LA CIVETTA DI MINERVA del 18 maggio 2019

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Ecco la nuova locandina…

L'immagine può contenere: 3 persone, persone che sorridono

 

https://www.facebook.com/ReportRai3/

Report questa sera 21.20 Rai3
La giustizia dovrebbe essere imparziale. Ma cosa succede se accusa, difesa e giudici si scambiano favori, soldi e informazioni segrete? Il sistema messo in piedi da Piero Amara, ex avvocato Eni, riesce a far aprire un’inchiesta presso la procura di Siracusa grazie ad una denuncia di Alessandro Ferraro, suo uomo di fiducia, che dichiara di essere stato sequestrato “da due neri ed un bianco”. Dietro la vicenda ci sarebbe un complotto contro il manager dell’Eni Claudio Descalzi. Peccato che sia il rapimento che il complotto risulteranno finti. L’inchiesta è di Luca Chianca.

#Report lunedì 21.20 Rai3
✓ Dove e chi fabbrica le divise dei militari italiani?
✓ Chi ha messo in piedi un sistema di potere per aggiustare sentenze e
aggiudicarsi appalti pubblici?

https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.raiplay.it%2Fvideo%2F2019%2F04%2FLuned236-15-aprile-0ae18f40-0a43-4ede-bd2c-9750a88c6603.html%3Ffbclid%3DIwAR3Ipk12pAvw9dI4lskqXacsl17KgpUlgIFVUXpERQFP1mKYQUPCXNgo0b8&h=AT2Sb4noRNuXFCbWweIrgjr8aSazGWja6Gqw1pTxJUFrai79uEc1wlINuzahJys78ccMJPKyotQMIuNHV-4T21buRbQx71UIoZ1qY3mfu89qN-zioR5GApKVW8HML6XEXA

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Da non perdere questa puntata perché si parlerà del Sistema Siracusa, di cui si è occupato in prima linea il giornale LA CIVETTA DI MINERVA!

https://www.google.com/search?q=sistema+siracusa+%2B+la+civetta&rlz=1C1AVNA_enIT559IT562&oq=sistema+siracusa+%2B+la+civetta&aqs=chrome..69i57j0.10172j0j4&sourceid=chrome&ie=UTF-8

Report, stasera alle 21.20 su Rai 3, trasmette un’inchiesta sul sistema Amara, alias Sistema Siracusa, nell’ambito della quale anche noi della Civetta siamo stati intervistati nella sede della nostra redazione. E’ per noi – piccolo giornale di provincia – un grande onore avere questa ribalta nazionale ( F. Oddo)

La diretta con Stefano Lamorgese e Luca Chianca, che ha firmato l’inchiesta di giorno 15 sul sistema di potere messo in piedi dall’ex avvocato #Eni Piero Amara
#amaragiustizia #Report #fblive

Ecco la locandina del numero del 20 aprile 2019…

 

Caro lettore,

Il quindicinale La Civetta di Minerva è impegnato nella difesa dell’ambiente e del territorio, dei diritti civili, della legalità, dello sviluppo economico ecosostenibile, di una società inclusiva e solidale.

Editore del giornale è l’Associazione Culturale Minerva autofinanziata dai giornalisti e da alcuni soci, tutti insieme impegnati a sostenere una sfida coraggiosa e difficilissima, soprattutto in una provincia come la nostra dove è difficile poter affermare le proprie idee senza alcun timore, a dare la parola a chi non ce l’ha e pubblicare inchieste e notizie che non si trovano sui giornali di maggiore diffusione.

Oggi il giornale si trova in grave crisi economica e l’autosostentamento tra soci e giornalisti non basta più. Ritorniamo in edicola, dopo la pausa estiva, ma non sappiamo garantire per quanto tempo ancora. Chiediamo, pertanto, a quanti apprezzano il nostro modo di fare informazione di aiutarci. L’appello è rivolto sia alle Associazioni ai Movimenti di impegno sociale e civile (ai quali ci offriamo come loro voce e sicuro alleato) sia alle singole individualità che apprezzano il nostro lavoro e ci trovano in edicola. A tutti chiediamo di sottoscrivere un abbonamento annuale (Sostenitore, di almeno 50 euro oppure Ordinario di 25 euro). In cambio promettiamo il nostro rinnovato impegno di cronisti scrupolosi e intellettualmente onesti e l’attenzione verso le loro istanze insieme al piccolo privilegio di poter ricevere il giornale per posta, direttamente a casa, invece di ritirarlo in edicola. Ci rivolgiamo inoltre agli operatori economici, a chi gestisce un’attività commerciale: siamo disponibili ad offrire spazi pubblicitari e redazionali a prezzi veramente contenuti.

