea dedicata alla poetessa e inserito nel volume “Sguardi plurali” (Armando Siciliano Editore) curato da Marinella Fiume e uscito per raccogliere i lavori dell’omonimo convegno, oltre che di una lettera immaginaria alla Coffa pubblicata per i tipi di LiberAria in “Letteratitudine 3: letture, scritture, metanarrazioni” (a cura di Massimo Maugeri), sarà moderata da Federica Piluccio, presidente del Rotaract club Noto Terra di Eloro; le musiche che accompagneranno l’evento saranno eseguite dal maestro Gabriele Bosco al violino, mentre Giuseppe Puzzo, estimatore della Coffa e verseggiatore egli stesso, reciterà alcune liriche della poetessa e propri componimenti inediti.

A quasi centoquarant’anni dalla scomparsa della poetessa, la sua biografia e le sue opere presentano ancora fertili campi di indagine (pensiamo alla recente scoperta ad opera di Stefano Vaccaro di un inedito rinvenuto nella biblioteca del Castello di Donnafugata).

L’incontro del 25 marzo sarà occasione di riflessione sul modello femminile incarnato dalla Coffa e offrirà lo spunto per ricordare l’incendio del 25 marzo 1911, nel quale persero la vita le “camicette bianche” (pensiamo allo straordinario lavoro di Ester Rizzo per ridare nome dignità e memoria a queste donne), le operaie della Triangle Waist Company: tra di esse c’era una ragazza netina, Gaetana Midolo, cui è stata dedicata la rotatoria di Piazza Nino Bixio. Nel mese dedicato alle donne, ricordare un’emigrata e una figura del nostro Risorgimento non sembrerà un’operazione azzardata.

Per finanziare LA CIVETTA DI MINERVA, che è sostenuta solo da sponsor privati ed è un esempio di stampa libera da vincoli, l’idea è quella del crowdfunding, cioè la ricerca di fondi.

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Difesa dell’ambiente e del territorio,  multiculturalismo, welfare, etica politica, economia sostenibile, lotta contro ogni forma di sfruttamento, prevaricazione e corruzione sono i nostri temi.

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Our mission is to oppose environmental threats, corruption, exploitement, and abuse of power; and to promote multiculturalism, welfare, ethical politics, and sustainable economy.

Even though we had little money – motly provided by the journalists ourselves – in seven years we fought important battles: against water privatization; against the building of the regasification unit in the high risk area of Priolo-Melilli; against oil drilling in the historical area of Val di Noto. Among our many investigative reports, the “famous”one on the judges of the Procura della Repubblica di Siracusa was rewarded with the national Mario Francese prize for anti-mafia journalism.

However, our battle for legality brought us more ennemies than funds and now La Civetta risks to close for ever. We need you to save it!
Your donations will be used to support the newspaper and every activity which can contribute to its survival and outreach.

The name of every donor will be printed in a specific section of the newspaper, where your ideas and proposals can also be hosted (after previous evaluation of their legitimacy). Moreover, every donor will receive a PDF version of next issue and will be able to read it through an app.

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LA CIVETTA esce ogni due venerdì e poi molti articoli confluiscono nel sito, dove troverete anche aggiornamenti e novità.

