LA CIVETTA DI MINERVA dell’8 dicembre 2018

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In edicola il nuovo numero de LA CIVETTA DI MINERVA!

Ecco la locandina…

L'immagine può contenere: 6 persone, tra cui Franco Oddo, persone che sorridono

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Ecco i miei ultimi articoli usciti sul cartaceo e poi confluiti nel sito…

Per documentare con immagini la vita e il martirio di Santa Lucia.La realizzazione del programma coincide con l’elevazione a Santuario diocesano della Basilica

 

La Civetta di Minerva, 8 dicembre 2018

“La Civetta di Minerva”, com’è ormai solita, ha seguito per voi i sopralluoghi e le riprese di una nuova, speciale puntata di “Paesi che vai… Luoghi, detti, comuni”, fortunata trasmissione della rete ammiraglia della Rai.

Speciale perché non è la prima volta che il format condotto da Livio Leonardi si occupa della Sicilia e di Siracusa in particolare: la Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale, l’Etna – per i siciliani ‘a Muntagna, la Grande Madre di fuoco e neve che ha improntato di sé ambiente, paesaggio e cultura della nostra isola -, Noto (ricordiamo la puntata della scorsa stagione, con Eleonora Nicolaci a fare da guida d’eccezione tra i gioielli del Barocco netino), Agrigento, Modica e il suo cioccolato, Marzamemi e i prodotti di tonnara, il Castello federiciano di Siracusa e la sua splendida Cattedrale, il Caravaggio di Santa Lucia alla Badia, la Neapolis e le fortificazioni di Epipoli…

Stavolta la troupe di “Paesi che vai…” (tra le trasmissioni di Leonardi ricordiamo almeno “Ciao Italia”, “Bella Italia”, “Le strade del sole”, “Una troupe racconta”; autore dei testi è Antonio Costa e la regia è curata da Daniele Biggiero), con un drone che a volo d’uccello – si direbbe di quaglia, dall’antico nome di Ortigia – riprenderà le bellezze della città aretusea, si occuperà di una figlia speciale di Siracusa: una giovane siracusana del III secolo che ebbe la forza di testimoniare la propria fede durante la terribile (l’ultima) persecuzione di Diocleziano, affrontando coraggiosamente la morte nel 304. Santa Lucia, dunque, ‘a Santuzza dei Siracusani, la patrona che la città si appresta a festeggiare il 13 dicembre, suo dies natalis (ovvero il giorno del martirio, il momento della nascita al Cielo e a nuova vita in Cristo).

Sarà nostra cura avvertire i lettori della messa in onda del programma su Rai1, girato in pochi giorni di miracolosa luce nei luoghi della vita e del martirio di Lucia: tra Ortigia, San Giovanni alle Catacombe, Santa Lucia al Sepolcro, Santa Lucia alla Badia, nella miracolosa luce decembrina che fa da scolta alla luce del Natale – millenari i simbolismi legati alla figura della Santa siracusana, che fonde cristianesimo e persistenze pagane, oggetto e protagonista di opere letterarie e artistiche – si snoderà il racconto di Livio Leonardi, tra narrazione e rievocazione; significativo anche il fatto che la realizzazione del programma coincida con l’elevazione della Basilica di Santa Lucia al Sepolcro – il tempietto di Giovanni Vermexio inscritto e insieme circoscritto alle Catacombe, che custodisce al suo interno la statua di Gregorio Tedeschi, sarà anch’esso scenario del programma – a Santuario diocesano nel 400esimo anniversario della custodia del Sepolcro da parte dei frati minori di Sicilia.

 

La Civetta di Minerva, 8 dicembre 2018

Viaggiare per la provincia di Siracusa offre sorprese interessanti e permette di valorizzare realtà spesso misconosciute. Esempio ne è Sortino, ai più nota per la sagra del miele, per il pizzolo o per lo “spirito dei fasciddari”, tutte eccellenze enogastronomiche da gustare e che sono fortemente radicate nel territorio, impregnate come sono della nostra millenaria tradizione agropastorale.

Ma Sortino offre al visitatore anche la bellezza delle sue chiese e conventi – in primis quello dei Cappuccini, con una preziosa biblioteca che conserva tesori librari inestimabili -, di palazzi e cortili tutti da scoprire.

Sortino è anche terra di ingegni e di artisti: non possiamo non nominare Salvo Zappulla, animatore culturale, scrittore e ideatore del Premio Pentèlite (notevoli anche i contributi di studiosi, poeti e artisti che confluiscono nell’omonima associazione culturale e nella rivista che periodicamente vede la luce ad opera di Zappulla e dei collaboratori, dediti anche all’opera di divulgazione culturale) o Gioacchino Bruno, impegnato da anni nella riscoperta di Sortino diruta, l’antica Sortino distrutta dal terremoto del 1693, amorosamente indagata, misurata, disegnata, riportata alla luce in un museo (l’Antiquarium del Medioevo sortinese) che meriterebbe maggiore attenzione da parte delle istituzioni locali e nazionali.

