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E ora vacanze, relax e una buona lettura!

Vi offrirò ogni giorno qualche parola tratta dai miei libri, magari sarà uno spunto per riflettere emozionarsi sognare…

Intanto buona estate e stay tuned!

FERITA ALL’ALA UN’ALLODOLA (PerroneLab, Roma 2011 e L’Erudita editrice, 2013)

3. 

Una mattina, il sole filtrava timido dai finestroni ad accarezzare i banchi, ma senza calore.

Inutili la sciarpa e i mezzi guanti: Serra Caracciolo si fregava le mani nel tentativo di scaldare le dita intirizzite. Ma nulla era il freddo di quegli stanzoni dai soffitti alti, dalle volte che s’incontravano in croce, lì, in penombra sulle teste, per uno che come lui aveva patito le persecuzioni dei Borboni, nel ‘37, prima di finire a dettare temi devoti alle collegiali del Peratoner.

Sulla lavagna si leggeva a fatica il titolo del tema. Il gesso pallido scalfiva a stento l’ardesia dalla cornice di legno tarlata e opaca.

Le bambine, perché di queste si trattava, alunne decenni appena, cui il maestro aveva da poco impartito le prime nozioni di metrica e composizione, intinsero diligenti la penna. Teste nere, bionde, castane, s’incurvarono a graffiare i fogli. Qualcuna iniziò a mordicchiare la penna, qualche altra si volse alla finestra come a cercarvi un suggerimento.

Eppure il tema era facile, consono al clima di Quaresima, perfino intonato alla tristezza di quella mattina di marzo.

 

Il pianto di Maria Addolorata ai piedi della Croce.

 

Tema devoto, atto a suscitare la riflessione delle giovanette verso il mistero della sofferenza.

Forse fu un moto improvviso dell’animo, forse un pensiero stimolato dalla giornata uggiosa e fredda. Il maestro ebbe pietà di quelle giovani vite inserrate in un’aula, sottratte alla famiglia e ai giochi per comporre temi che urtavano l’età spensierata e gioiosa.

Ma erano donne, almeno in potenza.

Presto avrebbero abbracciato lo stato maritale, forse per qualcuna si sarebbe aperta la porta di un convento, a Siracusa, a Noto…, e il mistero della sofferenza, così connaturato all’esistenza dell’uomo e precipuamente a quella femminile, non sarebbe stato più un argomento su cui esercitare la devozione intrecciando versi su rime obbligate, ma realtà di pianto e dolore.

 

Da quanto tempo teneva la mano alzata? Serra si riscosse da quelle che bollò come fantasticherie e abbassò lo sguardo dalla predella su uno dei banchi mediani.

La signorina Coffa Caruso voleva porgli una domanda. Che non avesse compreso il compito?

Scartò subito l’ipotesi: Mariannina era dotata di mente pronta e ben disposta ad apprendere, un intelletto che era un piacere forgiare. I genitori gliel’avevano tanto raccomandata, la Peratoner stessa era prodiga di lodi e premi per la notigiana figlia dell’avvocato. Pare che scrivesse versi, da sé, senza accettare disciplina né teoria. Anche la notte, quando era proibito alle allieve parlare, figurarsi leggere o scrivere rime. «Maestro, posso svolgere il tema in versi?»

Chiara, sicura la voce, benché rispettosa.

Serra non rispose immediatamente. La domanda l’aveva spiazzato. Che la fanciulla volesse mettersi in mostra? O fargli piacere mettendo in pratica le poche nozioni su metri e versi che quelle giovani menti ancora digiune di poesia avevano potuto imparare?

«Ma sì, se pensi di riuscire…»

Le compagne, che a quella domanda avevano alzato le teste, alla risposta del maestro si tuffarono di nuovo nel dolore mariano, nella carta che dovevano coprire di parole prima che scadesse il tempo assegnato.

Qualcuna bisbigliò: «Si vuole fare bella col maestro. Me la voglio vedere tutta.»

Una risatina o due, subito interrotta dalla mano alzata di Serra.

Invidie e gelosie erano le serpi consuete che strisciavano nelle teste di ragazzine che il volere dei genitori aveva rinchiuse in questo angolo di Siracusa, a dormire e studiare testa con testa, gomito a gomito, la dotata con l’indolente, la volenterosa con la promossa a via di denari del padre medico o funzionario del governo.

Le nobili invece studiavano dalle suore, tra incensi rosari e funzioni vescovili, all’ombra di qualche campanile.

Ricche figlie di borghesi o commercianti arripudduti, parvenu del mondo nuovo che stentava a nascere ma avrebbe soppiantato l’aristocrazia del nome, ricevevano un’educazione moderna e accurata in collegi come quello fondato da Giovanni Peratoner assieme alla moglie Bettina.

