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Ho avuto modo di conoscere Nicola Lagioia grazie a Luigi La Rosa… e per un premio Vittorini ci siamo reincrociati a Siracusa…

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_traduci_notizia.php?IDNotizia=335911&IDCategotia=

 

Adesso leggo un suo articolo sulle librerie d’Italia qui:

http://www.internazionale.it/weekend/2015/04/11/nicola-lagioia-giro-italia-in-ottanta-librerie

Riporto la parte relativa alla

Sicilia Felix (– e ritrovo librerie che ho frequentato e frequento, persone che conosco, legate alle mie esperienze di lettrice e scrittrice…)

Come ha detto di recente Daniel Pennac, l’Europa possiede due grandi isole letterarie. L’altra è l’Irlanda. A Palermo ci arrivo a metà ottobre, sollevato da un caldo che altrove farebbe pensare all’inizio dell’estate. Luce su piazza Politeama. Luce sul teatro dei pupi di Mimmo Cuticchio in via Bara. In un punto della Kalsa c’è invece vicolo della Neve all’alloro. Parlare di nome evocativo è poco. La strada si chiama così perché in epoca prefrigoriferi ci si vendeva la neve.

In questo stesso spazio fisico, Burt Lancaster pronuncia le ultime battute nel Gattopardo di Visconti. Vicolo della Neve all’alloro è anche la sede di Booq. Si tratta di una bibliofficina occupata (biblioteca + ciclofficina), nonché di un attivissimo luogo di incontro e aggregazione. Tra i suoi animatori Matteo Di Gesù, classe 1971, ricercatore di letteratura italiana all’Università degli studi di Palermo, critico letterario, uno dei cuori pulsanti della cultura cittadina.

La sera in cui ci vado io, sono attesi uno dopo l’altro per i giorni successivi Wu Ming e Francesco Maino. Quest’ultimo parlerà del suo Cartongesso, in cui descrive il paesaggio (anche spirituale, perfino lessicale) del nordest come una terra devastata: e sarà interessante mettere a confronto quel tradimento con i tradimenti delle diverse Primavere che qui a Palermo hanno lasciato segni su tutti i cittadini di buona volontà.

A ogni modo Booq è uno spazio in cui trovo persone di tutti i tipi. Studenti universitari, gente del quartiere, attivisti di comitati civici, donne e uomini formati nelle dure e magnifiche stagioni di Danilo Dolci (incredibile, ogni volta che ne incontro uno, quasi sempre gli riconosco addosso lo stesso tipo di vento, come se in una conchiglia raccolta per strada ritrovassimo l’eco indimostrabile di un qualche mar Egeo).

Per esempio da Booq mi imbatto in Carola Susani, che al Belice e all’esperienza di Dolci ha dedicato qualche anno fa un libro per Laterza, L’infanzia è un terremoto. A un certo punto una chioma rosso fuoco su un corpo alto e pallido da principe: è arrivato anche Antonio Sellerio e ha le braccia cariche. Porta in dono alla bibliofficina i libri della sua casa editrice, una delle poche ad aver ingannato la crisi di questi anni.

Antonio Sellerio lo andrò a trovare qualche giorno dopo nella loro bellissima sede di via Siracusa. Chiacchieriamo ovviamente di libri. E anche di copertine (”Mi spieghi come e quando vi siete inventati quella grafica pazzesca che non invecchia mai?”).

Poi arriva Elena Stancanelli. È attesa alla Sellerio non in veste di scrittrice (i suoi libri li pubblica Einaudi), ma di animatrice culturale. Stancanelli si è inventata qualche anno fa Piccoli Maestri.

Mutuando l’idea dalla scuola di Dave Eggers 826Valencia a San Francisco (ma aggiustando il tiro secondo le esigenze – cioè le risorse – del nostro paese), Piccoli maestri mette gli scrittori a disposizione degli studenti delle medie superiori. Una scuola di lettura. Edoardo Albinati spiega Il principe di Machiavelli al liceo Nomentano. Tommaso Giartosio racconta Il barone rampante ai ragazzi del Fermi. Fabio Geda legge Fenoglio al liceo scientifico Carlo Cattaneo….

