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E ora vacanze, relax e una buona lettura!

Vi offrirò ogni giorno qualche parola tratta dai miei libri, magari sarà uno spunto per riflettere emozionarsi sognare…

Intanto buona estate e stay tuned!

FERITA ALL’ALA UN’ALLODOLA (PerroneLab, Roma 2011 e L’Erudita editrice, 2013)

2. – continua

Il mare.

Quella promessa d’azzurro che Mariannina spia dalla sua stanzetta a Noto, che sospira quando il tempo è cattivo e s’asconde in una coltre di nubi, quella distesa che pare una campagna viva e in movimento, sempre, ad ogni volger di ruote si fa più prossima.

Già l’aria è differente, i profumi dei campi si mescono agli effluvi di acqua e sale e lasciano presagire il dispiegarsi d’una bellezza che la incanta e commuove.

Sempre.

Siracusa è uno spettacolo continuo. Mariannina non finisce mai di stupirsi, di additare ai genitori bellezze note o solo ora sorprese.

Familiare e diversa insieme, la città di Aretusa e d’Archimede geomètra, di Lucia santa degli occhi e della luce, luce che abbagliò Cicerone – nulla dies sine sole, Mariannina, lo leggesti con Padre Sbano, nevvero? -, Siracusa di pietra bianca e mare si rannicchia nel suo nido d’isola.

Ortigia, finalmente.

Lo scoglio a forma di quaglia. L’ortyx dei Greci di Corinto col suo porto grande che pare un lago, il castello di Federico II che gli fa la vardia, la Marina che affaccia a contemplare vascelli e gozzi di pescatori.

Poi le chiese, i conventi, le fortificazioni degli Spagnuoli a cingere la città in un busto di ferro e pietra. Le quattro porte, le sentinelle. Siracusa è una piazzaforte, un baluardo d’acqua e di mattoni.

Mariannina sente una stretta indefinita sotto l’abitino troppo accollato.

Non sembra quasi una città ma una guarnigione. Soldati acquartierati ovunque, tanti, troppi per una città che tutt’a un tratto s’è fatta angusta, maleodorante, cupa. Oh, Piazza Duomo. Lo slargo luminoso le libera i polmoni. La Cattedrale, tempio greco su cui la cristiana religione s’innestò senza distruggerlo. L’Arcivescovado, il Palazzo del Senato. La badia di Santa Lucia dai balconi panciuti, ferro pieghevole e protettivo a custodire le moniali dedite al culto della vergine e martire siracusana, che a maggio le offrono un volo di colombi per ricordarne il patrocinio.

Mariannina si sporge, commenta, ricorda, chiede. Ascolta.

Il desiderio e il timore d’arrivare – non è come le altre volte, no, adesso è a Siracusa per studiare sul serio, per farsi grande, Siracusa è la parola magica che le dischiude i primi giorni della sua vita nuova – la eccitano, l’impazienza le agita le gambe costrette da lunghe ore d’immobilità forzata.

La casa ha una facciata severa, un po’ triste. Mariannina però ha fretta di scendere, di vedere il mare più da vicino. Finalmente.

Celestina è nauseata dal traballìo della carrozza per trazzère e basole. Pane e frutta, la merenda che ha offerto invano alla figlia, non l’hanno aiutata e inspira l’aria libera oltre il predellino. Confusione di borse e bauli.

Salvatore che quistiona col vetturino. Non vede l’ora che questa lunghissima giornata finisca. Mariannina, dov’è Mariannina? Quella benedetta  figlia non si sa mai dove si cacci e cosa faccia. Oh, eccola. Sempre a contemplare, come se il mondo intero fosse stato creato da Domineddio per finire nei suoi occhi e dentro i manoscritti che ricopia con tanta cura.

Celestina si domanda cosa ne sarà della sua carusa. Non è la prima volta né l’ultima. Questa scuola. Si augura che non le metta strane idee nella testa già streusa e fantasiosa. Che maestri e compagne la comprendano. Che la fatica dello studio non le tolga l’appetito già scarso. Guarda, non ha assaggiato manco un boccone di pane ed è digiuna da ieri sera.

 

QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU, Algra Editore, Viagrande (CT) 2014.

 

’U FASCIU ’I LIGNA – fine

 

’U Signuri, suspirannu, rispunnìu:

«Chissu è ’u piccaturi, Petru miu.

Cchiù fa piccati, cchiù assai cci nni metti.

Nun fari comu a iddu, ca l’ansetti.

Fèrmiti e penza: ”Chi staju facennu?”.

Se no, è sempri apetta ’a strata r’’o ’Nfennu».

Petru, mutu, ripigghiò a caminari,

e ’u piccaturi ancora a caricari.

 

Bivalve, cavallucci e stelline 

Non sono giochini ma creature marine!

(da LA BANANOTTERA, VerbaVolant edizioni, Siracusa 2015)

Alla fine della storia di Nana la balenottera gialla, ovvero la bananottera, mi sono divertita a mettere in rima il decalogo di Legambiente per godere del mare senza inquinare né sporcare.

 

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