Avevano voluto lui, un perseguitato della reazione, un patriota, ad insegnare versificazione alle ragazzine. E ora la figlia di Coffa – l’avvocato di Noto che tra congiure da Accademia e seri tentativi di farsi incarcerare dai Borboni aveva pensato all’istruzione dell’unica femmina – gli chiedeva se potesse mettere in versi un tema, lei, quella creatura fragile e smunta, più piccola dei suoi bauli, la immaginò spersa, il primo giorno, con le sue cose a farle compagnia e forse coraggio davanti al portone severo della scuola.

Si figurò i pianti della prima sera, e delle successive probabilmente, in un luogo ancora straniero, tra compagne indifferenti e forse ostili verso la notigiana che s’alzava di notte per leggere o scribacchiare chissà che cosa, col rischio di farle rimproverare e punire tutte quante, sei pazza? Dopo l’ispezione a dormire, luci spente e amen!

E adesso lui sì, le aveva risposto di sì, l’aveva incoraggiata a fare il compito di testa sua, come le veniva. Aveva fatto bene? Non era stato l’impulso del momento, o magari la curiosità di scoprire se la giovane Coffa avesse davvero delle doti da poeta? Certo che se le improvvisazioni della ragazza erano un fuoco di paglia non avrebbero retto ad uno studio meditato e serio, ad un’applicazione… ma che cosa gli stava dicendo?

Mariannina ringraziò a bassa voce e iniziò a scrivere, intenta, calma, come se non avesse sentito i commenti e le risatine delle altre, come se in classe fossero solo lei e il maestro. Anzi no, come se fosse da sola, a meditare sul mistero del dolore, lei, una bambina di appena dieci anni.

Seria e tranquilla, mai un rimprovero, sempre diligente e pronta.

Sentiva la mancanza dei genitori? Dei fratelli? Il maestro tentava di indovinare il moto dei pensieri di quella scolara particolare, che aveva spesso sorpreso a leggere accoccolata sul vano di una finestra, o a passeggiare nel cortile abbracciata a un volume.

Non che s’isolasse di continuo, perché giocava e rideva con qualcuna delle compagne in ricreazione e nei momenti di svago, ma alcuni atteggiamenti facevano sospettare un’indole studiosa, e si sarebbe detto contemplativa.

Non avrebbe saputo dire quanto tempo fosse passato, ma fu daccapo la voce di Mariannina Coffa Caruso a riscuoterlo da quella folla di pensieri.

«Ho finito, signor maestro.»

Serra annuì e Mariannina con un lieve cenno del capo tornò al suo posto, silenziosa e con le braccia conserte.

Le compagne lottavano ancora con l’inchiostro e la punteggiatura, con gli occhielli e le aste che spiegavano, descrivevano, commentavano…

Il maestro si alzò e andò verso la luce greve del finestrone. Scorse appena il testo, poi tornò indietro, sorpreso. Lesse. Rilesse. Non c’era dubbio. Quartine. Otto. Versi armoniosi e corretti, rime non tutte in ordine, metrica quasi impeccabile. Eppure. Che immaginazione fervida, quale capacità di cogliere il dramma della scena evangelica… sollevò gli occhi. L’aveva scritto quella fanciulla gracile, occhi infebbrati e troppo grandi in un viso ancora da bambina. Lavoro acerbo, certo, ma eccellente, dall’incipit alla chiusa.

Il componimento aveva persino un titolo. Lì, al centro della riga tirata con la matita, alla sommità del foglio.

 

Il Calvario.

 

E cade, ahimè, l’addolorata Donna

Stringendo tra le braccio il Divin Figlio!

Essa non piange, no, ma lo contempla

E muta sta senza respiro e voce.

 

Bettina Peratoner abbracciò la bambina. «La nostra ispirata!»

Mariannina arrossì di piacere e imbarazzo.

Francesco Serra Caracciolo si schermì egli pure: no, lui non aveva merito alcuno se non quello di aver trasmesso alla scolara i primi rudimenti della metrica.

Il plauso doveva andare a Mariannina. E a Mariannina sola.

Don Giovanni Peratoner, anche se avesse aperto il collegio per la sola Mariannina, ne avrebbe avuta soddisfazione bastante alle fatiche e al lavoro dell’impresa.

 

A penna corrente! Davanti alle altre giovanette convittrici!

Il direttore legge i versi estemporanei di Mariannina, scritti spesso su temi e rime dettati dalle compagne.

Alcune la invidiano e godrebbero, certamente, se la vedessero fallire. Ma immancabilmente, dopo un istante di silenzio in cui guarda davanti a sé un punto invisibile e fisso, come le sante dei libri di dottrina o gli atleti dei Greci antichi, le parole fluiscono alle labbra e si riversano sulla carta, sicure, ognuna al suo posto.

Allora sono applausi e lodi, piccoli doni e fiori.

QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU, Algra Editore, Viagrande (CT) 2014.

L’ABBURU DI FICU – fine

 

«Ma chiddi a passuluni hana siccatu!