Non un doposcuola, ma un’integrazione di cui è facile cogliere la preziosità. La prima notizia, è che nessuno scrittore chiede un centesimo per fare quello che fa. Insegnano gratis. Chiamatela militanza, se volete. Io lo chiamo avere a cuore il bene comune (o educarsi ed educare a farlo, attraverso l’esempio) nel paese del particulare.

La seconda notizia è legata a un aneddoto raccontato da Edoardo Sanguineti in un incontro pubblico che facemmo insieme qualche anno fa, prima che lui morisse. Un giorno invitano Sanguineti a leggere le sue poesie in una scuola media. La professoressa di italiano dice agli alunni: “E ora leggeremo delle poesie. Anzi, sarà l’autore a farlo. Eccolo, ve lo presento”. A quel punto una bambina con le treccine rosse salta su dalla sedia, sgrana gli occhi, punta incredula il dito verso la complessione giacomettiana di Sanguineti, esclama: “Un poeta? Ma è vivo!”.

Questo dovrebbe bastare a far capire (nel paese dove la vista dei primi banchi coincide con la fine della lettura) che senso può avere portare scrittori vivi nelle scuole.

Ecco perché Elena Stancanelli (che vive a Roma, è nata a Firenze, ma ha ascendenze palermitane) oggi è in Sicilia. Antonio Sellerio vuole capire se il modello è importabile nell’isola che da una parte ha dato alla nostra letteratura più autori di ogni altra regione italiana, mentre dall’altra porta la maglia nera quanto a indici di lettura: nel 2014, il 71,8 per cento dei siciliani non ha letto un libro.

A Palermo faccio tappa anche da Modus Vivendi. È una delle librerie indipendenti più famose d’Italia. Non ho mai visto qui dentro una presentazione disertata dal pubblico. Spesso c’è gente fuori, anche se l’incontro con l’autore è fissato per le 10 del mattino di domenica. Quando un libro piace a Fabrizio Piazza, è capace di venderlo in centinaia di copie, senza nessun Centrale che possa mettersi di mezzo. Modus Vivendi vive di sete e altri tessuti pregiati, oltre che di libri. I proprietari Salvo Spitieri e Marcella Licata sono spesso in viaggio in India e in estremo oriente, da lì tornano carichi di cotone, lino, seta e cashmere che fanno capolino tra uno scaffale e l’altro, da comprare insieme ai libri.

Stamattina vedo arrivare in libreria altre due vecchie conoscenze. Uno è Andrea Libero Carbone. Nel 2004 è stato tra i fondatori della casa editrice :due punti, e in questo ottobre assolato sta organizzando ai Cantieri alla Zisa il Nuove Pratiche Fest, due giorni di incontri serrati dove si discuterà di management e nuove politiche culturali. L’altro è lo scrittore Giorgio Vasta.

Ora, non so se avete presente James Joyce, che andò via dall’Irlanda gonfio di aristocratico sdegno, convinto di esserne stato cacciato (nessun foglio di via a suo carico), e dunque, da quel momento in poi, non fece che scrivere di Dublino e della neve che “cadeva soffice sulla palude di Allen e più a ovest sulle nere, tumultuose onde dello Shannon”.

Ecco, dopo avere abbandonato Palermo per Torino, e poi per Roma, Vasta non ha fatto altro che raccontare Palermo e la Sicilia (una volta se n’è andato perfino da solo in Islanda per sentire più forte l’amore/odio per la sua terra d’origine, la parte per il tutto che è l’Italia) con due libri di grande importanza e molto tradotti all’estero (Il tempo materiale e Spaesamento), e ora anche con un film (Via Castellana Bandiera di Emma Dante l’ha scritto lui). Su Vasta vorrei scrivere volumi per squarciare il velo che alcune tonnellate di ore trascorse a discutere insieme negli ultimi otto anni non mi hanno concesso di fare. O almeno, non come l’attrazione emotiva e intellettuale che provo per lui vorrebbe.

Lo ritroverò tra qualche giorno, Giorgio Vasta come Andrea Libero Carbone come Matteo Di Gesù come Fabrizio Piazza. Adesso devo temporaneamente abbandonare Palermo per colmare una lacuna. Trapani. Non ci sono mai stato.

