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“Solo se c’è la luna”, la cura per la prospettiva e l’illusione della realtà

In “Solo se c’è la luna” di Silvana Grasso, edizioni Marsilio, la vita della protagonista, Luna, schiacciata da na capricciusa malatia che scancia il giorno con la notte, diventa emblema dell’ambivalente esistenza, nonché del suo eterno divenire tra apparenza e realtà. Il padre di Luna, Girolamo, torna dall’America, “che lo ha salvato dalla vigna, dall’odore del vino, dalla merda di vacca” , per fondare nel luogo natio, un paese rétro della Sicilia, la “Gerry soap”, una colossale fabbrica di sapone. In tale paesone, “dove nulla mai mutava, dove tutto restava appeso alle rocce incancrenite del Tempo” Gerry l’americano, per il quale l’odore divino del sapone è boccata di felicità, “spendeva e spandeva, perché tutti vedessero, sbalordissero”, ma “in realtà era parsimonioso, tirato, o forse più depresso, guai però a dirglielo.” Forse per l’euforia di rientrare al paese da vincitore, forse per l’aria traditora della Sicilia, Gerry, sposa la giovanissima, Gelsomina, la cui fonte di ispirazione e di sentimento sembra essere unicamente l’intaglio del sughero e del legno. Gelsomina, poco più che picciridda, pronuncia il fatidico sì perché minacciata dal padre, Biagio, ma “costruirà da sé i suoi uomini, come voleva, con gli occhi che voleva, a mandorla o tondi tondi, che sembravano fatti col compasso.” Una Gelsomina che il marito giudica scimmunìta, ritardata rancorosa, invasata dal germe della pazzia e che , invece, è terra feconda per l’arte da cui sbocceranno l’amore e la popolarità. Da questo matrimonio precipitoso e destinato a precipitare, inseguito da Gerry per assicurarsi un erede maschio, nasce Luna, una “serpicina di carne stitica, bianchiccia.” Gerry accatta a Luna una sorella, Gioella, la cui fisionomia, le cui fattezze vengono forgiate sensualmente dal tempo della giovinezza; gli uomini se la mangiano cogli occhi, una cavadda puro sangue quella Gioella, che vive all’ombra di Luna,e che a venti anni, dinanzi alla nudità della “sorella”, provando “ un piacere spaventoso e sconosciuto” pensa di essere un caso unico, di soffrire di una malattia rara. Leo, poi, il rozzo manovale che insegue il sogno americano di attore e il cui membro è una forza della natura, considera Luna una “stronza snob, troppo fina, sessualmente insignificante”. Resterà, invece, a bocca aperta, quando lei gli mostrerà, la sua spregiudicata libidine, lei, col suo viso da madonnina, che “non vuole morire senza aver visto un cazzo.” Il concetto della strategia d’immagine, tanto caro a Gerry, che in America ha studiato bisinès e marketìnghi, diventa, quindi, il trait d’union dell’articolata trama che, ricalcando la vita, si dipana in double face. Come sempre, l’apparenza è ben distante dalla verità che, tra l’altro, mai è univoca. Un romanzo, dunque, di matrice pirandelliana, che intende la personalità umana quale maschera, consapevole anche che “Tutto nella vita si cangia continuamente sotto gli occhi”. Infatti, nonostante i nostri perpetui cambiamenti interiori, gli altri ci giudicano secondo le loro particolari prospettive, ci conferiscono già di per sé una determinata forma che sarà ben diversa da quella che vorremmo far trasparire. Il romanzo “Solo se c’è la luna” è abitato da pensieri notturni grondanti di sofferenza che Silvana Grasso scrive con potenza ed elasticità linguistica. Il suo linguaggio abbraccia, infatti, dialettismi come “Ciccina sorella di Gerry”, “La bellezza stutava il respiro”, nonché un uso incalzante di verbi la cui assonanza di suoni serve a conferire ritmo alla narrazione “La luna che, come una cavalla pazza, smanìa, pazzìa, furrìa.” Non mancano, poi, le costruzioni sintattiche tipiche dell’italiano regionale di Sicilia che pone il verbo alla fine della frase, ”Notte di luna piena era stata” e le dislocazioni tipiche dell’italiano comune “Solo al momento di farlo nascere, il figlio”. Il romanzo è inoltre impregnato di malapropismi quali stressi, snobbi, veri snobbi, o mai god, storpiature dei termini originali e che testimoniano l’avversione della nostra lingua siciliana per le parole terminanti per consonante. Un registro linguistico audace che non risparmia male parole: “Non sapevano un cazzo di niente i dottori in Sicilia”; “Minghia funzionava parlare con poesia” e che, per converso, acquista ancora più vigore quando indulge nell’arte poetica:”Inseguendo in cielo il volo d’uccelli solitari tra imparruccate nuvole” , ” Luna e un’appassionata, dolentissima, rincorsa di note”. Una scrittura, dunque, rapace, spavalda, passionale, come certe femmine della Sicilia, una scrittura incantatrice comu la nostra Silvana Grasso.
Lucia Corsale

 

Solo se c'è la Luna

Mi fa piacere ospitare la giornalista e scrittrice Lucia Corsale sul mio blog per parlare dell’ultimo romanzo di Silvana Grasso, che concorrerà al Premio Campiello. Ad maiora!

 

Ecco dell’altro materiale.

 

DON ANTONIO è la biografia romanzata del sacerdote Antonio Saitta la cui stesura si deve a Lucia Corsale.

Una foto della prima, emozionante presentazione.

