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Oggi La Feltrinelli di Catania ospiterà la prima presentazione dell’ultima fatica letteraria di Rosalia Messina…

GLI ANNI D’ARGENTO, Algra Editore.

http://www.algraeditore.it/index.php?option=com_content&view=article&id=121:23-febbraio-2015-gli-anni-d-argento&catid=13:news-ed-eventi

Ne approfitto per ripubblicare una mia recensione-intervista all’autrice, con la quale condivido non solo la sicilianità e le passioni ma anche il ruolo di coredattrice di Letteratu, il litblog che ci vede scrivere racconti e recensioni e ci vede pure impegnate in sfide lettorie e scrittorie.

A questo link trovate il blog di Rosalia Messina con qualcosa che mi riguarda:

http://rosaliamessina.blogspot.it/

Qui invece trovate LIBRERIAMO…

http://www.libreriamo.it/d/1073/rosalia-messina.aspx

Lia Messina

Rosalia Messina non ama parlare di sé.

Le presentazioni dei suoi libri sono l’occasione per incontrare gli amici, i lettori, per brindare insieme alla nascita di una nuova creatura letteraria, per festeggiare la vita che è anche una storia che viene alla luce.
Per la sua professione è costretta ad utilizzare quello che chiama “giuridichese” ma quando scrive, “prima dell’alba e subito dopo” (cito il titolo del suo esordio come autrice di racconti per i tipi di Perrone LAB), la sua penna diventa carveriana, asciutta ma intensissima, leggera nel tocco ma con una profondità che scava nel lettore e si fa ricordare.
Ci siamo conosciute parlando di libri e di scrittura e ci siamo seguite a vicenda nei nostri inizi esaltanti e difficili insieme e adesso continuiamo a leggerci, a incoraggiarci in questo cammino fatto di parole e silenzi, spazi bianchi e paragrafi.

I racconti di Lia raccontano avvenimenti minimi, sfumature, crepe e piccole svolte del vivere quotidiano.
Già dalle narrazioni di PRIMA DELL’ALBA E SUBITO DOPO si presagiva la scrittrice che sarebbe diventata: le sue prove successive – intanto la raccolta di racconti è diventata un e-book – hanno confermato la sua vena intimistica ma tutt’altro che sentimentale, il suo gusto per la memoria e le memorie, per una lingua che accoglie venature misurate e mai fuori contesto di dialetto siciliano; il suo italiano è disadorno ma mai sciatto, ossuto ma vigoroso, senza sbavature né indugi, al servizio di storie comuni ma mai banali, narrate da visuali oblique, che coinvolgono il lettore nella scoperta di piccole grandi verità, quelle della nostra esistenza, rivelate senza clamori, sottovoce ma a volte con ironia, con sarcasmi, con rabbia trattenuta e dolcezza, senza retorica né moralismi.
“Più avanti di qualche passo”, edito da Città del Sole Edizioni, aveva vinto come inedito il Premio “Angelo Musco” nel 2012, mentre si è classificato al primo posto al Premio Narrativa e Poesia “Città del Tricolore” a Reggio Emilia nel 2013 ed è un romanzo breve più che un racconto lungo, per l’ampiezza della linea narrativa, che copre diverse generazioni ed eventi di ampio respiro. Concentrato, densissimo, narra l’eterna storia del doppio che è più e meno di metà in una Sicilia anni ’50 restituita con tocchi brevi ma efficaci. Le gemelle Limuli cresceranno e impareranno sulla propria pelle il peso dei destini familiari, delle scelte personali e di quelle – apparentemente – casuali.
Rosalia Messina ha chiuso un 2013 letterariamente felice con la presentazione di “Marmellata d’arance”, edito da Edizioni Arianna.
Qui ci troviamo di fronte ad un racconto lungo, in cui i nodi familiari vengono districati grazie ad un percorso doloroso e catartico, dolce ed amaro insieme come la marmellata del titolo.

Conosciamo meglio Lia.

Sei passata dalla dimensione del racconto breve a quella del romanzo. Come hai vissuto questo passaggio?

Devo fare una premessa. Da lettrice “consumo” opere di tutte le dimensioni, dalle estreme (il romanzone di Eugenides e i racconti della Mansfield, tanto per fare due esempi) a quelle intermedie, cioè i romanzi brevi e i racconti lunghi. Forse con una leggera preferenza per la compiutezza del racconto, in genere immune da cadute di tensione e dalle inevitabili zone grigie del romanzo, soprattutto se lungo.
Ho cominciato scrivendo racconti, alcuni anche molto brevi. Mi affascina la possibilità di narrare una storia mettendo a fuoco un episodio, il tratto di un percorso, e lasciando intravedere sullo sfondo il passato dei personaggi, le vicende anche lontane (traumi infantili, avvenimenti in apparenza sepolti dall’oblio) che li hanno condotti a quel particolare momento esistenziale.
Anche nei romanzi (quello pubblicato per primo come quello che è appena uscito, “Marmellata d’arance”) la narrazione è compatta, procede per salti e flash-back. In Più avanti di qualche passo una storia familiare che si snoda per oltre cinquant’anni è condensata in un centinaio di pagine. Va detto che questo è possibile perché non sono molto interessata ai dettagli della trama, al “che succede” in senso storico, quanto piuttosto alle atmosfere, alla psicologia dei personaggi e alle relazioni interpersonali. E queste emergono da pochi episodi emblematici, senza che, tuttavia, la storia risulti frammentaria (almeno spero).

