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Torna l’8 marzo, occasione per ricordare tutte le donne vittime di violenza di genere e per rinnovare l’impegno contro i femminicidi e tutti gli abusi perpetrati contro le donne.

Giorno 25 novembre scorso NOI SIAMO DESDEMONA – l’antologia di Algra editore contro il femminicidio – è stata proposta a Scordia (CT) presso la Biblioteca comunale.

Il tour delle presentazioni, iniziato ormai nel 2014, è proseguito dopo Scordia con Valverde (29 novembre 2015), che ha ospitato l’antologia all’interno della rassegna degli Incontri in Biblioteca a cura di Clara Pennisi e Nunzio Lizzio presso la Biblioteca Giuseppe Fava; il 1 dicembre è stata la volta di Siracusa.

Anche in questo 2016 appena iniziato proseguono gli appuntamenti dedicati alla lettura e alle riflessioni suscitate da questo libro.

Domenica 6 marzo 2016 alle ore 18, presso la sala consiliare del Comune di Zafferana Etnea, ci sarà l’incontro incentrato su NOI SIAMO DESDEMONA.

Un ringraziamento al sindaco Alfio Vincenzo Russo, all’assessora alle Pari Opportunità Angela Di Bella, all’associazione Giuseppe Sciuti e alla musicista

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Immagine tratta dalla presentazione presso LA CASA DEL LIBRO Rosario Mascali.

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Ecco la copertina del volume con i nomi delle autrici…

L’antologia NOI SIAMO DESDEMONA (Algra Editore), il cui “tour” non si ferma – ah come vorremmo che si arrestasse insieme a ciò che condanna! – contiene un mio racconto scritto a quattro mani con Mavie Parisi.

Eccolo…

LORO

 

LEI

Lontana. Credevo di essere molto lontana, tanto lontana da cogliere in un’unica occhiata fatti, cause, natura dei sentimenti e fondamenti delle azioni.

Come una fotografa che tenti di abbracciare tutta la scena e inghiottirla dentro il suo obiettivo, faccio un passo indietro per indovinare anche il contesto.

Non mi accorgo che invece mi sto avvicinando, sono praticamente dentro, granello di polvere tra un pixel e l’altro.

Non vedo più nulla, tutto si sfoca nel mio perduto potere di risoluzione.

Niente che possa essere toccato da dita che non sento più.

Una confusione sensoriale, veli di vento sulla pelle nuda.

Una prospettiva strana, un punto di osservazione bizzarro, o quantomeno sconosciuto, che distorce tutto e dissolve i dettagli.

Sarà per questo che mi importa uno zero di tutto quello che è successo.

Abito al piano terra di un piccolo condominio, un appartamento di tre vani, regalo dei miei genitori per il mio ventiseiesimo compleanno.

Un regalo grosso, impegnativo, ma poca roba se si pensa che sono la loro unica figlia e per me darebbero la vita, come si dice.

Sul mio stesso pianerottolo c’è un appartamento gemello che, nel periodo in cui venni ad abitare il mio, era vuoto.

I due piccoli giardini sui quali si affacciano le cucine sono confinanti e ho dovuto piantare un lungo filare di bambù per nascondere il lerciume di un posto abbandonato da troppi anni.

Bella sorpresa, una domenica mattina, essere svegliata dal chiasso e dalle chiacchiere di due giardinieri che pulivano, rastrellavano, piantavano siepi, rendevano insomma abitabile quello che era stato solo un nido di topi.

Sia lodato il cielo, pensai, o meglio sia lodato l’amministratore che ha finalmente ascoltato le mie preghiere.

Esco dunque in giardino con il pigiama, le ciabatte, una tazza d’orzo in mano e una magnifica disposizione d’animo.

Buongiorno, mi dice, e non potevano essere i giardinieri, a meno che ce ne fosse un terzo che non riuscivo a vedere.

Risposi comunque al saluto mentre ricevevo la seconda sorpresa di quella singolare mattina: l’appartamento a fianco aveva finalmente un proprietario.

Si trattava di un uomo di una quarantina d’anni, forse (seppi in seguito che erano cinquanta ben portati).

Quel giorno, di lui mi colpì l’abbigliamento. Mi sarei aspettata una tenuta comoda, per un trasloco, invece notai che indossava la giacca e la cravatta, e dalla mia prospettiva, e con la siepe di bambù che ne nascondeva la parte inferiore, mi sembrò uno speaker di telegiornale.