Per sottoscrivere materialmente l’abbonamento si può effettuare direttamente un bonifico ad Associazione Culturale Minerva UGF Banca, Viale Teracati 304 SR   IBAN IT 37 O 03127 17100 000000000726; oppure contattandoci direttamente: cell. 3337179937 – 3331469405.

Leggete La Civetta, diffondetela, acquistatela in edicola o sostenetela con un abbonamento da regalare agli amici o sponsorizzando la vs. attività commerciale.

Grazie per l’attenzione. Con i più cordiali saluti.

Franco Oddo

Marina De Michele

Tutta la Redazione

Sono fiera, nel mio piccolo, di far parte dei collaboratori di questo giornale che dalla Sicilia, da Siracusa e dalla sua provincia, fa sentire la propria voce…
Un video di Rainews del giugno 2012…
http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3754:della-nostra-inquietudine-dovremmo-fare-una-religione-di-vita&catid=17&Itemid=143

In “L’azzurro velo” il poeta Sebastiano Burgaretta interpreta in versi i personaggi “minori” del Nuovo Testamento

 

La Civetta di Minerva, 4 maggio 2019

“L’azzurro velo”, volume edito da Archilibri (collana “Verso Sud”, 11), è l’ultima fatica letteraria di Sebastiano Burgaretta, docente, saggista e poeta. Nella prefazione di Monsignor Giuseppe Greco, che ripercorre il modo in cui Burgaretta reinterpreta i personaggi “minori” del Nuovo Testamento, leggiamo che questi versi sono “Vangelo inculturato nella nostra lingua” (p. 14), che è come dire che la poesia è incarnazione di pensiero, di verità e bellezza in suoni, sillabe, parole, versi (in italiano, latino, greco, spagnolo, arabo ebraico e nel prediletto siciliano, lingua terrena e terrosa come poche): mutatis mutandis, la poesia rappresenta ciò che per un credente è il mistero dell’Incarnazione, cioè il farsi tangibile, udibile, dicibile di ciò che è inafferrabile, silenzioso, ineffabile.

I disegni di Guido Borghi, essenziali e scabri, commentano i versi senza soprapporvisi.

Nella postfazione, scritta credo non a caso il giorno dell’Immacolata del 2016 (tutto è Grazia e significanza per chi riesca a leggerne i segni) Antonio Di Grado sottolinea la “radianza” che emana dai personaggi disegnati da Burgaretta, che riescono a rifrangere in maniera esuberante, effervescente, entusiasta in senso etimologico (hanno lo Spirito in sé, Spirito che li spinge a danzare, cantare, che non può non splendere per mezzo loro) la Carità: d’altronde da caritas a claritas non vi è che una l e un passo.

Il velo è metafora del nascondimento, della verità che quasi gioca a nascondersi e a rivelarsi progressivamente e comunque in tempi e modi misteriosi.

Sfilano davanti ai nostri occhi la Vergine Maria, la Madre delle Madri, il volto femminile di Dio, la maternità di Dio incarnata in una ragazza di Nazareth, e poi Simeone, il giovane ricco (“guardavi tutto tu senza vedere”, gli rimprovera l’io lirico, ed è caratteristica comune di tutti questi personaggi l’essere attraversati – ciechi, increduli, vagabondanti a tastoni in una vita nebulosa, oscura, da decifrare – dalla luce caravaggesca di un Cristo che ribalta le prospettive, di un Dio luce cruda) e poi le piccole grandi figure portatrici di verità che (cito Raynaldo Hahn che parlava dei “cantanti minori” che, “quando compaiono in scena, non fosse altro che per dire due o tre battute, attirano subito l’attenzione”) che fanno materializzare il mondo della Bibbia, “immenso, corrusco, maestoso, rutilante di colori e formicolante di gente e vita”.

Ne parliamo con l’autore.

Come mai questo interesse per le figure minori dei Vangeli? Sono quasi miniature da quadro fiammingo e le troviamo istoriate nei tuoi versi quasi da protagoniste.