“La Civetta di Minerva” ha visitato per voi la Galleria “Il Tempio dell’arte” di via Giambattista Vico, ovvero lo studio di Roberto Sequenzia, artista locale dagli interessi poliedrici – dipinge infatti con tecniche varie sia i soggetti che incontrano maggiormente il gusto dei committenti e dei visitatori che quelli scaturiti dalla ricerca e da uno studio personali e più intimi.

Vincitore di diversi premi, Sequenzia ha partecipato a mostre collettive in tutta Italia e il suo lavoro ha meritato l’attenzione e il plauso sia del pubblico che di diversi critici d’arte. Cultore del bello, collezionista a sua volta, fondatore tra l’altro del gruppo folkloristico “La zagara”, ha realizzato un magnifico presepe ambientato nella realtà della nostra Sicilia tradizionale e che sarebbe degno sia di una collocazione prestigiosa che di un flusso più consistente di visitatori: l’evento dell’Incarnazione del Cristo è collocato in ambienti e cornice che non possiamo non considerare familiari (case rurali, locande, pozzi, fondachi e putìe, il tutto immerso nel paesaggio siciliano e sortinese in particolare, con le piante, gli animali e gli strumenti del lavoro dei nostri avi).

Per chi volesse conoscere meglio Roberto Sequenzia e la sua arte, invitiamo i nostri lettori sia a visitare il suo studio che a compiere un viaggio virtuale nel sito www.robertosequenzia.it e sulla pagina Facebookhttps://www.facebook.com/groups/283962341712258/ (presepi e diorami del mondo).

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3453:il-complimento-della-maraini-ha-battezzato-la-mia-scrittura&catid=17&Itemid=143

Catena Fiorello, autrice di “Picciridda” e Premio Elsa Morante 2018: “Dacia mi ha detto: da Verga alla Morante la tua prosa mi ha ricordato molto il verismo”. “Una figura fondamentale è stata per me la professoressa Rosa Peluso”

Martedì 27 novembre alle ore 17.30, presso l’Urban Center di via Nino Bixio a Siracusa, si terrà una conversazione – promossa dall’Assessorato alle Politiche culturali del Comune di Siracusa, dalla Demea Promozione eventi culturali e naturalmente dalla Biblioteca comunale di Siracusa – con Catena Fiorello, autrice di “Picciridda” e Premio Elsa Morante 2018. Ad introdurre l’incontro, che ci auguriamo sia foriero di sempre più frequenti iniziative culturali in questo spazio recuperato – pensiamo al recente Festival dell’Educazione –, i saluti dell’assessore alla Cultura e al Turismo Fabio Granata.

“La Civetta di Minerva” ha intervistato per voi Catena Fiorello, autrice e conduttrice televisiva e soprattutto scrittrice (ricordiamo “Casca il mondo, casca la terra” per i tipi di Rizzoli e “L’amore a due passi” pubblicato da Giunti), che ringraziamo per la gentilezza e la disponibilità.

L’evento all’Urban Center di Siracusa sarà una bella occasione per parlare non solo dei suoi ultimi libri, ma anche – se vuole – per anticiparci qualcosa del suo prossimo lavoro. Il suo è un percorso in cui riusciamo a intravedere un grande amore per la propria terra, l’attenzione e la sensibilità verso le figure femminili e l’infanzia in particolare e la propensione a narrare storie di rinascita. Si ritrova in queste parole? Cosa può dirci del suo libro in preparazione?

Riguardo al mio ultimo romanzo, ho deciso di dire ancora poco perché uscirà a febbraio e arriverà il momento giusto per parlarne, ma sicuramente posso anticipare che anche questa volta parlo della storia di una donna. Io sono molto affascinata dal mondo femminile. Da sempre la mia storia, i miei romanzi raccontano appunto di una “Catena” che è proprio attratta dalla forza femminile, dalle figure di donne che, anche quando sono apparentemente deboli, poi rivelano invece una forza interiore incredibile e questo aspetto credo che appartenga al 99,9 per cento delle donne. Siamo forti.

Il suo legame con Siracusa… ci racconta cosa la lega alla nostra città?

Il mio legame con Siracusa – è chiaro – nasce dal fatto che io ho abitato per tutta l’infanzia e la mia giovinezza fino a ventitré anni alle porte di Siracusa, ad Augusta. Per noi Siracusa era la grande città oltre a Catania, dove andare a fare le compere, a cercare le cose che non trovavamo nel nostro paese. Il mio legame con la città nasce anche da un altro elemento, quello della scuola. La mia insegnante di Greco, Rosa Peluso, che è di Siracusa, per me è stata un punto fondamentale nella vita e quindi una figura veramente importantissima perché ha lasciato dei segni ben precisi nella mia formazione: io associo sempre Siracusa alla professoressa Peluso, quindi quando vengo qui cerco sempre di incontrarla. E poi la bellezza, la storia di Siracusa… come fare a non innamorarsi di quella città?