I 26 anni del Premio Turiddu Bella

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Il Centro Studi di tradizioni popolari “Turiddu Bella”, Il Centro Studi nasce per un duplice scopo: quello di esplorare la terra della poesia dialettale popolare con l’annuale omonimo trofeo e quello di promuovere la ricerca e l’analisi delle nostre tradizioni, attraverso conferenze, testimonianze, mostre, documentari e iniziative che ci consentano di conoscere e indagare la storia e la civiltà del popolo siciliano.
Raccogliendo i frutti del lavoro egregiamente svolto negli anni precedenti, il Centro studi sta pienamente realizzando il primo obiettivo per cui è sorto. Infatti, non solo si accresce e si diffonde sempre più la fama del più grande poeta per cantastorie siciliano, al quale il Centro è intitolato, ma col pieno consenso dei più vivi e dinamici ambienti culturali siciliani, non esclusi quelli accademici, si incoraggia un genere di poesia popolare di cui i cantastorie sono i maggiori produttori e divulgatori.
Gli studiosi che si sono avvicendati nel nostro Centro ci hanno sempre invogliato a raccogliere in modo completo e ordinato i contributi che di volta in volta ci hanno lasciato o gli oggetti della cultura materiale che noi stessi andavamo raccogliendo per le esposizioni annuali che abbiamo fatto. Si tratta, come si vede, di due “prodotti” che richiedono elevati costi, per i quali le magre finanze del Centro non bastano. Il Centro, comunque, ha promosso molte attività, ha creato gemellaggi con altre associazioni italiane ed estere, come l’Associazione siculo-americana “Arba Sicula” del prof Gaetano Cipolla, docente di lingua italiana e studi classici all’università St. John’s di New York; è socio fondatore del consorzio associativp Syrakosia per la costituzione di un museo della città; è partecipe della rete museale etnografica degli Iblei per la conservazione dei beni immateriali. Ha in comodato la biblioteca di Turiddu Bella comprendete un centinaio di volumi di poesie di poeti suoi contemporanei e una nutrita collezione di nastri, dischi e cd folkloristici e di cantastorie.
Il centro opera nella convinzione che la voce di molti possa portare un contributo decisivo alla conoscenza del nostro passato e alla costruzione del nostro futuro; perché se non c’è storia senza memoria non potrà neppure esserci un futuro senza radici nel passato.

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http://www.cstb.it/ (il sito)

https://www.google.it/search?rlz=1C1AVNA_enIT559IT562&q=la+civetta+di+minerva+%2B+CSTB&oq=la+civetta+di+minerva+%2B+CSTB&gs_l=psy-ab.3…1048.11646.0.12376.42.28.0.0.0.0.477.4935.0j5j11j3j1.21.0.dummy_maps_web_fallback…0…1.1.64.psy-ab..21.18.4551.0..0j33i160k1j0i131k1j0i67k1j0i22i30k1.215.dYhrFAp55mQ (il link a vari articoli usciti su LA CIVETTA DI MINERVA dedicati al CSTB)

Altro materiale…

Comunicazione importante:

In occasione del ventennale della costituzione del Centro Studi di tradizioni popolari “Turiddu Bella” sono stati presentati gli archivi che raccolgono pubblicazioni, mostre, c.d e d.v.d. foto che nel corso degli anni sono stati realizzati e che il Centro vuole mettere a disposizione di chi ne sia interessato.

Otello Profazio è Premio Tenco 2016!

Nel video, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Lino Toffolo e Silverio Pisu insieme ad Otello Profazio cantano ADDIO LUGANO BELLA.

Premio Tenco

Sono felice di questo riconoscimento ad un cantastorie siciliano… legato a me da un filo di poesia.

Fu proprio Otello Profazio a consegnarmi il primo premio importante della mia “carriera” di poetessa in dialetto siciliano: la poesia ‘A SCOCCA D’ ‘A CIPUDDA (presente nella mia raccolta di cunti in dialetto siciliano QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU, Algra editore) vinse ex aequo il primo posto al Trofeo di Poesia popolare “Turiddu Bella” nel 1994.

1994 Cantastorie (a pari merito) Pippo Di Noto – RG

Umberto Migliorisi- RG Gianni Molinari BO

Maria Lucia Riccioli- SR Nonò Salamone TO

 

Fu proprio la poesia ‘A SCOCCA D’ ‘A CIPUDDA a farmi ottenere il riconoscimento…

Vent’anni dopo l’avrei pubblicata in volume insieme agli altri cunti.

 

Ringrazio ancora la giuria, che selezionò una poetessa poco più che ventenne… e sono felice di aver chiuso il cerchio rendendo omaggio a Otello Profazio che con me fu molto incoraggiante e gentile.

