LA CIVETTA DI MINERVA dell’8 giugno 2018

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Ecco il nuovo numero del giornale bisettimanale LA CIVETTA DI MINERVA!

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Un caso unico nella storia dell’INDA. Quale fil rouge lega le rappresentazioni classiche in cartello? Cos’hanno in comune Edipo, Teseo, Eracle e Cleone?

La Civetta di Minerva, 11 maggio 2018

Al via il Festival del Teatro greco di Siracusa, le rappresentazioni classiche che fino al 18 luglio animeranno di poesia, di mito, di parola suoni e movimento l’antica cavea che era il cuore pulsante della polis fondata dai Greci di Corinto nel 734 a.C.

La 54esima edizione delle feste classiche vedrà in scena il Sofocle dell’Edipo a Colono, l’Euripide dell’Eracle el’Aristofane de “I cavalieri”, quest’ultima mai prevista nella programmazione dell’INDA. Qual è il fil rouge che lega le tre rappresentazioni? Cos’hanno in comune Edipo, Teseo, Eracle e il demagogo Cleone? Cos’hanno da dire agli spettatori di oggi grazie al teatro, che per gli antichi era esercizio di democrazia oltre che spettacolo e rito religioso?

Risparmiai la terra patria, non ricorsi all’amara violenza e alla tirannide né macchiando né disonorando la mia reputazione, e non me ne vergogno: così, credo, maggiore autorità avrò su tutti gli uomini”: queste le parole del legislatore ateniese Solone. “Tiranno” è parola ambivalente, perché indica sia il pacificatore (quello che sarà il “dictator” romano, magistrato supremo nei momenti di crisi): quindi sta nelle diverse sfaccettature e storture del potere il nodo gordiano che avvinghia i protagonisti delle due tragedie e della commedia, monito e stimolo per la riflessione – di certo lo spettatore accorto saprà trovare gli intrecci fra le vicende teatrali e gli avvenimenti politici odierni.

La regia degli spettacoli sarà affidata rispettivamente a Yannis Kokkos – la Grecia della madrepatria nella Magna Grecia: come non pensare ad esempio all’inarrivabile Irene Papas, o alla Callas attrice per Pasolini? , a Emma Dante, coraggiosa e visionaria, e a Giampiero Solari, mentre le traduzioni sono di Federico Condello, Giorgio Ieranò e Olimpia Imperio.

Ficarra e Picone – un unicum nella storia dell’INDA – riproporranno per il secondo anno consecutivo la commedia di Aristofane “Le Rane” in 4 repliche a conclusione dell’intero ciclo firmato anche quest’anno dal regista Roberto Andò in qualità di direttore artistico (12-15 luglio).

Un momento particolare sarà quello da vivere l’11 giugno con Andrea Camilleri e la sua “Conversazione su Tiresia”, sempre per la regia di Roberto Andò: lo scrittore di Porto Empedocle rifletterà su un personaggio del quale può vestire perfettamente i panni sia per l’età che per la condizione di cecità, che per gli antichi – Omero docet – è uno stato di visione forse più profonda dell’essenza delle cose, non solo nemesi e castigo (pensiamo a Edipo e alla sua terribile vicenda).

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3130:peppino-impastato-l-eroe-che-combatte-la-mafia-anche-contro-i-familiari&catid=17&Itemid=143

Lorella Rossitto (100 Passi):“Mai come oggi le sue parole e i suoi pensieri devono essere di monito alle nuove generazioni”

La Civetta di Minerva, 11 maggio 2018

Il 9 maggio 1978 non è solo legato alla tragedia dell’assassinio di Aldo Moro, punto di non ritorno della nostra democrazia, ma anche alla morte di Peppino Impastato per mano mafiosa.

Per ricordare l’importanza di questo testimone coraggioso dell’opposizione – giovane, beffarda, dirompente – alla criminalità mafiosa, si è tenuto il sit-in al casolare dove è stato ucciso Peppino Impastato, con la partecipazione delle scuole aderenti al progetto “Diritti negati”dei vespisti aderenti all’iniziativa “In VESPA contro la mafia”, mentre nel pomeriggio si è svolto il corteo dalla sede di Radio Aut a Terrasini a Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato a Cinisi, con concerto conclusivo serale. Ecco il link con le iniziative progettate per ricordare questo quarantennale così significativo: http://www.ilcompagno.it/9-maggio-2018-9-giorni-di-iniziative-per-ricordare-peppino-nel-40-anniversario-del-suo-assassinio/

La Civetta di Minerva ha contattato per voi Lorella Rossitto, che presiede l’Associazione 100 Passi, per saperne di più.

Cosa rimane a quarant’anni dalla scomparsa della testimonianza di Peppino Impastato?

Peppino Impastato è una figura importante e ancora oggi viene ricordato come un eroe che ha avuto il coraggio di combattere contro lo strapotere Mafioso. Lo ha fatto andando contro persino quello che c’è di più caro, la propria famiglia, e ricordare ancora oggi il suo coraggio è un dovere. Quello che ci resta di Peppino oltre il ricordo, il coraggio e le storie di chi lo ha conosciuto, è l’ideale di libertà e di giustizia sociale in cui credeva, mai come oggi le sue parole e i suoi pensieri devono essere da monito alle nuove generazioni e negli ultimi anni la società sembra aver preso coscienza di cosa è la MAFIA.

Il quarantennale della morte di Peppino arriva proprio mentre viene comprovata l’esistenza della trattativa Stato-Mafia. Che pensate di questa coincidenza significativa?

La sentenza sulla trattativa stato mafia deve essere considerata un fatto storico nel nostro paese, ma non è una vittoria definitiva e non bisogna abbassare la guardia. Tra i condannati vogliamo ricordare in particolare il Generale Subranni, coinvolto nel depistaggio sull’assassinio di Peppino Impastato. In tutti questi anni c’è chi ha fatto e portato avanti un lavoro egregio; va ricordato comunque che le persone che vogliono ripulire questo paese dalla Mafia continuano a vivere sotto scorta e chi viene condannato, invece, continua a stare seduto tra le più alte cariche dello stato e decide, ancora oggi, le sorti del nostro paese. Quindi siamo davvero sicuri di poter cantar vittoria? Penso proprio di no. Purtroppo i fatti di cronaca recenti ci portano alla luce come stato e mafia siano legate a doppio filo, ed è davvero difficile spezzare questo legame.

Presentatevi ai nostri lettori. Chi siete e quali obiettivi intendete perseguire?

L’associazione 100 Passi nasce dalla voglia di un gruppo di giovani siracusani di creare un luogo dove si potesse discutere di temi riguardanti l’antimafia, dove si potessero creare degli spazi di inclusione sociale, attraverso progetti e attività socialmente utili; abbiamo per anni portato avanti diversi progetti soprattutto nelle periferie della città, dove la criminalità ancora oggi trova terreno fertile.

L’associazione ringrazia La Civetta di Minerva per lo spazio concessoci e approfitta di questo spazio per chiedere a coloro che il prossimo 10 Giugno si prepareranno a governare questa città di impegnarsi a creare spazi sociali e inclusivi nelle periferie, oltre che firmare dei protocolli sulla legalità, visto anche i recenti e preoccupanti atti intimidatori avvenuti nei confronti dei negozianti e delle attività commerciali.

Abbassare la guardia significherebbe arrendersi a volere di imbecilli che lavorano e guadagnano solo con la fatica di altri, capaci solo ad usare armi e intimidazioni. Forse pensano di essere invincibili ma di invincibile non hanno nulla, sta a noi prendere coscienza e fare del nostro meglio per migliorare la società in cui viviamo.

“La mafia uccide, il silenzio pure” (Peppino Impastato).

 Il Maggio dei Libri nella prima edizione di “Floridia in biblioteca” tantissimi eventi culturali. Sabato 19 iniziativa a ricordo della scrittrice Chiara Palazzolo, prematuramente scomparsa

La Civetta di Minerva, 11 maggio 2018

Insieme al Salone internazionale del Libro di Torino, il Maggio dei Libri è un altro degli appuntamenti culturali di primavera.

Tra le numerose iniziative che coinvolgono scuole, scrittori, lettori, operatori culturali, biblioteche, archivi di tutta Italia, segnaliamo la I edizione di “Floridia in biblioteca” (progetto dell’associazione Ninphea diretto dalla professoressa Stefania Germenia, realizzato con il patrocinio del Comune di Floridia con la collaborazione di Naxoslegge): la biblioteca del terzo millennio non è più o non è soltanto deposito di libri e luogo deputato alla ricerca e allo studio, ma si apre al territorio e coinvolge tutte le forze in campo per promuovere una cittadinanza attiva e consapevole e una fruizione creativa, perfino giocosa, della cultura.

Dopo l’appuntamento del 7 maggio scorso, che ha visto l’inaugurazione della mostra di cartoline d’epoca del professor Vincenzo La Rocca “Saluti da…”, con la collaborazione della Soprintendenza BB.CC.AA. di Siracusa, la tavola rotonda “Storie di biblioteche che resistono”, con gli interventi delle professoresse Girmenia e Gozzo, della professoressa Elena Savatta (direttrice del centro studio ibleo), del dottor Giuseppe Garro, antropologo, e della dottoressa Paola Cappè, che presiede l’Associazione italiana biblioteche e dirige la Biblioteca comunale di Canicattini Bagni (ricordiamo la recente iniziativa del 6 maggio scorso legata a “Nati per leggere” presso la Galleria regionale di Palazzo Bellomo), ecco le prossime date: il 19 maggio, sabato, sarà la volta delle iniziative a ricordo della scrittrice Chiara Palazzolo, prematuramente scomparsa (un convegno, che vedrà l’intervento di Fulvia Toscano, direttore artistico di Naxoslegge e Nostos e consulente culturale di Ninphea – rappresentata dalla dottoressa Giovanna Tidona e dalla professoressa Paola Gozzo – della professoressa Filomena Migneco Frasca e del professor Giuseppe Lupo, docente di letteratura moderna e contemporanea presso la Cattolica di Milano, sarà dedicato alla figura di Chiara Palazzolo, che verrà omaggiata anche con una lettura di brani tratti dalle sue opere accompagnata da brani eseguiti dal maestro Antonio Granata; la sala lettura della biblioteca sarà intitolata alla memoria dell’autrice).