La sua è una famiglia particolarmente talentuosa… evidentemente i suoi genitori hanno lasciato un’impronta fortissima sui figli che, pur in campi diversi, hanno mostrato tenacia e indubbie capacità. Come riflesso di tutto questo nella sua scrittura mi piace citare “Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Ricordi, sogni e ricette di una famiglia come tante. La mia” e “Un padre è un padre”, pubblicati entrambi da Rizzoli. Qual è il lascito della sua famiglia, l’impronta che di loro si è scavata in lei? Oggi i ragazzi hanno bisogno più che mai di modelli e radici, che in questa società liquida – direbbe Bauman – tendono a smarrirsi. Cosa si sentirebbe di dire a un giovane di talento per incoraggiarlo a intraprendere la strada della scrittura?

Mi fa molto piacere che lei citi Bauman, i concetti che questo sociologo ha lasciato. Tutto ciò che lui ha affermato riguardo alla nostra società senza punti di riferimento, appunto appellandola come “società liquida” ma anche riguardo al pensiero, al mercato del lavoro, alla politica, ci dice che la nostra è una società che mira a gratificare l’individuo solo attraverso il consumo, quindi cosa rimane di questo? Qualche decennio fa ogni individuo si sentiva rassicurato dal gruppo, dai vicini di casa, dalla famiglia, dallo Stato, dalla società che lo circondava.

Noi fratelli – ma credo tantissimi della nostra generazione – dobbiamo davvero ringraziare i nostri genitori perché ci hanno permesso, pur avendo pochissimo, di essere felici e di trascorrere un’infanzia e una giovinezza serena, perché sono stati in grado di darci gli strumenti per fare la differenza, per capire che in fondo (sembrano banalità, discorsi triti e ritriti, ma sono comunque la base di ogni individuo) tutto sta nel cercare la propria strada.

Assolutamente io non ho nulla da consigliare a un giovane che vuole intraprendere la mia strada: non mi sento nella condizione di poter dare dei consigli perché ogni strada è troppo personale; ogni individuo fa un percorso ben preciso e la ricetta per tutti non c’è: ogni strada è lastricata di fatica e di sudore e ognuno di noi con tutte le sue forze deve capire che cosa gli assomiglia di più. Io non mi sento talmente modello da poter dire agli altri cosa fare. E poi, cara Maria Lucia, aggiungo che io mi sono tenuta sempre tenuta alla larga da quelli che dispensano consigli, che sanno sempre tutto: mi inquietano moltissimo quelli che hanno tante certezze. Io vivo perennemente nel dubbio e qualche volta invece nella convinzione di aver fatto male; guardo come grandi misteri a queste persone che hanno sempre un consiglio da dispensare.

“Abitavo in un paese affacciato sul mare, e mi sentivo la figlia della gallina nera. E non una qualunque, ma la nera più nera che si potesse immaginare. Le bambine fortunate, invece, quelle a cui era capitato un destino diverso, erano figlie delle galline bianche. Ma questa è un’altra storia”. Con “Picciridda” lei ha vinto il Premio Elsa Morante 2018 (sezione ragazzi) narrando una storia ambientata negli anni Sessanta ma che apparenta l’emigrazione italiana in Germania alla migrazione interna di quegli stessi anni e alla nostra attualità magmatica e contraddittoria. Una grandissima soddisfazione, credo, quella di vedersi associate alla Morante, “cantrice” dell’infanzia e delle sue ferite…

Quando Dacia Maraini mi ha incontrato dietro le quinte mi ha detto: “Catena, il libro è stupendo e davvero questo premio calza a pennello perché per certi versi da Verga alla Morante la tua scrittura mi ha ricordato molto un verismo, la capacità di tradurre in realtà cruda con le parole ciò che circonda le persone e in particolare una bambina di undici anni”. Per me è stato davvero il vero battesimo della mia scrittura.

 

 

 

 

 

L'immagine può contenere: 10 persone, persone che sorridono, folla e spazio al chiuso
Come potete vedere, eccomi con la mia copia de LA CIVETTA DI MINERVA da donare a Catena Fiorello!

“La storia – dice l’attrice – rievoca il rapporto di una donna con l’uomo che l’ha poi uccisa. Lo spettacolo è la favola di una bambina diventata prostituta, salvata tra i miasmi e l’immondizia dalle cicogne”

La Civetta di Minerva, 24 novembre 2018

Presso la Chiesa evangelica battista di Siracusa in via Agatocle, per la regia di Giannella Loredana d’Izzia, è stato rappresentato lo spettacolo “Voce di Donna” – Dalla parte delle Cicogne – La Donna senza Nome(due monologhi di Lina Maria Ugolini e Clelia Lombardo). In scena (video e luci sono stati curati da Alessandro Sipione) Anna Passanisi e Aurora Miriam Scala, con la partecipazione di Giorgia Matarazzo e Cristiana Fontana.

