LA CIVETTA DI MINERVA del 27 aprile 2018

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Ecco il nuovo numero (27 aprile) del giornale bisettimanale LA CIVETTA DI MINERVA!

 
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“In ogni pagina del romanzo c’è la storia dell’italiano”. Intervista all’avolese Jean Paul Manganaro, uno dei più importanti traduttori dal e in francese

La Civetta di Minerva, 13 aprile 2018

A coronamento del laboratorio di lettura organizzato dalla Biblioteca comunale di Siracusa sul romanzo“Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda, il 10 aprile scorso si è tenuto l’incontro, moderato sapientemente da Salvo Gennuso, con uno dei più importanti traduttori dal e in lingua francese, Jean-Paul Manganaro, una vera e propria autorità nel proprio campo, che ha affrontato l’improba ma grata fatica – lunga e amorosa è la frequentazione di Gadda da parte del traduttore, che è nativo di Bordeaux, vive a Parigi ma è di origini avolesi – di trasporre il gliuòmmero, il pasticcio, lo strano oggetto che è quest’opera affascinante e impervia come una scalata.

Manganaro, nel corso di quella che è stata quasi una conversazione più che una conferenza, ha spaziato con ironia e competenza dall’infanzia difficile dell’autore, orfano di padre e lacerato da un irrisolto edipico rapporto con la madre, alla scrittura di Gadda, la cui biografia – apparentemente scarna e priva di fatti significativi – confluisce tutta nella scrittura: l’élan vitale di Gadda fluisce tutto nell’opera – basterebbe pensare a “La cognizione del dolore”.

Manganaro ha quindi narrato la parabola dell’ingegnere elettrotecnico “prestato” alla scrittura, che si nutrì di Leibniz e Spinoza, filosofi fondamentali per comprendere l’universo gaddiano, un universo policentrico, plurilinguistico e polifonico, dallo stile diremmo jazzato e cubista, se l’immaginifico barocco scrittore non sfuggisse a qualsiasi tentativo di sistematizzazione; dai saggi alle novelle, veri e propri frammenti di esistenza, alla pubblicazione di alcuni “tratti” ovvero capitoli, sezioni del romanzo su rivista – tra le più importanti dell’epoca ricordiamo per tutte “Solaria” e “Letteratura” –, Gadda ridefinisce il modello letterario ereditato dalla tradizione.

Per comprendere Gadda, Manganaro si serve delle spie linguistiche: le descrizioni, le digressioni che danno stoffa al ragionamento – pensiamo ai cieli e alle nuvole gaddiane –, l’utilizzo peculiare della punteggiatura, materializzano l’idea di Gadda – molto pirandelliana – secondo il quale la realtà della verità non esiste e anche se esistesse non potrebbe essere trovata: alla Deleuze, la soluzione potrebbe essere uno dei possibili che non si è attuato; un fatto non ha una sola causale ma tante causali; tutto è effetto e tutto è causa.Realtà e verità sono dunque punti di interrogazione… i puntini di sospensione rappresentano graficamente il non si sa, i chissà. Una frase che procedesse per virgole e punti e virgola passerebbe dalle tesi e antitesi ad una sintesi (secondo la logica classica), conferendo al discorso un ordine gerarchico che invece Gadda sovverte tramite l’uso quasi matematico dei due punti, che pongono tutte le situazioni sullo stesso piano di equivalenza e corresponsabilità. E qui il sovvertimento diventa anche politico: noto è il disprezzo di Gadda per il fascismo – sublime il grottesco di “Eros e Priapo” – e nel romanzo Polizia e Carabinieri, tra l’altro intralciandosi a vicenda, nonostante la dichiarata e muscolare intransigenza non riusciranno a dipanare l’imbroglio, impotenti come sono a dirimere il pasticciaccio, il gomitolo intrecciato del delitto.

Tradurre è trans-ducere, trasportare. Io la immagino come un barcaiolo intento a trasportare della merce preziosa da una riva all’altra – le lingue di partenza e arrivo –: qualcosa è andato perduto in acqua?

Il carico è arrivato tutto. Ho riprodotto assonanze, dissonanze, ritmi, la sinfonia di questo romanzo il cui stile mette il lettore sull’attenti: non permette distrazioni e per tradurlo, per cucire le parole punto per punto a maglia fina, per non perdere il filo, la musicalità della scrittura, ho impiegato dodici ore al giorno per un anno senza fare altro. Forse qualcosa si sciupa ma il carico è arrivato per intero. Non è il primo libro di Gadda che traduco e comunque questa traduzione arriva dopo anni di lavoro. L’amore per Gadda per me è viscerale, inspiegabile: prende qui – sorride – alle trippe. Rileggo “Quer pasticciaccio…” ogni due anni circa e ricordo la prima volta: non riuscivo a credere ai miei occhi. Tutta la storia della lingua italiana si ritrova in ogni pagina, in ogni riga del libro.

Oggi purtroppo la lingua – anche quella letteraria – sta subendo una sorta di normalizzazione che la fa somigliare non ad un organismo vivente e “multistrato” ma che la rende una lingua “Standa” più che standard, piatta e involuta, esattamente il contrario del lussureggiante e ben biodiversificato linguaggio gaddiano. Come ha reso la polifonia dialettale del romanzo, l’imbroglio linguistico oltre che quello della trama? Il napoletano, il romanesco, il molisano di Ingravallo e dei personaggi gaddiani… come sono stati “traghettati” in francese?

In Italia i dialetti sono ancora parlati, intesi, capiti: sono la vita quotidiana che entra nel discorso, anche del parlante colto. In Francia ci sono degli slang, l’argot, ma non dialetti: ho tradotto in un francese “strano” ma sempre comprensibile, come all’orecchio risulta strana ma comunque viene riconosciuta come italiana la lingua di Gadda (ricordiamo che all’epoca il cinema italiano, arte e industria insieme, supportava il napoletano ma soprattutto il romanesco come dialetto neorealistico per eccellenza); nel frasato diretto l’autore usa appunto i dialetti (che io rendo con un francese sviato o meglio traviato, con la sonorizzazione della dentale o una diversa tonalizzazione, scambiando per esempio T e D: le agglutinazioni sonore sono aggiunte di suono ma non di senso, le elisioni sono violente), mentre nel discorso indiretto utilizza dei ricami con il dialetto per non perdere la mescidanza tra le lingue. In questo mi ha facilitato l’aver lavorato a “Le baruffe chiozzotte” di Goldoni – anche in Gadda troviamo il legame con Venezia dato dalla contessa, ad esempio.

La traduzione è letterale oppure è più un lavoro di interpretazione? Che rapporto c’è tra un autore e chi lo traduce?

Interpretare vuol dire non essere stati capaci di tradurre, aggirare l’ostacolo senza trovare l’espressione, la parola precisa, esatta. La scrittura è il gancio, la materia e il terreno comune, il momento di confronto tra autore e traduttore che non può né deve essere traditore. Bisogna cogliere i soffi, i respiri, le pulsazioni di ciò che si traduce, sordi alle suggestioni, ingannevoli come sirene, dell’interpretazione.

E qui Manganaro senza dirlo credo che accenni anche ad una misura più alta del proprio mestiere, che è quella etica.

Intervista allo scrittore: “Dedicato a coloro che continuano a conservare l’inestimabile essenza di eterna bellezza”, “E’ la metafora della vita di ognuno di noi”

La Civetta di Minerva, 13 aprile 2018

Domenica 15 aprile alle 18, presso il Centro Pio La Torre di Piazza Santa Lucia a Siracusa, si terrà una presentazione letteraria che vede protagonista una delle penne de “La Civetta di Minerva”,ovvero Duccio Di Stefano: il redattore, che spesso e volentieri affronta tematiche sociali e con passione relaziona di sport, stavolta si offrirà al pubblico in veste di autore. Ha scritto infatti, per i tipi di Carthago edizioni, un romanzo intitolato “L’angelo di pietra”. I relatori saranno Corrado Morale – imprenditore e scrittore, autore della prefazione –, il nostro Franco Oddo, direttore del quindicinale “La Civetta di Minerva”, Marco Agostini e Stefania Intelisano, docenti rispettivamente di Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico “Luigi Einaudi” e di Inglese presso l’Istituto tecnico commerciale per geometri “Salvatore Quasimodo”; sarà presente anche Giuseppe Pennisi per conto della casa editrice.

Non potevamo non rivolgere qualche domanda a Duccio Di Stefano, riservandoci di incontrare i nostri lettori alla presentazione.

Cosa rappresenta l’angelo di pietra? Un simbolo, una metafora…?

Sì, l’Angelo di pietra è un po’ la metafora della vita dei due ragazzi protagonisti della storia, ma è soprattutto la metafora della vita di ognuno di noi. Mi rendo conto che ormai è diventato banale rappresentare la vita come un viaggio, ma l’Angelo di pietra è proprio questo: il viaggio interiore che ognuno di noi dovrà comunque prima o poi fare, non potrà esimersi in eterno. Dovrà un giorno mettersi al cospetto del proprio Angelo, che ci presenterà il conto. Quante volte nella vita ci si è domandato quale fosse l’essenza della stessa, quale sia il bene più grande a cui aspiriamo, se quell’amore che viviamo è il nostro amore, quello da difendere e inseguire nella speranza che duri per sempre, o è l’ennesima illusione… Ecco, questo romanzo rappresenta forse lo specchio dove giocoforza dobbiamo prima o poi affacciarci tutti.

In quale genere collocheresti il tuo libro? Oppure lo vedi un testo trasversale?

Diciamo che questo romanzo non rientra esattamente in un genere specifico. Perché sostanzialmente è un inno all’amore, una lirica. E quindi dovrebbe essere catalogato nel genere sentimentale, ma è anche un percorso introspettivo che dipinge e rivela tutti i numerosi risvolti e le diverse sfumature psicologiche dei protagonisti, e allora potrebbe allo stesso modo essere catalogato fra i saggi. Nel frattempo però la storia spesso si lascia trasportare lascivamente anche nel vortice dell’incontro fisico, carnale, dei protagonisti, e allora qualcuno lo potrebbe definire persino erotico. Ma la conclusione presenta pure un misterioso intreccio tra il fato e la realtà vissuta, e quindi in questo caso sarebbe da mettere tra i fantasy. Quindi, no. Preferisco risponderti che questo libro, questa opera, non va collocato in nessun genere predefinito, ma è dedicato a chi, a dispetto degli ostacoli che la vita giornalmente ci propone, continua a conservare ed a preservare la sua inestimabile essenza di terrena bellezza. A chi parte perché decide di restare. A chi, semplicemente, non smette mai di esserci.

Quali sono stati i tuoi riferimenti letterari nello scriverlo? A chi ti ispiri?

Io ho sempre amato e mi sono ispirato agli scrittori innamorati e legati visceralmente alla loro identità territoriale. E quindi è facile risponderti citandoti Pirandello, il padre della drammaturgia e del racconto teatrale. Le sue “corruzioni dialettali”, come amava definirle lui, hanno fatto scuola per tutti gli scrittori di matrice mediterranea o latina in generale. Come appunto Camilleri, che mi rapisce per la descrizione e la narrazione dei luoghi, quasi ti facesse una foto e te la mettesse davanti agli occhi. Una foto che fatica a discostarsi dalle sue radici, che poi sono anche le nostre. Ma non posso non citarti anche autori stranieri, ma che comunque rientrano nella stessa tipologia di “scrittori carnali”, come Manuel Vásquez Montalbán, che mi è sempre piaciuto per la sua abilità narrativa nel descrivere le commedie umane e per come rende comprensibili le molteplici sfumature della personalità umana. E per finire non posso non citarti il Maestro Pablo Neruda: nelle sue poesie ci troviamo la vita di ognuno di noi. Non si può e non si deve rimanervi indifferenti.

Cos’è per te la scrittura? 

