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http://www.letteratu.it/2014/03/13/un-anno-con-francesco/

Proprio ad un anno dall’elezione al soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio ho intervistato la scrittrice Maria Di Lorenzo, che proprio oggi, giorno in cui si festeggia l’Emmanuele, il Dio-con-noi, ha spedito la sua usuale newsletter intitolata LETTERA ALLE AMICHE…

http://mariadilorenzo.wordpress.com/2014/03/26/un-anno-con-francesco/#comment-7762

Ringrazio Maria Di Lorenzo e vi rimando al suo splendido blog, dedicato a Flannery O’Connor e dedicato alle donne che leggono e scrivono…

Proprio il suo blog ha ospitato la mia Mariannina Coffa, protagonista del mio romanzo FERITA ALL’ALA UN’ALLODOLA…

Ecco l’articolo che ne parla…

http://flanneryblog.wordpress.com/2011/09/19/ferita-allala-unallodola/#comment-5393

Vi riporto nuovamente la copertina del libro di Maria Di Lorenzo e… di nuovo augurissimi a Papa Francesco. Che Dio lo protegga e lo illumini sempre, che gli dia fortezza, intelletto, consiglio e ogni dono possibile per la Chiesa e per il mondo che ha tanto bisogno di figure carismatiche positive, di guide.

Di padri. Dopo quelli uccisi metaforicamente, simbolicamente e fisicamente, quelli politici che si sono rivelati patrigni… quelli assenti, deboli, fintamente democratici e falsi amici dei “figli” a qualsiasi titolo.

 

cop-papafrancesco

 

Un anno con Francesco

INTERVISTA A MARIA DI LORENZO

a cura di MARIA LUCIA RICCIOLI

*

13 marzo 2013, ore 19.06. Fumata bianca. Il vuoto delle epocali dimissioni di Benedetto XVI, umile lavoratore nella vigna del Signore – e che tuttora vive la vita della Chiesa nel silenzio e nella preghiera… scopriremo forse più in là la portata e la grandezza di questo pontefice erroneamente creduto un papa di transizione – è finalmente colmato dalla gioia di sapere che finalmente Habemus papam.

Più tardi, scopriamo che si tratta di un argentino, Jorge Mario Bergoglio. Un uomo che fin dai primi istanti del pontificato lascia trasparire la profonda umiltà e semplicità che improntano la sua vita.

Di qui i “Buongiorno”, i “Buon pranzo”, le omelie a braccio, il rifiuto in nome della gesuitica austerità che lo contraddistingue di tutti gli orpelli del suo ruolo… una piccola grande rivoluzione che Maria Di Lorenzo ci racconta in un libro dedicato a quello che chiama “padre Jorge”, el cura, il curato, cioè colui che si prende cura, il prete dunque prima ancora che il pontefice, il vescovo di Roma.

Papa Francesco. La carezza di un padre” segue Jorge fin dall’infanzia vissuta tra i vicoli di Buenos Aires, a tirare calci a un pallone. Ci ritrae con semplicità e calore un papa che è innanzitutto figlio e fratello, amico, poi studente, lavoratore, seminarista, sacerdote e vescovo di Buenos Aires, città dai mille splendori ma deturpata dalle ombre della miseria, della criminalità organizzata con i suoi tentacoli che strozzano, sfruttano, schiavizzano.

Maria Di Lorenzo è coinvolta, partecipe, e il suo sguardo su Jorge Mario Bergoglio diventa il nostro, che scrutiamo nei gesti e nelle parole di Papa Francesco per cogliere una scintilla di luce, una favilla della misericordia divina. Per chiedere una parola che sia proprio per noi, un gesto. Una carezza.

La carezza di un padre. Verissimo: papa Francesco ci dà l’idea di essere il padre, il nonno, l’amico di tutti noi. Un uomo dal grande calore, dai gesti pieni di significato ma comunque spontanei… puoi parlarci della paternità di Francesco, che per definizione e ruolo è pater, abbà, papa dunque, e che percepiamo tale – anche i cosiddetti lontani?

“El cura”, lo chiamavano quando girava per le strade polverose di Buenos Aires, “il prete”. E, da papa, Jorge Mario Bergoglio non è altro che questo: un prete. Cioè un padre. Un padre è ciò di cui noi abbiamo bisogno, e in tanti l’abbiamo capito quel 13 marzo di un anno fa, vedendolo affacciarsi con il suo “buonasera” sull’immensa piazza brulicante di gente. Un padre che ci parla con la lingua della tenerezza, che ci mostra il volto dell’amore. Un padre che non giudica ma accoglie, un padre che ascolta, ascolta veramente, non fa finta di ascoltare come sovente succede nell’esperienza quotidiana di tanti di noi.