Venerdì 25 maggio, nell’ambito dell’incontro “Cultura è legalità”, l’avvocatessa Lauretta Rinauro, coordinatrice provinciale di “Libera”, interverrà sul tema; verrà proiettato il corto “Il silenzio è mafia” a cura della Chain Production, mentre la compagnia teatrale “Il Sipario” di Canicattini Bagni si esibirà nel recital “Sacrificati nella vita… vivi nella storia”. La professoressa Daniela Campisi donerà un’opera fotografica alla biblioteca.

“Fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”: non c’è forse citazione migliore di quella tratta da Marguerite Yourcenar per invitare i nostri lettori a (ri)scoprire il valore del ruolo delle biblioteche per la nostra vita personale e comunitaria.

Cappè, Politi e Astore presentano “Il mago tre P” di MosconNeil Gaiman: “Una città non è una città senza una biblioteca, anche se pretende di esserlo”

La Civetta di Minerva, 27 aprile 2018

I futuristi sognavano di dar fuoco alle biblioteche, viste come sepolcreti di libri morti. Magari, se oggi partecipassero alle iniziative che rendono la biblioteca cuore di un quartiere, punto di riferimento e d’incontro, luogo dove si sperimenta l’inclusione, istituzione che si muove per andare incontro ai lettori, forse cambierebbero idea.

Nello scorso numero abbiamo parlato di MediaLibraryOnLineadesso disponibile in biblioteca: è possibile prendere in prestito, direttamente da casa, due e-book al mese tra 30.000 nuovi titoli e 800.000 testi classici, oltre che consultare gratuitamente l’archivio del Corriere della Sera, dal 1876 al 2016; in occasione della Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, presso la Biblioteca comunale di Canicattini Bagni (SR) intitolata a Giuseppe Agnello, si è svolto il Canicattini Bagni BookFest, che ha salutato l’inverno e festeggiato con la primavera il rifiorire delle più originali, diffuse e coinvolgenti occasioni di lettura, legate al Maggio dei Libri che torna con la sua sfida, leggere, e leggere ovunque: il 22 e 23 aprile scorsi, in collaborazione dell’Associazione La Tana dei Goblin Siracusa, Titò di Cettina Marziano e VerbaVolant edizioni, casa editrice siracusana specializzata nella letteratura per bambini e ragazzi, la biblioteca ha accolto attività di lettura e di gioco, coinvolgendo bambini e ragazzi di scuola elementare e media.

Altro appuntamento interessante sarà quello di “Leggimi una storia – Associazione Culturale”: il 2 maggio prossimo verrà approfondita la figura di Giuseppe Pitrè, oltre al tema dell’ “accessibilità” dei contenuti letterari a lettori con difficoltà di lettura insieme alla cooperativa Phronesis: presso il X Istituto comprensivo “Emanuele Giaracà” di via Gela a Siracusa, la dottoressa Paola Cappè (che non solo dirige la Biblioteca di Canicattini Bagni ma è anche responsabile per la regione Sicilia dell’AIB, l’associazione che riunisce e coordina le biblioteche italiane), la dottoressa Viviana Politi e la dottoressa Luana Astorepresenteranno “Il mago tre P” di Lilith Moscon, illustrato da Marta Pantaleo.

“La cultura è un bene primario come l’acqua; i teatri, le biblioteche e i cinema sono come tanti acquedotti”, diceva Claudio Abbado. Ci permettiamo di ricordarlo ai nostri amministratori, perché – e qui citiamo Neil Gaiman – “Una città non è una città senza una biblioteca. Magari pretende di chiamarsi città lo stesso, ma se non ha una biblioteca sa bene di non poter ingannare nessuno”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“In ogni pagina del romanzo c’è la storia dell’italiano”. Intervista all’avolese Jean Paul Manganaro, uno dei più importanti traduttori dal e in francese

La Civetta di Minerva, 13 aprile 2018

A coronamento del laboratorio di lettura organizzato dalla Biblioteca comunale di Siracusa sul romanzo“Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda, il 10 aprile scorso si è tenuto l’incontro, moderato sapientemente da Salvo Gennuso, con uno dei più importanti traduttori dal e in lingua francese, Jean-Paul Manganaro, una vera e propria autorità nel proprio campo, che ha affrontato l’improba ma grata fatica – lunga e amorosa è la frequentazione di Gadda da parte del traduttore, che è nativo di Bordeaux, vive a Parigi ma è di origini avolesi – di trasporre il gliuòmmero, il pasticcio, lo strano oggetto che è quest’opera affascinante e impervia come una scalata.

Manganaro, nel corso di quella che è stata quasi una conversazione più che una conferenza, ha spaziato con ironia e competenza dall’infanzia difficile dell’autore, orfano di padre e lacerato da un irrisolto edipico rapporto con la madre, alla scrittura di Gadda, la cui biografia – apparentemente scarna e priva di fatti significativi – confluisce tutta nella scrittura: l’élan vitale di Gadda fluisce tutto nell’opera – basterebbe pensare a “La cognizione del dolore”.

Manganaro ha quindi narrato la parabola dell’ingegnere elettrotecnico “prestato” alla scrittura, che si nutrì di Leibniz e Spinoza, filosofi fondamentali per comprendere l’universo gaddiano, un universo policentrico, plurilinguistico e polifonico, dallo stile diremmo jazzato e cubista, se l’immaginifico barocco scrittore non sfuggisse a qualsiasi tentativo di sistematizzazione; dai saggi alle novelle, veri e propri frammenti di esistenza, alla pubblicazione di alcuni “tratti” ovvero capitoli, sezioni del romanzo su rivista – tra le più importanti dell’epoca ricordiamo per tutte “Solaria” e “Letteratura” –, Gadda ridefinisce il modello letterario ereditato dalla tradizione.

Per comprendere Gadda, Manganaro si serve delle spie linguistiche: le descrizioni, le digressioni che danno stoffa al ragionamento – pensiamo ai cieli e alle nuvole gaddiane –, l’utilizzo peculiare della punteggiatura, materializzano l’idea di Gadda – molto pirandelliana – secondo il quale la realtà della verità non esiste e anche se esistesse non potrebbe essere trovata: alla Deleuze, la soluzione potrebbe essere uno dei possibili che non si è attuato; un fatto non ha una sola causale ma tante causali; tutto è effetto e tutto è causa.Realtà e verità sono dunque punti di interrogazione… i puntini di sospensione rappresentano graficamente il non si sa, i chissà. Una frase che procedesse per virgole e punti e virgola passerebbe dalle tesi e antitesi ad una sintesi (secondo la logica classica), conferendo al discorso un ordine gerarchico che invece Gadda sovverte tramite l’uso quasi matematico dei due punti, che pongono tutte le situazioni sullo stesso piano di equivalenza e corresponsabilità. E qui il sovvertimento diventa anche politico: noto è il disprezzo di Gadda per il fascismo – sublime il grottesco di “Eros e Priapo” – e nel romanzo Polizia e Carabinieri, tra l’altro intralciandosi a vicenda, nonostante la dichiarata e muscolare intransigenza non riusciranno a dipanare l’imbroglio, impotenti come sono a dirimere il pasticciaccio, il gomitolo intrecciato del delitto.

Tradurre è trans-ducere, trasportare. Io la immagino come un barcaiolo intento a trasportare della merce preziosa da una riva all’altra – le lingue di partenza e arrivo –: qualcosa è andato perduto in acqua?

Il carico è arrivato tutto. Ho riprodotto assonanze, dissonanze, ritmi, la sinfonia di questo romanzo il cui stile mette il lettore sull’attenti: non permette distrazioni e per tradurlo, per cucire le parole punto per punto a maglia fina, per non perdere il filo, la musicalità della scrittura, ho impiegato dodici ore al giorno per un anno senza fare altro. Forse qualcosa si sciupa ma il carico è arrivato per intero. Non è il primo libro di Gadda che traduco e comunque questa traduzione arriva dopo anni di lavoro. L’amore per Gadda per me è viscerale, inspiegabile: prende qui – sorride – alle trippe. Rileggo “Quer pasticciaccio…” ogni due anni circa e ricordo la prima volta: non riuscivo a credere ai miei occhi. Tutta la storia della lingua italiana si ritrova in ogni pagina, in ogni riga del libro.

Oggi purtroppo la lingua – anche quella letteraria – sta subendo una sorta di normalizzazione che la fa somigliare non ad un organismo vivente e “multistrato” ma che la rende una lingua “Standa” più che standard, piatta e involuta, esattamente il contrario del lussureggiante e ben biodiversificato linguaggio gaddiano. Come ha reso la polifonia dialettale del romanzo, l’imbroglio linguistico oltre che quello della trama? Il napoletano, il romanesco, il molisano di Ingravallo e dei personaggi gaddiani… come sono stati “traghettati” in francese?

In Italia i dialetti sono ancora parlati, intesi, capiti: sono la vita quotidiana che entra nel discorso, anche del parlante colto. In Francia ci sono degli slang, l’argot, ma non dialetti: ho tradotto in un francese “strano” ma sempre comprensibile, come all’orecchio risulta strana ma comunque viene riconosciuta come italiana la lingua di Gadda (ricordiamo che all’epoca il cinema italiano, arte e industria insieme, supportava il napoletano ma soprattutto il romanesco come dialetto neorealistico per eccellenza); nel frasato diretto l’autore usa appunto i dialetti (che io rendo con un francese sviato o meglio traviato, con la sonorizzazione della dentale o una diversa tonalizzazione, scambiando per esempio T e D: le agglutinazioni sonore sono aggiunte di suono ma non di senso, le elisioni sono violente), mentre nel discorso indiretto utilizza dei ricami con il dialetto per non perdere la mescidanza tra le lingue. In questo mi ha facilitato l’aver lavorato a “Le baruffe chiozzotte” di Goldoni – anche in Gadda troviamo il legame con Venezia dato dalla contessa, ad esempio.

La traduzione è letterale oppure è più un lavoro di interpretazione? Che rapporto c’è tra un autore e chi lo traduce?

Interpretare vuol dire non essere stati capaci di tradurre, aggirare l’ostacolo senza trovare l’espressione, la parola precisa, esatta. La scrittura è il gancio, la materia e il terreno comune, il momento di confronto tra autore e traduttore che non può né deve essere traditore. Bisogna cogliere i soffi, i respiri, le pulsazioni di ciò che si traduce, sordi alle suggestioni, ingannevoli come sirene, dell’interpretazione.

E qui Manganaro senza dirlo credo che accenni anche ad una misura più alta del proprio mestiere, che è quella etica.