Probabilmente a questa domanda ti ho già risposto prima. E cioè che per me scrivere è viaggiare. È fare i conti con la nostra coscienza, è rapportarsi col nostro vissuto, relazionarsi coi nostri obiettivi. È specchiarsi nei nostri sogni. Per me scrivere è sempre stato come dipingere e cercare di raccontare la bellezza della vita, studiando le diverse sfumature dell’umano volere. La mia penna è come un pennello per i pittori o uno scalpello per gli scultori. Una magia, una magia che mi permette di esplorare e di esplorarmi, senza necessariamente andare dallo psicanalista. È soprattutto un modo gentile per esternare quanto di bello, o di artistico può esserci in me. Affinché tutta la poesia che si ha dentro possa essere letta, raccolta, conservata, riletta e fatta propria.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3076:vaccaro-gli-uomini-dell-800-reagirono-alla-lotta-delle-donne&catid=17&Itemid=143

“Chiamandole maliarde grifagne o angeli tentatori”. Intervista all’autore di “Silfide, maga e sirena – L’ideale femminile nella letteratura italiana dell’Ottocento”

 

La Civetta di Minerva, 13 aprile 2018

Forse l’Ottocento è stato il secolo che ci ha donato le più fulgide rappresentazioni femminili – connotate sia positivamente che in una valenza negativa –: pensiamo a Madame Bovary, ad Anna Karenina, alle protagoniste dei romanzi delle sorelle Brönte e prima ancora alle smaglianti invenzioni del genio di Jane Austen, per citare solamente i primi nomi in punta di penna.

Possiamo dire che l’Ottocento porta alla ribalta e forse esaspera non solo la femminilità, ma anche e soprattutto il conflitto tra i sessi e l’irriducibilità della loro complementarietà / differenza, proprio in un’epoca in cui tante artiste oltre che tante donne comuni pretendevano un proprio posto in una società mutevole e attraversata da cambiamenti rivoluzionari in campo politico, economico e sociale.

Sirene, incantatrici, maliarde, dame eleganti, virago, civette narcise da una parte – il cliché della femme fatale declinato in ogni possibile sfaccettatura – contro Nedda e gli angeli del focolare dall’altra: questo il catalogo dei destini delle donne rappresentate nella letteratura del secondo Ottocento, che riflette da una parte e dall’altra precorre i mutamenti socio-culturali di un’epoca convulsa, che segue a quella risorgimentale e si proietta verso il ventesimo secolo.

Dell’argomento si è recentemente occupato il giovane studioso ragusano Stefano Vaccaro nel suo saggio, fresco di stampa per i tipi de Il Convivio Editore, intitolato appunto “Silfide, maga e sirena – L’ideale femminile nella letteratura italiana dell’Ottocento”, presentato il 6 aprile presso la sala del fondo antico della Biblioteca diocesana di Ragusa – intitolata a Monsignor Pennisi e diretta da don Giuseppe Di Corrado – nell’ambito della manifestazione LIBeRI A RAGUSA (di cui l’Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi di Ragusa è media partner; la prefazione, di cui vi abbiamo offerto qualche stralcio all’inizio del pezzo, è della docente e scrittrice Maria Lucia Riccioli); con l’autore l’eminente prof.ssa Margherita Bonomo (Università degli Studi di Catania), che tra l’altro si è occupata a lungo di carteggi femminili ottocenteschi.

“La Civetta di Minerva” lo ha intervistato per voi.

Com’è nato in te l’interesse verso la letteratura dell’Ottocento?

Nell’immaginario fanciullesco che già dalla più tenera età mi si palesava innanzi, l’Ottocento prendeva sempre più la forma di una lunga galleria di immagini gotiche e spettrali, un pentagramma vivificato da figure grottesche, al limite del picaresco, all’interno del quale personaggi e trame considerate scriteriate o insolite avevano liceità non solo di essere pensate ma anche narrate. Il  fascino esercitato dal “diverso” ha fatto sì che sentissi la letteratura del XIX secolo molto vicina a me scegliendola difatti come oggetto della mia ricerca. Gli anni di studio mi hanno poi restituito un secolo molto complesso letterariamente e stratificato culturalmente, attraversato da numerose correnti e diversi “modi di sentire”; un viaggio affascinante che dura tutt’oggi e che dall’analisi del Verismo mi ha condotto allo studio del Simbolismo, senza tralasciare l’approfondimento per “movimenti” quali il Naturalismo, il Romanticismo e il Decadentismo. Ciò che mi preme coniugare è il rigore del metodo critico-scientifico alla curiosità che mi spinse ad indagare la letteratura italiana anni fa.

Silfide, maga e sirena… spiegaci come mai l’eterno femminino assume questi volti. E poi… ritieni queste “classificazioni” ancora attuali? Quali personificazioni o maschere potrebbero raffigurare le donne odierne?

Silfide, maga e sirena è un trinomio che ho preso in prestito da Verga (Una peccatrice, 1865) e che ben sintetizza la visione che si ebbe della donna per tutto il XIX secolo. L’Ottocento è di per sé il secolo delle rivoluzioni in tutti i campi dell’esperienza umana, pensiamo a quello politico con le rivoluzioni del ‘48 prima e le lotte risorgimentali poi, e ancora agli scompaginamenti sociali portati dalla meccanizzazione del lavoro e dell’avvento della borghesia, e non da ultimo ai risvolti culturali dovuti alla presenza, per la prima volta massiva e consapevole, della figura femminile anche in ambito culturale la quale, minando un sistema maschilista e patriarcale, cominciò a ritagliarsi, con fatica, spazi del sapere prima preclusi, facendo sentire la propria voce attraverso la pubblicazione di romanzi, feuillettons, articoli e pamphlets. La determinazione e la tenacia con le quali le intellettuali dell’Ottocento si batterono affinché i propri diritti d’espressione venissero riconosciuti dovette apparire del tutto nuova e allarmante per gli uomini del tempo che per questo, non appare sbagliato pensare, caricano la donna di aggettivi non sempre lusinghieri, descrivendola come una maliarda grifagna o un angelo tentatore.

Già a cominciare dal Novecento la figura muliebre non è più, o non è solo, silfide, maga e sirena ma acquista caratteri nuovi anche in vista di un impegno civile più vistoso che non rifugge connotati politici (pensiamo alle battaglie del ‘68). Oggi il polinomio verghiano con il quale il Siciliano descriveva la sua peccatrice appare svuotato di senso, rimane però, a mio avviso, una dicotomia “ottocentesca” di fondo per cui l’accostamento angelo-demone ha nuove possibili interpretazioni: se da un lato, in alcuni contesti e società, la donna può dirsi emancipata ricoprendo prestigiosi incarichi istituzionali e posizioni di rilievo nel campo della scienza, delle arti, dell’imprenditoria, della moda e delle telecomunicazioni, dall’altro lato la stessa donna, e il suo corpo, è tristemente vittima di attenzioni “superomistiche” fin troppo invasive, violente e incontrollate, finanche manesche, sanguinose e mortali.

Hai in cantiere altri lavori? Come vedi lo “stato dell’arte” della critica? Quali altri campi sarebbero da esplorare e quali vorresti affrontare tu?

Dopo aver reso nota, attraverso quest’ultima raccolta di saggi da poco edita, alle voci e ai pensieri degli intellettuali dell’Ottocento e al loro modo di pensare ed interpretare la donna, sto lavorando affinché abbia voce la controparte femminile. L’impegno muliebre difatti ha coinciso con volti e figure ben definite il cui studio spero riesca a sottrarle dall’oblio a cui per troppo tempo e ingiustamente sono state condannate. La mia ricerca si concentra innanzitutto sulle letterate siciliane che operarono nell’Isola nel medio e tardo Ottocento, dalle più note Giuseppina Turrisi Colonna (1822-1848) e Mariannina Coffa (1841-1878) alle misconosciute palermitane Concettina Ramondetta Fileti (1829-1900), Rosa Muzio Salvo (1815-1866), Lauretta Li Greci (1833-1849) e alla messinese Letteria Montoro (1825-1893): un’intera generazione di autrici che con forza e coraggio si batté affinché potesse esprimere le proprie idee contravvenendo spesso ai dettami imposti dalla società, rischiando cioè l’esclusione familiare, la sofferenza della solitudine e la stessa reputazione. Altro campo d’indagine è ancora la poesia novecentesca con particolare attenzione a quel segmento letterario al femminile che operò un nuovo linguaggio lirico italiano: Antonia Pozzi (1912-1938), Amelia Rosselli (1930-1996), Nadia Campana (1954-1985) e Catrina Saviane (1962 -1991).

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3059:intensa-attivita-culturale-in-aprile-e-maggio-al-santuario&catid=69&Itemid=200

Il 16 aprile è stato presentato il libro di don Cristofaro “Il mio sì al Signore”. Nel mese mariano in programma un corso di approfondimento in etica e salute fisica e spirituale

 Civetta di Minerva, 13 aprile 2018

Il tempo pasquale, tempo liturgico forte, riverbera la gioia della Resurrezione di Cristo ben oltre il triduo: Ascensione e Pentecoste coronano i giorni successivi all’evento chiave del cristianesimo.

La Basilica Santuario della Madonna delle Lacrime di Siracusa tra aprile e maggio ospiterà non solo eventi e manifestazioni religiose – il mese mariano sarà un altro intenso momento – ma anche conferenze convegni e dibattiti di carattere culturale: dopo l’apertura straordinaria della teca del 7 aprile scorso con la benedizione del cotone e il convegno sul filosofo Italo Mancini (Il rigore del pensiero e la passione della speranza) tenuto a cura dell’Istituto superiore di scienze religiose “San Metodio” (relatori don Luca Saraceno, i professori Tina Buccheri ed Elio Cappuccio oltre a Monsignor Giuseppe Greco, direttore della Biblioteca Alagoniana) di giovedì 12, il 10 maggio e il 19 maggio dalle ore 18 alle 20 si tiene un corso di approfondimento in etica e salute fisica e spirituale (relatori il dottor M. Tirantello, Salvatore Amato, Angela Sgroi Nucifora, moderatore Fabio Chimirri; al termine dei tre incontri verrà rilasciato un attestato di partecipazione).

Il 16 aprile invece, presso il Salone Ettore Baranzini, don Francesco Cristofaro (sensibile ai temi della vocazione e della comunicazione) presenterà il suo nuovo libro “Il mio sì al Signore – Testimonianze di fede e di vita” (Tau editrice); introdurranno la presentazione il Rettore del Santuario don Aurelio Roberto Russo e don Raffaele Aprile, la cui storia vocazionale è inserita nel testo del confratello (ricordiamo ai lettori che il volume di don Aprile “Innamorato del cielo – Riflessioni dell’anima”, Bonfirraro editore, è giunto alla prima ristampa e dopo le presentazioni di Siracusa, Villasmundo, Avola – quest’ultima a cura di don Maurizio Novello e dello scrittore Giuseppe La Delfa, uno dei prefatori – verrà presentato a Carlentini presso la Parrocchia del Cuore Immacolato di Maria e Sant’Anna a cura del parroco Don Marco Pandolfo e della docente e scrittrice Maria Lucia Riccioli).

Don Cristofaro, giovane sacerdote (ha di recente festeggiato i dodici anni dalla sua ordinazione) e scrittore,è anche opinionista e conduttore televisivo: collabora infatti con il settimanale “Miracoli” e conduce su Padre Pio TV il programma “Nella fede della Chiesa” – su “La Civetta” ci siamo occupati della puntata in cui è stato ospitato il Reliquario delle Lacrime insieme ad una delegazione da Siracusa – oltre ad essere molto attivo sui social.

Chiudiamo con le parole di Francesco che nell’esortazione apostolica “Gaudete et Exsultate”invita a non accontentarci “di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente” ma di accogliere – ognuno con i propri talenti e limiti, attraverso le differenti vocazioni – alla vita consacrata, al sacerdozio, alla vita in famiglia e nel mondo, e potremmo dire anche all’arte, come ricordava Giovanni Paolo II nella sua “Lettera agli artisti” – la “chiamata alla santità”, di cui la Parola divina ed anche quella umana sono medium per eccellenza.

   

 

Intervista alla poetessa e scrittrice avolese Paola Liotta, docente: “Le parole aprono vie inesplorate, gettano ponti”

La Civetta di Minerva, 30 marzo 2018

Abbiamo incontrato per voi Paola Liotta, avolese, docente e scrittrice, organizzatrice culturale – insegna materie letterarie e latino nel Polo Liceale dell’Istituto Superiore Statale “E. Majorana”, scrive sia in versi che in prosa, cura nella sua città tè letterari, presenta libri ed eventi, cura il blog “Di scritture, di sogni e di chimere”.