 

Il 2 luglio 2014 è stata pubblicata la raccolta di “cunti” in dialetto siciliano “Quannu ‘u Signuri piassava p’ ’o munnu”, con prefazione di Sebastiano Burgaretta, immagini di Alessio Grillo e Maria Francesca Di Natale, per i tipi di Algra Editore (collana “Fiori blu”, diretta da Maria Rita Pennisi e Orazio Caruso), oggetto di un reading presso l’aula consiliare del comune di Solarino il 28 luglio 2014 nell’ambito della mostra “È… vento d’arte” e in occasione del tour della stessa mostra il 5 settembre 2014 l’autrice ha tenuto un nuovo reading presso il Parco culturale “Lucia Migliaccio” di Floridia (SR).

Il 24 settembre 2014 il libro è stato presentato ufficialmente presso la Feltrinelli di Catania dai relatori Sebastiano Burgaretta, poeta ed etnologo, che ne ha curato anche la prefazione, e Orazio Caruso, docente, scrittore, organizzatore culturale, curatore insieme a Maria Rita Pennisi della collana “Fiori Blu” di Algra editore.

Il 27 settembre, presso il MOON di Siracusa, insieme ai poeti e performer Patti Trimble – che ha presentato il lavoro realizzato con Ramzi Harrabi –, Chris Iemulo, Mounir Ben Younes, il libro è stato protagonista del reading “100 Thousand Poets for Change”.

Il 26 ottobre “Quannu ‘u Signuri passava p’ ‘o munnu” è stato presentato presso il Centro studi di tradizioni popolari “Turiddu Bella” di Siracusa da Maria Bella e Sebastiano Burgaretta (letture curate dall’autrice insieme a Dominella Santoro), mentre il 12 novembre è stato presentato dalla stessa autrice presso la biblioteca del Liceo Corbino-Gargallo di Siracusa.

Il 27 dicembre presso la Casa del Libro Rosario Mascali di Marilia Di Giovanni l’autrice ha presentato “Quannu ‘u Signuri passava p’ ‘o munnu” insieme ad Alfio Grasso. Il volume è stato presentato nuovamente ad Aci Bonaccorsi (CT) presso la Cantina Bonaccorsi insieme al frontman degli Archinuè il 4 gennaio 2015, in occasione delle serate del ciclo delle Domeniche in Cantina, insieme agli Archinuè e al pittore Ezio Fichera.

Il 17 gennaio l’autrice ha presentato il libro assieme a Maria Rita Pennisi presso la Sala Scacchiera del Resort San Biagio ad Acireale, ospite della FIDAPA di Acireale e di BPW Italy, esibendosi anche come cantante eseguendo tre pezzi in dialetto siciliano accompagnata dalla presidente dell’associazione, Vera Pulvirenti.

Il 20 gennaio l’autrice è stata intervistata da Paola Parisi presso gli studi di Auchan – Porte di Catania per il programma “Buoni o cattivi”, trasmesso da Antenna One.

Il 2 marzo, in occasione della manifestazione “Volontariato in… scena” organizzata dalla Rete del volontariato di Catania e dall’Assessorato al Welfare e condotta dall’attrice Egle Doria, l’autrice è stata ospite dell’associazione Tiresia interpretando due cunti da “Quannu ‘u Signuri passava p’’o munnu” presso il Teatro Stabile di Catania – Teatro Verga.

Il 31 marzo il libro è stato ospite degli studi di ZERONOVE TVin occasione della registrazione della settima puntata del format BUC, una trasmissione sui libri condotta dalla scrittrice Simona Lo Iacono.

Il 9 aprile alle 21.30 e l’11 aprile alle 15.30 è andata in onda l’intervista realizzata da Paola Parisi su “Quannu ‘u Signuri passava p’ ‘o munnu” per TeleOne e Trs (canale 19 del digitale terrestre). Presentatori Giovanni Nicastro e Luca Seminara.

Il 25 aprile “Quannu ‘u Signuri passava p’ ‘o munnu” è stato presentato al Siracusa Book Festival, il 10 giugno alla Galleria Roma di Siracusa per la rassegna “Cibo & Arte”, il 13 giugno e il 13 luglio al Caffè letterario fridericiano a Rosolini.