Significativa coincidenza quella della messa in scena dei testi con la scomparsa di Bice Mortillaro Salatiello, anima storica del movimento femminista palermitano, anima della folle avventura di quelle che oggi sono ricordate come “Le donne del digiuno” (aveva militato lungamente nell’Udi, l’unione delle donne in Italia), accampate di fronte al teatro Politeama per più di un mese all’indomani delle stragi di mafia del ‘92.

Donne dunque: attrici, registe, danzatrici, scrittrici, donne che narrano di donne e danno voce alle donne che non hanno più la parola o è loro impedita.

“La Civetta di Minerva” (che si era occupata qualche anno fa dell’Andromaca di Clelia Lombardo, interpretata da una superba Carmelinda Gentile) ne ha parlato con l’attrice Aurora Miriam Scala, che il pubblico ha avuto recentemente modo di apprezzare ne “Le Rane” al Teatro greco di Siracusa, spettacolo replicato nell’ultima stagione INDA e trasmesso anche su Rai5:

“La mia è una testimonianza dall’aldilà: una donna rievoca il rapporto con l’uomo che l’ha poi uccisa. È un monologo molto lineare con dei movimenti di scena geometrici, asciutto nella forma e intenso nell’interpretazione, una presa di coscienza spesso anche aggressiva di quanto accaduto; il testo interpretato da Anna Passanisi, poetico e sognante, commovente in molti punti, è la favola di una bambina diventata prostituta, salvata tra i miasmi e l’immondizia dalle cicogne”.

 

 

 

La scrittrice Maria Attanasio, che ha rivangato in un libro la figura di Rosalia Montmasson: “L’ho scoperto per caso. Credevo fossero tutti maschi”

 

La Civetta di Minerva, novembre 2018

“La Civetta di Minerva” ha incontrato per voi Maria Attanasio, autrice per i tipi di Sellerio editore del romanzo “La ragazza di Marsiglia”. Il romanzo, vincitore del Premio Maria Messina, del Premio I Quattro Elementi, del Premio Manzoni per il romanzo storico, del Premio Internazionale Città di Como e del Premio Basilicata 2018, è imperniato sull’unica donna che prese parte alla spedizione dei Mille, Rosalia Montmasson.

Non è nuovo l’interesse della Attanasio per le microstorie, per le storie di personaggi rimasti nascosti nelle pieghe della Storia più grande che è come un grande arazzo di cui si notano però spesso solo i grandi nomi, quando invece uomini e più di sovente donne come la Montmasson restano in ombra: in “Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile” (1994), nelle “Piccole cronache di un secolo” (1997, con Domenico Amoroso), in “Di Concetta e le sue donne” (1999) e ne “Il falsario di Caltagirone” (2007), (per non parlare dell’attualissima distopia de “Il condominio di Via della Notte” (2013) – emergono volti e vicende di un passato più o meno remoto, di una Sicilia terra di contrasto fra truvature poetiche e ferocie.

La scrittura della Attanasio, mai compiaciuta ma sorvegliatissima, lucida nell’analisi di fatti e documenti, attenta alla ricostruzione degli avvenimenti nel rispetto assoluto del dato storico interpretato alla luce del presente e delle sue contraddizioni, ne “La ragazza di Marsiglia” dipana la vicenda di una donna che viene ricordata tutt’al più come di Francesco Crispi, figura cruciale del nostro Risorgimento e che in particolare giocò un ruolo importante per l’elevazione di Siracusa a capovalle nel 1865: in via XX settembre, il 21 ottobre del 1927, in piena età fascista quindi, venne posta una lapide che ricorda il “cospiratore profugo /incitatore apostolo” (per l’immagine rimandiamo al sito http://www.antoniorandazzo.it).

Il Risorgimento delle donne (pensiamo ad esempio al lavoro di Elena Doni) ci offre una visione in controluce della formazione dell’Italia, spesso in controtendenza rispetto alla memoria che ci restituiscono epigrafi, targhe, vie, piazze con date luoghi eventi e nomi che dimenticano l’apporto femminile alla storia contemporanea e non del nostro paese. Ma passiamo la parola a Maria Attanasio, che ha ridato voce a Rosalia Montmasson.

Come mai hai deciso di occuparti di questa figura?

L’ho incontrata per caso, in un pomeriggio di noia e depressi pensieri dell’autunno del 2010. Navigando in internet, mi ritrovai in un sito che riportava la notizia – vecchia di qualche anno – di una targa collocata sulla facciata di un palazzo fiorentino, dedicata a Rosalia Montmasson; l’unica donna presente tra i 1089 volontari della spedizione dei Mille, che in quel palazzo, al tempo di Firenze capitale, insieme al marito Francesco Crispi, era vissuta.