L’occasione è l’uscita, per i tipi di Algra Editore, della raccolta poetica “La felicità è muta”, che verrà presentata nei locali della Biblioteca comunale “Giuseppe Bianca” di Avola l’11 aprile alle ore 18 – ancora una volta l’editore Alfio Grasso conferma la capacità di scouting dei talenti emergenti e l’accoglienza in “casa Algra” di penne già sperimentate (ricordiamo infatti i precedenti scritti della sensibile e raffinata autrice: “Del vento, e di dolci parole leggere”, del 2009; del 2011 è “Di Aretusa e altri versi”, menzione di merito al Premio Letterario Internazionale S. Quasimodo, e del 2013 è il suo primo romanzo “… ed era colma di felicità”; al Premio Pentèlite 2014 è giunto finalista il suo racconto “Miele, mandorle e cannella”; una sua raccolta di trenta “Madrigali e rime varie”  ha ricevuto una segnalazione di merito al Premio letterario Pietro Carrera, edizione del 2017, ed è  stata appena pubblicata con il titolo “La luce dell’inverno” dalla casa editrice “Il Convivio”).

Perché la felicità è muta?

Vorrei che lo scoprissero i lettori, leggendomi. Le liriche de “La felicità è muta” costituiscono un nuovo squarcio del mio percorso creativo dove, pur confermando la mia fiducia illimitata nel valore della parola, emerge una visione intimistica della Felicità, cioè legata al vissuto personale, seppure percepita quale tratto comune d’umanità, che agli altri ci riconduce. Felicità, parola abusata ai nostri giorni, che, però, qui incarna la scrittura stessa e le sue meravigliose energie.

Poesia è felicità o felicità è poesia?

Per me questi due termini si equivalgono e stanno alla Bellezza e al senso stesso del vivere. Ai miei versi corrisponde un amore per la vita che si traduce in testimonianza di gioia, oltre ogni fatica o difficoltà. Per dirla ungarettianamente “la poesia è Poesia quando porta in sé un segreto”, un segreto che sia intessuto di generosità e pura bellezza. Difficilmente il poeta pensa di essere tale, lo è nella misura in cui un’altra persona si riconoscerà nei suoi testi, cogliendone il dato universale.

Qual è il tuo rapporto con la scrittura?

Potrei condensarlo nella massima “Nulla dies sine linea”. È un rapporto vitale: ispirazione, passione, ricerca vi si intersecano e stimolano in reciprocità di intenti. Esso è vivo a partire dalla mia dimensione professionale, che si traduce nella prassi didattica, soprattutto sul versante laboratoriale e creativo. Versi e prosa rappresentano medaglie diverse di uno sguardo che ama spaziare dentro e fuori di sé, portando in superficie “il mondo l’umanità/ la propria vita/ fioriti dalla parola”.

Tè letterari, scuola, scrittura… come concili questi mondi?

Fanno parte di me e si alimentano a vicenda. La scrittura è davvero felicità se intesa come angolo privilegiato da cui meditare sul reale, a ritemprarsi da ogni discrasia, ma anche sfida vera e propria all’incomunicabilità e all’indifferenza, che sono grandi mali del nostro tempo. Le parole aprono vie inesplorate, gettano ponti verso l’altro, spalancano varchi nell’Infinito, ed io godo di precipitarmi in essi. Il mio amore profondo per i libri non può che riconoscersi ‘felice mente’ in tutto ciò.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3035:mia-chi-sono-io-sono-una-suicida-assassinata&catid=17&Itemid=143

 

Lettera alla Civetta, atto di accusa fortissimo contro il sistema, specie in Sicilia: “Sono una giovane, una disoccupata, una licenziata…”

La Civetta di Minerva, 30 marzo 2018

Stiamo vivendo il tempo forte della Pasqua – che è “pesah”, ovvero passaggio, porta dalla morte alla vita, dalla disperazione alla speranza, dalla schiavitù del peccato alla liberazione della misericordia, dal buio del sepolcro alla luce del giardino della resurrezione.

Durante la Messa della domenica delle Palme papa Francesco ha esortato i ragazzi e le ragazze ad esprimersi anche quando “noi anziani e responsabili, tante volte corrotti, stiamo zitti”. Purtroppo “far tacere i giovani è una tentazione sempre esistita”, ma il pontefice ha spronato i giovani a non lasciarsi zittire né anestetizzare o addormentare ma a far sentire il proprio grido: “Voi griderete? Per favore, decidetevi prima che gridino le pietre”.

Ed è proprio un grido quello che è giunto alla nostra redazione.

Spiace doppiamente dover leggere una lettera come questa, un atto di accusa fortissimo contro un sistema che non protegge né tutela i giovani, non li ama e soprattutto non li ascolta.

Sono parole che arrivano dalla penna di Mia, ovvero Miriam Vinciblogger e scrittrice netina in erba  – cura lo spazio www.ciaolibri.it, ha pubblicato un romanzo, “Io, vampira”, e una raccolta poetica (“È in questa nudità che vorrei vestiti di poesia”, Libreria Editrice Urso), selezionata nell’ambito del concorso “Libri di-versi in diversi libri” in memoria del poeta-scrittore Salvatore Di Pietro, edizione 2016-2017.

La Civetta di Minerva ve le offre come tema di riflessione, specie a settant’anni dall’entrata in vigore di quella che Roberto Benigni ebbe a definire la più bella del mondo, la nostra Costituzione.

MARZO 16, 2018 di MIA – Lettera di una suicida assassinata.

Cara me: “Andiamo, è tempo di migrare”, lascio l’Italia, cultura ed allegria, pasta pizza e disoccupazione. La vita è un soffio, una meraviglia che non sto vivendo. Non si possono negare i fatti, la disoccupazione è elevata ed è un serio problema che affligge la società moderna. Il futuro è incerto tanto quanto lo è il presente ed io non mi vedo vivere. Questa non è un’incertezza personale, non è depressione, non è un problema di salute, non è una fantasia, e soprattutto: la disoccupazione non è una scelta, la disoccupazione è realtà. La disoccupazione è il fallimento dello Stato. Vorrei poter lavorare, Stato cosa mi offri? (Art. 1, comma: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”).

Sono molti i disoccupati in Italia e molti quei giovani disoccupati che, finito il percorso scolastico, si ritrovano disorientati e abbandonati da uno Stato che non dà loro la possibilità di una scelta lavorativa o di una occupazione retribuita adatta ad esigenze e capacità individuali (art.4: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”); e per di più assassinati perché non abbiamo alcun sostegno economico di base che consenta di vivere umanamente, in attesa di una possibilità di mettersi in gioco in ambito lavorativo ed è così che vivere diviene sopravvivere (art. 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”).

Finito il percorso scolastico mi ritrovo assassinata, non partecipe come cittadino dignitoso… e sogni idee e futuro entrano in crisi per un presente già critico in cui la dignità sociale è calpestata spudoratamente (art.3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”). Sono giovane, siamo giovani ma siamo abbandonati e per di più anche beffati da un governo che parla parla parla e viene a mancare a ciò che è alla base della nostra Italia: la Costituzione, testamento storico dei nostri avi.

Basterebbe rispettare la Costituzione per vivere in un paese migliore e rinascere. Ma intanto la vita passa, come un soffio, e crollando il singolo, crolla lo Stato e l’economia stessa, perché se crolla la base crolla la piramide intera costruita su di essa (art.3, comma 2: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”).

Chi sono io? Io sono una suicida assassinata, sono una giovane, una disoccupata, una licenziata, sono di una generazione dimenticata e tradita, ma soprattutto sono una sopravvissuta. Sono mio fratello, il mio amico, il figlio che non avrò, sono te, lettore, e sono io, io sono, ma chi sono?

Sono: “…un grido unanime, sono un grumo di sogni…” che vuole vivere.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2993:nelle-biblioteche-siracusane-avviato-il-prestito-digitale&catid=17&Itemid=143

 

 

Per diletto o per studio, volete consultare dei libri? Basta accreditarsi e accedere al sistema Mlol, avrete gli ebook sull’iPad, smartphone, PC…

 

La Civetta di Minerva, 16 marzo 2018

Non solo carta, verrebbe da dire. Le biblioteche siracusane offrono la possibilità – è novità di questi giorni – di accedere al prestito digitale. Basta accreditarsi in biblioteca e accedere al sistema MLOL (Media Library On Line) con le credenziali fornite e… con un click si potranno leggere degli ebook. I libri digitali (se ne potrà richiedere il prestito di due al mese) saranno disponibili sui dispositivi dell’utente per quattordici giorni: si potrà quindi leggere gli ebook scelti sull’iPad, sullo smartphone, sul PC…

E non solo: la piattaforma Media Library offre anche un’App dedicata per permettere ai lettori di esplorare le liste di ebook disponibili, informarsi sulle novità, gestire le proprie liste personali e molto altro.

La biblioteca si pone quindi sempre più non solo come “deposito” di libri, riviste, documenti, ma anche come fonte di sapere diffuso, per venire incontro alle esigenze di inclusione e per realizzare sempre più concretamente la democratizzazione del sapere tramite una sempre maggiore accessibilità dei testi e delle conoscenze. A questo proposito, molte sono le risorse per la scuola primaria e le scuole secondarie di primo e secondo grado.

Auspichiamo anche che si possa presto espandere il servizio includendo l’edicola on line, che permetterà di accedere a seimila giornali e riviste on line.

Ricordiamo che tutte le biblioteche siracusane fanno parte del Sistema Bibliotecario Siracusano (SBS) che già permetteva di controllare se fosse presente e dove il libro richiesto, ma MLOL permetterà di allargare il prestito e “dematerializzarlo” (non sempre è facile, specie in Ortigia, trovare parcheggio e andare a studiare, a fare ricerche o a partecipare ai corsi e alle presentazioni in biblioteca, nonostante il contatto umano e la professionalità del personale siano impagabili; le biblioteche di quartiere inoltre costituiscono a nostro avviso un importante fattore di aggregazione sociale. Vorremmo sollecitare poi i nostri amministratori a non trascurare l’enorme patrimonio archivistico e librario cartaceo presente nelle nostre biblioteche, specie in quella di via dei SS. Coronati: manoscritti e corrispondenze di letterati, Privilegi e Diplomi che rimandano all’antico passato di Siracusa, incunaboli, cinquecentine e pergamene che se non correttamente conservati rischiano il deterioramento).

“La Civetta di Minerva” ha sperimentato per voi il servizio: è bastato registrarsi in biblioteca e tramite e-mail, ricevute le credenziali, è stato semplicissimo accedere alla piattaforma.

Buona lettura!

 

 

 

 http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2981:noto-ripresa-dai-droni-in-paesi-che-vai-su-rai-uno&catid=17&Itemid=143
Guida d’eccezione della troupe televisiva Eleonora Nicolaci, discendente della famiglia più illustre della città. Livio Leonardi: “Abbiamo raggiunto ascolti straordinari

 

La Civetta di Minerva, 16 marzo 2018

Riprese in una manciata di giorni tra le nuvole e il sole di un inverno siciliano, piacevoli conversari sullo splendore del Barocco, le nostre eccellenze valorizzate: “La Civetta di Minerva” è stata per voi sul set di “Paesi che vai…”, in onda su Rai1 alle 9.40 domenica 18 marzo.

Il nostro giornale si era già occupato del programma in occasione della ripresa e messa in onda della puntata su Siracusa. Stavolta tocca a Noto, perla del Vallo – lo ricordiamo: Val di Noto, Mazzara e Demone sono i tre grandi distretti amministrativi di età araba, poi ripresi nel periodo borbonico – che porta il suo nome.

Antonio Costa ha scritto i testi della puntata, mentre regista ne è stato Daniele Biggiero, che ha già diretto la puntata relativa ad Agrigento e che fa parte della squadra del programma da un anno: “Siamo entusiasti del ritorno della trasmissione in Sicilia, regione dai colori e dalle storie che amiamo raccontare e riprendere”. Sì, riprendere, anche grazie allo sguardo del drone che esplora il cielo di Noto e si insinua tra le colonne su, su fino alle volte e alle facciate di chiese e palazzi. Qualche curioso segue la troupe, c’è il tempo per le foto e i saluti o per gustare le specialità per cui Noto e la Sicilia in genere sono a ragione celebri.

