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Fiera di essere donna, e scrittrice – se mi posso permettere questa parola – come le mie eroine Jane Austen, le sorelle Bronte, Anna Frank e tutto l’esercito delle scienziate letterate artiste come Mariannina Coffa, le sante come Lucia, le eroine, le piccole grandi figlie sorelle madri compagne mogli amanti spose insegnanti professioniste che mandano avanti il mondo con il doppio della fatica e la metà del salario oltre che con un quarto del riconoscimento.

Triste per le sorelle vittimizzate bullizzate abusate violentate stuprate uccise perché non omologate, diverse, ribelli, libere, stanche di sottostare.

Coraggio alle bambine e alle ragazze che cambieranno il mondo: lavorate e studiate.

http://www.letteratu.it/2012/03/05/ferita-allala-unallodola-la-storia-dellamore-e-la-sua-poesia/

“Mare calmo nella sera che si stende sulla valle.

Nella cameretta ch’è porto dei sogni, delle letture, della scrittura ardente di gioventù e ambizione, Mariannina veglia. Troppo grande è la gioia perché quattro mura possano contenerla.

Ma anche troppo grande l’ansia per la sua leggera manciata d’anni, troppo forte il battito del cuore che tenta di sfondare, ne è certa, il torace disperatamente magro.

Prega, Marianna.

Prega che sia veramente questo l’Amore che stilla dai cieli per rallegrare i mortali, e non un’illusione, un sogno di carta come quelli dei libri.

Così per me, così sia, questo l’Amen di Mariannina dopo le orazioni della sera a lume di lampada”

Sole.

Siracusa, Noto, Siracusa, Ragusa, Sicilia. Sole.

Siamo a metà del 1800. Una ragazza, Marianna.

Mariannina poetessa, Mariannina donna, con i versi sulla bocca, nelle mani e nel cuore. La Sicilia. Leggendo arriva alle orecchie il rumore delle persone, il profumo del sole. Capelli lunghi, ricci, di una donna che dà le spalle. Siede alla scrivania con una penna in mano e scrive, scrive e scrive. Si lascia infervorare, dall’amore. L’Amore per qualsiasi cosa, per la Patria. Oh Patria, oh Italia, mia Italia che sogno che era. Era solo un sogno, riunire in un’unica nazione la lingua, quasi la stessa, di così tante persone. Ma la poesia, l’amore per la patria possono svanire, possono morire, in un attimo soltanto dietro le mani di un insegnante di piano, dietro gli sguardi appena accennati. La figura esile di una ragazzina, che a stento mangia e si lascia portare dal vento come dalle passioni, diventa donna, rizzando appena la schiena, lasciando scivolare le mani sul piano. Solo per lui, solo per lui sta ferma lì ed è perfetta nella sua suonata, nel suo rossore virginale, nel suo tremito controllato.

“ Ecco, le mani non tremavano, era possibile seguire il filo dei pentagrammi tante volte dipanati con Ascenzio per non perdersi, per non gridare davanti a tutti, lì, tra la cera e i fiori che si sfacevano- oh, strano che il tempo avesse proseguito il suo corso, che non si fosse impigliato tra le loro labbra confuse in quel solo respiro-, per non piangere di sperdimento e gioia, per non dire che amava, sì, ora poteva pensarlo, e che era amata, sì, la bocca memore di lui glien’era testimone!”

Una storia d’amore, passione, di dolore, poesia e musica intrecciate e annodate, che porta le fosse sotto gli occhi consumati di pianto e rimpianto. La vita di una poetessa, la sua avventura nelle vicende del 1800, nella storia di un’Italia che sta per unirsi, dove nomi come Garibaldi, Ferdinando e Mazzini non sono solo personaggi letti su libri di storia, ma persone reali, a portata di mano; la vita di una poetessa che si porta dentro l’unico suo amore per tutta la vita, come un morbo insediatosi nel cuore, da ragazzina, attraverso un bacio rubato dietro una tenda di una sala da ballo. La storia di un amore che diventa fantasma e ombra, causa di scelte sbagliate e dolori sotterrati, nascosti mai confessati.

Maria Lucia Riccioli ci regala un romanzo degno di una Dacia Maraini, dai toni caldi e passionali della Sicilia, dalla disperazione per un amore impossibile che risente degli echi di Verga e della sua Capinera, ci conduce per mano nella testa e nel cuore della sua protagonista, condividendo con noi i suoi pensieri più reconditi, che hanno sempre forma di poesia pura. In “Ferita all’ala un’allodola” si arriva ad essere Mariannina, a provare la sua angoscia e i suoi orgogli, ci fa essere ragazzine, madri , donne, ci fa sentire la morte. È una vita intera che si può dire di aver vissuto soltanto leggendo. La scrittura, alternando liberamente prosa e poesia, si fa spazio prepotentemente nella testa del lettore, che trasmette appieno gli stati d’animo della protagonista, attraverso una punteggiatura accentuata e uno stile moderno che contrasta piacevolmente con l’ambientazione ottocentesca della vicenda.

È la testimonianza, e il fatto che sia frutto della fantasia non la rende meno reale di altre, che l’amore non passa.

Non se è quello vero.

Grazie alle donne della mia famiglia, specie alla mia nonna materna – analfabeta che narrava insieme al marito i cunti del mio QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU…

L’amore di queste donne straordinarie mi ha messa al mondo in tutti i sensi.

LA BANANOTTERA è femmina e gialla come una mimosa… Nana è la Natura, la Madre Terra che dobbiamo amare difendere e proteggere…

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