E quando una polla di luce mi arriva addosso di rimbalzo dalla facciata di palazzo Cavarretta, capisco pieno di vergogna cosa mi sono perso. Trapani è bellissima, oltre che affollata di gente. Molti anche i turisti. Merito della nuova tratta Ryanair e delle rotte delle navi da crociera, mi dicono nel centro storico.

Fuori degli archi della cattedrale di San Lorenzo trovo un gruppo di bambini diretti da un prete: cantano contro un microfono collegato a una piccola piramide di casse Marshall. Il mio obiettivo è un altro. La sua leggenda la precede. Di lei ho sentito parlare in modo poco meno che iperbolico a Palermo, da almeno tre diverse fonti non in contatto tra di loro. Tanto che mi son fatto l’idea che sia la Auxilio Lacouture del luogo. Qualcuno ricorderà il personaggio di Roberto Bolaño che compare inDetective selvaggi e Amuleto, il cui attacco (vado a braccio) è ormai un classico della letteratura dell’ultimo decennio: “Io sono la madre della poesia messicana. Io conosco tutti i poeti e tutti i poeti conoscono me. Io arrivai a Città del Messico nell’anno 1967 o forse nell’anno 1965 o 1962. Non mi ricordo più né le date né le peregrinazioni, l’unica cosa che so è che arrivai in Messico e non me ne andai più”.

“Ah, vai da Teresa Stefanelli?”, mi hanno detto per tre volte a Palermo.

Teresa Stefanelli gestisce a Trapani la Libreria del Corso, in corso Vittorio Emanuele 61. Approdò qui appena laureata e rilevò l’esercizio quando i vecchi proprietari decisero di mollare. Ci stringiamo la mano: è giovane, molto più di quanto immaginassi, tenendo conto di come ne parlano.

“Tu che sei pugliese”, mi dice un suo amico cinque minuti dopo,”hai presente quando ad Altamura MacDonald’s ebbe la sciagurata idea di aprire di fronte a uno dei migliori panifici del paese?”.

In quel caso il BigMac si schiantò contro la focaccia locale (il fast food chiuse per scarsa affluenza di clientela). Qui a Trapani pare sia successa una cosa molto simile. Qualche anno fa, una catena di megastore decise di sfidare la Stefanelli sul suo terreno. Aprì una filiale a pochi passi dalla Libreria del Corso, e fu costretta a chiudere poche stagioni dopo. Un’altra libreria di catena, a qualche traversa da qui, pare soffra molto. Davide e Golia. Ma chi è l’uno e chi l’altro in questo caso?

Qualche ora più tardi, dopo aver passeggiato lungo le mura di Tramontana al calar della sera – pescatori in chiacchiera sui legni, mentre nel cielo pulsa e si dilata una gigantesca macchia viola nella quale mi sembra di riconoscere il volto inquietante di Palmer Eldritch, il personaggio di Philip K. Dick – posso toccare con mano cosa succede alla Libreria del Corso quando c’è la presentazione di un libro. Mezzo paese radunato di fronte alle vetrine (fa talmente caldo che la presentazione è all’aperto). Lettori affezionati, passanti, membri di associazioni, a un certo punto lo scrittore e fumettista Marco Rizzo, poi qualche studente, un magistrato di quarant’anni con cui mi fermo a chiacchierare per mezz’ora.

I giorni successivi sono molto serrati. In Sicilia la rete ferroviaria fa schifo. Così mi affido ai pullman (viaggiare in pullman non mi piace, starmene incastrato tra i sedili polverosi a guardare il panorama mi dà la sensazione di essere al capolinea di una vita parallela in cui ho fatto ancora più errori che in quella attuale). A Siracusa visito la Libreria Gabò. Qui Luisa Fiandaca (ex Byblos) organizza gli eventi. Oltre a lei trovo il traduttore Mario Fillioley, Angelo Orlando Meloni (altro punto fermo della vita culturale cittadina, autore di libri per Del Vecchio), e faccio la conoscenza di Daniele Zito, scrittore e studioso di intelligenze artificiali.

Come si è evoluta l’informatica rispetto alla filosofia e alla letteratura contemporanee? La teoria delle reti può trovare soluzioni a qualche suo problema nelle pagine di Proust o in Il gioco del mondo (Rayuela) di Cortázar? Cerchiamo di capire però cosa significa risolvere un problema: la scoperta di un nuovo strumento d’indagine rischia di modificare, insieme con i mezzi, anche gli obiettivi? Parlare con Daniele è un’esperienza. Mi dà l’idea (poi confermata nel corso del mio viaggio) che umanisti e scienziati debbano parlarsi di più.