Livio Leonardi, ideatore e conduttore del programma – anche se è doveroso ricordare “Ciao Italia”, “Bella Italia”, “Le strade del sole”, “Una troupe racconta”, alcuni dei titoli di fortunati programmi per cui è stato apprezzato e premiato, sempre basati sul concetto di valorizzazione dei territori – ci racconta di come la trasmissione si sia evoluta nel tentativo di raccontare le città e le loro comunità, anche tramite un cambio di prospettiva: “Gli spettatori della nuova stagione troveranno più “fiction”, più figuranti, più storia e storie locali che forse ci regalano una chiave di lettura della storia nazionale; siamo molto attenti a realtà che si occupano di rievocazione storica – nella puntata su Noto, risulta indovinata la presenza di alcuni figuranti dell’Associazione netina “Corteo Barocco”, che hanno interpretato personaggi come Sinatra e Gagliardi – con professionalità e passione. La spinta del territorio per noi è fondamentale per raccontare al meglio le città: la bellezza di un costume, i disegni, le testimonianze pittoriche e figurative, tutto contribuisce alla narrazione”.

Cosa vuol dire per lei e per la troupe tornare in Sicilia?

“Siracusa e Agrigento sono uno scrigno di testimonianze. Il racconto che vedrete è, diciamo così, diluito; per la puntata di Noto abbiamo girato in diverse location, sei o sette, con quaranta minuti di racconto storico-artistico: per capire meglio il punto di vista che abbiamo scelto di assumere, basta guardare la sigla, accompagnata dalla voce di Andrea Bocelli che canta “Con te partirò”; l’occhio del visitatore, che magari dallo spazio profondo si avvicina sempre di più alla terra e poco a poco focalizza quello che vede, è il modo non accademico e molto fruibile con cui narriamo i luoghi”.

Quali fonti avete utilizzato?

“Le nostre fonti sono i documenti, i libri, le testimonianze: cerchiamo di valorizzare anche in questo campo i beni archivistici e librari che l’Italia conserva, parte non indifferente del patrimonio per cui siamo giustamente famosi nel mondo”.

Qual è la risposta del pubblico?

“I dati parlano da soli. Abbiamo raggiunto ascolti straordinari: se penso alla puntata su Lucca, ha raggiunto lo share del 23%, il risultato più alto di RaiUno fino al TG1 delle 20; la copertura netta è di 4.400.000, con un ascolto medio di due milioni e un +1,8% ad ogni puntata. Il format è originale, la progettazione editoriale è curata, ecco perché siamo premiati dall’apprezzamento del pubblico”.

Quali saranno le prossime tappe? Verrà toccata di nuovo anche la Sicilia?

“Brescia, Palermo, Recanati e quindi le Marche, la Puglia… non ci fermiamo”.

Quali altre novità ci sono nel programma? Ha in mente nuovi spunti, magari per le prossime puntate o per la nuova stagione?

“Intanto mi piace ricordare la rubrica “Naturosa”, che presenta itinerari naturalistico-paesaggistici e curiosità relative alla natura che circonda le città che narriamo o che, nel caso dell’Etna, caratterizza la regione: i parchi nazionali, i segreti e le risorse delle terre visitate, ecco la particolarità di “Naturosa”. Nella puntata su Noto ci è piaciuto riproporre – ma secondo un nuovo punto di vista, con un taglio differente – la nostra visita al vulcano. Ricordo sempre che la nostra ottica è quella della valorizzazione del patrimonio Unesco, di cui l’Italia è ricchissima: Noto e l’Etna, Agrigento, Modica con il suo cioccolato o la zona di Marzamemi con i prodotti di tonnara.

…La nostra visione è grandangolare. Allo studio c’è comunque anche una nuova rubrica che per ora è top secret” (ma ci facciamo promettere che “La Civetta di Minerva” sarà presente quando “Paesi che vai” tornerà in Sicilia).

Guida d’eccezione, che ha accompagnato Livio Leonardi e che guiderà i telespettatori alla scoperta delle bellezze della perla del Barocco siciliano, è la netina Eleonora Nicolaci. Che non è soltanto una guida turistica preparata, ma appartiene alla famiglia che forse più di tutte ha caratterizzato la storia di Noto (“La Civetta di Minerva” ha recensito il libro uscito per i tipi della Libreria Editrice Urso e che ricostruisce la storia dei Nicolaci dalla fondazione della casata alla fine del XVIII secolo, approfondendo eventi fondamentali per la storia netina e non solo come il terremoto del 1693); Eleonora Nicolaci, che si occupa di ricettività turistica anche grazie alla struttura aperta un anno fa, incentrata sulla fotografia e i siti più significativi del Val di Noto (il B&B PhotoGuest, cui dobbiamo nella persona di Giovanni Tumminelli i crediti delle fotografie che accompagnano l’articolo), passeggiando e dialogando con Livio Leonardi per il “giardino di pietra”, la Noto barocca di Santa Chiara e della Cattedrale, di Palazzo Nicolaci e delle altre splendide location della puntata di “Paesi che vai”, ha descritto e narrato con grazia e competenza la storia dei siti visitati. Ecco le sue parole sull’esperienza vissuta.

“Essere chiamata dall’autore della trasmissione per la mia pubblicazione su Noto e la famiglia Nicolaci e quasi contemporaneamente dal Comune per essere la guida per la puntata è stata una grandissima soddisfazione, come pure poter fare un salto nel mondo di mamma Rai: vedere il dietro le quinte, collaborare alla creazione della puntata, conoscere Livio Leonardi e la sua troupe, incoraggiante e paziente, che ci ha messo il cuore e anche di più per confezionare un prodotto di divulgazione sulla splendida e maestosa Noto, che spero sia conosciuta e amata sempre di più, è stata un’esperienza unica”.

E per voi…

Avete perso la puntata su Noto? Ecco a voi 😉
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La Civetta di Minerva, 16 marzo 2018

Non solo carta, verrebbe da dire. Le biblioteche siracusane offrono la possibilità – è novità di questi giorni – di accedere al prestito digitale. Basta accreditarsi in biblioteca e accedere al sistema MLOL (Media Library On Line) con le credenziali fornite e… con un click si potranno leggere degli ebook. I libri digitali (se ne potrà richiedere il prestito di due al mese) saranno disponibili sui dispositivi dell’utente per quattordici giorni: si potrà quindi leggere gli ebook scelti sull’iPad, sullo smartphone, sul PC…

E non solo: la piattaforma Media Library offre anche un’App dedicata per permettere ai lettori di esplorare le liste di ebook disponibili, informarsi sulle novità, gestire le proprie liste personali e molto altro.

La biblioteca si pone quindi sempre più non solo come “deposito” di libri, riviste, documenti, ma anche come fonte di sapere diffuso, per venire incontro alle esigenze di inclusione e per realizzare sempre più concretamente la democratizzazione del sapere tramite una sempre maggiore accessibilità dei testi e delle conoscenze. A questo proposito, molte sono le risorse per la scuola primaria e le scuole secondarie di primo e secondo grado.

Auspichiamo anche che si possa presto espandere il servizio includendo l’edicola on line, che permetterà di accedere a seimila giornali e riviste on line.

Ricordiamo che tutte le biblioteche siracusane fanno parte del Sistema Bibliotecario Siracusano (SBS) che già permetteva di controllare se fosse presente e dove il libro richiesto, ma MLOL permetterà di allargare il prestito e “dematerializzarlo” (non sempre è facile, specie in Ortigia, trovare parcheggio e andare a studiare, a fare ricerche o a partecipare ai corsi e alle presentazioni in biblioteca, nonostante il contatto umano e la professionalità del personale siano impagabili; le biblioteche di quartiere inoltre costituiscono a nostro avviso un importante fattore di aggregazione sociale. Vorremmo sollecitare poi i nostri amministratori a non trascurare l’enorme patrimonio archivistico e librario cartaceo presente nelle nostre biblioteche, specie in quella di via dei SS. Coronati: manoscritti e corrispondenze di letterati, Privilegi e Diplomi che rimandano all’antico passato di Siracusa, incunaboli, cinquecentine e pergamene che se non correttamente conservati rischiano il deterioramento).

“La Civetta di Minerva” ha sperimentato per voi il servizio: è bastato registrarsi in biblioteca e tramite e-mail, ricevute le credenziali, è stato semplicissimo accedere alla piattaforma.

Buona lettura!

Incontro letterario-musicale al cine teatro Italia di Sortino, organizzato dal Comune in collaborazione con la Biblioteca Comunale ”Andrea Gurciullo” e il Primo istituto comprensivo “G.M. Columba” di Sortino

La Civetta di Minerva, 2 marzo 2018

“Persuasione” e “Northanger Abbey”(1818) sono due romanzi postumi: mentre il secondo era già terminato nel 1803, il primo è in realtà l’ultima opera completa scritta poco prima dell’aggravarsi della malattia di Addison che ne porterà alla morte l’autrice il 18 luglio del 1817: quindi, quest’anno ricorrono duecento anni esatti dalla pubblicazione di due dei sei romanzi canonici – gli altri sono naturalmente “Orgoglio e pregiudizio”, “Ragione e sentimento”, “Emma” e “Mansfield Park” – di Jane Austen, il bicentenario della cui scomparsa è stato celebrato nel 2017.

L’autrice inglese, letta, parodiata, reinventata, frequentata dal teatro e dal cinema (ricordiamo per tutti “Il club di Jane Austen”), gode di un successo imperituro: Catherine, Anne, Elizabeth, Elinor e Marianne, Emma e Fanny, le sue eroine, sono modelli dell’eterno femminino in lotta per la propria affermazione nonostante l’epoca Regency e la nostra sembrino agli antipodi. La Austen, ironica e pungente, genio universale che è sbagliato imbrigliare nell’assurda categoria dei “romanzi per signorine” sebbene le apparenze mostrino il contrario – gli eventi storici non sembrano toccare i suoi romanzi, che ruotano intorno a balli, intrighi matrimoniali, pettegolezzi, concerti casalinghi, picnic –, ritrae con la sua penna acuta la piccola nobiltà di campagna e la borghesia che tenta la scalata sociale: nulla sfugge alla sua penna acuta che lavora su “tre o quattro famiglie in un villaggio di campagna” come un incisore, come un monaco alle prese con le miniature di una pergamena; la Austen paragonava infatti il proprio lavoro ad un “pezzettino di avorio, largo due pollici”, modellato “col più fine dei pennelli, in modo da produrre il minimo degli effetti col massimo dello sforzo”: nonostante una biografia apparentemente priva di avvenimenti rimarchevoli, la profondità della riflessione e la vastità dell’immaginazione – sense and sensibility, razionalismo illuminista e romanticismo ottocentesco, che la Austen comunque aborriva e parodiava nei suoi eccessi lacrimevoli e gotici – l’hanno resa universalmente nota e apprezzata sia dai lettori che da studiosi e critici.

Lo scorso anno, la pianista Donatella Motta e la docente e scrittrice Maria Lucia Riccioli, qui in veste di voce narrante, si erano rese protagoniste di un aperitivo letterario a tema Jane Austen organizzato dalla dottoressa Paola Cappè, impegnata nel diffondere l’amore per i libri e la lettura con varie iniziative che ruotano intorno alla biblioteca Agnello di Canicattini Bagni (SR); quest’anno, venerdì 2 marzo scorso il recital è stato riproposto all’interno dell’incontro letterario-musicale “Vi presento Jane Austen” che si è tenuto presso il CineTeatro Italia a Sortino. L’evento è organizzato dal Comune di Sortino in collaborazione con la Biblioteca Comunale ”Andrea Gurciullo” e il Primo istituto comprensivo “G.M. Columba” di Sortino: le classi seconde della scuola secondaria di primo grado – da rimarcare la sensibilità della docente Lisa Manca, oltre che l’impegno della dottoressa Maria Sequenzia, che ha fortemente voluto il progetto – hanno presentato un lavoro di ricerca sulla scrittrice che si è concluso con il recital del duo siracusano.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2929:la-prof-gringeri-pantano-dona-un-prezioso-libro-ad-avola&catid=17&Itemid=143

Le “Osservazioni geognostiche e geologiche sopra i terreni” di quella città, scritto da Pompeo Interlandi nel 1837. Nel cinquantenario della Pro Loco ne è stata tratta una ristampa anastatica

La Civetta di Minerva, 2 febbraio 2018

Riflettere sul terremoto del 1693 e sugli studi che nell’Ottocento venivano denominati di “Geognosia” non è questione oziosa, anzi ma permette non solo agli storici – compresi gli storici della scienza – ma anche ai geologi e agli esperti di sismi di comprendere meglio la natura del nostro territorio, ovvero quello della Sicilia sudorientale che ebbe a soffrire maggiormente di una delle catastrofi più gravi della storia moderna se non della storia umana e della Terra in generale, oltre che a permettere insieme alle nuove scoperte di approntare soluzioni per affrontare eventuali nuovi eventi sismologici.

In occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione della Pro Loco di Avola (2017) è uscita laristampa anastatica di uno studio del 1837, presente negli Atti della celebre Accademia Gioenia di Catania, scritto da Pompeo Interlandi e Sirugo principe di Bellaprima, calatino di origine ma vissuto fin dalla prima infanzia ad Avola, la cui biografia – che risente degli stilemi del tempo e della prassi elogiativa dei concittadini illustri –, lavoro del botanico Giuseppe Bianca, è posposta al saggio, intitolato “Osservazioni geognostiche e geologiche sopra i terreni di Avola” (uscito per i tipi della tipografia di Andrea Norcia a Noto).

L’esemplare, ritrovato presso l’Antica Libreria di San Gregorio di Catania, è stato donato dalla professoressa Francesca Gringeri Pantano alla Biblioteca comunale di Avola che porta il nome di Giuseppe Bianca (intellettuale che coltivò sia interessi scientifici che umanistici: ricordiamo che si occupò anche della poetessa e patriota netina Mariannina Coffa, incoraggiandone il cammino poetico).

Nel saggio l’Interlandi dà notizia della tipica pietra calcarea giurgiulenadelle conchiglie ivi contenute, della Grotta di Marotta, temperando le teorie illuministiche con la lezione del suo maestro Carlo Gemmellaro: la geologia si sta differenziando e specializzando nell’ambito delle Scienze naturali e ne è prova lo studio litologico, paleontologico e stratigrafico che Interlandi mostra di aver compiuto sul territorio in esame.

Lo studioso della scienza troverà motivi di interesse nei riscontri fra quanto si conosceva all’epoca di Interlandi e quanto di nuovo le indagini moderne abbiano acquisito, mentre il linguista apprezzerà le chicche rappresentate da parole desuete e impianto retorico tipici dello scrivere del tempo; l’elogio di Giuseppe Bianca consente invece, al di là del motivo encomiastico, di gettare una luce sulla nobiltà ottocentesca, sulla reazione del ceto nobiliare e borghese ai moti e alle rivoluzioni degli anni Trenta dell’Ottocento, al Quarantotto e al Risorgimento con tutte le problematiche relative alla rappresentanza parlamentare e ai nuovi equilibri tra i ceti, oltre che sulla formazione intellettuale di un rampollo della nobiltà siciliana quale l’Interlandi, visto anche nelle sue componenti umane e nei complicati rapporti familiari.

Intervista all’autrice di Armonia d’essenza: “Il mio impegno come editor e book counselor, o consulente editoriale, nasce dall’amore per la parola”

 

La Civetta di Minerva, 2 marzo 2018

“La Civetta di Minerva” ha incontrato per voi Teresa Laterza, docente, scrittrice, book counselor e editor; nativa di Putignano, vive a Caltagirone. Ha recentemente pubblicato un volume di versi per i tipi di CTL Editore, “Armonia d’essenza”, che raccoglie poesie dense di ricerca del significato più profondo della parola, appunto della sua essenza che forse coincide con l’essenza stessa della vita, del senso più vero dello stare al mondo. Stati d’animo, pensieri, riflessioni, emozioni si esprimono in liriche anelanti all’armonia di cose e lingua.

Come si è approcciata al mondo della scrittura?

Amo la “parola” fin da piccola, da quando ho iniziato a prendere coscienza del fatto che l’uso efficace delle parole possa aprire infiniti orizzonti. Il modo in cui comunichiamo e ci rapportiamo agli altri attraverso la parola può determinare incredibili e provvidenziali cambiamenti. La forza della parola è qualcosa di inimmaginabile. Le parole toccano l’anima, spingono a riflettere e veicolano sentimenti. Ho mosso i primi passi nel mondo della scrittura con le poesie. Ricordo che, quando ero alle scuole elementari, per la festa della mamma, la maestra ci chiese di scrivere una poesia, fu allora che accadde qualcosa di inspiegabile. Sembrava così naturale per me comporre versi! Era come se una voce, proveniente da chissà dove, mi guidasse nel rendere alla carta le mie sensazioni, i miei sentimenti più riposti. Pareva che una forza invisibile guidasse la mia mano nel dare forma a ciò che intimamente era confuso e disordinato. Questo mistero continua ad accompagnarmi tuttora nella stesura dei miei scritti poetici e di altro genere. Credo che l’ispirazione poetica, o scrittoria in generale, sia un dono divino e di questo sono riconoscente, perché non vi è nulla di più bello che riuscire a donare con la parola.

Può descriverci il suo lavoro di editor e book counselor? Potremmo utilizzare le parole italiane corrispondenti, cioè consulente editoriale?

Il mio impegno come editor e book counselor, o consulente editoriale, nasce proprio dall’amore per la parola. Consapevole del fatto che ognuno di noi abbia dentro di sé un mondo di emozioni, ma che non sempre riesca a renderle alla carta, ho seguito il mio istinto nel cercare di aiutare chi scrive a comunicare quanto più efficacemente possibile. Il book counselor o consulente editoriale è sostanzialmente quella figura importante che si mette al servizio dell’autore e che ha il compito di seguirlo subito dopo la scrittura del libro. Si occupa di correggere qualsiasi tipo di errore presente nello scritto, di dare un senso compiuto alle frasi e di rendere la lettura quanto più fluida possibile. Il compito del consulente editoriale, tuttavia, non si limita a questo. Altra funzione fondamentale è quella di seguire e aiutare l’autore durante le presentazioni della sua opera. Dovrà saper svolgere, quindi, anche il ruolo di mediatore. Una comunicazione efficace è alla base dell’interesse e della curiosità. Perché ciò avvenga non è sufficiente che il book counselor sia solo una persona preparata e che, quindi, abbia dimestichezza con la parola e con la conoscenza della lingua italiana e delle regole grammaticali, ma è necessario che sviluppi una comunicazione empatica con lo scrittore, comunicazione che è possibile solo attraverso una lettura attenta dell’opera dello stesso, quasi a farne suoi i contenuti; solo quando si sarà calato nei significati che l’autore ha voluto esprimere e sarà riuscito a catturare l’attenzione e l’interesse del pubblico, allora il suo compito potrà dirsi concluso. Proprio ultimamente sono impegnata nella stesura di un saggio in cui tratto della scrittura e dell’importanza della figura del book counselor.

Non crede nel filtro e nella mediazione culturale degli editori? Perché l’autopubblicazione?

Certamente. Esistono ottimi editori in grado di fornire agli autori il giusto aiuto e la necessaria considerazione. Il mio impegno collaborativo come book counselor o consulente editoriale è qualcosa che si affianca, sovente, alle competenze di una buona Casa Editrice, ma può anche essere richiesto al di fuori dei servizi messi a disposizione dall’editore, al quale l’autore fondamentalmente si rivolge per la pubblicazione del proprio manoscritto. Resta il fatto che, sia che si scelga la via della pubblicazione attraverso una Casa Editrice, sia che si opti per l’autopubblicazione, il successo di un libro dipenderà dalla qualità del libro stesso e tale qualità, ribadisco, è legata all’uso corretto della lingua e ad una promozione adeguata affidata a chi sa esprimersi efficacemente conoscendo il potere della parola di veicolare sentimenti ed emozioni.

L’esperienza poetica: qual è il senso della poesia oggi?

Difficile dire cosa sia per gli altri la poesia. Posso sicuramente affermare che, personalmente, esperisco la poesia come un impellente bisogno di esternare pensieri e di essere autenticamente me stessa. Attraverso la parola ci si spoglia di tutte le maschere e le “prigioni” che ingabbiano l’uomo in questa società basata molto più sull’apparenza che sulla sostanza. La poesia è volo libero, autenticità, essenza, armonia, (Armonia d’essenza è proprio il titolo che ho dato alla mia ultima silloge pubblicata dalla CTL Edizioni) verità e, come tutte le altre forme d’arte, è dono di sé agli altri, fremito, passione, condivisione. Credo che, ultimamente, si stia riscoprendo l’importantissimo valore sociale e morale della poesia, forse proprio in seguito alle brutture che caratterizzano, ahimè, la nostra società. Tutto quello che di positivo può derivare dalla parola in versi o narrativa, nel suo divenire esperienza, dimostrazione, riflessione, non può che rappresentare quel tassello in più indispensabile per dar vita ad una società basata su sani principi, sull’etica, sulla gratitudine, sulla ragionevolezza, sul rispetto dell’altro e dell’ambiente.

Lei fa parte del direttivo della rivista internazionale “Le Muse”, giunta ai vent’anni di attività e che ha accolto tra gli altri i contributi di Peter Russell e Giorgio Barberi Squarotti. Qual è il ruolo oggi delle riviste letterarie rispetto al passato?

Le riviste letterarie in passato furono di importanza sostanziale perché, proprio attraverso la loro opera, molti poeti esordienti si fecero conoscere ed apprezzare. Grandi furono le attività di traduzione di poeti contemporanei stranieri che permisero il superamento di angusti limiti provinciali attraverso il contatto con le più importanti correnti di pensiero. L’impegno politico fu un’altra caratteristica delle riviste letterarie del passato. Le riviste letterarie ancora oggi hanno un’importantissima funzione da assolvere, quella della diffusione della cultura e dell’arte in genere. Diffondere cultura attraverso articoli, interviste, note critiche e recensioni significa promuovere autori meritevoli, dare loro il giusto spazio e riconoscimento, ascoltarli attraverso i loro scritti, mettendo a disposizione dei lettori le loro personali esperienze che possono essere d’aiuto e d’insegnamento. È questa, in particolare, la missione della rivista internazionale Le Muse, da quasi vent’anni sul panorama culturale, diretta dalla dottoressa, nonché giornalista, critico e poetessa, Maria Teresa Liuzzo, con la quale ho il piacere di collaborare. Sostenere la cultura è un dovere e un segno di civiltà. La cultura si costruisce insieme con impegno, determinazione, competenze, notti insonni e tanto sacrificio.

Di grande qualità i racconti horror presentati alla Casa del Libro. Un’antologia con i migliori autori del genere che hanno ambientato le storie in Italia

La Civetta di Minerva, 16 febbraio 2018

Domani, 17 febbraio, a partire dalle 18.30, presso la Casa del Libro Rosario Mascali, ci sarà la presentazione dell’antologia di racconti horror “I signori della notte, storie di vampiri italiani”, a cura di Luca Raimondi, pubblicata da Morellini editore. Oltre al curatore Luca Raimondi – ricordiamo il suo ultimo romanzo, “Il grande chihuahua” (Augh! Edizioni), scritto insieme a Joe Schittino; si è riformato il duo di “Cerniera lampo”, recentemente rieditato – saranno presenti anche due autori, Stefano Amato e Angelo Orlando Meloni, che il nostro giornale ha avuto modo di intervistare e recensire più volte (ricordiamo il libro su Archimede di Amato e “La fiera verrà distrutta all’alba” tra gli ultimi lavori di Angelo Meloni; la trasmissione “Segnalibro” di Tris, condotta da Maria Lucia Riccioli e dalla giornalista e scrittrice Lucia Corsale, le interviste sia a Raimondi che a Meloni).

Chi sono i vampiri? La figura del non morto, tipica di molte tradizioni europee, divenuta icona grazie a Bram Stoker e ai suoi epigoni, non ultima l’autrice di “Twilight” o i cineasti che si sono cimentati con paletti di frassino, incarnati pallidi, castelli transilvani e tutto l’armamentario dei vari Van Helsing e ammazzavampiri collegati, non smette di incarnare sempre nuove istanze. In questo libro la vediamo scorrazzare da Bologna alla Maremma, da Roma alle Dolomiti, soggetto di marketing in Piemonte e manager di cooperative sociali in Sicilia, oggetto di studio per uno psichiatra di Milano…

La prefazione è di Andrea G. Pinketts e l’antologia contiene racconti di Gianluca Morozzi, Stefano Pastor, Sacha Naspini, Fabio Mundadori, Giuseppe Maresca, Nicola Lombardi, Fabio Lastrucci, Silvana La Spina, Maurizio Cometto, Fabio Celoni, Danilo Arona, Angelo Orlando Meloni, Stefano Amato, Luca Raimondi, Lea Valti.