Il 17 luglio l’autrice è stata ospite de “I venerdì dell’anima” della Casa del Libro Rosario Mascali e ha letto i suoi cunti in dialetto accompagnata dal maestro Valerio Massaro alla chitarra.

Il 30 agosto, presso Palazzo Barbagallo a Nicolosi (CT), l’autrice è stata tra gli autori della Notte bianca di Algra editore, evento condotto da Antonella Guglielmino e patrocinato dal Comune di Nicolosi.

Il 18, 19 e 20 settembre l’autrice ha preso parte al Catania Book Festival presso il Cortile Platamone.

Il 19 marzo l’autrice è stata protagonista insieme a Donatella Motta di un recital poetico-musicale presso l’AFAM (Associazione Amici della Musica di Floridia), ospite della FIDAPA di Floridia (SR); durante la serata ha declamato alcuni passi del volume di cunti.

Il 20 marzo, in occasione dell’inaugurazione della mostra “’A via dulurusa”, l’autrice ha letto alcuni brani dalla sua raccolta di cunti “Quannu ‘u Signuri passava p’ ‘o munnu”.

Il 24 aprile “Quannu ‘u Signuri passava p’ ‘o munnu” è stato ospite di “Save the Beauty”, manifestazione a carattere nazionale, presso il Cortile Verga a Siracusa , in occasione della serata “Sapori letterari”.

Il 3 e il 5 maggio l’autrice – anche in veste di performer – è stata ospite a Floridia in occasione dei festeggiamenti per l’Ascensione (al “Chianu ‘i Masciu Vartulu” e presso il Museo etnografico dedicato a Nunzio Bruno).

Il 9 ottobre l’autrice ha letto uno dei suoi cunti in occasione del Convegno regionale del MASCI Sicilia presso il Santuario di Maria Santissima Scala del Paradiso a Noto (SR).

Copertina Riccioli

 

Vi ripropongo l’intervista di Infinity agency (grazie a Marla Lombardo e Garjan Atwood)

e poi vi posto dell’altro materiale…

 

 

 

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QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU è il mio libro di cunti in dialetto siciliano, uscito nel 2014 e protagonista di tanti incontri…

Ecco la prefazione, dono dell’amico poeta, etnologo e saggista Sebastiano Burgaretta:

Aria fresca, che pure sa d’antico e che d’antico serba la fragranza, è quella che si respira e si gusta leggendo questi racconti in versi di Maria Lucia Riccioli, la quale in essi si rivela narratrice, anzi poetica raccontatrice, d’antico stampo popolare, quasi una specie di contastorie in proprio, aggiornata cioè al tempo d’oggi e quindi libera nel piegare il ricco patrimonio lessicale siciliano all’esigenza della comunicazione che la vita attuale impone (Sebastiano Burgaretta).

https://luisellapacco.wordpress.com/2014/08/28/quannu-u-signuri-passava-p-o-munnu-di-maria-lucia-riccioli/ (la splendida recensione di Luisella Pacco)

http://www.cataniapubblica.tv/buc-quannu-u-signuri-passava-po-munnu/ (la puntata di BUC in cui sono stata intervistata sul libro)

http://www.nuovosud.it/24242-cultura-siracusa/quannu-%E2%80%98u-signuri-passava-p%E2%80%99%E2%80%99o-munnu-presentato-siracusa-il-libro-di-maria (la recensione di Anna Di Carlo su NuovoSud)

https://cstbcentro.wordpress.com/2014/10/28/quannu-u-signuri-passava-p-u-munnu/ (io e il CSTB, Centro Studi di Tradizioni Popolari Turiddu Bella)

http://www.lacivettapress.it/online/index.php?option=com_content&view=article&id=258:libro-in-dialetto-della-poetessa-riccioli-storie-in-endecasillabi-a-rima-baciata&catid=17:cultura&Itemid=121 (La Civetta di Minerva)

http://www.reteregione.it/si-cunta-sarraccunta/ (su Reteregione, scritto da Lucia Corsale)

 Il booktrailer…

Se date un’occhiata al blog, troverete altri post dedicati al Centro Studi…

Buona lettura!