A Catania, scortato da Giuseppe Lorenti, visito Zo, una ex raffineria di zolfo trasformata in “centro per le arti”, dove si tengono concerti, si presentano libri, si allesticono mostre d’arte contemporanea e che ospita anche una radio privata. A Messina faccio invece conoscenza con Alessandra Morace, combattiva titolare della locale Libreria Mondadori, non proprio conciliante con la catena.

“Alessandra, ma sei sicura che posso scrivere tutto quello che mi stai dicendo?”.

“Se puoi scriverlo? Devi scriverlo!”.

“Non lo so, non vorrei crearti guai con la rete di franchising…”.

“Allora facciamo parlare i numeri. Lo sai quanti eventi ho organizzato nella mia libreria in questi ultimi anni?”.

“No”.

“Centotottantasei! E sai in quanti, di questi incontri, la catena ha interpellato la casa editrice per portarmi un autore?”.

“Quanti?”.

“Uno! Uno su 186!, ma ti pare?”.

“…”.

“Per esempio, guarda la carta da regalo che ci hanno mandato. È nera! Ma si può? Secondo loro dovremmo impacchettare i libri con questa!”.

“Brutta è brutta…”.

“Il problema sono i manager. Mettono al vertice di un sistema di librerie gente che fino al giorno prima si è occupata di scatolette. E i risultati si vedono”.A Messina c’è anche Francesco Musolino, anima di @Stoleggendo, progetto non profit (e in ascesa) per la diffusione della letteratura online. Sempre a Messina sarebbe d’obbligo una sosta da Colapesce. La libreria è gestita da Chiara BaffaFilippo Nicosia. Di Nicosia si parlò molto qualche tempo fa, quando lanciò il bianciardiano progetto di Pianissimo, libri sulla strada. Su un furgone d’epoca trasformato in libreria itinerante, Nicosia e i suoi arrivavano nei comuni siciliani dove le librerie non c’erano più, o addirittura non c’erano mai state. A un certo punto troppo clamore, troppe pagine sui giornali: un atto di militanza rischiava di diventare la moda del momento. Così Nicosia ha mollato il furgone e ha aperto una vera libreria.

La bellezza di Noto intimidisce, tanto è potente. E Noto, in questi anni, sta vivendo un piccolo rinascimento. Il paese è tenuto molto bene, attira gente da lontano (da Torino, dalla Liguria, dalla Lombardia, anche dall’estero), uomini e donne ci vengono a vivere o aprono attività o piccole aziende legate all’arte, alla cultura, al turismo, alla ristorazione. Questo fa sì che all’ombra della Cattedrale (una delle più belle al mondo) si stia creando una comunità fatta di accenti, provenienze, esperienze diverse.

“Da queste parti ha preso casa Giorgio Agamben”. “Lì vive il direttore della Magnum almeno due mesi all’anno”, mi dicono. Giusi Farina, l’assessora alla cultura Cettina Raudino, la libreria liber liber, Barbara Fronterrè (titolare della libreria Liccamucciola nella vicina Marzamemi, dove anche il cibo e il vino svolgono un ruolo importante), il professor Enzo Papa… sono alcune delle persone che a Noto uniscono le forze per fare di questa terra un presidio culturale vivo e resistente.

Non si creda, tuttavia, che per me “piccolo” equivalga necessariamente a “bello”. Ci sono grandi agenzie culturali che sono luoghi d’eccellenza, meritano tutta la loro fama e dimensione. E poi ci sono librerie indipendenti che stanno ancora in piedi per miracolo – per quanto lavorano male. Per esempio (non farò nomi per non infierire) una che sta a metà strada tra Modica e Donnalucata, e che per confondere le acque chiamerò Mastro don-Gesualdo. Il sud: splendore a doppio taglio. Da una parte offre magnifiche sorprese senza fartelo pesare. Con la stessa disinvoltura può puntarti alla gola il coltello della peggiore arretratezza.

Il titolare della libreria Mastro don-Gesualdo mi si presenta dicendo: “Piacere! A me della letteratura contemporanea non me ne fotte una minchia”.