“Chiamandole maliarde grifagne o angeli tentatori”. Intervista all’autore di “Silfide, maga e sirena – L’ideale femminile nella letteratura italiana dell’Ottocento”

 

La Civetta di Minerva, 13 aprile 2018

Forse l’Ottocento è stato il secolo che ci ha donato le più fulgide rappresentazioni femminili – connotate sia positivamente che in una valenza negativa –: pensiamo a Madame Bovary, ad Anna Karenina, alle protagoniste dei romanzi delle sorelle Brönte e prima ancora alle smaglianti invenzioni del genio di Jane Austen, per citare solamente i primi nomi in punta di penna.

Possiamo dire che l’Ottocento porta alla ribalta e forse esaspera non solo la femminilità, ma anche e soprattutto il conflitto tra i sessi e l’irriducibilità della loro complementarietà / differenza, proprio in un’epoca in cui tante artiste oltre che tante donne comuni pretendevano un proprio posto in una società mutevole e attraversata da cambiamenti rivoluzionari in campo politico, economico e sociale.

Sirene, incantatrici, maliarde, dame eleganti, virago, civette narcise da una parte – il cliché della femme fatale declinato in ogni possibile sfaccettatura – contro Nedda e gli angeli del focolare dall’altra: questo il catalogo dei destini delle donne rappresentate nella letteratura del secondo Ottocento, che riflette da una parte e dall’altra precorre i mutamenti socio-culturali di un’epoca convulsa, che segue a quella risorgimentale e si proietta verso il ventesimo secolo.

Dell’argomento si è recentemente occupato il giovane studioso ragusano Stefano Vaccaro nel suo saggio, fresco di stampa per i tipi de Il Convivio Editore, intitolato appunto “Silfide, maga e sirena – L’ideale femminile nella letteratura italiana dell’Ottocento”, presentato il 6 aprile presso la sala del fondo antico della Biblioteca diocesana di Ragusa – intitolata a Monsignor Pennisi e diretta da don Giuseppe Di Corrado – nell’ambito della manifestazione LIBeRI A RAGUSA (di cui l’Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi di Ragusa è media partner; la prefazione, di cui vi abbiamo offerto qualche stralcio all’inizio del pezzo, è della docente e scrittrice Maria Lucia Riccioli); con l’autore l’eminente prof.ssa Margherita Bonomo (Università degli Studi di Catania), che tra l’altro si è occupata a lungo di carteggi femminili ottocenteschi.

“La Civetta di Minerva” lo ha intervistato per voi.

Com’è nato in te l’interesse verso la letteratura dell’Ottocento?

Nell’immaginario fanciullesco che già dalla più tenera età mi si palesava innanzi, l’Ottocento prendeva sempre più la forma di una lunga galleria di immagini gotiche e spettrali, un pentagramma vivificato da figure grottesche, al limite del picaresco, all’interno del quale personaggi e trame considerate scriteriate o insolite avevano liceità non solo di essere pensate ma anche narrate. Il  fascino esercitato dal “diverso” ha fatto sì che sentissi la letteratura del XIX secolo molto vicina a me scegliendola difatti come oggetto della mia ricerca. Gli anni di studio mi hanno poi restituito un secolo molto complesso letterariamente e stratificato culturalmente, attraversato da numerose correnti e diversi “modi di sentire”; un viaggio affascinante che dura tutt’oggi e che dall’analisi del Verismo mi ha condotto allo studio del Simbolismo, senza tralasciare l’approfondimento per “movimenti” quali il Naturalismo, il Romanticismo e il Decadentismo. Ciò che mi preme coniugare è il rigore del metodo critico-scientifico alla curiosità che mi spinse ad indagare la letteratura italiana anni fa.

Silfide, maga e sirena… spiegaci come mai l’eterno femminino assume questi volti. E poi… ritieni queste “classificazioni” ancora attuali? Quali personificazioni o maschere potrebbero raffigurare le donne odierne?

Silfide, maga e sirena è un trinomio che ho preso in prestito da Verga (Una peccatrice, 1865) e che ben sintetizza la visione che si ebbe della donna per tutto il XIX secolo. L’Ottocento è di per sé il secolo delle rivoluzioni in tutti i campi dell’esperienza umana, pensiamo a quello politico con le rivoluzioni del ‘48 prima e le lotte risorgimentali poi, e ancora agli scompaginamenti sociali portati dalla meccanizzazione del lavoro e dell’avvento della borghesia, e non da ultimo ai risvolti culturali dovuti alla presenza, per la prima volta massiva e consapevole, della figura femminile anche in ambito culturale la quale, minando un sistema maschilista e patriarcale, cominciò a ritagliarsi, con fatica, spazi del sapere prima preclusi, facendo sentire la propria voce attraverso la pubblicazione di romanzi, feuillettons, articoli e pamphlets. La determinazione e la tenacia con le quali le intellettuali dell’Ottocento si batterono affinché i propri diritti d’espressione venissero riconosciuti dovette apparire del tutto nuova e allarmante per gli uomini del tempo che per questo, non appare sbagliato pensare, caricano la donna di aggettivi non sempre lusinghieri, descrivendola come una maliarda grifagna o un angelo tentatore.

Già a cominciare dal Novecento la figura muliebre non è più, o non è solo, silfide, maga e sirena ma acquista caratteri nuovi anche in vista di un impegno civile più vistoso che non rifugge connotati politici (pensiamo alle battaglie del ‘68). Oggi il polinomio verghiano con il quale il Siciliano descriveva la sua peccatrice appare svuotato di senso, rimane però, a mio avviso, una dicotomia “ottocentesca” di fondo per cui l’accostamento angelo-demone ha nuove possibili interpretazioni: se da un lato, in alcuni contesti e società, la donna può dirsi emancipata ricoprendo prestigiosi incarichi istituzionali e posizioni di rilievo nel campo della scienza, delle arti, dell’imprenditoria, della moda e delle telecomunicazioni, dall’altro lato la stessa donna, e il suo corpo, è tristemente vittima di attenzioni “superomistiche” fin troppo invasive, violente e incontrollate, finanche manesche, sanguinose e mortali.

Hai in cantiere altri lavori? Come vedi lo “stato dell’arte” della critica? Quali altri campi sarebbero da esplorare e quali vorresti affrontare tu?

Dopo aver reso nota, attraverso quest’ultima raccolta di saggi da poco edita, alle voci e ai pensieri degli intellettuali dell’Ottocento e al loro modo di pensare ed interpretare la donna, sto lavorando affinché abbia voce la controparte femminile. L’impegno muliebre difatti ha coinciso con volti e figure ben definite il cui studio spero riesca a sottrarle dall’oblio a cui per troppo tempo e ingiustamente sono state condannate. La mia ricerca si concentra innanzitutto sulle letterate siciliane che operarono nell’Isola nel medio e tardo Ottocento, dalle più note Giuseppina Turrisi Colonna (1822-1848) e Mariannina Coffa (1841-1878) alle misconosciute palermitane Concettina Ramondetta Fileti (1829-1900), Rosa Muzio Salvo (1815-1866), Lauretta Li Greci (1833-1849) e alla messinese Letteria Montoro (1825-1893): un’intera generazione di autrici che con forza e coraggio si batté affinché potesse esprimere le proprie idee contravvenendo spesso ai dettami imposti dalla società, rischiando cioè l’esclusione familiare, la sofferenza della solitudine e la stessa reputazione. Altro campo d’indagine è ancora la poesia novecentesca con particolare attenzione a quel segmento letterario al femminile che operò un nuovo linguaggio lirico italiano: Antonia Pozzi (1912-1938), Amelia Rosselli (1930-1996), Nadia Campana (1954-1985) e Catrina Saviane (1962 -1991).

   

 

Intervista alla poetessa e scrittrice avolese Paola Liotta, docente: “Le parole aprono vie inesplorate, gettano ponti”

La Civetta di Minerva, 30 marzo 2018

Abbiamo incontrato per voi Paola Liotta, avolese, docente e scrittrice, organizzatrice culturale – insegna materie letterarie e latino nel Polo Liceale dell’Istituto Superiore Statale “E. Majorana”, scrive sia in versi che in prosa, cura nella sua città tè letterari, presenta libri ed eventi, cura il blog “Di scritture, di sogni e di chimere”.

L’occasione è l’uscita, per i tipi di Algra Editore, della raccolta poetica “La felicità è muta”, che verrà presentata nei locali della Biblioteca comunale “Giuseppe Bianca” di Avola l’11 aprile alle ore 18 – ancora una volta l’editore Alfio Grasso conferma la capacità di scouting dei talenti emergenti e l’accoglienza in “casa Algra” di penne già sperimentate (ricordiamo infatti i precedenti scritti della sensibile e raffinata autrice: “Del vento, e di dolci parole leggere”, del 2009; del 2011 è “Di Aretusa e altri versi”, menzione di merito al Premio Letterario Internazionale S. Quasimodo, e del 2013 è il suo primo romanzo “… ed era colma di felicità”; al Premio Pentèlite 2014 è giunto finalista il suo racconto “Miele, mandorle e cannella”; una sua raccolta di trenta “Madrigali e rime varie”  ha ricevuto una segnalazione di merito al Premio letterario Pietro Carrera, edizione del 2017, ed è  stata appena pubblicata con il titolo “La luce dell’inverno” dalla casa editrice “Il Convivio”).

Perché la felicità è muta?

Vorrei che lo scoprissero i lettori, leggendomi. Le liriche de “La felicità è muta” costituiscono un nuovo squarcio del mio percorso creativo dove, pur confermando la mia fiducia illimitata nel valore della parola, emerge una visione intimistica della Felicità, cioè legata al vissuto personale, seppure percepita quale tratto comune d’umanità, che agli altri ci riconduce. Felicità, parola abusata ai nostri giorni, che, però, qui incarna la scrittura stessa e le sue meravigliose energie.

Poesia è felicità o felicità è poesia?

Per me questi due termini si equivalgono e stanno alla Bellezza e al senso stesso del vivere. Ai miei versi corrisponde un amore per la vita che si traduce in testimonianza di gioia, oltre ogni fatica o difficoltà. Per dirla ungarettianamente “la poesia è Poesia quando porta in sé un segreto”, un segreto che sia intessuto di generosità e pura bellezza. Difficilmente il poeta pensa di essere tale, lo è nella misura in cui un’altra persona si riconoscerà nei suoi testi, cogliendone il dato universale.