Com’è nata l’idea di questa antologia? Come avete lavorato per realizzarla?

L’idea è nata un paio d’anni fa, durante una delle tante conversazioni con l’amico, studioso e appassionato di cinema e letteratura horror, Giuseppe Maresca. Per una pura coincidenza avevamo scritto entrambi due racconti che si ispiravano a due classici del genere vampirico: il mio conteneva una palese citazione del “Vampiro” di Polidori, quello di Maresca conteneva più di un richiamo alla “Carmilla” di Le Fanu. In buona sostanza entrambi avevamo citato due illustri precursori del più celebre “Dracula” di Bram Stoker ed entrambi avevamo deciso di collocare l’azione in Italia, nei contesti a noi più familiari. Pensare di impostare un’intera antologia su questa base è stato un passo quasi consequenziale. Non sono certo molti gli esempi di racconti e romanzi italiani che collocano nei nostri territori gli archetipi dell’horror, il più delle volte materiale abbastanza scadente.

A quel punto ho invitato molti degli scrittori che conoscevo o con cui avevo collaborato e che stimavo, a partire da Gianluca Morozzi: aveva già firmato la prefazione a un mio libro e ha subito capito lo spirito dell’operazione, facendo passeggiare Dracula per i portici di Bologna. A lui si sono aggiunti via via tanti altri, non solo i migliori specialisti del “genere” quali per esempio Danilo Arona e Nicola Lombardi, che comunque consideravo e considero autori a tutto tondo, popolari sì ma di grandissima levatura intellettuale e artistica, ma anche altri scrittori che magari avevano soltanto sfiorato l’horror senza mai affrontarlo di petto. Un esempio per tutti, Silvana La Spina, pluripremiata autrice di gialli e romanzi storici per case editrici come Mondadori, Bompiani, Giunti, ma potrei citare anche due autori molto conosciuti dal pubblico siracusano come Angelo Orlando Meloni e Stefano Amato. Quando si lavora con autori bravi, realizzare progetti del genere è semplice: ogni racconto che mi è giunto, infatti, era di grandissima qualità e di conseguenza anche trovare un editore è stato sì difficile (le antologie di racconti horror generalmente non raggiungono infatti grandi quote di mercato) ma non impossibile. Mauro Morellini, un editore di Milano con distribuzione nazionale, attento alla qualità prima ancora che al mercato, ha infatti sposato il progetto a prescindere dalle valutazioni di natura commerciale.

Com’è stato declinato il tema del vampiro dagli scrittori dell’antologia? Quale valore assume la figura del vampiro oggi – dato che film e libri ce ne hanno consegnato tante diverse sfumature?

Avevo in squadra autori molto diversi tra di loro e ognuno provvisto di una “voce” peculiare, una chiara identità letteraria, per cui il tema è stato affrontato in modo molto differenti, fornendo ovviamente quella varietà polifonica che è il valore aggiunto delle migliori antologie rispetto ai più monolitici romanzi. Ci sono racconti tenebrosi e dolorosi, ambientati tanto nel passato quanto nell’attualità, altri satirici, politici, ironici e persino divertenti, nei limiti in cui può definirsi divertente il genere horror. C’è persino un racconto, quello di Lea Valti, che osa persino il dialetto romanesco, con effetti sorprendenti. Il vampiro è un grande archetipo letterario, dire qualcosa di nuovo su una creatura tanto affascinante quanto decisamente inflazionata non era facile, ma se mi trovo qui a rispondere di quest’antologia è perché sono convinto che tutti i racconti che ho scelto contengano una prospettiva eccentrica rispetto a qualunque stereotipo legato ai “signori della notte” dai canini aguzzi, a partire naturalmente dal fatto che circolano per Milano, Roma, Bologna, Catania o Siracusa, montagne dolomitiche e paesini maremmani, e hanno a che fare con capitalisti, operai, psicologi, basi militari, mafiosi. Il mito del vampiro è millenario perché incarna tante pulsioni, paure e persino speranze dell’uomo (l’immortalità in primis) e non passerà mai di moda, contiene sempre qualche aspetto che si può applicare a un lato dell’animo umano  o a una qualche contingente situazione contemporanea. Del resto di vampiri che succhiano il sangue è oggi più che mai pieno il mondo, creature maligne capaci tanto di sedurre quanto di ripugnare, ne trovate a decine a capo di governi, eserciti, organizzazioni criminali, multinazionali.

 
I pensieri in versi liberi di un sacerdote siracusano che sta declinando la propria vocazione mariana nel segno dell’accoglienza ai pellegrini in Santuario e dell’evangelizzazione nei social

 

La Civetta di Minerva, 2 marzo 2018

Come preannunciato nello scorso numero – ricordiamo e integriamo con le novità sui relatori –, martedì 13 marzo alle ore 19, presso il Salone “Ettore Baranzini” della Basilica Santuario Madonna delle Lacrime di Siracusa, si terrà l’incontro di presentazione del libro di don Raffaele Aprile “Innamorato del Cielo – riflessioni dell’anima”, edito per i tipi di Bonfirraro Editore, che è uscito lo scorso 5 marzo ed è già disponibile sia in libreria che attraverso i canali on line.

Il volume – che sarà presentato anche presso la Chiesa di San Michele Arcangelo a Villasmundo (SR) giorno 20 marzo alle 18.30 – contiene i pensieri in versi liberi di un sacerdote siracusano che sta declinando la propria vocazione mariana nel segno dell’accoglienza ai pellegrini in Santuario e dell’evangelizzazione attraverso i social network. Alcuni dei componimenti di don Aprile sono stati pubblicati su vari periodici e antologie e presentati a diversi concorsi di poesia.

Relatori per l’occasione saranno monsignor Giuseppe Greco, direttore della Biblioteca Alagoniana di Siracusa, scrigno di tesori librari e gioiello essa stessa, e il rettore della Basilica Santuario don Aurelio Roberto Russo, insieme alla docente e scrittrice Maria Lucia Riccioli che ha firmato la prefazione del libro e la traduzione in siciliano di una delle poesie di don Aprile, che qui offriamo ai nostri lettori.

Ricordiamo che il ricavato della vendita del libro sarà devoluto in beneficenza.

“Madonna di li lacrimi” (Vergine delle lacrime tradotta in siciliano)

Madonna di li lacrimi, picchì chianci?

Li to’ lacrimi sunu amuri, gioia e spiranza.

Lu to’ chiantu, Maria, nun havi lu sapuri di na storia finuta, anzi… ni rapi n’autra, ca nun è cchiù chidda di prima.

Li to’ lacrimi, Matri… nta lu to’ visu,

sunu comu nu risinu di paci ca scinni supra la nostra vita; sunu li lacrimi comu ri nu Battisimu ca ni riciunu ca semu ancora figghi di Diu.

Tu, Maria, si’ viva, picchì lu Viventi è dintra di tia!

E tu, figghiu, vai e cunta a tutti l’Amuri miu cu la to’ vita!

Fila ininterrotta di visitatori alla mostra dei sarcofagi egizi. Il professor Teodoro Auricchio (Istituto Europeo del Restauro): “Il restauro è un lavoro di équipe”. L’effetto sui minori: dopo la visita, un bambino è ritratto come un Egizio dalla sorella

La Civetta di Minerva, 19 gennaio 2018

Prosegue ancora, fino al 15 aprile 2018, la mostra egizia “La porta dei sacerdoti – I sarcofagi egizi di Deir-el Bahari” presso l’ex monastero e Chiesa di Montevergini in Ortigia.

Grande il successo di pubblico per questa che è molto più di un’esposizione: secondo le nuove tendenze della valorizzazione dei reperti, la fruizione è unita al contatto con i restauratori grazie alla futuristica cabina che permette di vederli al lavoro su questi antichi manufatti di legno – spesso composti di diversi pezzi assemblati data la cronica mancanza di legno in Egitto –, limo, creta, poi dipinti con scene figurative e non solo geroglifici tratti dal Libro dei Morti come nella XXVI dinastia.

Si tratta di pezzi unici e rarissimi a dominante giallo ocra, provenienti dalla Collezione Egizia del Musées Royaux d’Art et d’Histoire di Bruxelles ed appartenenti ad un periodo poco conosciuto della civiltà egizia, il terzo periodo intermedio, corrispondente alla XXI Dinastia (1070-900 a.C.). Provengono dal Secondo Nascondiglio di Deir el Bahari, comunemente conosciuto col nome moderno di “Bab el Gasus” che significa “La Porta dei Sacerdoti”, da cui il titolo della mostra. La tomba collettiva, scoperta casualmente nel 1891, comprendeva non meno di 450 sarcofagi ed un numero incalcolabile di suppellettili funerarie (splendidi gli ushabti, le statuette che avrebbero fatto da servitori ai defunti).

Il lavoro affascinantissimo di datazione – per vari motivi la tomba venne svuotata senza che se ne disegnasse una mappa precisa, che avrebbe permesso di collocare meglio nel tempo mummie e sarcofagi – e restauro ci viene raccontato non solo con competenza ma anche con signorile gentilezza dal professor Teodoro Auricchio dell’Istituto Europeo del Restauro: “Nel momento in cui restauriamo, proponiamo gli interventi. A questo punto si riuniscono i conservatori e i restauratori e si discute per decidere una linea comune: ad esempio, togliere tutto quanto non era originale, le integrazioni alle lacune… La diagnostica (a raggi infrarossi, ultravioletti) continua anche durante l’intervento. È un lavoro di équipe (esperti di diagnostica, restauratori, egittologi) e la comunicazione tra i portatori di diverse competenze è continua. Oltre ai miei due collaboratori, i restauratori, che vengono a specializzarsi qui, provengono un po’ da tutto il mondo (Taiwan, India, Galles, Bulgaria…)”.

Il professore ci ha illustrato non solo i reperti in mostra ma anche le tecnologie utilizzate per restaurarli, come gli occhiali che permettono al restauratore sia la visione normale che quella modificata, che offre a chi guarda la visione ad infrarossi e ultravioletti e quindi le risultanze di Tac, radiografie, analisi fisiche e chimiche (sui pigmenti, la composizione dei legni, la struttura, le parti moderne di raccordo…), oltre che filmare quanto si sta operando.

Scoperta nella scoperta, questi sarcofagi sono delle vere e proprie capsule del tempo: un biglietto da visita dell’Ottocento, rimasto nascosto all’interno di uno dei reperti, porta il nome di Armand Bonn. Il tempo dischiude i suoi portali e ci catapulta fino all’8 febbraio del 1864, quando la mano dell’esperto in “riparazioni invisibili” pensò di immortalare il proprio lavoro e di lasciare un messaggio ai restauratori del futuro: chissà che il lavoro del professore e della sua squadra non rivelino altre sorprese…

Emozionante anche leggere i nomi delle cantatrici di Amon, ammirare una stele dell’epoca di Tutmosi III, le corone di fiori che erano posate sulle mummie di Ramses II e Seti I o il papiro che ci racconta la storia del processo a quello che chiameremmo un “tombarolo”: testimonianze uniche che ci riportano ad un passato remotissimo che si rende presente ai nostri occhi interessati e stupiti.

La mostra prevede sconti particolari e “offerte” pensate per i gruppi, le famiglie, le scuole e in particolare (com’è avvenuto per l’Epifania) per i bambini: la mascotte Mumy – raffigurata nelle didascalie durante il percorso dedicato ai più piccoli con attività e testi dedicati – il 6 e 7 gennaio scorsi ha donato ai bambini presenti alla visita guidata offerta dal museo dei dolci offerti dalla pasticceria Condorelli.

Ecco le impressioni di Paolo, dieci anni, che è stato ritratto in vesti di Egizio con tutta la famiglia dalla sorellina Miriam, otto.

Cosa ti è piaciuto di più della mostra?

“I sarcofagi della diciannovesima dinastia, perché erano più antichi e più poveri di quelli della ventesima e ventunesima”.

Ti ha fatto impressione la mummia del bambino? (Non appartiene ai sarcofagi ritrovati, ma è stata inserita per completezza espositiva).

“Sì, tanto”.

E cosa ne pensi del professore?