La situazione era così surreale, con me in pigiama e i giardinieri, lui in giacca e cravatta e tutto il resto, che mi venne da ridere.

E così mi sentii in obbligo di spiegare il motivo di quella risata.

Rimediai un noioso racconto su un anniversario di matrimonio e sugli intricati legami di parentela che lo legavano agli sposi che oggi avrebbero rinnovato in chiesa le loro promesse.

In compenso guadagnai l’amicizia di un vicino di casa.

Da quel giorno e per tutte le domeniche d’estate ci sporgemmo dai rispettivi giardini per fare quattro chiacchiere.

Decidemmo anche di tagliare qualche piede di bambù, in modo da rendere più agevole la cosa.

Per il resto, ognuno faceva la sua vita.

Intanto l’estate stava per finire, e nessuno di noi si era chiesto, o quantomeno non me l’ero chiesto io, cosa avremmo fatto in caso di pioggia.

Non ebbi il tempo di pormi il problema, non mi ero nemmeno accorta che piovesse, quando sentii il campanello.

Era lui che mi invitava a prendere un caffè in casa sua.

Accettai con piacere e non solo quella volta, ma per molte volte ancora.

Nei giorni non lavorativi sapevo che a una certa ora del mattino avrei sentito un din don che mi annunciava che la colazione era pronta.

Ce ne stavamo nella sua cucina e passavamo la successiva oretta a chiacchierare mangiando il ben di Dio di cornetti e ciambelle che lui stesso preparava o acquistava in pasticceria.

Il caffè si trasformò presto in pranzo, qualche volta in cena.

Non si arrivò alla fine dell’inverno che qualcosa, nel suo atteggiamento, cambiò.

Non saprei raccontare fatti precisi.

Non fu compiuta alcuna azione dai contorni e obiettivi definiti, né articolata frase speciale.

Fu una sorta di aumento della confidenza, una trasformazione di quella piacevole complicità che ci eravamo costruiti.

Mentirei se dicessi di non aver considerato la possibilità che ciò accadesse, ma avevo allontanato il pensiero con un gesto leggero e vago, come si fa con un moscerino immaginario.

Provai un fastidio non intenso, ma molesto. Settimana dopo settimana, però, sentii nascere l’antipatia che crebbe in avversione.

Era di nuovo estate quando mi trovai a inventare una scusa ogni domenica, proprio mentre lui si faceva più pressante.

Cominciò a cercarmi a ogni ora del giorno, di ogni giorno.

Il suono del campanello ormai mi dava nausea, come un cibo mangiato in quantità eccessiva.

Facevo finta di non essere in casa, ma era inutile, perché, a quel punto, mi aspettava fuori dalla porta.

Mi era impossibile uscire in giardino perché lui faceva altrettanto, così mi industriai a stendere i panni dentro il bagno.

Scoprii che spiava le mie uscite. La mia vita si trasformò in un incubo.

Decisi di confidarmi con qualcuno, forse mi avrebbe tranquillizzata, riportandomi su una strada che io pensavo di avere smarrito.

Ne parlai con una cara amica, che sfortunatamente alimentò il fuoco delle mie paure consigliandomi di cambiare casa.

Era una cosa non facile che mi sembrava pure inutile, e poi cosa avrei detto ai miei genitori? Li avrei messi in allarme per qualcosa che assomigliava tanto a una sciocchezza.

Non rimaneva che affrontarlo. Gli avrei parlato chiaramente, con garbo certo, ma anche con determinazione.

Gli ultimi accadimenti non dovevano farmi dimenticare che si trattava pur sempre del mio simpatico vicino di casa, magari si era rivelato un po’ invadente ma ero sicura che sarebbe bastato farglielo notare.

Fu così che una domenica mattina, era appena trascorso l’anniversario della nostra conoscenza, accettai il suo ennesimo invito, telefonico stavolta.

Presi qualche minuto per vestirmi, infilai la chiave dentro la tasca dei jeans, e andai.

L’atmosfera mi imbarazzò da subito.

Mi guardava dritto negli occhi, con intenzione, pensai. Il suo sguardo percorse tutti i miei contorni come fosse la punta di una matita che dovesse ricalcarmi su un foglio.

Con pazienza, provai molte volte a imbastire le parole che mi ero portata dietro per dirgli che doveva smetterla, ma ogni volta che iniziavo a parlare lui mi faceva un complimento, mi offriva qualche cosa o provava a farmi una carezza.

