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Il respiro è un ppp, un pianissimo come quelli delle partiture impolverate che si è portata dietro da Ragusa. Perché, poi. In questa casa non c’è pianoforte, a stento si mangia. Le medicine – musture! schifiarei di duttura imbriachi!, così le chiamano questi notigiani convinti di sapere tutto e invece forse niente sanno, specialmente di lei – sedimentano inerti nel vetro opaco delle boccette. Aspettano l’alba che spiova dagli scuri socchiusi.
Mariannina vuole vedere il cielo, vuole parlare alla luna di notte, come faceva a casa Coffa. Vuole scrivere ancora, magari anche sulle lenzuola, alla cieca, e poi decifrare al mattino i versi del suo genio notturno, l’Angelo che la visita e le detta dentro, che l’ha fatta prima credere una poetessa ispirata da Dio, poi una folle invasata che rompe zitaggi, che lascia marito e figli per rintanarsi in una Noto che – troppo tardi l’ha capito – non la vuole più.
Ma stanotte no. Gli occhi sono chiusi, le orecchie sorde alla musica divina dell’Angelo. Un diavolo si sta mangiando le carni di Mariannina – il rimorso, fu. Certi colpi di testa si pagano. Poi si dice che il Signore castiga. Ce li andiamo a cercare, i castighi. Noto parla. Noto sparla. Noto addita e condanna. Ma Noto non sa.
Non sa il dolore. Lancinante. Che dura ore, notti, giorni interi.
Poi torpore. Misericordioso.
L’arpa della poesia questa notte non suonerà. Le candele riposeranno senza consumarsi alla febbre di Mariannina. L’inchiostro seccherà, e forse qualcuno per non sprecarlo domani l’allungherà con un po’ d’acqua e lo userà. Una nota per la lavandaia, il conto del droghiere. Le prime spese, perché certo si dovrà pensare a…
La penna obbedirà, la carta non farà resistenza.
La carta non sa. Non conosce padrone. Come l’inchiostro, come la penna.
Forse domattina l’Angelo visiterà qualcun’altra. Domani notte forse ispirerà versi a una nuova sensitiva.
Forse pure Mariannina è una penna, un foglio di carta, una boccetta d’inchiostro. A volte l’ha pensato. E stanotte? Lo sa?
Forse l’ha capito.
Forse lo sa che l’Angelo, stanotte, se la porterà via.

Maria Lucia Riccioli, “Ferita all’ala un’allodola”, Perrone Lab, Roma 2011.

Leggete oltre all’incipit del mio romanzo quelli citati qui…
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