Qual è il tuo rapporto con la scrittura?

Potrei condensarlo nella massima “Nulla dies sine linea”. È un rapporto vitale: ispirazione, passione, ricerca vi si intersecano e stimolano in reciprocità di intenti. Esso è vivo a partire dalla mia dimensione professionale, che si traduce nella prassi didattica, soprattutto sul versante laboratoriale e creativo. Versi e prosa rappresentano medaglie diverse di uno sguardo che ama spaziare dentro e fuori di sé, portando in superficie “il mondo l’umanità/ la propria vita/ fioriti dalla parola”.

Tè letterari, scuola, scrittura… come concili questi mondi?

Fanno parte di me e si alimentano a vicenda. La scrittura è davvero felicità se intesa come angolo privilegiato da cui meditare sul reale, a ritemprarsi da ogni discrasia, ma anche sfida vera e propria all’incomunicabilità e all’indifferenza, che sono grandi mali del nostro tempo. Le parole aprono vie inesplorate, gettano ponti verso l’altro, spalancano varchi nell’Infinito, ed io godo di precipitarmi in essi. Il mio amore profondo per i libri non può che riconoscersi ‘felice mente’ in tutto ciò.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2993:nelle-biblioteche-siracusane-avviato-il-prestito-digitale&catid=17&Itemid=143

 

 

Per diletto o per studio, volete consultare dei libri? Basta accreditarsi e accedere al sistema Mlol, avrete gli ebook sull’iPad, smartphone, PC…

 

La Civetta di Minerva, 16 marzo 2018

Non solo carta, verrebbe da dire. Le biblioteche siracusane offrono la possibilità – è novità di questi giorni – di accedere al prestito digitale. Basta accreditarsi in biblioteca e accedere al sistema MLOL (Media Library On Line) con le credenziali fornite e… con un click si potranno leggere degli ebook. I libri digitali (se ne potrà richiedere il prestito di due al mese) saranno disponibili sui dispositivi dell’utente per quattordici giorni: si potrà quindi leggere gli ebook scelti sull’iPad, sullo smartphone, sul PC…

E non solo: la piattaforma Media Library offre anche un’App dedicata per permettere ai lettori di esplorare le liste di ebook disponibili, informarsi sulle novità, gestire le proprie liste personali e molto altro.

La biblioteca si pone quindi sempre più non solo come “deposito” di libri, riviste, documenti, ma anche come fonte di sapere diffuso, per venire incontro alle esigenze di inclusione e per realizzare sempre più concretamente la democratizzazione del sapere tramite una sempre maggiore accessibilità dei testi e delle conoscenze. A questo proposito, molte sono le risorse per la scuola primaria e le scuole secondarie di primo e secondo grado.

Auspichiamo anche che si possa presto espandere il servizio includendo l’edicola on line, che permetterà di accedere a seimila giornali e riviste on line.

Ricordiamo che tutte le biblioteche siracusane fanno parte del Sistema Bibliotecario Siracusano (SBS) che già permetteva di controllare se fosse presente e dove il libro richiesto, ma MLOL permetterà di allargare il prestito e “dematerializzarlo” (non sempre è facile, specie in Ortigia, trovare parcheggio e andare a studiare, a fare ricerche o a partecipare ai corsi e alle presentazioni in biblioteca, nonostante il contatto umano e la professionalità del personale siano impagabili; le biblioteche di quartiere inoltre costituiscono a nostro avviso un importante fattore di aggregazione sociale. Vorremmo sollecitare poi i nostri amministratori a non trascurare l’enorme patrimonio archivistico e librario cartaceo presente nelle nostre biblioteche, specie in quella di via dei SS. Coronati: manoscritti e corrispondenze di letterati, Privilegi e Diplomi che rimandano all’antico passato di Siracusa, incunaboli, cinquecentine e pergamene che se non correttamente conservati rischiano il deterioramento).

“La Civetta di Minerva” ha sperimentato per voi il servizio: è bastato registrarsi in biblioteca e tramite e-mail, ricevute le credenziali, è stato semplicissimo accedere alla piattaforma.

Buona lettura!

 

 

 

 http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2981:noto-ripresa-dai-droni-in-paesi-che-vai-su-rai-uno&catid=17&Itemid=143
Guida d’eccezione della troupe televisiva Eleonora Nicolaci, discendente della famiglia più illustre della città. Livio Leonardi: “Abbiamo raggiunto ascolti straordinari

 

La Civetta di Minerva, 16 marzo 2018

Riprese in una manciata di giorni tra le nuvole e il sole di un inverno siciliano, piacevoli conversari sullo splendore del Barocco, le nostre eccellenze valorizzate: “La Civetta di Minerva” è stata per voi sul set di “Paesi che vai…”, in onda su Rai1 alle 9.40 domenica 18 marzo.

Il nostro giornale si era già occupato del programma in occasione della ripresa e messa in onda della puntata su Siracusa. Stavolta tocca a Noto, perla del Vallo – lo ricordiamo: Val di Noto, Mazzara e Demone sono i tre grandi distretti amministrativi di età araba, poi ripresi nel periodo borbonico – che porta il suo nome.

Antonio Costa ha scritto i testi della puntata, mentre regista ne è stato Daniele Biggiero, che ha già diretto la puntata relativa ad Agrigento e che fa parte della squadra del programma da un anno: “Siamo entusiasti del ritorno della trasmissione in Sicilia, regione dai colori e dalle storie che amiamo raccontare e riprendere”. Sì, riprendere, anche grazie allo sguardo del drone che esplora il cielo di Noto e si insinua tra le colonne su, su fino alle volte e alle facciate di chiese e palazzi. Qualche curioso segue la troupe, c’è il tempo per le foto e i saluti o per gustare le specialità per cui Noto e la Sicilia in genere sono a ragione celebri.

Livio Leonardi, ideatore e conduttore del programma – anche se è doveroso ricordare “Ciao Italia”, “Bella Italia”, “Le strade del sole”, “Una troupe racconta”, alcuni dei titoli di fortunati programmi per cui è stato apprezzato e premiato, sempre basati sul concetto di valorizzazione dei territori – ci racconta di come la trasmissione si sia evoluta nel tentativo di raccontare le città e le loro comunità, anche tramite un cambio di prospettiva: “Gli spettatori della nuova stagione troveranno più “fiction”, più figuranti, più storia e storie locali che forse ci regalano una chiave di lettura della storia nazionale; siamo molto attenti a realtà che si occupano di rievocazione storica – nella puntata su Noto, risulta indovinata la presenza di alcuni figuranti dell’Associazione netina “Corteo Barocco”, che hanno interpretato personaggi come Sinatra e Gagliardi – con professionalità e passione. La spinta del territorio per noi è fondamentale per raccontare al meglio le città: la bellezza di un costume, i disegni, le testimonianze pittoriche e figurative, tutto contribuisce alla narrazione”.

Cosa vuol dire per lei e per la troupe tornare in Sicilia?

“Siracusa e Agrigento sono uno scrigno di testimonianze. Il racconto che vedrete è, diciamo così, diluito; per la puntata di Noto abbiamo girato in diverse location, sei o sette, con quaranta minuti di racconto storico-artistico: per capire meglio il punto di vista che abbiamo scelto di assumere, basta guardare la sigla, accompagnata dalla voce di Andrea Bocelli che canta “Con te partirò”; l’occhio del visitatore, che magari dallo spazio profondo si avvicina sempre di più alla terra e poco a poco focalizza quello che vede, è il modo non accademico e molto fruibile con cui narriamo i luoghi”.

Quali fonti avete utilizzato?

“Le nostre fonti sono i documenti, i libri, le testimonianze: cerchiamo di valorizzare anche in questo campo i beni archivistici e librari che l’Italia conserva, parte non indifferente del patrimonio per cui siamo giustamente famosi nel mondo”.

Qual è la risposta del pubblico?

“I dati parlano da soli. Abbiamo raggiunto ascolti straordinari: se penso alla puntata su Lucca, ha raggiunto lo share del 23%, il risultato più alto di RaiUno fino al TG1 delle 20; la copertura netta è di 4.400.000, con un ascolto medio di due milioni e un +1,8% ad ogni puntata. Il format è originale, la progettazione editoriale è curata, ecco perché siamo premiati dall’apprezzamento del pubblico”.

Quali saranno le prossime tappe? Verrà toccata di nuovo anche la Sicilia?

“Brescia, Palermo, Recanati e quindi le Marche, la Puglia… non ci fermiamo”.

Quali altre novità ci sono nel programma? Ha in mente nuovi spunti, magari per le prossime puntate o per la nuova stagione?

“Intanto mi piace ricordare la rubrica “Naturosa”, che presenta itinerari naturalistico-paesaggistici e curiosità relative alla natura che circonda le città che narriamo o che, nel caso dell’Etna, caratterizza la regione: i parchi nazionali, i segreti e le risorse delle terre visitate, ecco la particolarità di “Naturosa”. Nella puntata su Noto ci è piaciuto riproporre – ma secondo un nuovo punto di vista, con un taglio differente – la nostra visita al vulcano. Ricordo sempre che la nostra ottica è quella della valorizzazione del patrimonio Unesco, di cui l’Italia è ricchissima: Noto e l’Etna, Agrigento, Modica con il suo cioccolato o la zona di Marzamemi con i prodotti di tonnara.

…La nostra visione è grandangolare. Allo studio c’è comunque anche una nuova rubrica che per ora è top secret” (ma ci facciamo promettere che “La Civetta di Minerva” sarà presente quando “Paesi che vai” tornerà in Sicilia).

Guida d’eccezione, che ha accompagnato Livio Leonardi e che guiderà i telespettatori alla scoperta delle bellezze della perla del Barocco siciliano, è la netina Eleonora Nicolaci. Che non è soltanto una guida turistica preparata, ma appartiene alla famiglia che forse più di tutte ha caratterizzato la storia di Noto (“La Civetta di Minerva” ha recensito il libro uscito per i tipi della Libreria Editrice Urso e che ricostruisce la storia dei Nicolaci dalla fondazione della casata alla fine del XVIII secolo, approfondendo eventi fondamentali per la storia netina e non solo come il terremoto del 1693); Eleonora Nicolaci, che si occupa di ricettività turistica anche grazie alla struttura aperta un anno fa, incentrata sulla fotografia e i siti più significativi del Val di Noto (il B&B PhotoGuest, cui dobbiamo nella persona di Giovanni Tumminelli i crediti delle fotografie che accompagnano l’articolo), passeggiando e dialogando con Livio Leonardi per il “giardino di pietra”, la Noto barocca di Santa Chiara e della Cattedrale, di Palazzo Nicolaci e delle altre splendide location della puntata di “Paesi che vai”, ha descritto e narrato con grazia e competenza la storia dei siti visitati. Ecco le sue parole sull’esperienza vissuta.