Sorpresa, stupore, incredulità. Ho studiato storia all’Università, l’ho insegnata al liceo, ma non avevo mai saputo di una donna tra i Mille partiti da Quarto: nessuna notizia né nei grossi tomi universitari, né nei libri di testo scelti per i miei alunni, né nell’aneddotica storica dei sussidiari delle elementari. Per me i Mille erano declinati solo al maschile. E non solo per me: nessuno a cui chiesi di Rosalie Montmasson ne sospettava l’esistenza. Un assurdo, inspiegabile, silenzio, su un fatto così singolare, che riguardava uno degli eventi fondativi dell’Unità d’Italia.

Da qui la mia ricerca – matta e disperatissima – tra archivi, biblioteche, internet, per infrangere quel silenzio, e restituire identità storica a questa donna coerente e libertaria; che, a differenza del marito – da repubblicano, per opportunismo politico, diventato monarchico – rimase fedele alle idee di Mazzini fino alla morte.

Un’identità, storica ed esistenziale, che però il potentissimo Crispi cercò totalmente di cancellare dopo l’annullamento del loro matrimonio – 25 anni di vita coniugale – ottenuto con la complicità di giudici e politici. Dopo il quale, di lei si perde ogni memoria.

Premio Manzoni è intitolato allo scrittore che seppe mescolare storia e invenzione donandoci, diciamo così, la ricetta del romanzo storico. Come “dosi” i due elementi nella tua scrittura? Quale futuro vedi oggi per questo genere letterario?

Più che mai necessario, oggi, il romanzo storico: per non dimenticare il nero, il buio, l’orrore che nel passato spesso è scritto… genocidi… campi di sterminio… xenofobia… E resistere alle serpeggianti tentazioni autoritarie di una storia contemporanea che alza muri contro esiliati e migranti, alimentando artatamente la paura dell’altro. Un bisogno espressivo, che, a mio parere, oggi molti scrittori fortemente sentono; non è un caso che quest’anno siano stati pubblicati tanti romanzi storici: quelli di Lia Levi, di Helena Janeczek, di Rosella Postorino, di Marco Balzano, e di tanti altri…

Ma chi, in Italia, scrive romanzi storici non può prescindere da Manzoni; a partire dalla rilettura della “Storia della colonna infame”: dal rapporto in essa tra documento e narrazione che Leonardo Sciascia con forza sottolineò, riportando all’attenzione di scrittori e lettori questo straordinario testo manzoniano; ma, per quanto mi riguarda, non si può prescindere nemmeno da Stendhal, Marguerite Yourcenar, e dalla variegata lezione del romanzo storico siciliano: da De Roberto, Sciascia, Consolo. Non c’è però una ricetta, un dosaggio espressivo unico tra storia e invenzione. Non solo tra i diversi scrittori, ma talvolta anche tra i diversi romanzi dello stesso scrittore: mi è accaduto, continua ad accadermi. Ne “La ragazza di Marsiglia” la presenza e la fedeltà al documento è fondamento ineludibile, struttura portante della finzione letteraria; assolutamente necessaria per restituire visibilità storica e voce a questa donna, nel cui vissuto storia ed esistenza, amore e utopia erano inscindibili.

La parola che narra convive in te con la parola poetica – ricordiamo ai nostri lettori le raccolte “Interni”, 1979; “Nero barocco nero”, 1985; “Eros e mente”, 1996; “Amnesia del movimento delle nuvole”, 2003. In che modo? Cosa hai in cantiere in questo momento?

Non convive, si alterna. Sono infatti una dissociata biscrittora: a volte poesia, a volte narrazione. Ma fondamentale, in tutta la mia produzione, è la lunga pratica di lettura e scrittura poetica, che mi porta a un’intransigente disciplina, a un forte controllo della parola. E a leggere la realtà dei fatti di una determinata epoca, di un determinato luogo, con una dimensione rappresentativa che – simultaneamente, liberamente – coniuga emozione e concetto, esistenza e mondo.