“Bene”, faccio, “e quali scrittori ti piacciono?”.

“Dostoevskij. Quello era fortissimo…”.

“Già. Cosa hai letto di Dostoevskij?”.

Ricordi del sottosuolo. Incredibile, no?”.

“Solo Memorie del sottosuolo?”.

“No, anche Il giocatore. Quello lì era fuori di testa. Beveva. Era epilettico. Mi piace un fottìo”.

“Dostoevskij”.

“Il grande Fedor”.

“Ma tu in libreria vendi anche libri di narrativa contemporanea, giusto?”.

“Certo”.

“E mi avete chiamato qui per parlare stasera di letteratura contemporanea”.

“Che c’entra. Anche tu sei fortissimo”.

Ho un difetto atavico. Giuro che negli anni ci ho lavorato. Otto su dieci vince ancora lui. Quando danno il peggio inconsapevolmente, ricambio con un peggio consapevole.

“Conosci Alice Munro?”.

“No”.

“E Philip Roth?”.

“Never covered”.

“Saramago?”.

“Quello che scrive libri su Gesù… in libreria dobbiamo averne qualche copia”.

La sera, dopo l’incontro pubblico (gestito meglio della precedente chiacchierata), la socia del libraio mi porta a cena in un pub, insieme c’è il suo fidanzato, un ragazzone dai capelli rossi che per tutta la giornata non ha spiccicato parola. Ma finalmente adesso parla. E si rivolge a me.

“Senti un po’, tu…”, esordisce, “da quello che ho capito te ne stai spesso in giro”.

“Viaggio molto, in effetti. Quando scrivo posso starmene chiuso in casa anche quattro anni. Poi devo recuperare”, sorrido, “per esempio questi mesi”.

“Questi mesi, questi mesi… non solo questi mesi, ah! Prima hai detto che l’estate stai a Venezia”.

“Giugno e luglio. Al Lido. Selezioniamo i film per la mostra del cinema”.

“Due mesi, te ne stai lì. Oppure ho capito male?”.

“Ogni anno arrivano 1.500 film. E dobbiamo vederli tu…”, aggrotto le sopracciglia, “ma non capisco cosa mi vuoi di…”.

“Non ti voglio dire proprio niente. Ti voglio chiedere: che mi rappresenta che te ne stai in giro?”.

“Come?”. A questo punto credo ancora che il mio interlocutore stia scherzando.

“Che vita è la vita di uno che a casa ci sta così poco! Sei sposato, sì?”.

“Sì…”.

Non sta scherzando.

“E allora che mi rappresenta che te ne vai in giro in questo modo! Una vita di merda! A casa devi stare_, a casa_! Con la famigghia!”.

Sono allibito.

“Ma scusa”, sorrido, “completa il sillogismo”, brutto errore, penso mentre parlo, “se io non viaggiassi così tanto, non sarei potuto venire stasera alla libreria della tua fidanzata. Mi avete invitato voi”.

“Che c’entra”, fa lui sempre più nervoso, “tu non lo fai una volta ogni tanto. Lo fai per vizio!”.

“Però”, qui sorrido soavemente, altro errore, la funzione del balsamo sotto cui fingiamo di nascondere gli intenti canzonatori è percepibile ai canzonati, “scusa tanto”, dico, “però io non mi metto a giudicare le vite degli altri come stai facendo tu. E comunque potresti essere più tollerante. Potresti – ecco – avere una mentalità più aperta”.

A questo punto vedo la libraia sobbalzare. Sgrana gli occhi. Mi fa segno di azzittirmi. Troppo tardi.

“Minchia!”, fa il tizio sbattendo i pugni sul tavolo, “vaffangulo! E mo’ ti sei fatto i cazzi tuoi! Qui stai giocando fuori casa, ah! Attento che adesso rischi che ti fai male veramente! Qui siamo in Sicilia ed è meglio che inizi a farti il segno della croce”.

L’ho detto. Il peggio consapevole. Così alla fine sbrocco anch’io.

“Uè, trmon’! Vid’ ca so’ d’Bbar’! E c’mo’ nun d’ ste’ citt’, tea schatte’ u’ pallon’!”.

Traduzione: Ehi, mezzasega! Vedi che sono di Bari! E se ora non ti stai zitto, ti spaccherò la faccia! (letterale: ‘ti faccio scoppiare il pallone’).