“Essere chiamata dall’autore della trasmissione per la mia pubblicazione su Noto e la famiglia Nicolaci e quasi contemporaneamente dal Comune per essere la guida per la puntata è stata una grandissima soddisfazione, come pure poter fare un salto nel mondo di mamma Rai: vedere il dietro le quinte, collaborare alla creazione della puntata, conoscere Livio Leonardi e la sua troupe, incoraggiante e paziente, che ci ha messo il cuore e anche di più per confezionare un prodotto di divulgazione sulla splendida e maestosa Noto, che spero sia conosciuta e amata sempre di più, è stata un’esperienza unica”.

E per voi…

Avete perso la puntata su Noto? Ecco a voi 😉
Per diletto o per studio, volete consultare dei libri? Basta accreditarsi e accedere al sistema Mlol, avrete gli ebook sull’iPad, smartphone, PC…

 

La Civetta di Minerva, 16 marzo 2018

Non solo carta, verrebbe da dire. Le biblioteche siracusane offrono la possibilità – è novità di questi giorni – di accedere al prestito digitale. Basta accreditarsi in biblioteca e accedere al sistema MLOL (Media Library On Line) con le credenziali fornite e… con un click si potranno leggere degli ebook. I libri digitali (se ne potrà richiedere il prestito di due al mese) saranno disponibili sui dispositivi dell’utente per quattordici giorni: si potrà quindi leggere gli ebook scelti sull’iPad, sullo smartphone, sul PC…

E non solo: la piattaforma Media Library offre anche un’App dedicata per permettere ai lettori di esplorare le liste di ebook disponibili, informarsi sulle novità, gestire le proprie liste personali e molto altro.

La biblioteca si pone quindi sempre più non solo come “deposito” di libri, riviste, documenti, ma anche come fonte di sapere diffuso, per venire incontro alle esigenze di inclusione e per realizzare sempre più concretamente la democratizzazione del sapere tramite una sempre maggiore accessibilità dei testi e delle conoscenze. A questo proposito, molte sono le risorse per la scuola primaria e le scuole secondarie di primo e secondo grado.

Auspichiamo anche che si possa presto espandere il servizio includendo l’edicola on line, che permetterà di accedere a seimila giornali e riviste on line.

Ricordiamo che tutte le biblioteche siracusane fanno parte del Sistema Bibliotecario Siracusano (SBS) che già permetteva di controllare se fosse presente e dove il libro richiesto, ma MLOL permetterà di allargare il prestito e “dematerializzarlo” (non sempre è facile, specie in Ortigia, trovare parcheggio e andare a studiare, a fare ricerche o a partecipare ai corsi e alle presentazioni in biblioteca, nonostante il contatto umano e la professionalità del personale siano impagabili; le biblioteche di quartiere inoltre costituiscono a nostro avviso un importante fattore di aggregazione sociale. Vorremmo sollecitare poi i nostri amministratori a non trascurare l’enorme patrimonio archivistico e librario cartaceo presente nelle nostre biblioteche, specie in quella di via dei SS. Coronati: manoscritti e corrispondenze di letterati, Privilegi e Diplomi che rimandano all’antico passato di Siracusa, incunaboli, cinquecentine e pergamene che se non correttamente conservati rischiano il deterioramento).

“La Civetta di Minerva” ha sperimentato per voi il servizio: è bastato registrarsi in biblioteca e tramite e-mail, ricevute le credenziali, è stato semplicissimo accedere alla piattaforma.

Buona lettura!

Incontro letterario-musicale al cine teatro Italia di Sortino, organizzato dal Comune in collaborazione con la Biblioteca Comunale ”Andrea Gurciullo” e il Primo istituto comprensivo “G.M. Columba” di Sortino

La Civetta di Minerva, 2 marzo 2018

“Persuasione” e “Northanger Abbey”(1818) sono due romanzi postumi: mentre il secondo era già terminato nel 1803, il primo è in realtà l’ultima opera completa scritta poco prima dell’aggravarsi della malattia di Addison che ne porterà alla morte l’autrice il 18 luglio del 1817: quindi, quest’anno ricorrono duecento anni esatti dalla pubblicazione di due dei sei romanzi canonici – gli altri sono naturalmente “Orgoglio e pregiudizio”, “Ragione e sentimento”, “Emma” e “Mansfield Park” – di Jane Austen, il bicentenario della cui scomparsa è stato celebrato nel 2017.

L’autrice inglese, letta, parodiata, reinventata, frequentata dal teatro e dal cinema (ricordiamo per tutti “Il club di Jane Austen”), gode di un successo imperituro: Catherine, Anne, Elizabeth, Elinor e Marianne, Emma e Fanny, le sue eroine, sono modelli dell’eterno femminino in lotta per la propria affermazione nonostante l’epoca Regency e la nostra sembrino agli antipodi. La Austen, ironica e pungente, genio universale che è sbagliato imbrigliare nell’assurda categoria dei “romanzi per signorine” sebbene le apparenze mostrino il contrario – gli eventi storici non sembrano toccare i suoi romanzi, che ruotano intorno a balli, intrighi matrimoniali, pettegolezzi, concerti casalinghi, picnic –, ritrae con la sua penna acuta la piccola nobiltà di campagna e la borghesia che tenta la scalata sociale: nulla sfugge alla sua penna acuta che lavora su “tre o quattro famiglie in un villaggio di campagna” come un incisore, come un monaco alle prese con le miniature di una pergamena; la Austen paragonava infatti il proprio lavoro ad un “pezzettino di avorio, largo due pollici”, modellato “col più fine dei pennelli, in modo da produrre il minimo degli effetti col massimo dello sforzo”: nonostante una biografia apparentemente priva di avvenimenti rimarchevoli, la profondità della riflessione e la vastità dell’immaginazione – sense and sensibility, razionalismo illuminista e romanticismo ottocentesco, che la Austen comunque aborriva e parodiava nei suoi eccessi lacrimevoli e gotici – l’hanno resa universalmente nota e apprezzata sia dai lettori che da studiosi e critici.

Lo scorso anno, la pianista Donatella Motta e la docente e scrittrice Maria Lucia Riccioli, qui in veste di voce narrante, si erano rese protagoniste di un aperitivo letterario a tema Jane Austen organizzato dalla dottoressa Paola Cappè, impegnata nel diffondere l’amore per i libri e la lettura con varie iniziative che ruotano intorno alla biblioteca Agnello di Canicattini Bagni (SR); quest’anno, venerdì 2 marzo scorso il recital è stato riproposto all’interno dell’incontro letterario-musicale “Vi presento Jane Austen” che si è tenuto presso il CineTeatro Italia a Sortino. L’evento è organizzato dal Comune di Sortino in collaborazione con la Biblioteca Comunale ”Andrea Gurciullo” e il Primo istituto comprensivo “G.M. Columba” di Sortino: le classi seconde della scuola secondaria di primo grado – da rimarcare la sensibilità della docente Lisa Manca, oltre che l’impegno della dottoressa Maria Sequenzia, che ha fortemente voluto il progetto – hanno presentato un lavoro di ricerca sulla scrittrice che si è concluso con il recital del duo siracusano.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2929:la-prof-gringeri-pantano-dona-un-prezioso-libro-ad-avola&catid=17&Itemid=143

Le “Osservazioni geognostiche e geologiche sopra i terreni” di quella città, scritto da Pompeo Interlandi nel 1837. Nel cinquantenario della Pro Loco ne è stata tratta una ristampa anastatica

La Civetta di Minerva, 2 febbraio 2018

Riflettere sul terremoto del 1693 e sugli studi che nell’Ottocento venivano denominati di “Geognosia” non è questione oziosa, anzi ma permette non solo agli storici – compresi gli storici della scienza – ma anche ai geologi e agli esperti di sismi di comprendere meglio la natura del nostro territorio, ovvero quello della Sicilia sudorientale che ebbe a soffrire maggiormente di una delle catastrofi più gravi della storia moderna se non della storia umana e della Terra in generale, oltre che a permettere insieme alle nuove scoperte di approntare soluzioni per affrontare eventuali nuovi eventi sismologici.

In occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione della Pro Loco di Avola (2017) è uscita laristampa anastatica di uno studio del 1837, presente negli Atti della celebre Accademia Gioenia di Catania, scritto da Pompeo Interlandi e Sirugo principe di Bellaprima, calatino di origine ma vissuto fin dalla prima infanzia ad Avola, la cui biografia – che risente degli stilemi del tempo e della prassi elogiativa dei concittadini illustri –, lavoro del botanico Giuseppe Bianca, è posposta al saggio, intitolato “Osservazioni geognostiche e geologiche sopra i terreni di Avola” (uscito per i tipi della tipografia di Andrea Norcia a Noto).

L’esemplare, ritrovato presso l’Antica Libreria di San Gregorio di Catania, è stato donato dalla professoressa Francesca Gringeri Pantano alla Biblioteca comunale di Avola che porta il nome di Giuseppe Bianca (intellettuale che coltivò sia interessi scientifici che umanistici: ricordiamo che si occupò anche della poetessa e patriota netina Mariannina Coffa, incoraggiandone il cammino poetico).

Nel saggio l’Interlandi dà notizia della tipica pietra calcarea giurgiulenadelle conchiglie ivi contenute, della Grotta di Marotta, temperando le teorie illuministiche con la lezione del suo maestro Carlo Gemmellaro: la geologia si sta differenziando e specializzando nell’ambito delle Scienze naturali e ne è prova lo studio litologico, paleontologico e stratigrafico che Interlandi mostra di aver compiuto sul territorio in esame.

Lo studioso della scienza troverà motivi di interesse nei riscontri fra quanto si conosceva all’epoca di Interlandi e quanto di nuovo le indagini moderne abbiano acquisito, mentre il linguista apprezzerà le chicche rappresentate da parole desuete e impianto retorico tipici dello scrivere del tempo; l’elogio di Giuseppe Bianca consente invece, al di là del motivo encomiastico, di gettare una luce sulla nobiltà ottocentesca, sulla reazione del ceto nobiliare e borghese ai moti e alle rivoluzioni degli anni Trenta dell’Ottocento, al Quarantotto e al Risorgimento con tutte le problematiche relative alla rappresentanza parlamentare e ai nuovi equilibri tra i ceti, oltre che sulla formazione intellettuale di un rampollo della nobiltà siciliana quale l’Interlandi, visto anche nelle sue componenti umane e nei complicati rapporti familiari.