 

Dal 17 al 21 dicembre, nel Palazzo del Governo di via Roma, incontro col mondo poetico di “Johannes”

 

La Civetta di Minerva, 8 dicembre 2018

Giovanni Ferdinando Giudice, conosciuto come Johannes, è uno dei personaggi più singolari di Ortigia, della quale è definito il poeta: versifica in lingua italiana e in dialetto siciliano, che ama trasmettere alle nuove generazioni, dipinge e organizza eventi culturali come recital di poesia o la Giornata europea della cultura ebraica – per inciso, ma rimandiamo ai precedenti articoli de “La Civetta di Minerva”, l’ultimo dei quali a firma di Marina De Michele; parlando in un caffè di Ortigia con Johannes abbiamo ricostruito le ultime, spiacevoli vicende sulla comunità ebraica siracusana. Sarebbe comunque auspicabile, da parte dell’amministrazione e soprattutto della curia siracusana, una maggiore comprensione nei confronti della piccola ma resiliente comunità ebraica locale, che a tutt’ora non dispone di un locale atto al culto. Rimandiamo agli studi recenti, ad esempio quello di Angela Scandaliato e Nuccio Mulè, sugli aspetti storico-culturali del “mistero della chiesa che non fu mai sinagoga e della sinagoga trasformata in chiesa”, ovvero San Filippo e San Giovannello alla Giudecca, quest’ultima vero punctum dolens qualora non si accettino la “severa sottomissione al senso storico e unico delle carte polverose e dei documenti consunti degli archivi” e il riscontro dei rinvenimenti materiali.

Da lunedì 17 a venerdì 21 dicembre, dalle 9.00 alle 20.00, presso il Palazzo del Governo di via Roma, sarà possibile conoscere il mondo poetico e non solo di Johannes: è previsto infatti per quei giorni l’evento “Non solo poesie”.

Mentre i cristiani si apprestano a celebrare Santa Lucia, simbolo della Luce di Cristo che viene ad illuminare il mondo il 25 dicembre (data legata alla celebrazione del Sol invictus, il sole che sembra sconfitto ma trionfa sulle tenebre, collegato quindi al solstizio d’inverno: la rete dei rimandi e delle allegorie è fittissima e annoda culti antichissimi, precristiani, alla liturgia della Chiesa), per l’ebraismo questo è il periodo di feste come Chanukkà (in ebraico חנוכה o חֲנֻכָּה, ḥănukkāh), conosciuta anche con il nome di Festa delle luci o Festa dei lumi, mentre martedì 18 dicembre 2018 ricorre il digiuno del 10 Tevet per l’anno 5779, giorno di Kaddish generale per tutte le vittime della Shoah la cui data di morte e luogo di sepoltura sono sconosciute.

L’evento di via Roma potrà essere l’occasione non solo per fruire dell’arte di un poeta e pittore ortigiano, ma anche per approfondire il variegato sostrato culturale e religioso della nostra Siracusa.

 

Iniziativa del Rotaract. Il ricavato sarà devoluto all’acquisto di macchinari da donare al reparto di pediatria dell’Umberto I°

 

La Civetta di Minerva, 8 dicembre 2018

Nella settimana in cui ricorre la festa della Santa patrona di Siracusa, i Rotaract Club Siracusa Ortigia e Noto terra di Eloro organizzano un’attività in cui verranno ripercorsi i luoghi storici e leggendari di Santa Lucia.

Prevista per domenica 16 dicembre infatti la visita dei luoghi del martirio e del seppellimento della giovane siracusana testimone della fede cristiana durante la persecuzione del 304; tra l’altro si ammireranno le edicolette votive più famose che testimoniano alcuni dei miracoli della Santa in favore della città di Siracusa – ricordiamo ad esempio quella di Piazza delle Poste che ci riporta al terremoto del 1908 –, infine sarà possibile vedere il simulacro argenteo realizzato da Pietro Rizzo ed il celebre dipinto del Caravaggio “Il Seppellimento di Santa Lucia”.

Il ricavato dell’attività sarà interamente devoluto al progetto di acquisto di macchinari medici e strumentazione complementare da donare al reparto di pediatria dell’Umberto I.

I Rotaract Club non sono nuovi a queste iniziative benefiche: quello di “Noto – Terra di Eloro” ha recentemente visitato i pazienti con disabilità mentale della comunità “Villa della Zagara” portando un ricco buffet e trascorrendo un pomeriggio in compagnia dei ricoverati, affetti da una patologia spesso purtroppo poco compresa, i quali, felici di questa sorpresa, hanno ringraziato i giovani rotaractiani donando un graditissimo pensiero fatto con le loro mani.

Momenti come questi, che si spera non restino isolati ma siano forieri di un contatto reale e duraturo con la realtà della sofferenza, sono stimolo a fare sempre più e meglio con spirito di servizio, o di “service” come i rotaractiani amano definirlo, cercando di essere sempre più fedeli e coerenti al motto di club di questo anno sociale 2018/2019 tratto dagli Atti degli Apostoli: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3479:visitatori-nei-luoghi-del-seppellimento-di-santa-lucia&catid=17&Itemid=143

 

 

La trama de “Il vendicatore oscuro” si tinge di giallo per la presenza di un misterioso assassino che segue le orme del pittore

 

La Civetta di Minerva, 8 dicembre 2018

“1608. Siracusa, a nord del Porto Laccio. Il mare era calmo, solo qualche lieve increspatura”.