R’’e ficu maturi, picca n’ha pigghiatu!».

’A vecchia inchìu ’u mantali e si nni ìu,

e Gesù cci rissi a Petru: «Figghiu miu,

nun ragiunari comu fa lu munnu,

ma vadda rintr’’e cosi finu ’n funnu.

Certi azioni ca a tia parunu stotti,

pi ’dda vecchia su’ giusti, picchì è ’a motti.

Idda nun vadda onesti o delinquenti,

pissuni tinti o animi ’nnuccenti:

pigghia ’u carusu, ’u vecchiu e ’u picciutteddu,

assuma e assuma e fa ’u so’ munzeddu.

L’omu nun sapi quann’è ’u so’ mumentu!».

«E quannu arriva nun c’è sabbamentu?

Signuri, chi è c’avemu ri spirari?».

«Ju sugnu ’u ficu e a mia v’ât’attaccari!

Ju sugnu ’a Vita: nun vi scantati!

Nun v’abbannunu se nun mi lassati.

Putenti è ’a motti e granni ’u so’ mantali,

ma pi cu criri a mia nun c’è cchiù mali,

né duluri, ’ngiustizia o suffrimentu:

p’’e frutti mei quannu sarà ’u mumentu

c’è ’nu giardinu ’n cielu priparatu

chinu ri paci, eternu e scunfinatu».

L’apostuli ripigghiaru ’u caminu,

’a motti appressu e Cristu ri vicinu.

Se si naviga a motore, 

saldo il timone e poco timore!

Le distanze manteniamo:

a 33 metri stiamo

dalle coste sabbiose.

Le scogliere dubbiose a metri 150:

tu ti diverti e il mare canta!

 

(da LA BANANOTTERA, VerbaVolant edizioni, Siracusa 2015)

Alla fine della storia di Nana la balenottera gialla, ovvero la bananottera, mi sono divertita a mettere in rima il decalogo di Legambiente per godere del mare senza inquinare né sporcare.

LA BANANOTTERA è stata ospite di Libridamare… (che nasce nel 2013 per coniugare la lettura con le altre arti nei luoghi suggestivi della città all’insegna della memoria e della lentezza).

https://www.facebook.com/libridamarebisceglie/?fref=mentions

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Con Viviana Giubilo e Daniela Petracca.

Grazie!

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Un’immagine che mostra i risultati delle splendide letture estive del laboratorio estivo di NoraLab, che ringrazio!

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La parola “laboratorio” deriva dal sostantivo maschile “labor” che in latino vuol dire “lavoro”. Dal punto di vista pratico, un #laboratorio prende forma con una serie di #attività. Ma quello che un laboratorio può diventare lo si decide nel momento in cui nasce l’ #idea. Il laboratorio è un’ #officina delle idee, dove tante idee si incontrano fino a fondersi in una sola che diventa la traccia del laboratorio. Il laboratorio è #operosità nel senso del fare tante cose per raggiungere uno scopo finale. Chi progetta un laboratorio deve avere chiari gli obiettivi che vuole raggiungere, le persone che vuole raggiungere ma soprattutto il risultato finale a cui vuole giungere in compagnia dei partecipanti.
I laboratori di #lettura #creativa “noraLab” sono pensati per far conoscere alcune #fiabe che seguono dei fili tematici, sono rivolti ai #bambini e tendono all’idea di una lettura attiva e partecipata, dove ogni partecipante può sentirsi parte di un tutto e libero di esprimersi. Ma sono anche e soprattutto laboratori creativi dove #fantasia e #immaginazione trovano libera espressione attraverso la manualità. Le attività pensate dopo la lettura sono frutto di un lavoro certosino di ricerca e comparazione tra ciò che le storie raccontano e offrono ai lettori/ascoltatori e quello che è immediatamente ripetibile nella realtà circostante, attraverso l’utilizzo di materiali di recupero. Si tratta di un atto creativo che prende forma attraverso le mani dei bambini che hanno la possibilità di trasformare i personaggi delle storie in oggetti da portare a casa per mettere in scena finali diversi.

#NoraLab #labananottera
#ictorrenova #2A
#mare #sbuffi
Mi chiamo Nana.
Sono una balenottera. 
– Ma l’avete vista? – esclamano tutti gli abitanti del mondo marino.
Sono gialla.
Mi chiamano la bananottera.
La storia di una balena che parla ai bambini del valore della #diversità e dell’importanza della#cooperazione con uno sguardo attento alla #tuteladell’ #ecosistemamarino
A scuola si racconta, si legge, si inventa, si crea con le mani, si ride e si riflette.
Alla fine del laboratorio R. esclama: “Anche se gli altri sono diversi da noi, dobbiamo imparare ad accertarli per come sono!”
#educare #leggere #mente #cuore

Meravigliosa è stata l’esperienza al BiblioHUB (leggete i post dedicati).