Intervista all’autrice di Armonia d’essenza: “Il mio impegno come editor e book counselor, o consulente editoriale, nasce dall’amore per la parola”

 

La Civetta di Minerva, 2 marzo 2018

“La Civetta di Minerva” ha incontrato per voi Teresa Laterza, docente, scrittrice, book counselor e editor; nativa di Putignano, vive a Caltagirone. Ha recentemente pubblicato un volume di versi per i tipi di CTL Editore, “Armonia d’essenza”, che raccoglie poesie dense di ricerca del significato più profondo della parola, appunto della sua essenza che forse coincide con l’essenza stessa della vita, del senso più vero dello stare al mondo. Stati d’animo, pensieri, riflessioni, emozioni si esprimono in liriche anelanti all’armonia di cose e lingua.

Come si è approcciata al mondo della scrittura?

Amo la “parola” fin da piccola, da quando ho iniziato a prendere coscienza del fatto che l’uso efficace delle parole possa aprire infiniti orizzonti. Il modo in cui comunichiamo e ci rapportiamo agli altri attraverso la parola può determinare incredibili e provvidenziali cambiamenti. La forza della parola è qualcosa di inimmaginabile. Le parole toccano l’anima, spingono a riflettere e veicolano sentimenti. Ho mosso i primi passi nel mondo della scrittura con le poesie. Ricordo che, quando ero alle scuole elementari, per la festa della mamma, la maestra ci chiese di scrivere una poesia, fu allora che accadde qualcosa di inspiegabile. Sembrava così naturale per me comporre versi! Era come se una voce, proveniente da chissà dove, mi guidasse nel rendere alla carta le mie sensazioni, i miei sentimenti più riposti. Pareva che una forza invisibile guidasse la mia mano nel dare forma a ciò che intimamente era confuso e disordinato. Questo mistero continua ad accompagnarmi tuttora nella stesura dei miei scritti poetici e di altro genere. Credo che l’ispirazione poetica, o scrittoria in generale, sia un dono divino e di questo sono riconoscente, perché non vi è nulla di più bello che riuscire a donare con la parola.

Può descriverci il suo lavoro di editor e book counselor? Potremmo utilizzare le parole italiane corrispondenti, cioè consulente editoriale?

Il mio impegno come editor e book counselor, o consulente editoriale, nasce proprio dall’amore per la parola. Consapevole del fatto che ognuno di noi abbia dentro di sé un mondo di emozioni, ma che non sempre riesca a renderle alla carta, ho seguito il mio istinto nel cercare di aiutare chi scrive a comunicare quanto più efficacemente possibile. Il book counselor o consulente editoriale è sostanzialmente quella figura importante che si mette al servizio dell’autore e che ha il compito di seguirlo subito dopo la scrittura del libro. Si occupa di correggere qualsiasi tipo di errore presente nello scritto, di dare un senso compiuto alle frasi e di rendere la lettura quanto più fluida possibile. Il compito del consulente editoriale, tuttavia, non si limita a questo. Altra funzione fondamentale è quella di seguire e aiutare l’autore durante le presentazioni della sua opera. Dovrà saper svolgere, quindi, anche il ruolo di mediatore. Una comunicazione efficace è alla base dell’interesse e della curiosità. Perché ciò avvenga non è sufficiente che il book counselor sia solo una persona preparata e che, quindi, abbia dimestichezza con la parola e con la conoscenza della lingua italiana e delle regole grammaticali, ma è necessario che sviluppi una comunicazione empatica con lo scrittore, comunicazione che è possibile solo attraverso una lettura attenta dell’opera dello stesso, quasi a farne suoi i contenuti; solo quando si sarà calato nei significati che l’autore ha voluto esprimere e sarà riuscito a catturare l’attenzione e l’interesse del pubblico, allora il suo compito potrà dirsi concluso. Proprio ultimamente sono impegnata nella stesura di un saggio in cui tratto della scrittura e dell’importanza della figura del book counselor.

Non crede nel filtro e nella mediazione culturale degli editori? Perché l’autopubblicazione?

Certamente. Esistono ottimi editori in grado di fornire agli autori il giusto aiuto e la necessaria considerazione. Il mio impegno collaborativo come book counselor o consulente editoriale è qualcosa che si affianca, sovente, alle competenze di una buona Casa Editrice, ma può anche essere richiesto al di fuori dei servizi messi a disposizione dall’editore, al quale l’autore fondamentalmente si rivolge per la pubblicazione del proprio manoscritto. Resta il fatto che, sia che si scelga la via della pubblicazione attraverso una Casa Editrice, sia che si opti per l’autopubblicazione, il successo di un libro dipenderà dalla qualità del libro stesso e tale qualità, ribadisco, è legata all’uso corretto della lingua e ad una promozione adeguata affidata a chi sa esprimersi efficacemente conoscendo il potere della parola di veicolare sentimenti ed emozioni.

L’esperienza poetica: qual è il senso della poesia oggi?

Difficile dire cosa sia per gli altri la poesia. Posso sicuramente affermare che, personalmente, esperisco la poesia come un impellente bisogno di esternare pensieri e di essere autenticamente me stessa. Attraverso la parola ci si spoglia di tutte le maschere e le “prigioni” che ingabbiano l’uomo in questa società basata molto più sull’apparenza che sulla sostanza. La poesia è volo libero, autenticità, essenza, armonia, (Armonia d’essenza è proprio il titolo che ho dato alla mia ultima silloge pubblicata dalla CTL Edizioni) verità e, come tutte le altre forme d’arte, è dono di sé agli altri, fremito, passione, condivisione. Credo che, ultimamente, si stia riscoprendo l’importantissimo valore sociale e morale della poesia, forse proprio in seguito alle brutture che caratterizzano, ahimè, la nostra società. Tutto quello che di positivo può derivare dalla parola in versi o narrativa, nel suo divenire esperienza, dimostrazione, riflessione, non può che rappresentare quel tassello in più indispensabile per dar vita ad una società basata su sani principi, sull’etica, sulla gratitudine, sulla ragionevolezza, sul rispetto dell’altro e dell’ambiente.

Lei fa parte del direttivo della rivista internazionale “Le Muse”, giunta ai vent’anni di attività e che ha accolto tra gli altri i contributi di Peter Russell e Giorgio Barberi Squarotti. Qual è il ruolo oggi delle riviste letterarie rispetto al passato?

Le riviste letterarie in passato furono di importanza sostanziale perché, proprio attraverso la loro opera, molti poeti esordienti si fecero conoscere ed apprezzare. Grandi furono le attività di traduzione di poeti contemporanei stranieri che permisero il superamento di angusti limiti provinciali attraverso il contatto con le più importanti correnti di pensiero. L’impegno politico fu un’altra caratteristica delle riviste letterarie del passato. Le riviste letterarie ancora oggi hanno un’importantissima funzione da assolvere, quella della diffusione della cultura e dell’arte in genere. Diffondere cultura attraverso articoli, interviste, note critiche e recensioni significa promuovere autori meritevoli, dare loro il giusto spazio e riconoscimento, ascoltarli attraverso i loro scritti, mettendo a disposizione dei lettori le loro personali esperienze che possono essere d’aiuto e d’insegnamento. È questa, in particolare, la missione della rivista internazionale Le Muse, da quasi vent’anni sul panorama culturale, diretta dalla dottoressa, nonché giornalista, critico e poetessa, Maria Teresa Liuzzo, con la quale ho il piacere di collaborare. Sostenere la cultura è un dovere e un segno di civiltà. La cultura si costruisce insieme con impegno, determinazione, competenze, notti insonni e tanto sacrificio.

Di grande qualità i racconti horror presentati alla Casa del Libro. Un’antologia con i migliori autori del genere che hanno ambientato le storie in Italia

La Civetta di Minerva, 16 febbraio 2018

Domani, 17 febbraio, a partire dalle 18.30, presso la Casa del Libro Rosario Mascali, ci sarà la presentazione dell’antologia di racconti horror “I signori della notte, storie di vampiri italiani”, a cura di Luca Raimondi, pubblicata da Morellini editore. Oltre al curatore Luca Raimondi – ricordiamo il suo ultimo romanzo, “Il grande chihuahua” (Augh! Edizioni), scritto insieme a Joe Schittino; si è riformato il duo di “Cerniera lampo”, recentemente rieditato – saranno presenti anche due autori, Stefano Amato e Angelo Orlando Meloni, che il nostro giornale ha avuto modo di intervistare e recensire più volte (ricordiamo il libro su Archimede di Amato e “La fiera verrà distrutta all’alba” tra gli ultimi lavori di Angelo Meloni; la trasmissione “Segnalibro” di Tris, condotta da Maria Lucia Riccioli e dalla giornalista e scrittrice Lucia Corsale, le interviste sia a Raimondi che a Meloni).

Chi sono i vampiri? La figura del non morto, tipica di molte tradizioni europee, divenuta icona grazie a Bram Stoker e ai suoi epigoni, non ultima l’autrice di “Twilight” o i cineasti che si sono cimentati con paletti di frassino, incarnati pallidi, castelli transilvani e tutto l’armamentario dei vari Van Helsing e ammazzavampiri collegati, non smette di incarnare sempre nuove istanze. In questo libro la vediamo scorrazzare da Bologna alla Maremma, da Roma alle Dolomiti, soggetto di marketing in Piemonte e manager di cooperative sociali in Sicilia, oggetto di studio per uno psichiatra di Milano…

La prefazione è di Andrea G. Pinketts e l’antologia contiene racconti di Gianluca Morozzi, Stefano Pastor, Sacha Naspini, Fabio Mundadori, Giuseppe Maresca, Nicola Lombardi, Fabio Lastrucci, Silvana La Spina, Maurizio Cometto, Fabio Celoni, Danilo Arona, Angelo Orlando Meloni, Stefano Amato, Luca Raimondi, Lea Valti.

Com’è nata l’idea di questa antologia? Come avete lavorato per realizzarla?

