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E ora vacanze, relax e una buona lettura!

Vi offrirò ogni giorno qualche parola tratta dai miei libri, magari sarà uno spunto per riflettere emozionarsi sognare…

Intanto buona estate e stay tuned!

FERITA ALL’ALA UN’ALLODOLA (PerroneLab, Roma 2011 e L’Erudita editrice, 2013)

2.

 

«Voglio papà! Voglio papà!»

Mariannina la notte si sveglia e se la vieilleuse non le rimanda la lucina rassicurante casa Coffa è un rivoltarsi di lenzuola, uno trepido scalpicciare, voci e lacrime soffocate.

Siracusa attorna capovalle, Noto punita con l’artiglieria.

Il balletto era ricominciato nel Quarantotto, al confronto del quale il ’37 con il colera e il suo corredo di stragi a Siracusa non erano stati altro che una febbriciattola.

Contenti i lealisti, i parrinari gesuiti, i liberali agghiuttevano fiele. La statua del re aveva ballato, lei pure, tirata giù e rimessa in piedi a seconda degli umori della piazza, ai mormorii delle tonache, al vento che agitava cappelli e coppole, birritte e velette. Anche quelle, sì. Perché i rivoluzionari avevano madri e sorelle e figlie e amanti che indovinavano, spiavano, carpivano i segreti della politica. Dalle tavole ai letti alle grate di Santa Chiara – sì, anche le monache carzarate oltre le inferriate panciute sapevano di re e di repubblica, di sbirri ed esilî – le donne trepidavano per amanti figli fratelli mariti.  A Noto e non solo.

Giaracà ci appizza il posto di scrivano all’Intendenza, per la smania antiborbonica e i versi contro le arpie fameliche e gli artefici empi delle catene del popolo, e con lui patiscono tanti altri.

Ruggero Settimo, Diego Arangio di Pachino, Antonino Adamo, Tamajo. Matteo Raeli, rivoluzionario puparo che dirige i movimenti dei liberali e fa partito a sé. Salvatore Coffa Ferla. Esuli, come delinquenti. O come martiri dell’Italia ch’era ancora un sogno di quelli che si fanno mezzi svegli mezzi vigilanti, che ti fanno alzare a mezzo letto con le imagini vive ancora negli occhi, la gioia per un miraggio, fata morgana appena intravista e subito scomparsa.

 

Il 1848 fu stagione di comitati rivoluzionari, di contatti tra gli esuli a Malta e i compagni rimasti in Sicilia. Dispacci, trattative, esistenze legate al filo sottile della lealtà all’idea. Filo che i Borboni sapevano come spezzare, sui tavolacci delle carceri, sulle sentenze di esilio e di condanna.

Per le donne fu stagione di veglie e preghiera, di lacrime e voti. Di speranza disarmata e quasi sempre impotente. Eppure il valore delle patriote siracusane, durante la resistenza al Forte Campana, lo fece ribattezzare “Forte delle Dame”. E come scordare l’impresa della Fileti e di tante altre donne ignote? Per le artiste, il filo gracile dell’inchiostro sulla carta lenì i dolori, rinfocolò speranze, sostenne e alimentò il fuoco che covava sotto le ceneri della restaurazione.

Mariannina, carusa ancora, capisce e non capisce.

Le è rimasto lo scanto per la fuga del padre, l’odio per la giubba rossebblù dei fantaccini borbonici, qualche verso cantilenante d’amor patrio.

 

 

QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU, Algra Editore, Viagrande (CT) 2014.

Ecco la dedica di questo libro del cuore, scritto nella lingua “mater”(in ogni senso).

AI NONNI

 

Di voi non ho

che pacchi di mute immagini,

ricordi sbiaditi

dal tempo che tutto insabbia.

Echi di parole e canzoni,

rimpianti e vecchi mobili,

ninnoli e il silenzio vuoto del passato.

Ma parlo la lingua del vostro cuore,

vivo e vi continuo, nelle vene il vostro sangue,

nel mio buio la vostra anima luminosa.

 

Non raccogliere le stelle marine:

vogliono vivere in mare, poverine!

(da LA BANANOTTERA, VerbaVolant edizioni, Siracusa 2015)

Alla fine della storia di Nana la balenottera gialla, ovvero la bananottera, mi sono divertita a mettere in rima il decalogo di Legambiente per godere del mare senza inquinare né sporcare.

 

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