La mia pazienza si esaurì quando infine mi trovai le sue mani addosso, a quel punto il discorso preparato rotolò velocemente e non ci fu più tempo per la delicatezza, ma più parlavo e più mi si avvinghiava.

Mi ritrovai stretta a lui, farfugliava qualcosa che aveva a che fare con il desiderio, ma le frasi non erano chiare, era più un mugolio appiccicoso.

Sentivo la sua saliva che diventava fredda sulla mia pelle, niente mi aveva mai fatto tanto schifo.

Con tutta la forza che potei racimolare, tentai di scostarlo.

Non c’era gioco, il suo metro e ottanta abbondante e le sue braccia forti avevano la meglio.

Fu quando mi sbottonò la camicetta che presi a lottare come una dannata tempestandolo di pugni.

Dapprima rise, tenendomi le mani.

Sembrava un gioco, ma poi mi picchiò forte, fortissimo.

Caddi a terra ma lui non si fermava, anzi mi prese il viso con una sola mano, era così grande che quasi soffocavo, sicuramente non vedevo bene, un dito mi premeva sull’occhio sinistro. Cominciò a sbattermi la testa sui mattoni.

Questi sono i fatti, per il resto sono solo sensazioni e ricordi di vaghe emozioni.

Il dolore al capo, il calore del sangue sulla mano, il suo colore sfocato, la mancanza di respiro, il girotondo della stanza, lo sfregare della schiena sul pavimento mentre mi riporta a casa mezza morta, il rumore della porta chiusa alle sue spalle, la perdita di contatti con il mondo, la paura che l’avrebbe fatta franca, un accenno di rabbia l’immagine dello strazio negli occhi di mia madre.

Eppure adesso tutto questo mi è proprio indifferente, in questo luogo sorprendente, durante un tempo che non so, in uno spazio che non è uno spazio, granello di polvere tra un pixel e l’altro.

Sono morta. Ammazzata.

 

LUI

Credevo di essere lontano, molto lontano da cose come queste.

Voglio dire, è una cosa che non prevedi. Neanche negli incubi più brutti, che ti svegli sudato e ringrazi chissacchì perché non è vero.

Stavolta invece sono sudato lo stesso ma l’incubo non finisce.

È incominciato e non finirà.

Questo solo, riesco a pensare.

C’era una vita prima di questo sangue, prima di questo schifo che a quanto pare ho fatto io, di questo lamento che sta per finire – ma quando, quando? – e questa vita è finita. Quella di questa ragazza che non mi pare più manco la mia vicina. Una bambola rotta mi pare, e l’ho rotta io.

Ma anche io mi sento rotto. Sono stanco, stanco morto, come quando corro troppo alla pista ciclabile per sembrare più giovane, per piacere di più a questa bambola rotta che non mi vuole. Che non mi può volere più.

Sono morto pure io, allora.

Il lamento manco si sente più. Quasi.

Sarò l’assassino, il mostro. L’ammazzatore di donne, lo stalker che prima fa amicizia con una donna e poi va a finire così, una domenica che poteva essere diversa e no, ora è questo bordello di camicetta sbottonata e sangue, di occhi spalancati che mi guardano e non mi vedono. Non mi vedono più.

Quando alla televisione sentivo di donne ammazzate cambiavo canale. Pure ’sta parola nuova, “femminicidio”, mi faceva antipatia.

Uno pensa Che c’entro io con queste cose, m’avete pure rotto, con le scarpe rosse i posti vuoti a teatro e dagli al maschio maniaco assassino.

E invece sono qua, col telefono in mano, il numero già composto.

Uno. Uno. Tre. 113.

Il simbolo verde con la cornetta da premere.

E il sangue rosso di lei sui polpastrelli, sul dorso delle mani, sulla maglietta. E LEI qui, e la striscia rossa che va da casa mia alla sua.

Frugare nelle tasche dei suoi jeans – le cosce ancora calde –, prendere le chiavi, aprire, trascinarla nel suo appartamento.

Credevo di essere lontano, molto lontano da cose come queste.

Eppure quello con il telefono e il sangue di lei addosso sono io.

Mi punteranno a dito, mi accuseranno. Era la sua vicina, capita, no? Male, male ha fatto, s’è fidata dell’uomo sbagliato, quello della porta accanto, che t’aggiusta la serranda e poi si mette in testa chissà che cosa.

La mia vicina.