L’idea è nata un paio d’anni fa, durante una delle tante conversazioni con l’amico, studioso e appassionato di cinema e letteratura horror, Giuseppe Maresca. Per una pura coincidenza avevamo scritto entrambi due racconti che si ispiravano a due classici del genere vampirico: il mio conteneva una palese citazione del “Vampiro” di Polidori, quello di Maresca conteneva più di un richiamo alla “Carmilla” di Le Fanu. In buona sostanza entrambi avevamo citato due illustri precursori del più celebre “Dracula” di Bram Stoker ed entrambi avevamo deciso di collocare l’azione in Italia, nei contesti a noi più familiari. Pensare di impostare un’intera antologia su questa base è stato un passo quasi consequenziale. Non sono certo molti gli esempi di racconti e romanzi italiani che collocano nei nostri territori gli archetipi dell’horror, il più delle volte materiale abbastanza scadente.

A quel punto ho invitato molti degli scrittori che conoscevo o con cui avevo collaborato e che stimavo, a partire da Gianluca Morozzi: aveva già firmato la prefazione a un mio libro e ha subito capito lo spirito dell’operazione, facendo passeggiare Dracula per i portici di Bologna. A lui si sono aggiunti via via tanti altri, non solo i migliori specialisti del “genere” quali per esempio Danilo Arona e Nicola Lombardi, che comunque consideravo e considero autori a tutto tondo, popolari sì ma di grandissima levatura intellettuale e artistica, ma anche altri scrittori che magari avevano soltanto sfiorato l’horror senza mai affrontarlo di petto. Un esempio per tutti, Silvana La Spina, pluripremiata autrice di gialli e romanzi storici per case editrici come Mondadori, Bompiani, Giunti, ma potrei citare anche due autori molto conosciuti dal pubblico siracusano come Angelo Orlando Meloni e Stefano Amato. Quando si lavora con autori bravi, realizzare progetti del genere è semplice: ogni racconto che mi è giunto, infatti, era di grandissima qualità e di conseguenza anche trovare un editore è stato sì difficile (le antologie di racconti horror generalmente non raggiungono infatti grandi quote di mercato) ma non impossibile. Mauro Morellini, un editore di Milano con distribuzione nazionale, attento alla qualità prima ancora che al mercato, ha infatti sposato il progetto a prescindere dalle valutazioni di natura commerciale.

Com’è stato declinato il tema del vampiro dagli scrittori dell’antologia? Quale valore assume la figura del vampiro oggi – dato che film e libri ce ne hanno consegnato tante diverse sfumature?

Avevo in squadra autori molto diversi tra di loro e ognuno provvisto di una “voce” peculiare, una chiara identità letteraria, per cui il tema è stato affrontato in modo molto differenti, fornendo ovviamente quella varietà polifonica che è il valore aggiunto delle migliori antologie rispetto ai più monolitici romanzi. Ci sono racconti tenebrosi e dolorosi, ambientati tanto nel passato quanto nell’attualità, altri satirici, politici, ironici e persino divertenti, nei limiti in cui può definirsi divertente il genere horror. C’è persino un racconto, quello di Lea Valti, che osa persino il dialetto romanesco, con effetti sorprendenti. Il vampiro è un grande archetipo letterario, dire qualcosa di nuovo su una creatura tanto affascinante quanto decisamente inflazionata non era facile, ma se mi trovo qui a rispondere di quest’antologia è perché sono convinto che tutti i racconti che ho scelto contengano una prospettiva eccentrica rispetto a qualunque stereotipo legato ai “signori della notte” dai canini aguzzi, a partire naturalmente dal fatto che circolano per Milano, Roma, Bologna, Catania o Siracusa, montagne dolomitiche e paesini maremmani, e hanno a che fare con capitalisti, operai, psicologi, basi militari, mafiosi. Il mito del vampiro è millenario perché incarna tante pulsioni, paure e persino speranze dell’uomo (l’immortalità in primis) e non passerà mai di moda, contiene sempre qualche aspetto che si può applicare a un lato dell’animo umano  o a una qualche contingente situazione contemporanea. Del resto di vampiri che succhiano il sangue è oggi più che mai pieno il mondo, creature maligne capaci tanto di sedurre quanto di ripugnare, ne trovate a decine a capo di governi, eserciti, organizzazioni criminali, multinazionali.

Fila ininterrotta di visitatori alla mostra dei sarcofagi egizi. Il professor Teodoro Auricchio (Istituto Europeo del Restauro): “Il restauro è un lavoro di équipe”. L’effetto sui minori: dopo la visita, un bambino è ritratto come un Egizio dalla sorella

La Civetta di Minerva, 19 gennaio 2018

Prosegue ancora, fino al 15 aprile 2018, la mostra egizia “La porta dei sacerdoti – I sarcofagi egizi di Deir-el Bahari” presso l’ex monastero e Chiesa di Montevergini in Ortigia.

Grande il successo di pubblico per questa che è molto più di un’esposizione: secondo le nuove tendenze della valorizzazione dei reperti, la fruizione è unita al contatto con i restauratori grazie alla futuristica cabina che permette di vederli al lavoro su questi antichi manufatti di legno – spesso composti di diversi pezzi assemblati data la cronica mancanza di legno in Egitto –, limo, creta, poi dipinti con scene figurative e non solo geroglifici tratti dal Libro dei Morti come nella XXVI dinastia.

Si tratta di pezzi unici e rarissimi a dominante giallo ocra, provenienti dalla Collezione Egizia del Musées Royaux d’Art et d’Histoire di Bruxelles ed appartenenti ad un periodo poco conosciuto della civiltà egizia, il terzo periodo intermedio, corrispondente alla XXI Dinastia (1070-900 a.C.). Provengono dal Secondo Nascondiglio di Deir el Bahari, comunemente conosciuto col nome moderno di “Bab el Gasus” che significa “La Porta dei Sacerdoti”, da cui il titolo della mostra. La tomba collettiva, scoperta casualmente nel 1891, comprendeva non meno di 450 sarcofagi ed un numero incalcolabile di suppellettili funerarie (splendidi gli ushabti, le statuette che avrebbero fatto da servitori ai defunti).

Il lavoro affascinantissimo di datazione – per vari motivi la tomba venne svuotata senza che se ne disegnasse una mappa precisa, che avrebbe permesso di collocare meglio nel tempo mummie e sarcofagi – e restauro ci viene raccontato non solo con competenza ma anche con signorile gentilezza dal professor Teodoro Auricchio dell’Istituto Europeo del Restauro: “Nel momento in cui restauriamo, proponiamo gli interventi. A questo punto si riuniscono i conservatori e i restauratori e si discute per decidere una linea comune: ad esempio, togliere tutto quanto non era originale, le integrazioni alle lacune… La diagnostica (a raggi infrarossi, ultravioletti) continua anche durante l’intervento. È un lavoro di équipe (esperti di diagnostica, restauratori, egittologi) e la comunicazione tra i portatori di diverse competenze è continua. Oltre ai miei due collaboratori, i restauratori, che vengono a specializzarsi qui, provengono un po’ da tutto il mondo (Taiwan, India, Galles, Bulgaria…)”.

Il professore ci ha illustrato non solo i reperti in mostra ma anche le tecnologie utilizzate per restaurarli, come gli occhiali che permettono al restauratore sia la visione normale che quella modificata, che offre a chi guarda la visione ad infrarossi e ultravioletti e quindi le risultanze di Tac, radiografie, analisi fisiche e chimiche (sui pigmenti, la composizione dei legni, la struttura, le parti moderne di raccordo…), oltre che filmare quanto si sta operando.

Scoperta nella scoperta, questi sarcofagi sono delle vere e proprie capsule del tempo: un biglietto da visita dell’Ottocento, rimasto nascosto all’interno di uno dei reperti, porta il nome di Armand Bonn. Il tempo dischiude i suoi portali e ci catapulta fino all’8 febbraio del 1864, quando la mano dell’esperto in “riparazioni invisibili” pensò di immortalare il proprio lavoro e di lasciare un messaggio ai restauratori del futuro: chissà che il lavoro del professore e della sua squadra non rivelino altre sorprese…

Emozionante anche leggere i nomi delle cantatrici di Amon, ammirare una stele dell’epoca di Tutmosi III, le corone di fiori che erano posate sulle mummie di Ramses II e Seti I o il papiro che ci racconta la storia del processo a quello che chiameremmo un “tombarolo”: testimonianze uniche che ci riportano ad un passato remotissimo che si rende presente ai nostri occhi interessati e stupiti.

La mostra prevede sconti particolari e “offerte” pensate per i gruppi, le famiglie, le scuole e in particolare (com’è avvenuto per l’Epifania) per i bambini: la mascotte Mumy – raffigurata nelle didascalie durante il percorso dedicato ai più piccoli con attività e testi dedicati – il 6 e 7 gennaio scorsi ha donato ai bambini presenti alla visita guidata offerta dal museo dei dolci offerti dalla pasticceria Condorelli.

Ecco le impressioni di Paolo, dieci anni, che è stato ritratto in vesti di Egizio con tutta la famiglia dalla sorellina Miriam, otto.

Cosa ti è piaciuto di più della mostra?

“I sarcofagi della diciannovesima dinastia, perché erano più antichi e più poveri di quelli della ventesima e ventunesima”.

Ti ha fatto impressione la mummia del bambino? (Non appartiene ai sarcofagi ritrovati, ma è stata inserita per completezza espositiva).

“Sì, tanto”.

E cosa ne pensi del professore?

“Molto intelligente e molto informato su un sacco di cose, infatti ha dato una spiegazione molto dettagliata”.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2867:la-produzione-dei-pellami-a-noto-prima-del-terremoto-del-1693&catid=17&Itemid=143

Convegno dell’Archeoclub di Noto dedicato alla memoria del tragico eventoNelle giornate di studio si è parlato anche dei mulini

La Civetta di Minerva, 19 gennaio 2018

Presso la sala Gagliardi del palazzo Trigona a Noto, si è appena conclusa la quinta edizione del convegno “Nella ferita la cura – 11 gennaio 1693”, organizzato dall’Archeoclub sezione Noto e dedicato alla memoria e alle indagini sul terremoto che trecentoventicinque anni fa sconvolse la Sicilia, specie sud orientale.