Questo l’incipit de “Il vendicatore oscuro”, uscito per Electa Storie per la penna di Annalisa Stancanelli, dirigente scolastica e autrice di articoli, saggi e romanzi incentrati soprattutto su personaggi aretusei, in primis Archimede, Elio Vittorini e in questo caso Caravaggio, che durante la sua fuga – per sfuggire ai Cavalieri di Malta, al papa, ai fantasmi di una vita violenta, a se stesso – e la sua breve troppo breve sosta a Siracusa dipinse “Il seppellimento di Santa Lucia”, tela che dopo varie vicissitudini adesso è collocata presso l’altare maggiore della Chiesa di Santa Lucia alla Badia – basti ricordare la permanenza al Museo Bellomo, il lungo restauro, la polemica sulla mancata ricollocazione presso la Basilica di Santa Lucia al Sepolcro in Borgata, cui il quadro era originariamente destinato.

Il romanzo della Stancanelli si pone tra gli innumerevoli libri scritti su Caravaggio, la sua arte e la sua tormentata biografia – ricordiamo almeno “La fuga, la sosta” di Pino Di Silvestro (Rizzoli, La Scala), dal linguaggio prezioso, diremmo consoliano, e dall’impianto sciasciano nel rapporto con le fonti.

Ne “Il vendicatore oscuro”, dal montaggio rapido, dalle pennellate veloci – la scrittura della Stancanelli risente della lezione del giornalismo e predilige sobrie descrizioni e dialoghi brevi, serrati – l’ultimo Caravaggio emerge come figura vivida e oscura insieme; la trama del romanzo si tinge di giallo per la presenza di un misterioso assassino che, tra reminiscenze dantesche e madrigali del Mirabella, risse con Cardarelli e amori teneri e sensuali, sembra seguire le orme del pittore. Continui flashback ricordano al lettore il passato di Michelangelo Merisi, diviso tra pittura, colleghi amici rivali amori e la frequentazione di uomini tanto potenti quanto pericolosi.

Il contesto storico-geografico e culturale fa da sottofondo alla vicenda di Caravaggio, alle sue paure, ai suoi deliri, al genio che lo spinge a lavorare ossessivamente, a trasfigurare i propri incubi nella luce superiore dell’arte: ritroviamo così Mario Minniti, Vincenzo Mirabella e tutto il potentame siracusano dell’epoca, frati, monache, popolani, schiavi, uomini di mare, le chiese di San Giovanni e Santa Lucia extra moenia e un’intera città, dimora accogliente e ostile insieme.

 

 

 

Per il 150° dalla morte di Rossini e nel Festiva coraleNella nuova stagione la compagine impegnata nell’attività concertistica e nell’animazione liturgica

La Civetta di Minerva, novembre 2018

È ricominciata a pieno ritmo la nuova stagione concertistica del coro polifonico europeo “Giuseppe De Cicco”, realtà musicale ormai consolidata della provincia di Siracusa diretta dal maestro Maria Carmela De Cicco.

In occasione del centocinquantesimo anniversario della morte di Gioachino Rossini, il coro eseguirà, presso il Tempio di San Giacomo di Piazza Rossini a Bologna, musiche di Monteverdi, F. Mendelssohn, M. Duruflé, E. Elgar, Lotti, De Victoria, Telemann, Schütz, Rheinberger, Bruckner, Reger, compositori di musica corale dal Barocco al Romanticismo, omaggiando Rossini con le pagine più belle dello “Stabat Mater” e della “Petite Messe Solennelle”, insieme al Coro Euridice di Bologna, diretto da Maurizio Guernieri e Pier Paolo Scattolin.

Oltre che per il concerto, il coro sarà impegnato nell’animazione della liturgia. Il Festival corale internazionale Città di Bologna, giunto all’undicesima edizione, nell’ambito deIla quale sono inserite le esibizioni del coro De Cicco, si deve anche alla collaborazione con il San Giacomo Festival.

Il coro polifonico De Cicco si conferma dunque come compagine impegnata sia nell’attività concertistica – il 9 febbraio 2019 la corale si esibirà al Teatro Don Bosco di Ragusa in un concerto inserito nel cartellone dell’associazione “Melodica” – che nell’animazione liturgica, oltre che nella formazione dei coristi e dei direttori di coro con maestri di chiara fama come Pierpaolo Scattolin, Angela Troilo e Giovanni Acciai: tra le iniziative recenti che hanno visto coinvolto il coro ricordiamo “1000 voci per ricominciare” per la raccolta fondi in favore del Teatro di Amatrice, il ventennale del coro festeggiato con l’esecuzione della “Petite Messe Solennelle” di Gioachino Rossini a Carlentini (SR), Ragusa e la Chiesa di Santa Lucia alla Badia di Siracusa, raduni corali come “O Nata Lux”, la celebrazione del Giorno della Memoria, il gemellaggio con il coro di Agira, il festival “Musica sotto le stelle”, il bicentenario di Baha’u’llah, il gemellaggio con la città di Würtzburg e il sesto festival nazionale di musica sacra mariana di Bagheria (PA).