Queste figure solo in apparenza sono minori. L’equivoco, per così dire, nasce dal fatto che, come spesso succede con i personaggi esemplari, siamo comunemente portati a darli per scontati, a guardarli senza vederli, a ripeterne le vicende senza assimilarle dentro di noi. I Personaggi più in vista, e perciò più famosi, sono facilmente oggetto di riflessione, quelli ritenuti secondari invece passano in sott’ordine, come definitivamente messi e chiusi dentro una loro piccola nicchia, destinati fatalmente a trasformarsi in santini lontani da noi; conseguentemente essi finiscono per rispondere a cliché standardizzati e a non dirci, praticamente, più nulla di interessante, né tanto meno di inquietante. Questi personaggi non sono figure da tenere lontano da noi, relegate in una forma d’inutile rispetto sacrale, sono piuttosto la proiezione di quanto di più umano possa esistere nell’esperienza esistenziale di ogni uomo, e dunque di ciascuno di noi. Essi esprimono la variegata, problematica ricchezza dell’animo umano, con tutte le esigenze, le ansie, le speranze, le aspirazioni, le debolezze, le inquietudini, con tutti i bisogni, i dubbi, i timori, i patemi di cui è capace e portatore l’animo umano. In ognuno di essi siamo, per un verso e per l’altro, tutti noi con il nostro portato esistenziale. In ognuno di essi perciò siamo chiamati a cercare e contemplare la nostra personalissima immagine, per riconoscerla e, così, confrontarci con essa in assoluta onestà e purezza interiore, se vogliamo realizzare in noi quello che siamo già, direbbe Dante, “in costrutto”, cioè uomini realmente tali perché schegge del divino. Da qui, da questa reale problematicità della vita umana in tutte le sue pieghe, la presenza di quello che tu intendi col riferimento al cesello miniaturistico dell’arte fiamminga.

Il tuo lavoro sulla lingua è da cesellatore, anzi da mosaicista dato che assembli tessere di lingue diverse. Parlaci del tuo laboratorio poetico.

Il cesello applicato alla lingua è connaturato e contestuale al dettato poetico. Esso non nasce astrattamente a tavolino. Se così fosse, ne verrebbe facilmente fuori la pretestuosità, se ne rivelerebbero immediatamente, data la complessità del contesto, la falsità retorica, il vuoto contenutistico, la vanità dell’operazione, per dirla tutta, l’inutilità e il vuoto dell’impresa. In realtà la scelta linguistica è data dall’imput di natura musicale che sempre determina e caratterizza la mia scrittura poetica. Non sono io a decidere, per esempio, quale lingua di volta in volta impiegare in questo mio discorrere in mistilinguismo. È la lingua stessa che si presenta nello spirito e nel tessuto del dettato poetico-creativo. Del resto questa cosa non dovrebbe meravigliare più di tanto, perché in essa non c’è nulla di nuovo. Ciò che ce lo fa ritenere nuovo è in realtà il frutto amaro della nostra ignoranza storica e memoriale. Il greco, il latino, lo spagnolo, l’arabo, l’ebraico che, nei miei componimenti fanno capolino per trovare spazio tra italiano e siciliano sono già nella nostra lingua madre, nel siciliano soprattutto, che è storicamente e antropologicamente figlio ed erede diretto e vivissimo di tutte quelle lingue. Chi parla siciliano parla già, anche se non ne ha consapevolezza, quelle lingue. Nei miei versi succede che quelle lingue, anche nelle loro versioni ora classiche, ora evolute, ora popolari, si prendono lo spazio che è loro. La mia sola responsabilità è quella di permetterglielo, aprendone gli spiragli e gli spazi necessari e opportuni, di farne in tal modo perenne memoria. La difficoltà che incontra chi legge i miei versi è dovuta non alle mie scelte linguistiche, che sono perfettamente legittime e reali, essendo il siciliano che adotto nei miei versi lo stesso che io parlo da sempre, ma ai mezzi limitati, sul piano delle conoscenze linguistiche e storiche, di chi mi legge. E c’è da temere per il futuro, stante il destino barbarico che i governanti attuali hanno deciso di riservare allo studio della storia nelle scuole italiane.

Cosa hanno da dire queste figure oggi? E cosa ha oggi da dire la poesia?