“Molto intelligente e molto informato su un sacco di cose, infatti ha dato una spiegazione molto dettagliata”.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2867:la-produzione-dei-pellami-a-noto-prima-del-terremoto-del-1693&catid=17&Itemid=143

Convegno dell’Archeoclub di Noto dedicato alla memoria del tragico eventoNelle giornate di studio si è parlato anche dei mulini

La Civetta di Minerva, 19 gennaio 2018

Presso la sala Gagliardi del palazzo Trigona a Noto, si è appena conclusa la quinta edizione del convegno “Nella ferita la cura – 11 gennaio 1693”, organizzato dall’Archeoclub sezione Noto e dedicato alla memoria e alle indagini sul terremoto che trecentoventicinque anni fa sconvolse la Sicilia, specie sud orientale.

Durante le giornate di studio, incentrate soprattutto sulle concerie di Noto antica, i relatori – Laura Falesi, Antonino Attardo, Luigi Lombardo, Giuseppe Libra, Susanna Falsaperla, Simona Caruso, Danilo Reitano, Riccardo Merenda – hanno esposto lo “stato dell’arte” sull’argomento, sia in un’ottica di studio che di valorizzazione, a partire ad esempio da Cava Carosello e quindi dal paesaggio che rientra nel demanio forestale del territorio in questione. Interessanti le notizie emerse sui mulini e sulla produzione e il commercio dei pellami nel Cinquecento e sulla mappatura dei luoghi studiati, oltre che sull’apporto delle nuove tecnologie in funzione della conoscenza del fenomeno terremoto.

L’approccio ha mirato a integrare l’aspetto umanistico e quello scientifico: pensiamo al lavoro dello studioso Dario Burgaretta sulla strage di ebrei nel 1474, fenomeno tutt’altro che isolato – la persecuzione contro gli ebrei ha vissuto momenti di stasi e di recrudescenza legati anche alla “concorrenza” economica nell’ambito del lavoro di conciatore e tintore – e alla collaborazione di giovani archeologi (Eleonora Listo, Paolo Amato, Pietro Tiralongo, Pasquale Sferlazza, Vanessa Leonardi, Sara Andolina) nel lavoro di rilievo e rappresentazione grafica dei siti analizzati.

Il convegno è stato arricchito dalla passeggiata alle concerie di Noto antica nella valle del Carosello e damomenti musicali come il concerto di Carlo Muratori, che ha eseguito “La Cantata di li Rujni”, eco delle memorie dei cantastorie, lavoro che questo giornale ha avuto modo di recensire; Maria Teresa Arturia voce, fisarmonica e piano, e Francesco Bazzano alle percussioni hanno accompagnato l’artista nella Chiesa di Sant’Antonio.

Altra “chicca” è stata l’esecuzione di alcuni brani tratti dalla Messa di Requiem composta da Mario Capuana, autore tra l’altro di mottetti e altre composizioni, maestro di cappella della Chiesa Madre di San Nicolò a Noto Antica tra il 1643 e il 1646 (soprano Corrada Fugà, Ermenegildo Mollica tenore, Raffaele Schiavo alto, Alfonso Lapira basso, si sono esibiti insieme a Joachim Klein al violoncello e ad Andrea Schiavo all’arciliuto; il violinista Gabriele Bosco insieme agli altri due strumentisti ha invece eseguito musiche di Arcangelo Corelli).

Don Fortunato Di Noto ammonisce i genitori e la scuola a vigilare su ciò che i ragazzi fanno con smart phone e computer

La Civetta di Minerva, 15 dicembre 2017

Stimolata da un’indagine social del professor Massimo Arcangeli, docente di linguistica italiana ed ex-preside della facoltà di lingue e letterature straniere presso l’Università degli Studi di Cagliari, rifletto insieme a voi lettori sullo statuto di verità che chiediamo alle cose, all’informazione, all’entertainment, alla letteratura e all’arte in genere.

Una delle espressioni dell’anno che sta per concludersi è certamente “fake news”, che fa il paio con la nostrana “bufala” e il trio con “fattoide”, notizia priva di fondamento, ma diffusa e amplificata dai mezzi di comunicazione di massa al punto da essere percepita come vera: sarebbe imminente un pronunciamento del nostro Parlamento per arginare il fenomeno della diffusione in rete di informazioni e notizie false – postate più o meno artatamente –, ma è bene che scuola e famiglia, specie per proteggere i minori in rete, si attivino per insegnare a bambini e ragazzi a navigare su Internet in maniera consapevole (e comunque resta valido e semmai si rafforza l’invito di associazioni come Meter e di esperti come Don Di Noto a vigilare sui minori che utilizzano sempre più smartphone e computer e a non postare immagini e video dei propri figli, dato l’uso sconosciuto e spesso criminoso che di tali dati può essere fatto, specie in un’ottica di lotta contro la pedofilia).

Attenzione dunque sia alle notizie non verificate – spesso basta una rapida conferma da parte di un motore di ricerca, sia per i testi che per le immagini o i video –, ma in effetti ci sarebbe da fare un lungo discorso sugli statuti di verità. Passiamo, nell’arco della stessa giornata, dall’indignazione contro le fake news (che comunque spesso sono trappole per gonzi: la storia e la letteratura ci riportano innumerevoli casi di notizie non verificate, veri e propri specchietti per le allodole) alla fame di reality, un vero e proprio genere a sé stante in cui di reale c’è ben poco (ci si domanda se le gesta di starlette e giovanotti alla Ken, di freak e gente in cerca di quindici minuti di notorietà siano davvero reali: non è vero ma ci credo, verrebbe da dire, allora dov’è la reality?), alla mai troppo deprecata tv verità: c’è chi sulla televisione del dolore, delle lacrime in diretta, delle riunioni familiari, dei casi umani, ha costruito una carriera.

E non è finita: le cosiddette fiction – a parte l’invasione degli anglismi, non si comprende cosa distingua gli sceneggiati di un tempo da film in due-tre puntate con attori improbabili e sceneggiature copiaincollate da analoghi prodotti d’oltralpe e oltreoceano detti fiction – dal latino fictio, finzioni dunque, recite – in cui spesso “il riferimento a fatti, persone, luoghi e avvenimenti reali è puramente casuale” (formula che può evitare querele, ma dietro cui si nascondono cinquantine di sfumature di verità). A fictional (che nel mondo anglosassone riguarda poesia e narrativa, contrapposte alla saggistica, che è appunto non fictional) di recente si contrappone factual: tale è stata definita una trasmissione con Roberto Saviano per il prevalere di situazioni reali, romanzate solo per esigenze di copione. Insopportabili poi le classiche domande su libri e film: “Ma è una storia vera? È veramente successo?”, che annulla secoli di pratica e teoria artistica e letteraria su reale, naturale, vero e trasfigurazione artistica.

Dato che spesso la confusione linguistica è indice di confusione concettuale, abituiamoci a riflettere sul gradiente di realtà di quanto proponiamo e ci viene proposto per una comunicazione ed informazione, oltre che espressione, più consapevole; rafforziamo il lavoro della scuola, che come obiettivo non solo didattico si propone quello di formare giovani adulti dallo spirito critico; battiamoci per la valorizzazione della ricerca e, nel campo dell’intrattenimento, per contenuti più formativi e meno banalmente massificati, altrimenti, dato che nel 2018 dovrebbe essere inammissibile contraddire millenni di scienza con affermazioni sulla Terra piatta o gravidanze ai limiti dell’alieno, non dovremo più stupirci di gruppi di “mamme pancine et coetera” o di “Earth flatters”, concentrati di fake news, fattoidi, bufale, purtroppo non fictional ma factual.

 

 

 

 

 

 

 

Daphne Caruana Galizia, mezz’ora prima di morire, scrisse: “A Malta c’è corruzione ovunque”. Un quotidiano americano l’aveva definita “una delle 28 persone che stanno formando, scuotendo e agitando l’Europa”.

 

La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017

Si allunga la lista dei martiri della parola. È di pochi giorni fa la terribile notizia della morte di Daphne Caruana Galizia, giornalista e blogger maltese la cui colpa è stata quella di usare l’arma della penna e della tastiera contro intimidazioni e bombe per indagare sulla corruzione che a Malta sembra dilagare come un cancro che metastatizza nell’affarista e forse complice Europa.

Laureata in archeologia, madre di tre figli, è stata una firma regolare per The Sunday Times e redattrice associata per The Malta Independent, oltre che direttrice della rivista Taste & Flair.

Curava un popolare e controverso blog dal titolo Running Commentary, contenente segnalazioni investigative; diverse le battaglie legali dovute proprio alla pubblicazione di post su magistrati e leader politici ed importanti le sue rivelazioni sulla corruzione e la mancanza di trasparenza a Malta. Il quotidiano americano “Politico” ebbe a definirla come una delle “28 persone che stanno formando, scuotendo e agitando l’Europa”.

Minacciata di morte – dopo aver sostenuto che una società panamense fosse di proprietà della moglie del primo ministro Muscat e aver criticato Delia, leader dell’opposizione nazionalista –, Daphne Caruana Galizia è rimasta uccisa lo scorso 16 ottobre nell’esplosione di un’autobomba.

Unanimi e di circostanza i cori di condanna dell’accaduto ma diversa è la posizione della famiglia: in un messaggio su Facebook uno dei figli della donna –  giornalista appartenente all’International Consortium of Investigative Journalists – ha mosso forti accuse contro le autorità di Malta, in cui Stato e crimine organizzato sarebbero indistinguibili, responsabili e complici a suo dire dell’assassinio della madre.

Sospeso dal servizio e indagato un sergente di polizia maltese per il commento all’omicidio della giornalista in cui ha affermato che «Tutti hanno quello che si meritano, merda di vacca. Sono felice».

Al di là di questo e del prosieguo delle indagini – coinvolta anche l’FBI –, colpiscono le ultime parole scritte da Daphne Caruana Galizia sul suo blog mezz’ora prima della morte: “There are crooks everywhere you look now. The situation is desperate” (“Ora ci sono corrotti ovunque guardi. La situazione è disperata).

Non meno toccanti – sia dal punto di vista personale che da quello deontologico: cosa possono le parole di una giornalista coraggiosa contro quella che è stata definita la “cleptocrazia” del Mondo di Mezzo, il potere occulto che viene a patti con la malavita organizzata per tenere in piedi un impero basato sulla corruzione? – le parole del figlio di Daphne Caruana Galizia: «Mia madre è stata uccisa perché si è messa tra la legge e quelli che cercavano di violarla, come molti bravi giornalisti. Ma è stata colpita perché era l’unica persona a farlo. È questo quello che succede quando le istituzioni sono incapaci: l’ultima persona rimasta in piedi è spesso una giornalista. Il che la rende la prima persona a essere uccisa».

Ricordiamo ai lettori che nei primi 273 giorni del 2017 l’Osservatorio Ossigeno ha documentato minacce a 256 giornalisti ed ha inoltre ha reso note minacce ad altri 65 giornalisti per episodi degli anni precedenti conosciuti dall’Osservatorio solo di recente; dietro ogni intimidazione documentata dall’Osservatorio almeno altre dieci resterebbero ignote perché le vittime non hanno la forza di renderle pubbliche.

Questo dovrebbe farci riflettere sul lavoro dei giornalisti, profeti disarmati del nostro tempo, sentinelle contro abusi e corruzione, spesso voce di chi non ha voce.

Per la prima volta la teca che contiene le lacrime della Madonna, prodigio avvenuto a Siracusa nel 1953, viene accolta in uno studio televisivo. Testimoni e studiosi narrano l’evento

La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017

«Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti» (Mt 10, 27). Non c’è forse citazione biblica migliore per parlare dell’annuncio della parola di Dio attraverso i media: i “tetti” del Vangelo di Matteo ci richiamano quelli contemporanei, fitti di parabole e ripetitori che trasmettono in ogni parte del globo parole, immagini, suoni. E che possono diventare strumento sempre nuovo di diffusione di contenuti culturali e spirituali, di riflessione sui valori non solo confessionali ma latu sensu umani.

Per la prima volta il reliquiario della Madonna delle Lacrime di Siracusa viene accolto in uno studio televisivo: presso gli studi di Padre Pio tv è stata registrata una puntata speciale della trasmissione “Nella Fede della Chiesa” con la presenza del prezioso reliquiario. La puntata è andata in onda Martedì 31 Ottobre alle 16 ed in replica Mercoledì 1 alle 8:45, Giovedì 3 alle 13:45 e Venerdì 4 alle 22:45 al canale 145 del digitale terrestre, 852 di Sky e 445 di TvSat. Appuntamento speciale, quindi, per i santi e i defunti con la presenza del prezioso reliquiario della Madonna delle Lacrime di Siracusa – ricordiamone l’autore, Biagio Poidimani, che lo realizzò nel 1954 in oro, argento e pietre preziose, rappresentando Santa Lucia e San Marciano, il primo vescovo di Siracusa, San Pietro e San Paolo, oltre a quattro angeli che custodiscono l’urna di vetro con la fialetta contenente le lacrime.