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3367:fino-al-6-novembre-a-palermo-la-mostra-sulla-poetessa-mariannina-coffa&catid=17&Itemid=143

 

L’evento nel 140° anniversario della sua morte. Sempre più artisti e letterati ne scrivono in saggi e ricerche

 

La Civetta di Minerva, novembre 2018

Il 6 gennaio 1878 moriva, a soli trentasei anni, tre mesi e sei giorni, la poetessa e patriota netina Mariannina Coffa. Sono quindi trascorsi esattamente centoquarant’anni dalla scomparsa di una donna ed artista la cui fama volò oltre il Val di Noto che l’aveva vista fiorire e nel corso di questo lasso di tempo non sono mancati gli studiosi e gli estimatori della biografia e dell’opera della poetessa, soprannominata “Saffo netina” e “Capinera di Noto” per l’apparentarsi del suo destino a quello della poetessa di Mitilene e dell’eroina di Verga: tra i più recenti cultori di Mariannina Coffa non possiamo non citare Marinella Fiume e Biagio Iacono (“Sibilla arcana”, “Sguardi plurali”, “Voglio il mio cielo” i lavori principali, frutto di infaticabili studi sulle carte d’archivio e del lavorìo critico di appassionati indagatori delle carte coffiane), oltre ad Angelo Fortuna (ricordiamo il suo volume su “Anonimo 1905”) e a Stefano Vaccaro (ricordiamo il suo recente “Silfide, maga e sirena – L’ideale femminile nella letteratura italiana dell’Ottocento”), giovani appassionati di letteratura che versificano nel nome della Coffa come Giuseppe Puzzo, docenti universitari del calibro di Nicolò Mineo, Carlo Muratori (che ha musicato un sonetto della Coffa inserendo il brano nel CD “Sale” e portandolo in tournée in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia) e potremmo continuare.

A celebrare questo anniversario è stata però non la città di Noto o Ragusa (dove la poetessa netina visse dal 1860 al 1876), ma Palermo, capitale della cultura 2018, con il progetto “Mariannina Coffa 2.0 – Concorso internazionale di poesia, letteratura ed arti visive – Resurrectio, ideato e realizzato dall’Associazione culturale “Suggestioni mediterranee” (presieduta da M. Stella Pucci di Benisichi) in collaborazione con l’Associazione Culturale “PROGETTO Zyz – La Palermo Splendente”, con lo scopo di onorare la memoria della poetessa “maledetta”. Gianluca Pipitò è il responsabile del premio, articolato in area poetico-letteraria, arti visive e ricerca storica, che prevede anche la pubblicazione di un’antologia digitale.

Fino al 6 novembre sarà inoltre visitabile la mostra dedicata alla poetessa presso il Real Albergo dei Poveri: inaugurata il 6 ottobre 2018 (orari: dalle ore 10 alle 17, da martedì a domenica), vede coinvolti il Comando regionale della Guardia di Finanza, l’Associazione culturale storia e militaria di Palermo, l’Ente di formazione professionale CIRPE e i vincitori della sezione pittura e fotografia del concorso “Mariannina Coffa Caruso 2.0 resurrection”, che ha visto premiati presso la Sala Pitrè della Società siciliana di Storia patria anche i poeti e gli scrittori finalisti del concorso letterario.

Oltre ad iniziative come queste e ai convegni e conferenze dedicati alla poetessa, sarebbe auspicabile un’edizione critica delle opere di Mariannina Coffa, realizzata con la stessa acribia con cui si è lavorato all’epistolario Coffa-Mauceri (ricordiamo che Ascenzio Mauceri, drammaturgo e musicista, primo preside del Liceo classico di Noto, fu il primo sfortunato e romanticamente indagato amore della poetessa) e alle lettere della Nostra al precettore e ad altri corrispondenti come parenti ed amici. Altri campi d’indagine sulla Coffa sono naturalmente ancora aperti: il suo rapporto con la Massoneria e con la medicina omeopatica, le sue collaborazioni anche sotto pseudonimo con vari periodici, ma anche e diremmo soprattutto il mistero delle carte scomparse dopo la sua morte, che se risolto potrebbe gettare una luce nuova sull’ultima stagione poetica della poetessa e forse anche sulla rottura del fidanzamento con Mauceri, prodromo dell’infelice matrimonio di Mariannina Coffa con Giorgio Morana.

Il 2019 potrebbe essere l’occasione per ripensare alle vicende risorgimentali, che si sono intrecciate alla biografia e all’opera di una letterata che merita di essere conosciuta e apprezzata anche al di fuori dell’ambito celebrativo e locale o accademico.

 

 

 

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