Le tue scelte di stile: puoi parlarcene?

Sono un’istintiva anche nella scrittura. Mi lascio guidare da un ritmo interiore. da una sorta di metrica che mi fa scegliere (per istinto, ripeto) una parola piuttosto che un’altra, un andamento dei periodi a volte sincopato e a volte disteso. Mi piace raccontare per immagini, per scene, nel tentativo di tradurre in parole per il lettore un film che mi gira in testa. Come dicevo prima, il passato dei personaggi è intravisto, ne intarsio il presente con la tecnica del flash-back, proprio come al cinema. E dai lettori questo viene avvertito: diverse volte mi sono sentita dire: “Leggendoti mi sembrava di veder scorrere le immagini di un film”.

Sei riuscita a ri-creare l’atmosfera della Sicilia degli anni ’50. Sei nata a Palermo ma vivi e lavori a Catania… come hai fatto ad immergerti nel tessuto economico-sociale ed emotivo di quell’epoca? Ricerche, proustiane memorie familiari o altro?

Per la scrittura ho una sola, modestissima ricetta: ascoltare. Parlo di ascolto profondo, di mettersi in sintonia con l’altro, di empatia, di scambio emotivo. Insomma, di condivisione, in una delle tante accezioni di questo termine, del quale sono innamorata. Io ho sempre parlato poco; da bambina, poi, era davvero difficile che tirassi fuori la voce. I silenziosi di solito sono buoni ascoltatori, sono attenti al mondo che li circonda, intuiscono anche il non detto. Per ragioni familiari ho trascorso molte estati, nel corso degli anni Sessanta e all’inizio dei Settanta, in paesini che ricordano quello in cui si muovono i personaggi di “Più avanti di qualche passo”: piccoli centri siciliani, calabresi, abruzzesi. Ho conosciuto donne con storie simili a quelle di Vincenzina e di Olimpia, ho avuto modo di incontrare ragazze che andavano a servire nelle case dei notabili a tredici, quattordici anni, o alcune, più fortunate, che imparavano un mestiere, di solito d’ago e filo. Ho ascoltato i loro racconti di lutti, di emigrazione, d’ingiustizia sociale, li ho immagazzinati da qualche parte; poi ho avvertito l’urgenza di scriverli. Le storie che abbiamo dentro chiedono di essere raccontate.

Il tema del doppio… la sorellanza e la “gemellanza” delle tue protagoniste.

La sorellanza in senso lato è uno dei miti della mia generazione. Forse è quello a cui sono più affezionata. Ho la fortuna di avere una sorella (oltre che un fratello) e, nel tempo, mi sono trovata a muovermi in una vasta rete di sorelle per reciproca scelta. Compro sempre un libro nel cui titolo figura la parola “sorella” o “sorelle”. Era fatale che la sorellanza entrasse prepotentemente nelle storie che scrivo.
Il rapporto gemellare fa parte della mia vita attraverso le mie nipoti, figlie di mia sorella, alle quali il romanzo è dedicato. Nella mia mente, questo legame a quattro è una sorta di cerchio che ci racchiude, senza tuttavia chiuderci al mondo, anzi.
Osservando le mie nipoti (ma anche altre coppie di gemelli che ho avuto modo di conoscere: l’ascolto, la chiave è sempre l’ascolto…) mi sono resa conto di alcune dinamiche, della meravigliosa e a volte faticosissima esperienza di una vita sospesa, come dico da qualche parte nel romanzo, fra il doppio e la metà. Il gemello si percepisce come metà di un’unità e al contempo come il duplicato dell’altro; parafrasando un passo del romanzo, i gemelli nemmeno l’aspetto fisico possono rivendicare come esclusivamente proprio, specchio come sono uno dell’altro. Tutto questo è affascinante, ed è metafora dell’oscillare di ogni essere umano fra individualismo e senso/bisogno di appartenenza, fra rivendicazione della propria unicità e aspirazione a riconoscersi membri di una comunità (anzi, di più comunità variamente intersecantisi: famiglia, chiesa, partito, classe sociale, categoria professionale, città, nazione, emisfero, pianeta).

I premi letterari: sei abbastanza attiva nel partecipare ai contest ed hai anche raccolto delle belle soddisfazioni. Cosa puoi dirci in proposito?

