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Ecco uno dei miei vecchi post debitamente aggiornato e “cannibalizzato” come faceva Chandler: copiare se stessi è l’unico plagio possibile!

Il tema del ritorno è un classico della letteratura, anzi un TOPOS, un luogo così comune da sembrare scontato e non credo di sbagliare se credo che connoti l’esperienza della letteratura occidentale.
Tutte le storie più importanti sono storie di ritorni: pensate ai fiumi d’inchiostro sui ritorni da Troia, di cui Ulisse è l’esempio più famoso.
NOSTOS, il ritorno, la nostalgia appunto per qualcosa che si è perso ma forse non definitivamente e si desidera e nello stesso tempo si teme di ritrovare per paura che il ricordo ci tradisca. Ma siamo noi ad essere cambiati…
Ritorno è quello di Edmond Dantès, che si ritrova maturo, saggio e favolosamente ricco: conte di Montecristo e non più ingenuo marinaio innamorato…
Ritorno è quello dalla morte, come nel caso di Euridice ed Orfeo, che si volta indietro perdendo la sposa per sempre, di Ade e Persefone, condannata a tornare sei mesi all’anno negli Inferi…
C’è poi la TASKA, parola russa che mi ha fatto scoprire Anna Pavone. TASKA è la nostalgia per qualcosa che non si è vissuto. Direi che è voler tornare dove non si è mai stati. Per esempio io ho nostalgia di qual passato che mi raccontano mia madre e mia nonna e che tento di riportare in vita scrivendo poesie in dialetto, raccogliendo brani di canti, mozziconi di proverbi come a tessere una rete di parole che salvi tutto questo passato forse mai esistito come lo immagino io e come mi è stato narrato…
Se ci facciamo caso, letteratura stessa è ritorno. Ritorno ai ricordi, ritorno alla parte di noi che tace, ritorno del verso che come l’aratro riga la terra e torna indietro per scrivere un nuovo solco.
Credo che la letteratura italiana e soprattutto la sua lingua siano un disperato ritorno verso una patria idealizzata e idale che forse non è mai esistita se non nel sogno profetico di Dante, Petrarca, Machiavelli, Foscolo…
Il romanzo è Bildungsroman, ciè è spesso romanzo di formazione, ed un topos del romanzo è il ritorno dell’eroe al punto di partenza. Ritorno è chiudere il cerchio, fare i conti col passato per non naufragare nel presente e annegare il futuro.
Pensiamo al disastro esistenziale di ‘Ntoni Malavoglia, che era partito militare, aveva assaporato una vita diversa da quella stentata che si viveva ad Acitrezza. Ma giunto alla fine della parabola amara della sua famiglia, ‘Ntoni capisce che per lui non c’è più posto nella casa che ha violato nella sua essenza di focolare domestico, di piccola patria, di santuario domestico. Dovrà andarsene.
La Sicilia ha scritto forse le pagine più dolenti della letteratura del ritorno: un siciliano se non emigra perde spesso amici e parenti lungo la strada d’acqua che porta via dall’isola… Tea Ranno raccoglie il testimone di tutta una lunga serie di partenze e ritorni (im)possibili.
Pensiamo a Mattia Pascal: si può tornare in Sicilia solo da morti viventi?
O ai personaggi vittoriniani, sempre in treno sul binario dell’utopia, del sogno, di un possibile riscatto sociale, morale, esistenziale, “umano”.
Camilleri ci descrive un commissario così siciliano, così legato alle sue radici da non riuscire a partire per Boccadasse, terra straniera benché patria della pur amatissima Livia: fuori dal triangolo del Mito, della magia, della letteratura si sentirebbe come l’ulivo la cui agonia straziante Camilleri ci fa vivere, facendoci piangere per quei rami al vento come il Montalbano affranto che sceglie di assistere l’albero fino alla morte.

Maria Lucia Riccioli

 

Scrivevo su SICILIA ALMA MATER:

Non credo che i disperati degli anni ‘50 e ‘60 – valigiadicartonemuniti e con il sale e le arance al seguito – pensassero alla Sicilia “arcana e immobile” e subissero il “fascino di un Nord razionale e attivo”…
C’era la fame. La fame e basta. Quella fame niura che fa uscire u lupu d”a tana, altro che bamboccioni! Quella stessa fame che nel ‘53 si portò una bella fetta della mia famiglia in Argentina, paese che ha riempito lo stomaco ma forse ha svuotato il cuore lasciandolo scartavetrato dal dolore e dal rimpianto degli affetti lasciati indietro, della terra sognata idealizzata mai più riposseduta appieno nonostante i voli intercontinentali.
Oggi i disoccupati non pensano affatto che la Sicilia sia arcana ma la percepiscono come immobile, o almeno a vent’anni indietro di distanza dal Nord forse irrazionale ma attivo o quanto meno non comatoso come la Trinacria del Gattopardo e dei Vicerè.
Siracusa, ad esempio. Si sta muovendo ma a passi millimetrici, eppur si muove. La percepiamo però come estrema periferia di un impero reduce da un Big Bang catastrofico. Azzerare le distanze? Internet. I libri. I giornali. i corsi di scrittura con Silvana La Spina e Luigi La Rosa, che sta operando il movimento opposto: dal centro alla periferia. Francesco Costa, Lia Levi, Antonella Cilento a Siracusa… Un meraviglioso sogno, la possibilità di incontrare chi di scrittura ci vive, di chi ce l’ha fatta…
Tagliare il cordone ombelicale?
Spersonalizzarsi?
Se hai bisogno lo fai.
Nel giro di pochi anni i miei amici più cari sono andati tutti su: Elisa a fare l’infermiera a Como – lavoro, lavoro, solo lavoro, mi manca la mia famiglia, sto perdendo gli anni più belli dei miei nipoti, niente mi lega a questi luoghi e a questa gente – , Maria Francesca a far la precaria come insegnante di sostegno nella scuola media – lei laureata all’Accademia di belle Arti, ottima pittrice – , Pierpaolo a farsi sfruttare nei call center – laureato in filosofia, master…izzato, iperqualificato – , Fabio anche lui a fare sostegno alle medie dopo il diploma da bass-baritono e la SISSIS – …
La Sicilia è vista come terra di atavico immobilismo, non come landa arcana, no no, è una terra che ti fa capire benissimo la sua ostilità di mater matrigna e ti toglie il seno di bocca per dirti: figghiu miu non ti pozzu dari a manciari…
Torniamo a Siracusa…
Questa città si è svegliata dal sogno industriale che l’aveva fatta diventare la raffineria d’Europa per un piatto di lenticchie – qualche posto di lavoro in cambio di un piccolissimo prezzo: tumori, malformazioni infantili, costa e fondali devastati a Priolo, Augusta, Marina di Melilli come ci racconta poeticamente Roselina Salemi nel suo libro “Il nome di Marina” – e ora tenta di riconvertirsi al turismo aprendo hotel a 5 stelle e più… ma i servizi e i collegamenti ancora lasciano alquanto a desiderare… Un po’ alla volta.
Non vi dico se volete fare arte…
Il nostro salotto letterario è un’oasi in tutto questo… Io ci spero tanto!
Sempre per la serie “You may say that I’m a dreamer, but I’m not the only one…”

Intervenite numerosi!!!

Maria Lucia Riccioli
Io ci spero ancora

#1  17 Gennaio 2008 – 20:12
 
Un grande della letteratura musicale italiana, figlio della nostra Terra, cantava:

“Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos’è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
……..
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.

Cara Meri, sai quante volte ho cantato col nodo in gola questi versi mentre vagavo per le vie di luoghi a me sconosciuti e lontani? E la mia voce si faceva sempre chiù trabballanti proprio quando dicevo “non cambierà”…..e poi col le lacrime agli occhi e la speranza nel cuore “Non cambierà, non cambierà
sì che cambierà, vedrai che cambierà”. Questa terra ci possiede, e noi la amiamo ma allo stesso tempo la odiamo perché “nun mi po’ dari a manciari” e mi costringe a vivere in una terrra che ci fa l’elemosina, che ci sfrutta perché ne ha bisogno ma non ci ama, ci guarda con diffidenza, invidia il nostro modo di essere ma ci critica e ci condanna per la mancanza di un senso civico, per il nostro non voler fare niente, il non saper essere intraprendenti, il nostro essere parassiti, assopiti, che aspettano solo che siano loro, quelli del nord, a fare e noi a prendere. Eppure è vero, maledettamente vero…e non sai quanto mi fa male dirlo. Eppure noi gente del sud siamo stati, forse più di loro, motori di civiltà. Cosa è cambiato? A chi dare la colpa? Noi sappiamo a chi darla ma non siamo riusciti a estirpare la causa di tanto male. È nel nostro DNA l’essere passivi ed accettare quanto ci viene ingiustamente imposto?
Io mi sono arresa impotente davanti ai passi millimetrici che compie la nostra città difronte a quelli da gigante che se ne fanno qui. Qui c’è cu ti runa a manciari cu ti inchi l’obba ma cu ti sbacanta cori e spiranzi. Forse tornerò, chissà, sì, forse cambierà…sì che cambierà. Con affetto, la precaria grande pittrice…tua Francy

 

#2  18 Gennaio 2008 – 08:54
 
Bravaaaaa! Non riesco a visualizzare le foto, forse è un problema di splinder. Ho voglia di vederti,faccio una scappata a Siracusa prestissimo! Ti abbraccio.
 

#3  22 Gennaio 2008 – 22:49
 
Grazie Francy!
Non scherzavo affatto quando ti dicevo che mi hai commossa…
Io non so pittare, ma tu sai scrivere!
Baci, tvb
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#4  22 Gennaio 2008 – 22:52
 
Stefani, che piacere risentirti, anzi rileggerti!!!
Torna quando vuoi sul mio blog, mi raccomando! Sarai sempre la benvenuta…
A proposito.
Stefania Nibbi è una promettente scrittrice catanese che ho avuto modo di conoscere a Palermo durante il corso di scrittura creativa tenuto da Luigi La Rosa e Francesco Costa…
Date un’occhiata ai suoi blog e leggete il suo libro “Ali da passeggio”!!!
Maria Lucia Riccioli
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Come potete leggere ho copiato anche i commenti più significativi…
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