Come si può evincere dalla mia risposta alla prima domanda, queste figure hanno moltissimo da dire oggi a noi, anzi direi che hanno da dirci tutto. Ci dicono che non possiamo eludere le nostre responsabilità di uomini, pena il disagio interiore, l’alienazione, l’infelicità. Non a caso il mio amico Franco Battiato può pregare cantando: “Ricordami quanto sono infelice lontano dalle tue leggi…” (L’ombra della luce). Siamo davvero infelici, quando cerchiamo di sfuggire alle leggi che regolano, al suo interno, la nostra vita e il nostro equilibrio umano, che hanno un asse d’equilibrio di origine e natura oggettivi. Per questo non bisogna mai rinunciare a una sana inquietudine interiore, quella cioè che ci permette di cercare e di crescere in libertà. Di questa inquietudine dovremmo fare una sorta di religione di vita, come ben aveva capito Miguel De Unamuno, che in un suo saggio scrisse: “La mia religione è inquietare il prossimo”, ovviamente per trasmettergli un po’ della sua capacità di inquietarsi.

Cos’ha da dire oggi la poesia? Bella, impossibile domanda. Per sua stessa natura la poesia può dire niente e tutto. Quanti poeti e pensatori sommi si sono cimentati nel definire la poesia e i suoi fini! Io credo che non ci possa essere una definizione unica della poesia e di ciò che essa possa dire. Si può farfugliare che essa ha forse la configurazione di quanto di muove e/o si agita nel cuore, nella mente, nella sensibilità di ciascun uomo. Che poi si abbia la ventura di potere anche esprimere nella musica e nel semantema delle parole questo movimento è un dono che, a mio avviso, ha del mistero, essendo parte di una dimensione della quale, indipendentemente dalla preparazione culturale degli uomini che ne sono toccati, non si realizzano con certezza né fonti né contorni dominabili.

Siracusa mostra così di essere doppiamente un museo a cielo aperto offrendo ulteriore armonia

 

La Civetta di Minerva, 6 aprile 2019

Andrea Chisesi, che è riuscito a fondere pittura, fotografia, lavoro in studio e ispirazione estemporanea in performance e opere apprezzate da pubblico e critica (ricordiamo le pubblicazioni su riviste come Vogue, Vanity fair, Max, Rolling Stone, i ritratti di personaggi come Harvey Keitel, Robbie Wiliams, Ken Follett, Steven Tyler, l’alternare il dripping alla progettualità sistematica delle “fusioni”, la splendida reinterpretazione della figura di Santa Lucia della quale ci siamo occupati in occasione della presentazione al pubblico, le personali in tutta Italia…), si è impegnato in un nuovo progetto che potremmo definire di “bellezza diffusa”: i passanti possono godere di opere artistiche – prive di marchi, di firme, fuori da qualsiasi logica mercantile, di “mercificazione” del “prodotto” artistico – realizzate e installate su cartelli stradali e spazi che solitamente sono dedicati alla pubblicità.

Siracusa mostra così di essere doppiamente un museo a cielo aperto: la “air art” o “ArtAir” di Chisesireinterpreta Grazie e Naiadi e le offre agli occhi pieni di fumi di smog e immagini distorcenti per offrire bellezza, armonia, colore. Canova e gli altri grandi della scultura e della pittura occhieggiano dai muri scrostati della periferia, dal centro sovraccarico di insegne e luci, in una sorta di movimento di liberazione dell’arte, che non va confinata tra le mura e le vetrine di un museo, sulle pareti di un palazzo, ma è “là fuori”, vive e respira e cammina dove gli esseri umani corrono, lavorano, pensano, sognano. Sulla strada. Per far comprendere che l’arte può e deve essere nostra compagna di viaggio, cartello indicatore di senso verso mete di bellezza, manifesto dell’essere in tutte le sue espressioni.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3722:la-pasqua-ebraica-pesach-e-quella-cristiana-legate-ai-riti&catid=17&Itemid=143

 

La Civetta di Minerva, 20 aprile 2019

Il 21 aprile il cristianesimo festeggia la resurrezione di Gesù Cristo, ma non dobbiamo dimenticare che la Pasqua cristiana è strettamente connessa a Pèsach o Pesah (ebraico פסח), ovvero la Pasqua ebraica, festività di otto giorni (sette nel solo Israele) che ricorda la liberazione del popolo ebraico dall’Egitto e il suo esodo verso la Terra Promessa sotto la guida di Mosè e poi di Giosuè.