Ama il prossimo tuo. Io non so se l’amavo, però mi ha fatto sangue subito – fa senso pensarlo adesso. Mi è piaciuta, mi è piaciuta subito – con le sue camicette aderenti, la voce fresca come l’erba del giardino appena tagliata.

Che male c’è? Si comincia così, no?

Una presentazione un po’ imbarazzata ma cordiale, quattro chiacchiere in giardino con la mente alla pentola sul fuoco, al computer acceso e la voglia di restare lì.

Il caffè. Il primo, che ha un sapore tutto particolare.

Una fetta di ciambella.

Un pranzo, una cena, quel dire e non dire di cui sono così esperte le donne.

Pensavo non dico di piacerle, ma almeno una simpatia un interesse qualcosa… non avevo capito niente. Non ho capito niente.

Mi hai frainteso, mi ha detto, Non avevo capito che tu avessi altre intenzioni.

Rabbia, umiliazione… tutte quelle belle parole in giardino e davanti a un piatto di pasta o un caffè sono state solo chiacchiere inutili tra buoni vicini?

Vicini.

Le facevo la posta, è vero.

Non si fa, non si dovrebbe fare. Le donne si mettono in sospetto e ti chiudono la porta in faccia, si negano, non si fanno trovare a casa o fanno finta. Non si fa.

Ma mi mancava la sua voce. E la sua biancheria – le calze, le mutandine che adesso stendeva in casa, perché forse per lei il fatto che io le vedessi era prendermi… com’è che aveva detto? troppa confidenza.

E non sta bene, prima il caffè colazione pranzo cena e poi niente. Troppa confidenza non va bene.

Non sono bravo a capire cosa vogliono veramente le donne. Sfido qualcuno a capirle. Sì no no sì non lo so non credo. Le parole le usano come il trucco, ogni frase è uno sbaffo di rossetto, una passata di cipria. E non sai più se stai parlando con una donna o con una bambola che ti risponde come viene. Come viene.

Credevo di essere lontano, molto lontano da cose come queste.

Sbottonarle la camicetta. Ridere dei suoi tentativi di sfuggire alle mie carezze. Picchiarla perché urlava il suo disprezzo verso quello che provavo – che provo? Ancora?

Non si lamenta più. Il telefono mi scotta fra le dita, sono così stanco che premere il tasto verde mi sembra un’impresa. Farei di tutto per te, di tutto. E tu ridevi. E ora non si muove più, ora che lo sa che ho fatto molto più di tutto.

Sono confuso, niente ha più senso. la stanza i jeans il sangue. Sono in un film che non capisco. Tutto mi pare sfuocato. Sono qui ma mi sento da un’altra parte.

Mi sento così lontano da cose come queste.

Sono ancora qui.

LEI è ancora qui. La mia vicina. Vicinissima. E già così lontana.

 

LEI, Mavie Parisi

LUI, Maria Lucia Riccioli

Ringraziamo per la disponibilità librerie, associazioni, centri culturali, biblioteche…

Le altre autrici: Maria Attanasio, Angela Bonanno, Marinella Fiume, Lia Levi, Simona Lo Iacono, Anna Pavone, Maria Rita Pennisi – curatrice del volume e della collana FIORI BLU di Algra nella quale è inserito il volume ed anche il mio libro di cunti in dialetto siciliano QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU -, Tea Ranno, Maria Grazia Sclafani, Elvira Seminara.

DSC05321 (l’articolo uscito su LA CIVETTA DI MINERVA in occasione del convegno siracusano dedicato alla tematica del femminicidio)

NOI SIAMO DESDEMONA - Acicastello (l’articolo sulla presentazione di Aci Castello)

https://www.youtube.com/watch?v=o_QI4xDh1M0 Il booktrailer

https://www.youtube.com/watch?v=IAqmldU7VvY Il convegno FILDIS sul femminicidio (Siracusa, 3 maggio 2014)

https://letteredalconvento.wordpress.com/tag/maria-lucia-riccioli/

I recenti fatti di cronaca mostrano che i femminicidi anziché diminuire continuano a dilagare.
Il nostro libro è una goccia nel mare ma la consapevolezza di un fenomeno è il presupposto per poter eventualmente fare qualcosa per prevenirlo e curare le ferite che esso provoca.

Ho voluto postare questa foto per testimoniare l’impegno di tante amministrazioni per la sensibilizzazione su questo tema.

 

 

 

 

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