Qui al lettore avvertito non saranno sfuggiti almeno tre indizi. Uno: come si vede non è difficile far venire fuori anche da me il “peggio inconsapevole”. Due: nel mio giocare di fioretto (l’armamentario linguistico progressista tutto allusioni e mine interrate sotto le sabbie delle buone cause) c’erano i cascami di una padronalità che detesto quando la trovo negli editoriali che officiano le messe del ceto medio riflessivo. Tre: poiché la natura ama nascondersi, scatenare l’aggressività altrui nel modo che ho fatto io, dovrebbe essere quasi un’occasione montaliana (al netto del delirio dell’aggressore – un ago con la punta di diamante nascosto in un pagliaio – perfino lì si può trovare una verità che ci riguarda). Perché mi sono messo in viaggio?

A Palermo ci torno il 17 ottobre. Lo faccio per ritrovare Giorgio Vasta e Andrea Libero Carbone, Federico Cerminara (factotum di Piccoli Maestri) e Antonio Sellerio, Christian Raimo e Franco Marineo, Andrea Inzerillo più altri uomini che lavorano con i libri per disputare una partita di pallone a villa Trabia. È la prima edizione del Memorial in vita Giordano Meacci, un torneo di nostra invenzione. Giordano Meacci è uno scrittore italiano. Come si evince dall’intestazione, Giordano Meacci è vivo. Solo, a quasi dieci anni dal suo esordio, non ha ancora pubblicato un secondo libro di narrativa. Dice di lavorarci molto. Accampa scuse. Rinvia continuamente l’uscita. E poiché noi amiamo molto ciò che scrive, abbiamo deciso di intestargli un Memorial, considerarlo punitivamente sospeso (vivo e morto) fino a quando non finirà di scrivere il suo romanzo.

In realtà la partita di villa Trabia ha anche un altro significato, più nascosto. Non ce lo diciamo, ma è un modo per stare insieme sotto un cielo che esplode di continuo tempestato da bombe di pura luce: immaginare che quello che veramente amiamo non ci sarà strappato troppo facilmente, nonostante i tempi siano difficili, e una durezza ulteriore a quella espressa dal contesto rischi di contagiarci tutti prima o poi. Restare umani. In un attimo di esaltazione (la giornata è davvero magnifica), avevo pensato di chiamare Franco Maresco, di far venire anche lui qui a villa Trabia. Poi ho rinunciato.

Nel mio sentire, Maresco è il vero spettro che si aggira per Palermo, una sorta di grande anima (mai riconosciuta) della città. L’estate scorsa ci sentivamo per telefono. Non è venuto personalmente a Venezia a presentare il suo Belluscone. Una storia siciliana. Non ci è venuto nemmeno quando il film ha vinto il Premio della giuria della sezione Orizzonti. “Nicola, in mezzo a tutta quella gente mi sentirei a disagio”. A Venezia a ritirare il premio ci ha mandato Rean Mazzone, suo produttore storico.

Potrei dire che l’autolesionismo di Maresco è pari al suo talento, se non fosse che il suo talento è troppo. Belluscone è il più importante film civile uscito in Italia negli ultimi anni (la mafia dei sottoproletari come malattia della borghesia siciliana, la Sicilia per l’Italia), così come Totò che visse due volte, realizzato con Daniele Ciprì, è il più profondo e commovente film religioso (e dunque fu sequestrato per vilipendio alla religione) che io ricordi dai tempi di Pasolini.

A Palermo mi capita ogni tanto di incontrare persone incazzate con Franco. Perché ti cerca e poi sparisce. Perché quando ci si imbarca in un progetto insieme a lui, non si sa mai in quali secche (o tempeste) si può finire. Perché la sua intransigenza sfocia in un’ossessione in cui sei prima catturato e poi coinvolto (ma l’ossessione è la sua, mai la tua).

Poi però vedi le sue opere e capisci che Maresco è uno dei più grandi artisti italiani viventi in un paese che sembra strutturato appositamente per sfiancare, indebolire, esasperare gli spiriti come il suo, per trasformare il genio in vittimismo, almeno fino a quando un colpo di reni non ribalti di nuovo la prospettiva. Ma è faticoso, è ingiusto che sia così.

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