Durante le giornate di studio, incentrate soprattutto sulle concerie di Noto antica, i relatori – Laura Falesi, Antonino Attardo, Luigi Lombardo, Giuseppe Libra, Susanna Falsaperla, Simona Caruso, Danilo Reitano, Riccardo Merenda – hanno esposto lo “stato dell’arte” sull’argomento, sia in un’ottica di studio che di valorizzazione, a partire ad esempio da Cava Carosello e quindi dal paesaggio che rientra nel demanio forestale del territorio in questione. Interessanti le notizie emerse sui mulini e sulla produzione e il commercio dei pellami nel Cinquecento e sulla mappatura dei luoghi studiati, oltre che sull’apporto delle nuove tecnologie in funzione della conoscenza del fenomeno terremoto.

L’approccio ha mirato a integrare l’aspetto umanistico e quello scientifico: pensiamo al lavoro dello studioso Dario Burgaretta sulla strage di ebrei nel 1474, fenomeno tutt’altro che isolato – la persecuzione contro gli ebrei ha vissuto momenti di stasi e di recrudescenza legati anche alla “concorrenza” economica nell’ambito del lavoro di conciatore e tintore – e alla collaborazione di giovani archeologi (Eleonora Listo, Paolo Amato, Pietro Tiralongo, Pasquale Sferlazza, Vanessa Leonardi, Sara Andolina) nel lavoro di rilievo e rappresentazione grafica dei siti analizzati.

Il convegno è stato arricchito dalla passeggiata alle concerie di Noto antica nella valle del Carosello e damomenti musicali come il concerto di Carlo Muratori, che ha eseguito “La Cantata di li Rujni”, eco delle memorie dei cantastorie, lavoro che questo giornale ha avuto modo di recensire; Maria Teresa Arturia voce, fisarmonica e piano, e Francesco Bazzano alle percussioni hanno accompagnato l’artista nella Chiesa di Sant’Antonio.

Altra “chicca” è stata l’esecuzione di alcuni brani tratti dalla Messa di Requiem composta da Mario Capuana, autore tra l’altro di mottetti e altre composizioni, maestro di cappella della Chiesa Madre di San Nicolò a Noto Antica tra il 1643 e il 1646 (soprano Corrada Fugà, Ermenegildo Mollica tenore, Raffaele Schiavo alto, Alfonso Lapira basso, si sono esibiti insieme a Joachim Klein al violoncello e ad Andrea Schiavo all’arciliuto; il violinista Gabriele Bosco insieme agli altri due strumentisti ha invece eseguito musiche di Arcangelo Corelli).

Don Fortunato Di Noto ammonisce i genitori e la scuola a vigilare su ciò che i ragazzi fanno con smart phone e computer

La Civetta di Minerva, 15 dicembre 2017

Stimolata da un’indagine social del professor Massimo Arcangeli, docente di linguistica italiana ed ex-preside della facoltà di lingue e letterature straniere presso l’Università degli Studi di Cagliari, rifletto insieme a voi lettori sullo statuto di verità che chiediamo alle cose, all’informazione, all’entertainment, alla letteratura e all’arte in genere.

Una delle espressioni dell’anno che sta per concludersi è certamente “fake news”, che fa il paio con la nostrana “bufala” e il trio con “fattoide”, notizia priva di fondamento, ma diffusa e amplificata dai mezzi di comunicazione di massa al punto da essere percepita come vera: sarebbe imminente un pronunciamento del nostro Parlamento per arginare il fenomeno della diffusione in rete di informazioni e notizie false – postate più o meno artatamente –, ma è bene che scuola e famiglia, specie per proteggere i minori in rete, si attivino per insegnare a bambini e ragazzi a navigare su Internet in maniera consapevole (e comunque resta valido e semmai si rafforza l’invito di associazioni come Meter e di esperti come Don Di Noto a vigilare sui minori che utilizzano sempre più smartphone e computer e a non postare immagini e video dei propri figli, dato l’uso sconosciuto e spesso criminoso che di tali dati può essere fatto, specie in un’ottica di lotta contro la pedofilia).

Attenzione dunque sia alle notizie non verificate – spesso basta una rapida conferma da parte di un motore di ricerca, sia per i testi che per le immagini o i video –, ma in effetti ci sarebbe da fare un lungo discorso sugli statuti di verità. Passiamo, nell’arco della stessa giornata, dall’indignazione contro le fake news (che comunque spesso sono trappole per gonzi: la storia e la letteratura ci riportano innumerevoli casi di notizie non verificate, veri e propri specchietti per le allodole) alla fame di reality, un vero e proprio genere a sé stante in cui di reale c’è ben poco (ci si domanda se le gesta di starlette e giovanotti alla Ken, di freak e gente in cerca di quindici minuti di notorietà siano davvero reali: non è vero ma ci credo, verrebbe da dire, allora dov’è la reality?), alla mai troppo deprecata tv verità: c’è chi sulla televisione del dolore, delle lacrime in diretta, delle riunioni familiari, dei casi umani, ha costruito una carriera.

E non è finita: le cosiddette fiction – a parte l’invasione degli anglismi, non si comprende cosa distingua gli sceneggiati di un tempo da film in due-tre puntate con attori improbabili e sceneggiature copiaincollate da analoghi prodotti d’oltralpe e oltreoceano detti fiction – dal latino fictio, finzioni dunque, recite – in cui spesso “il riferimento a fatti, persone, luoghi e avvenimenti reali è puramente casuale” (formula che può evitare querele, ma dietro cui si nascondono cinquantine di sfumature di verità). A fictional (che nel mondo anglosassone riguarda poesia e narrativa, contrapposte alla saggistica, che è appunto non fictional) di recente si contrappone factual: tale è stata definita una trasmissione con Roberto Saviano per il prevalere di situazioni reali, romanzate solo per esigenze di copione. Insopportabili poi le classiche domande su libri e film: “Ma è una storia vera? È veramente successo?”, che annulla secoli di pratica e teoria artistica e letteraria su reale, naturale, vero e trasfigurazione artistica.

Dato che spesso la confusione linguistica è indice di confusione concettuale, abituiamoci a riflettere sul gradiente di realtà di quanto proponiamo e ci viene proposto per una comunicazione ed informazione, oltre che espressione, più consapevole; rafforziamo il lavoro della scuola, che come obiettivo non solo didattico si propone quello di formare giovani adulti dallo spirito critico; battiamoci per la valorizzazione della ricerca e, nel campo dell’intrattenimento, per contenuti più formativi e meno banalmente massificati, altrimenti, dato che nel 2018 dovrebbe essere inammissibile contraddire millenni di scienza con affermazioni sulla Terra piatta o gravidanze ai limiti dell’alieno, non dovremo più stupirci di gruppi di “mamme pancine et coetera” o di “Earth flatters”, concentrati di fake news, fattoidi, bufale, purtroppo non fictional ma factual.

 

 

 

 

 

 

 

Daphne Caruana Galizia, mezz’ora prima di morire, scrisse: “A Malta c’è corruzione ovunque”. Un quotidiano americano l’aveva definita “una delle 28 persone che stanno formando, scuotendo e agitando l’Europa”.

 

La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017

Si allunga la lista dei martiri della parola. È di pochi giorni fa la terribile notizia della morte di Daphne Caruana Galizia, giornalista e blogger maltese la cui colpa è stata quella di usare l’arma della penna e della tastiera contro intimidazioni e bombe per indagare sulla corruzione che a Malta sembra dilagare come un cancro che metastatizza nell’affarista e forse complice Europa.

Laureata in archeologia, madre di tre figli, è stata una firma regolare per The Sunday Times e redattrice associata per The Malta Independent, oltre che direttrice della rivista Taste & Flair.

Curava un popolare e controverso blog dal titolo Running Commentary, contenente segnalazioni investigative; diverse le battaglie legali dovute proprio alla pubblicazione di post su magistrati e leader politici ed importanti le sue rivelazioni sulla corruzione e la mancanza di trasparenza a Malta. Il quotidiano americano “Politico” ebbe a definirla come una delle “28 persone che stanno formando, scuotendo e agitando l’Europa”.

Minacciata di morte – dopo aver sostenuto che una società panamense fosse di proprietà della moglie del primo ministro Muscat e aver criticato Delia, leader dell’opposizione nazionalista –, Daphne Caruana Galizia è rimasta uccisa lo scorso 16 ottobre nell’esplosione di un’autobomba.

Unanimi e di circostanza i cori di condanna dell’accaduto ma diversa è la posizione della famiglia: in un messaggio su Facebook uno dei figli della donna –  giornalista appartenente all’International Consortium of Investigative Journalists – ha mosso forti accuse contro le autorità di Malta, in cui Stato e crimine organizzato sarebbero indistinguibili, responsabili e complici a suo dire dell’assassinio della madre.

Sospeso dal servizio e indagato un sergente di polizia maltese per il commento all’omicidio della giornalista in cui ha affermato che «Tutti hanno quello che si meritano, merda di vacca. Sono felice».

Al di là di questo e del prosieguo delle indagini – coinvolta anche l’FBI –, colpiscono le ultime parole scritte da Daphne Caruana Galizia sul suo blog mezz’ora prima della morte: “There are crooks everywhere you look now. The situation is desperate” (“Ora ci sono corrotti ovunque guardi. La situazione è disperata).

Non meno toccanti – sia dal punto di vista personale che da quello deontologico: cosa possono le parole di una giornalista coraggiosa contro quella che è stata definita la “cleptocrazia” del Mondo di Mezzo, il potere occulto che viene a patti con la malavita organizzata per tenere in piedi un impero basato sulla corruzione? – le parole del figlio di Daphne Caruana Galizia: «Mia madre è stata uccisa perché si è messa tra la legge e quelli che cercavano di violarla, come molti bravi giornalisti. Ma è stata colpita perché era l’unica persona a farlo. È questo quello che succede quando le istituzioni sono incapaci: l’ultima persona rimasta in piedi è spesso una giornalista. Il che la rende la prima persona a essere uccisa».

Ricordiamo ai lettori che nei primi 273 giorni del 2017 l’Osservatorio Ossigeno ha documentato minacce a 256 giornalisti ed ha inoltre ha reso note minacce ad altri 65 giornalisti per episodi degli anni precedenti conosciuti dall’Osservatorio solo di recente; dietro ogni intimidazione documentata dall’Osservatorio almeno altre dieci resterebbero ignote perché le vittime non hanno la forza di renderle pubbliche.

Questo dovrebbe farci riflettere sul lavoro dei giornalisti, profeti disarmati del nostro tempo, sentinelle contro abusi e corruzione, spesso voce di chi non ha voce.

 

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