Perché noi siamo i figli del 900, un secolo che ha seppellito i padri. Averli seppelliti però non ci ha resi affatto più liberi né tantomeno felici, ci ha resi soltanto più soli. Ci ha resi degli orfani.E allora non c’è uomo o donna, io penso, che anche professandosi non credente, non senta vibrare dentro di sé qualcosa. E’ un “qualcosa” a cui spesso non sa dare un nome, né una forma, né voce, ma di cui si avverte, insopprimibile, una sottile nostalgia in fondo al cuore. Papa Francesco ha risvegliato, io credo, in molti di noi questa nostalgia, questo anelito profondo. Quel suo riceverci nella tenerezza, nel suo cuore caldo e tenero di padre. Papa Francesco è un “padre” che sa trasmettere a ogni uomo un riflesso della carezza di Dio.

Come hai vissuto l’elezione di Bergoglio a pontefice? Cosa ti lega a questo sacerdote speciale?

Non avevo mai visto un mio sogno avverarsi nella mia vita, fino a quella sera di marzo. Conoscevo la profonda umiltà di padre Jorge, la sua dedizione ai poveri, la dolcezza del suo cuore. Per questo desideravo che fosse Papa già nel precedente conclave del 2005. La sera del 13 marzo di un anno fa, quando ho sentito le prime parole dell’Habemus Papam, mi è bastato udire Giorgio, soltanto Giorgio, in latino, per capire in un istante che si trattava di Jorge e allora sono scoppiata in lacrime.

Mi lega a questo sacerdote speciale, come lo chiami tu, un carattere generoso e aperto, un orizzonte di vita in cui le cose del cuore hanno sempre la precedenza su tutto, una visione del mondo che si realizza nell’amore, ricevuto e donato, con assoluta gratuità, senza calcolo, senza pregiudizi, nella libertà assoluta dello spirito.
Raccontaci la genesi di questo libro e quale vorresti fosse il suo scopo, il suo messaggio.

Ero impegnata nella scrittura di un romanzo, quando mi è stata affidata la stesura di questo volume. Ho affrontato un impegno anche particolarmente gravoso per realizzarlo, scrivendo senza sosta per tanti mesi, perché doveva essere pronto per la fine del 2013. Ma l’ho fatto con gioia, senza sentire la fatica. Volevo raccontare la storia di un uomo felice. La storia di padre Jorge, l’amato padre Jorge, che da Buenos Aires un giorno ho ritrovato sul soglio di Pietro. In “Papa Francesco. La carezza di un padre” (Edizioni dell’Immacolata Bologna) io racconto il pontefice, in quelli che sono a mio avviso gli aspetti più peculiari e più intimi della sua personalità, ma soprattutto racconto padre Jorge, il gesuita argentino che fino all’elezione di marzo 2013 pochi conoscevano fuori del suo Paese. Non è un caso infatti che il libro porti questa dedica: “a padre Jorge, che un giorno ha accettato di imbarcarsi con Dio per traghettare noi nella luce”.

Molto carina la tua idea di mandare un estratto personalizzato del libro a chiunque te ne faccia richiesta. In effetti, mutatis mutandis, il messaggio di Dio sempre uguale a se stesso, avulso da mode, è però un messaggio personale, individuale. Come vivi la tua missione di scrittrice? Di intellettuale che vive la fede anche attraverso la scrittura?

Non ho mai pensato che scrivere sarebbe diventato un giorno il mio mestiere, avevo altri progetti per la mia vita. Però scrivo ormai da molti anni e lo faccio con tanta passione. Coltivo la mia vocazione letteraria come una ricerca interiore, come una dimensione etica, spirituale, apparentata alle istanze più profonde della mia anima e non alle logiche commerciali del mondo editoriale. Io so che nascendo ho ricevuto un dono, che in certi momenti per me è invitante come la stella più chiara del cielo, in altri è pesante come il fardello della notte più nera.

Non so se si possa parlare di missione, come dici tu, e per quanto riguarda la fede potrei risponderti con le stesse parole di Carlo Maria Martini, allorchè egli diceva che in ognuno di noi c’è un credente e un non credente che si interrogano a vicenda ogni giorno. Nessuno infatti sfugge ai suoi demoni quotidiani, come racconto anche nel romanzo che sto attualmente scrivendo, e tutta la nostra vita in definitiva non è altro che questo: una continua ricerca di senso.

Sulla terra noi viviamo nella speranza, non conosciamo niente, non abbiamo nessuna certezza, abbiamo però la speranza ed in questo, credo, consiste la nostra fede, che – bada bene – è universale, non è legata all’appartenenza a una chiesa o a un credo, è innata in noi, è una cellula di luce che ci vibra dentro, che ci dà l’impulso ad agire, a cercare il bene e la bellezza in tutte le sue forme, e poi a scriverne.

Si scrive forse per questo: per accendere piccole luci intorno a noi e non sentirsi al buio da soli. Si scrive – ed è il mio caso – perché la vita da sola non basta a colmare i desideri del mio cuore, per una promessa d’amore da mantenere, per rimanere, nonostante tutto, fedele a me stessa.

*

(c) Maria Lucia Riccioli – Letteratu,  13 marzo 2014 / all rights reserved

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