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Ecco il link ad uno dei miei ultimi articoli confluiti nel sito…

 
Luciano Aloschi, da anni trapiantato in Argentina, ha presentato alla Dante Alighieri di Buenos Aires “Ortigia, fede e costume”, volume di ricordi gastronomici, usanze, fatti e personaggi che oggi stanno scivolando nell’oblio

 

La Civetta di Minerva, 16 dicembre 2017

“Voglio parlare di un’altra Siracusa, e cioè di quella di cui pochi parlano e tanti amerebbero ricordare: di una Siracusa recente ma che, ormai scordata, pare ricaduta nel suo sonnolento torpore di sempre. Alcuni direbbero: – Scirocco siracusano”.

Si è tenuta il 23 novembre scorso, presso la sede della Società Dante Alighieri di Buenos Aires la presentazione del libro “Ortigia fede e costume”, presente l’autore, il siracusano Luciano Aloschi, che ha raccontato il centro storico di Siracusa e le sue tradizioni legate alla religiosità popolare. L’incontro, concluso in musica con il soprano Nerina Gargero, ha rinsaldato i già potenti legami tra la nazione argentina, terra di migranti, e la nostra Siracusa.

La Civetta ha incontrato per voi Luciano Aloschi, entusiasta dell’esperienza in un paese che ha ammirato per la sua grandiosità, per la tenacia laboriosa dei nostri connazionali all’estero, per l’accoglienza che riserva agli italiani che lo visitano, specie quando illustrano fatti, tradizioni, usanze legate ad un passato comune, a radici coltivate perché non siano dimenticate.

Leggendolo “Ortigia fede e costume”, scritto in un linguaggio semplice – l’autore confessa umilmente di non avere l’ambizione di imitare autori blasonati ma semplicemente di raccontare –, sfilano e sembrano riprendere vita fatti e personaggi come Vittoriu u babbu, Don Ginu u zuccàru…

Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?

Mio nonno materno, Mariano Quadarella, alla fine dell’800 emigrò in Argentina e lì visse per quarant’anni con il piccolo grande sogno di assicurare un futuro ai propri sette figli: ne ho raccontato la storia in un volumetto molto intimo, “Ritratto di famiglia”, scritto per tramandarne la vicenda tra i miei familiari. Da qui i legami con l’Argentina che poi hanno portato al mio invito a presentare il libro presso la Dante Alighieri (che, lo ricordiamo, ha come fine quello di diffondere la cultura italiana nel mondo sia tramite i corsi di Italiano che per mezzo di presentazioni, concerti, conferenze, proiezioni cinematografiche, rappresentazioni teatrali).

“Ortigia fede e costume”: ci descriva la struttura del libro.

Ho voluto legare il racconto delle tradizioni popolari con lo scorrere dell’anno liturgico e il susseguirsi delle sue feste: l’Avvento come tempo forte che porta una ventata di festa con l’Immacolata (che abbiamo appena vissuto l’8 dicembre scorso) e la sua svelata – Maria che si mostra ai suoi fedeli, la musicale “atturna” che sveglia i devoti e li invita ad andare verso la Madre dietro la banda… con il profumo dello “zuccàro” a fare da sfondo alle preghiere. Immancabile il riferimento a Santa Lucia (13 dicembre e poi il 20, l’ottava), alla “cuccìa” come ricordo degli eventi prodigiosi del 1646 e del terremoto del 1693, periodi in cui Siracusa visse tremende carestie, alle candelore come espressione della devozione della nobiltà siracusana (con il profumo dei fiori offerti il 13) e dei pastori e contadini di Akradina, che allora era una contrada non urbanizzata (caratteristiche le decorazioni con gli agrumi). Si passa poi al Natale, ai Magi; dopo l’Epifania, quindi “dopu li Tri Re, olè olè olè”, secondo il detto popolare: passa anche la festa di Sant’Antonio Abate il 17 gennaio e arriva il Carnevale, con le “abbuffuniate”, il “festivallu”, “u sutta nuvanta”, le maschere come quella del dottore con le sue diagnosi esilaranti. Non mancano San Giuseppe (19 marzo), con il famoso “maccu”, preparato con cereali poveri, coi legumi e le verdure, testimoni della società agropastorale e marinara e l’inizio della preparazione dei “lavureddi”, che con il morire del seme prefigurano la Quaresima e la Pasqua, con la Passione e morte di Gesù. Poi la Pasqua con le sue cassatelle, i “panareddri cu l’ovu” per le bambine e gli agnellini per i maschietti… e via discorrendo.

Nello scorrere i tempi forti della liturgia, di un anno che si perpetua nei secoli, mi è stato grato riproporre nei miei ricordi, tutti quei fatti discreti che ho ritenuto riportare affiancandoli ai tempi religiosi, senza cedere nel volgare, ma rispettare la coincidenza tra fede e costume, vivendo la stupenda realtà della regalità di Cristo, che apre e chiude simbolicamente l’anno.

Quando ha iniziato a scrivere?

Ho sempre scritto poesie che spesso sono state premiate – classicheggianti le prime, come ad imitare lo stile dei nostri grandi poeti, quindi non piane come le poesie moderne – ma per una sorta di pudore non ho mai voluto pubblicarle e anzi le distruggevo. Solo da qualche anno ho iniziato a conservarle per i miei nipoti.

Cosa ha apprezzato maggiormente dell’Argentina?

Ho visitato sia Buenos Aires che Mar del Plata, realtà molto diverse, una caratterizzata da una cultura molto urbanizzata – splendidi i grattacieli, i monumenti –, l’altra dalla gente di mare. Un paese comunque bellissimo nonostante la crisi del 2001, una realtà differente dalla nostra.

 

 

 

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