In studio, Don Francesco Cristofaro, mentre ad accompagnare la reliquia e a spiegare l’evento prodigioso della lacrimazione del 1953 Don Raffaele Aprile– che ha anche recitato una sua poesia in onore della Madonna delle Lacrime, “quella metà di cielo che parla di salvezza”, oltre che a spiegare teologicamente il significato del prodigio – e la dottoressa Concita Catalano, che ha spiegato al pubblico quali analisi vennero compiute all’epoca dalla commissione medica appositamente istituita per accertare la veridicità del fenomeno, con l’ausilio di immagini e filmati – toccante anche dal punto di vista umano la vicenda del dottor Cassola, il cui contatto con le lacrime da esaminare trasformò profondamente la sua vita di uomo e di medico.

Significativa anche la coincidenza della presenza delle reliquie di Giovanni Paolo II in Santuario: papa Wojtyla, devoto della Madonna delle Lacrime, nel novembre del 1994 ne consacrò il santuario durante la storica visita a Siracusa; il pontefice polacco, maestro di comunicazione, ha dedicato scritti, riflessioni e interventi sul ruolo dei media nell’apostolato e nell’ottica dell’unità della famiglia umana.

Incastonate in un artistico reliquiario opera del maestro Gulino – in Basilica è possibile anche ammirarne anche altri pregevoli manufatti – le reliquie di Wojtyla hanno richiamato un buon numero di fedeli devoti di questo Santo della nostra contemporaneità.

 

Interessante mostra documentaria su 400 anni di vicende femminili. Non solo aborti, stupri e delitti ma anche testamenti e figure storiche. Donne dalle condizioni socioeconomiche diverse, donne dalle storie variegate, donne da conoscere e ricordare

La Civetta di Minerva, 19 maggio 2017

Sarà visitabile fino al 31 maggio 2017 – quindi anche durante l’Infiorata – nei saloni espositivi di Palazzo Impellizzeri, sede della Sezione di Noto dell’Archivio di Stato di Siracusa, la mostra documentaria ”Storie di donne nei documenti d’archivio”.

L’esposizione, inaugurata a marzo con un evento teatrale suggestivo, l’emozionante performance delle artiste Chiara Spicuglia, Rina Rossitto e Miriam Scala, che hanno dato respiro e anima con “Voci di donne” a Gaetana Midolo, Marianna Ciccone e Franca Viola, accompagnate dal gruppo dei ragazzi del S.Cuore –,  è stata realizzata utilizzando la documentazione proveniente da vari fondi archivistici: fascicoli processuali della Gran Corte Criminale, atti notarili, atti dell’Università di Noto e Prefettura, tutti documenti riferiti a vicende e figure femminili del nostro territorio vissute nell’arco di quattrocento anni.

Regestazione ed allestimento della mostra sono stati curati dalle archiviste della Sezione di Noto, Giuseppina Calvo e Anna Lorenzano, con la collaborazione di Maria Teresa Azzarelli. Coordinatore della mostra è Concetta Corridore, direttore dell’Archivio di Stato di Siracusa. Importante anche il contributo di Salvatore Zuppardo, che ha realizzato la brochure esplicativa dell’esposizione.

Il visitatore sarà suggestionato da tante voci provenienti dal passato: quella del charaullo – meraviglia lessicale per una tradizione tipicamente siciliana – che motus amore divino perdona la moglie adultera nel 1551, quella di Eleonora Nicolaci che parla attraverso il proprio testamento, quella del letterato e scienziato avolese Giuseppe Bianca che ringrazia la poetessa e patriota netina Mariannina Coffa per il dono della sua pubblicazione “Nuovi Canti” (1859)…

Interessante notare anche il progresso della condizione femminile (vedi il documento sull’Unione donne italiane ad esempio) nell’ambito dell’istruzione e dell’introduzione alle professioni.

Toccante leggere l’atto di nascita di Gaetana Midolo, che morì appena quindicenne nel rogo della fabbrica newyorkese “Triangle Waist Company”: insieme a tante altre operaie, sfruttate e sottoposte a condizioni di lavoro disumane, è una delle “camicette bianche” la cui vicenda ha dato origine alla tradizione dell’8 marzo e che è stata studiata da Ester Rizzo (il volume sulle ricerche della studiosa è edito da Navarra editore e ha permesso di dare un nome e far intitolare vie ed altri spazi pubblici alle operaie, 24 delle quali siciliane, morte nell’incendio della fabbrica di camicie).

Riempite strade, piazze, cortili e chiese con note di armonia, canti, musica. Questa edizione dedicata a Salvatore Di Pietro, l’anno prossimo a Corrado Carbè

La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017

Domenica 19 marzo, in occasione della Festa mondiale della poesia ad Avola, declinata in due giorni speciali tra Avola e Noto, si sono concluse la quindicesima edizione di “Dalle otto alle otto” e la sesta edizione di “Libri di-versi in diversi libri” dedicata a Salvatore Di Pietro: Carlo Sorgia, Alessandra Nateri Sangiovanni e Maria Pia Vido si sono classificati rispettivamente al primo, secondo e terzo posto in quella che non è tanto una tenzone letteraria ma un’occasione di incontro, scambio e crescita nel nome della poesia: in un tempo arido e materialista, in cui scrivere versi sembrerebbe anacronistico e del tutto inutile, poesia è anche riempire strade, piazze, cortili e chiese di Avola e Noto di armonia, canti, musica e, soprattutto, poesie, “celebrando” secondo l’anima di questo concorso, il libraio-editore Ciccio Urso, sostenuto come sempre da Liliana Calabrese, dai giurati e dal manipolo di artisti del Val di Noto che seguono le loro iniziative, “la magia della creatività, spontaneamente e senza programmazione, nonostante l’indifferenza di intellettuali egocentrici e della massa insignificante che ci circonda, e, soprattutto, senza sindaci e assessori e a personaggi di potere, perché l’unico potere abbracciato da ciascuno è quello della fantasia e della bellezza di un verso, dell’incontro con un accadimento inaspettato, ma collegato a ciascuno, e l’adesione entusiastica di persone graditissime”.

Tra i giurati, docenti e poeti: Maria Barone, Corrado Bono, Liliana Calabrese, Antonino Causi, Francesca Corsico, Luigi Ficara, Benito Marziano, Orazio Parisi, Vera Parisi, Fausto Politino, Maria Restuccia, Lilia Urso, Marco Urso e i poeti vincitori Giovanni Catalano, Manuela Magi, Maria Chiara Quartu, Pietro Vizzini, Nina Esposito.

Sono state consegnate le targhe della memoria dedicate a poeti sparsi in diverse città italiane e grazie all’intervento di poeti di diverse regioni italiane, compresa la Sardegna, è stato raggiunto l’obiettivo di creare ponte con gli altri, ascoltando e uscendo da sé, diventando ideali punti di riferimento e modelli di vivere creativo positivo, da moltiplicare nel mondo.

La nuova edizione del concorso letterario verrà come ormai consuetudine dedicata a un poeta amico della Libreria Editrice Urso, scomparso anzitempo, e cioè al poeta-scrittore Corrado Carbè scomparso il 20 febbraio 2017 nel mentre stava partecipando alla precedente edizione di questo Concorso, dove, tra l’altro, si classificava al sesto posto della classifica finale, insieme a Cettina Lascia Cirinnà, Mimma Raspanti, Federico Guastella, Rita Stanzione, Simona Forte, Marianinfa Terranova, Antonella Santoro, Gianluca Macelloni, Grazia La Gatta.

Meritano una menzione particolare e vanno incoraggiati i giovani artisti: in un’edizione di qualche anno fa Davide Giannelli scriveva che quando saprai che stai per morire, / dalle tue ceneri di nuovo un sorriso. / E la tua melodia canterai (da Vivere d’amore).

Miriam Vinci, selezionata nell’edizione 2016/2017, ben rappresenta l’anelito giovanile alla Bellezza nonostante il grigiore del quotidiano e le difficoltà dell’esistenza e ci piace chiudere proprio con i suoi versi, che con voce fresca in ritmi franti ricantano i temi eterni della poesia, tra illusioni ingenue dell’età ed echi leopardiani:

Ed è in questa nudità / che vorrei / vestiti di poesia.

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La conferenza nei locali della biblioteca di Noto. Durante l’incontro, organizzato dal Rotaract, musiche eseguite dal maestro Gabriele Bosco al violino, mentre Giuseppe Puzzo, verseggiatore egli stesso, recita alcune liriche della poetessa e propri componimenti inediti

La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017

Mariannina Coffa, Una donna tante donneLa poetessa dell’Ottocento che parla alle donne di oggi”: questo il titolo dell’incontro che si terrà domani, venerdì 25 marzo, alle ore 17,30 presso la Biblioteca comunale “Principe di Villadorata” di Noto in via Nicolaci, biblioteca che custodisce amorosamente gli scritti della poetessa e patriota netina. L’incontro si inserisce nella programmazione del Rotaract volta alla valorizzazione del territorio e delle sue risorse culturali in senso lato.

Mariannina Coffa (Noto, 1841-1878), enfant prodige della borghesia netina nel passaggio difficile ed esaltante insieme dalla monarchia borbonica al Regno d’Italia, è stata dunque figlia, sorella, amica – corrispose con gli intellettuali dell’epoca pur senza muoversi dalla Sicilia –, innamorata (fu protagonista di un amore tipicamente romantico con Ascenso Mauceri, musicista e autore di tragedie), sposa malmaritata di un possidente terriero di Ragusa, madre (perse tra l’altro due dei cinque figli), patriota e poetessa (accompagnò con la sua poesia e le sue riflessioni i moti risorgimentali e la sua complessa personalità e spiritualità la portò ad un tentativo di emancipazione dagli stilemi dell’epoca verso soluzioni originali): interpretò ognuno di questi ruoli nonostante i limiti della propria condizione di donna, di siciliana, nonostante la malattia e le incomprensioni del contesto familiare e socio-culturale.

La conferenza, tenuta da Maria Lucia Riccioli, docente e scrittrice, autrice tra l’altro di un romanzo storico, “Ferita all’ala un’allodola”, incentrato proprio su Mariannina Coffa, giurata per due anni consecutivi del concorso di “Inchiostro e anima” intitolato alla Capinera di Noto, alla Saffo netina, tanto per ricordare alcune delle immagini cui la Coffa è stata associata, autrice di un saggio sulla prima tesi di laurea dedicata alla poetessa e inserito nel volume “Sguardi plurali” (Armando Siciliano Editore) curato da Marinella Fiume e uscito per raccogliere i lavori dell’omonimo convegno, oltre che di una lettera immaginaria alla Coffa pubblicata per i tipi di LiberAria in “Letteratitudine 3: letture, scritture, metanarrazioni” (a cura di Massimo Maugeri), sarà moderata da Federica Piluccio, presidente del Rotaract club Noto Terra di Eloro; le musiche che accompagneranno l’evento saranno eseguite dal maestro Gabriele Bosco al violino, mentre Giuseppe Puzzo, estimatore della Coffa e verseggiatore egli stesso, reciterà alcune liriche della poetessa e propri componimenti inediti.

A quasi centoquarant’anni dalla scomparsa della poetessa, la sua biografia e le sue opere presentano ancora fertili campi di indagine (pensiamo alla recente scoperta ad opera di Stefano Vaccaro di un inedito rinvenuto nella biblioteca del Castello di Donnafugata).

L’incontro del 25 marzo sarà occasione di riflessione sul modello femminile incarnato dalla Coffa e offrirà lo spunto per ricordare l’incendio del 25 marzo 1911, nel quale persero la vita le “camicette bianche” (pensiamo allo straordinario lavoro di Ester Rizzo per ridare nome dignità e memoria a queste donne), le operaie della Triangle Waist Company: tra di esse c’era una ragazza netina, Gaetana Midolo, cui è stata dedicata la rotatoria di Piazza Nino Bixio. Nel mese dedicato alle donne, ricordare un’emigrata e una figura del nostro Risorgimento non sembrerà un’operazione azzardata.

 

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