Se infatti leggiamo le pagine dell’Antico Testamento si narra della cena rituale celebrata nella notte fra il 14 e il 15 del mese di Nisan in ricordo di quella che aveva preceduto la liberazione dalla schiavitù in Egitto; i successivi sette giorni vengono chiamati Festa dei Pani non lievitati (o Festa dei Pani Azzimi). Questa settimana trae origine da un’antica festa per il raccolto delle prime spighe d’orzo e il loro utilizzo per preparare focacce senza lasciare il tempo necessario per il formarsi di nuovo lievito e così ottenere la fermentazione della nuova farina. Pesach e quindi anche la Pasqua cristiana sono legate ai riti di passaggio dalla morte alla vita, dall’inverno alla primavera (Pesach è infatti anche chiamata Chag haaviv, cioè “festa della primavera”), dalla schiavitù e dalla prigionia al riscatto e alla liberazione, dal peccato alla redenzione.

Il periodo pasquale comprende anche, per gli Ebrei, Pentecoste (Shavuot) e la Festa delle Capanne (Sukkot), mentre la Pasqua cristiana, dopo i quaranta giorni della Quaresima e il Triduo della passione e morte di Cristo, con la sua resurrezione apre un periodo di festa coronato dall’Ascensione di Cristo e dalla Pentecoste, cioè la discesa dello Spirito Santo sulla Vergine e gli Apostoli.

Da questa sintesi non certo esaustiva è possibile comunque comprendere il profondo legame tra quelli che Giovanni Paolo II ebbe a definire con felice espressione i “nostri fratelli maggiori” nella fede e noi – ricordiamo la storica visita di Wojtyla alla sinagoga di Roma (13 aprile 1986) e il testamento del papa polacco, in cui scriveva: “Come non ricordare anche tanti Fratelli cristiani — non cattolici! E il rabbino di Roma e così numerosi rappresentanti delle religioni non cristiane!”.

La nostra città conserva l’antico quartiere ebraico della Giudecca con i relativi bagni di via Alagona; Giovanni Ferdinando Giudice, conosciuto come Johannes, personaggio tra i più noti dell’isola di Ortigia (versificatore in lingua italiana e in dialetto siciliano, organizzatore di eventi culturali come recital di poesia o la Giornata europea della cultura ebraica) da anni si batte sia perché la comunità ebraica siracusana possa disporre di un locale atto al culto, sia perché la Chiesa di San Giovannello sia riconosciuta come l’antica sinagoga ebraica e restituita alla fruizione e al culto da parte anche dei numerosi fedeli provenienti da ogni parte del mondo. Attendiamo un pronunciamento in tal senso sia da parte della Chiesa siracusana che magari dal pontefice, oltre che dell’UCEI, e ulteriori risultanze provenienti dagli studiosi – ad esempio, il 17 aprile è stato presentato “La Sinagoga perduta di Palermo”, il volume di Maria Eugenia Manzella, edito da Edizioni Kalós e molti sono gli studi sulla Sinagoga della Giudecca di Siracusa; Agira conserva l’unico Aron (arca santa) in pietra di Sicilia; lo studioso avolese Dario Burgaretta continua ad offrirci saggi accademici di rilevanza notevole sul giudaismo in Sicilia e oltre e potremmo continuare.

Da quanto detto in precedenza sarebbe quindi auspicabile che i rapporti tra Chiesa siracusana e la piccola ma resiliente comunità ebraica fossero sereni e improntati secondo uno spirito di fratellanza: annosa è la questione relativa alla Chiesa di San Giovannello – il nostro giornale si è occupato in diversi articoli sia dei problemi relativi alla comunità ebraica di Siracusa e al suo ex rabbino che del dibattito sulle chiese della Giudecca:San Filippo, erroneamente considerata come l’antica sinagoga ebraica, non lo sarebbe mai stata, mentre la Chiesa di San Giovannello, secondo la tradizione e gli antichi documenti che lo comproverebbero, sarebbe dunque da considerare la “meschita judeorum” e quindi l’antica sinagoga che gli Ebrei siracusani dovettero abbandonare dopo l’editto del 1492 insieme ai bagni e al quartiere, dovendo lasciare i domini dei re di Spagna Ferdinando e Isabella.

 

 

 

 

 

 

 

 

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