Premetto che chi scrive vuol essere letto. Vuole raggiungere altre intelligenze, altre anime, disseminare le sue storie, trasmettere emozioni. Sappiamo bene quanto sia difficile per gli esordienti conquistarsi un pubblico: pubblicano con piccole case editrici (ed è già una fortuna riuscirci, ci vogliono costanza e capacità di non arrendersi ai rifiuti, di solito non espressi, perché gli editori raramente rispondono) che non hanno la forza e i mezzi per imporsi sul mercato. Ecco, mandare un’opera, già edita o ancora inedita, a un concorso letterario significa incontrare lettori sconosciuti. A prescindere dall’esito della selezione, a me questo sembra, già in sé, un risultato apprezzabile, un premio in senso lato. E inoltre, questo girare l’Italia da nord a sud, da Gorizia a Pisa, da Reggio Emilia a Mesagne, da Torino a Sortino, a Milo, mi ha consentito di conoscere persone meravigliose, ha fatto germogliare amicizie, occasioni di arricchimento culturale, condivisione di iniziative. E anche questo è un premio in sé.

E-book e libri cartacei. La tua scelta di far uscire il tuo primo libro anche in formato elettronico da cosa è stata dettata? Proiezione verso il futuro del libro svincolato dall’idea di esso come oggetto?

La scelta iniziale, sono sincera, non fu ideologica. L’editore Giulio Perrone chiuse la collana LAB e non ripubblicò più la mia raccolta di racconti, Prima dell’alba e subito dopo, che intanto andava raccogliendo riconoscimenti nei concorsi letterari. Decisi di pubblicarlo come e-book con Youcanprint; mi aiutò tecnicamente un altro esordiente, Giovanni Venturi (ancora la condivisione, in un’altra accezione). Non è che un autore esordiente venda moltissimo solo perché sceglie l’e-book. Però il fatto che ogni tanto Youcanprint mi mandi una mail per comunicare che è stata venduta una copia (proprio ieri, per esempio) mi illumina la giornata, perché significa che una persona sconosciuta sta entrando in contatto con le storie che ho mandato in giro per il mondo.
Adesso posso dire che i miei passi avanti verso il futuro si vanno facendo più consapevoli. Perché l’e-book, sempre che una catastrofe apocalittica non ci riporti indietro di secoli, è senz’altro il futuro. Inutile, secondo me, fare confronti fra i libri di carta e i libri digitali. Il nuovo avanza comunque, incurante del nostro gradimento. Come dico sempre, non incidiamo più le nostre parole sulla pietra; non usiamo più le tavolette cerate. I materiali della scrittura sono stati nel tempo sostituiti, grazie a nuove tecniche; questa è solo una delle tante tappe. L’opera letteraria non va identificata con il suo contenitore, è molto di più. E, come lettrice, sono sempre meno interessata al contenitore e comincio ad apprezzare la possibilità di portare in viaggio decine di libri senza le complicazioni di peso e di spazio della carta.

Parliamo di MARMELLATA D’ARANCE… com’è nato? Questa preparazione è una vera e propria madeleinette per la protagonista Fabrizia: un confronto dolorosissimo ma necessario con la madre – scatenato dalla morte della nonna Bianca, figura mitica, quasi magica nella sua pur concreta quotidianità – risolverà antiche questioni familiari e porterà Fabrizia più avanti di qualche passo – ancora! – nel cammino della sua esistenza.
Che ruolo ha il cibo in questo racconto?

Una prima risposta – più superficiale – è che ho scritto anni fa un racconto con lo stesso titolo per un’antologia di Giulio Perrone dedicata al colore arancio. La mia sicilianità e l’inclinazione a narrare storie di legami familiari, di conflitti interpersonali e della difficoltà di crescere mi hanno fatto immaginare la storia di Fabrizia, raccontata in poche pagine. Due amici mi incitarono a svilupparla.
Un’altra risposta è che in questa storia del tutto inventata ho travasato schegge di vita vissuta, acchiappate al volo guardandomi intorno e ascoltando il prossimo. Bianca è largamente ispirata a una mia cara amica: molto
del suo carattere, della sua saggezza, ho attribuito a questo personaggio di fantasia.
Il cibo è uno dei modi privilegiati, per le donne in genere e per le donne mediterranee in particolare, per esprimere l’affettività, per accogliere l’altro. Il cibo preparato e somministrato è una delle espressioni
del prendersi cura materno in senso lato. Le madri sono sempre molto rappresentate nelle mie storie, forse perché di madre non ce n’è mai abbastanza…

Progetti futuri? A cosa stai lavorando?

A un romanzo scritto a quattro mani con Santino Mirabella.
Quattro amni e due voci narranti alternate, un uomo e una donna. Una trama con venature gialle. Spero nel frattempo di riuscire a pubblicare gli altri due romanzi e una raccolta di racconti in lettura presso diversi editori.

Ringraziamo ancora Rosalia Messina e… alla prossima storia!

Oltre che, naturalmente, ai libri di Rosalia Messina, vi rimando al blog “Leggere e scrivere” che ha iniziato a curare:

http://rosaliamessinaioscrivo.blogspot.it/

Vi ricordo inoltre che sul sito letterario Letteratu Rosalia Messina si occupa della rubrica “Spigolature”:

http://www.letteratu.it/?s=rosalia+messina&x=15&y=16

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