L’articolo uscito sul Giornale di Sicilia…

Girellando per Internet si scoprono piacevoli sorprese…
Ringrazio la redazione della rivista NOTABILIS e in particolare Santi Pricone per aver recensito il libro dell’amica giornalista e scrittrice Lucia Corsale, che ho avuto la gioia e l’onore di presentare sia in occasione della “prima” a Cassibile che presso la libreria Casa del Libro Rosario Mascali…

http://www.notabilis.it/leggendo-di-un-pezzo-di-sicilia.html

Leggendo di un pezzo di Sicilia

Santi Pricone

“Una struttura particolare, una biografia inserita in un contesto storico, un collage ben riuscito di racconto lungo, romanzo breve e cuntu. Una narrazione di stampo popolareggiante che attinge al bagaglio di donne avvolte in scialli, ma questo cuntu non si sviluppa in un’arida prosa: profuma, all’inverso, di poesia”. Sarebbero sufficienti soltanto queste parole, proferite dal saggista Sebastiano Burgaretta, per farci esclamare, nei riguardi dell’ultima fatica letteraria della nostra amica e collega Lucia Corsale, un convinto – Lucia, ben fatto!-. Il volume, “Don Antonio”, ripercorrendo la parabola umana, spirituale, dotta ma umile e generosa al tempo stesso, operosa e sanguigna del sacerdote Antonio Saitta nel suo mezzo secolo trascorso a capo della Parrocchia “San Giuseppe” della frazione siracusana di Cassibile, rende altresì in parallelo l’adeguata mercede alla vocazione identitaria mai abiurata di una comunità, quella cassibilese per l’appunto, esempio di come la contiguità territoriale non sempre coincida con la comunanza delle radici. Dopo l’armistizio del 1943 tra Italia e Anglo-americani, Cassibile è stata popolata non da siracusani in esubero in cerca di un quartiere satellite, ma dai flussi migratori, innescati dalla costrizione occupazionale, di ceti bracciantili provenienti dalle province di Catania, Messina, anche Agrigento, nonché dai comuni della fascia iblea, da Canicattini Bagni in là verso gli altipiani ragusani. Ognuno di questi nuclei ha preservato le proprie tradizioni, tanto a tavola (cercate la pignoccata messinese nelle pasticcerie di Cassibile, la troverete!) quanto nel lessico. Particolare tutt’altro che trascurabile quest’ultimo, perché ha consentito all’autrice di “Don Antonio”, nelle sue ricerche propedeutiche, un’operazione utilissima di recupero di varianti dialettali autentiche, se non addirittura arcaiche. Apprezzerei molto se questo volume lo leggessero i tanti autori e sceneggiatori di recenti fiction ambientate in Sicilia che nel loro lavoro non sono stati puntigliosi e pazienti come Lucia. Il risultato? Grottesco: i dialoghi ascoltati in tv ricordano il vernacolo siciliano allo stesso modo come uno stagno fa pensare all’Oceano Atlantico. La docente e saggista Maria Lucia Riccioli, presente alla “prima” del libro allestita proprio nei locali parrocchiali, ha promosso anche l’alternanza del dialetto isolano con espressioni tipiche dell’italiano popolare e regionale, scovando in questi incroci una gradevole “musicalità”. Un bel 7+ lo merita Biagio Saitta, medico legale e nipote di Don Antonio, che nei panni per lui non abituali di fine dicitore s’è rivelato un’ottima spalla per Dina Miceli nella lettura con pathos di passi dell’opera, in barba a chi pensa che scienza e arte non possano essere compatibili.

Siracusa, 28 Dicembre 2015

Ecco altro materiale già postato che mi fa piacere riproporre…

Lucia Corsale, giornalista e scrittrice, innanzitutto una cara amica, scrive:

Cari amici, vi invito alla presentazione del mio romanzo “Don Antonio” edito da Arnaldo Lombardi. L’appuntamento é stato fissato per sabato 16 gennaio alle 18 nella “Casa del libro” di Marilia Di Giovanni in via Maestranza 20-22. A relazionare sulla biografia romanzata sarà la docente, nonché scrittrice Maria Lucia Riccioli. Le letture di alcuni brani saranno affidate agli attori Dina Miceli e Biagio Saitta. Vi aspetto!

Ecco il link dell’evento Facebook…

https://www.facebook.com/events/157508967951111/

Ecco la recensione che Lucia Corsale ha scritto per il mio QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU su Reteregione…

http://www.reteregione.it/si-cunta-sarraccunta/

Ed ecco anche l’altra, scritta per LA BANANOTTERA:

http://www.dioramaonline.org/dblog/articolo.asp?articolo=1500 (su DIORAMA di Luca Raimondi, che ringrazio)

Con Lucia Corsale ho tra l’altro ideato e condotto la trasmissione SEGNALIBRO per TeleTris.

logo_segnalibro_colori

Ecco il link su YouTube:

https://www.youtube.com/watch?v=bbSR7wcUCo0 (la prima puntata, ospite GIANFRANCO D’AMICO)

https://www.youtube.com/watch?v=rmEFgMdtCKA (la seconda puntata, ospite LUCA RAIMONDI)

https://www.youtube.com/watch?v=z0O4Xl0K6Uk (la terza puntata, ospite SEBASTIANO BURGARETTA)

https://www.youtube.com/watch?v=CUqCqQDVtEE (la quarta puntata, ospite PINO DI SILVESTRO)

https://www.youtube.com/watch?v=XJHgWrmrpM0 (la quinta puntata, ospite ANGELO ORLANDO MELONI)

Un video con l’interpretazione di uno dei capitoli di DON ANTONIO grazie alle voci di Biagio Saitta e Dina Miceli…

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