LA CIVETTA DI MINERVA del 1 giugno 2019

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Ecco la nuova prima pagina de LA CIVETTA DI MINERVA… in edicola!

L'immagine può contenere: 4 persone, persone che sorridono

https://www.facebook.com/ReportRai3/

Report questa sera 21.20 Rai3
La giustizia dovrebbe essere imparziale. Ma cosa succede se accusa, difesa e giudici si scambiano favori, soldi e informazioni segrete? Il sistema messo in piedi da Piero Amara, ex avvocato Eni, riesce a far aprire un’inchiesta presso la procura di Siracusa grazie ad una denuncia di Alessandro Ferraro, suo uomo di fiducia, che dichiara di essere stato sequestrato “da due neri ed un bianco”. Dietro la vicenda ci sarebbe un complotto contro il manager dell’Eni Claudio Descalzi. Peccato che sia il rapimento che il complotto risulteranno finti. L’inchiesta è di Luca Chianca.

#Report lunedì 21.20 Rai3
✓ Dove e chi fabbrica le divise dei militari italiani?
✓ Chi ha messo in piedi un sistema di potere per aggiustare sentenze e
aggiudicarsi appalti pubblici?

https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.raiplay.it%2Fvideo%2F2019%2F04%2FLuned236-15-aprile-0ae18f40-0a43-4ede-bd2c-9750a88c6603.html%3Ffbclid%3DIwAR3Ipk12pAvw9dI4lskqXacsl17KgpUlgIFVUXpERQFP1mKYQUPCXNgo0b8&h=AT2Sb4noRNuXFCbWweIrgjr8aSazGWja6Gqw1pTxJUFrai79uEc1wlINuzahJys78ccMJPKyotQMIuNHV-4T21buRbQx71UIoZ1qY3mfu89qN-zioR5GApKVW8HML6XEXA

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Da non perdere questa puntata perché si parlerà del Sistema Siracusa, di cui si è occupato in prima linea il giornale LA CIVETTA DI MINERVA!

https://www.google.com/search?q=sistema+siracusa+%2B+la+civetta&rlz=1C1AVNA_enIT559IT562&oq=sistema+siracusa+%2B+la+civetta&aqs=chrome..69i57j0.10172j0j4&sourceid=chrome&ie=UTF-8

Report, stasera alle 21.20 su Rai 3, trasmette un’inchiesta sul sistema Amara, alias Sistema Siracusa, nell’ambito della quale anche noi della Civetta siamo stati intervistati nella sede della nostra redazione. E’ per noi – piccolo giornale di provincia – un grande onore avere questa ribalta nazionale ( F. Oddo)

La diretta con Stefano Lamorgese e Luca Chianca, che ha firmato l’inchiesta di giorno 15 sul sistema di potere messo in piedi dall’ex avvocato #Eni Piero Amara
#amaragiustizia #Report #fblive

Ecco la locandina del numero del 20 aprile 2019…

Caro lettore,

Il quindicinale La Civetta di Minerva è impegnato nella difesa dell’ambiente e del territorio, dei diritti civili, della legalità, dello sviluppo economico ecosostenibile, di una società inclusiva e solidale.

Editore del giornale è l’Associazione Culturale Minerva autofinanziata dai giornalisti e da alcuni soci, tutti insieme impegnati a sostenere una sfida coraggiosa e difficilissima, soprattutto in una provincia come la nostra dove è difficile poter affermare le proprie idee senza alcun timore, a dare la parola a chi non ce l’ha e pubblicare inchieste e notizie che non si trovano sui giornali di maggiore diffusione.

Oggi il giornale si trova in grave crisi economica e l’autosostentamento tra soci e giornalisti non basta più. Ritorniamo in edicola, dopo la pausa estiva, ma non sappiamo garantire per quanto tempo ancora. Chiediamo, pertanto, a quanti apprezzano il nostro modo di fare informazione di aiutarci. L’appello è rivolto sia alle Associazioni ai Movimenti di impegno sociale e civile (ai quali ci offriamo come loro voce e sicuro alleato) sia alle singole individualità che apprezzano il nostro lavoro e ci trovano in edicola. A tutti chiediamo di sottoscrivere un abbonamento annuale (Sostenitore, di almeno 50 euro oppure Ordinario di 25 euro). In cambio promettiamo il nostro rinnovato impegno di cronisti scrupolosi e intellettualmente onesti e l’attenzione verso le loro istanze insieme al piccolo privilegio di poter ricevere il giornale per posta, direttamente a casa, invece di ritirarlo in edicola. Ci rivolgiamo inoltre agli operatori economici, a chi gestisce un’attività commerciale: siamo disponibili ad offrire spazi pubblicitari e redazionali a prezzi veramente contenuti.

Per sottoscrivere materialmente l’abbonamento si può effettuare direttamente un bonifico ad Associazione Culturale Minerva UGF Banca, Viale Teracati 304 SR   IBAN IT 37 O 03127 17100 000000000726; oppure contattandoci direttamente: cell. 3337179937 – 3331469405.

Leggete La Civetta, diffondetela, acquistatela in edicola o sostenetela con un abbonamento da regalare agli amici o sponsorizzando la vs. attività commerciale.

Grazie per l’attenzione. Con i più cordiali saluti.

Franco Oddo

Marina De Michele

Tutta la Redazione

Sono fiera, nel mio piccolo, di far parte dei collaboratori di questo giornale che dalla Sicilia, da Siracusa e dalla sua provincia, fa sentire la propria voce…
Un video di Rainews del giugno 2012…

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3767:l-elena-al-teatro-greco-un-opera-d-arte-totale&catid=17&Itemid=143

Spettacolo alla Kubrick, con molte suggestioni. L’hi-tech si è fuso col mito, i costumi di Gianluca Falaschi e le musiche di Andrea Chenna…

La Civetta di Minerva, 18 maggio 2019

“La tradizione è l’ultima cattiva interpretazione”, diceva Maria Callas. Se questo può essere vero per il teatro di uno o due secoli fa, pensiamo a quanto siano “traditrici” del testo o dell’autore, della messa in scena “d’epoca” le interpretazioni presentate come “filologiche” o appunto “tradizionali”: con buona pace di chi vorrebbe costumi recitazione musica greci, non sapremo mai come i nostri antenati facessero teatro – troppo lungo sarebbe analizzare le fonti che ne parlano.

Forse è meglio che sia così: “tradurre” un testo teatrale, portarlo in scena, è sempre un po’ tradirlo, adattarlo al gusto e alle esigenze moderne, farlo a noi contemporaneo. Far sì che ci parli, che svolga la sua funzione di classico, cioè di testo che non ha esaurito la sua carica di significato.

Queste e molte altre le riflessioni dopo la prima di “Elena”, la tragicommedia di Euripide nella traduzione di Walter Lapini per la regia di Davide Livermore: l’hi-tech si è fuso col mito, i costumi di Gianluca Falaschi (paillettes e stoffe intrise d’acqua, stivali come moderni coturni) e le musiche di Andrea Chenna – che ha mescolato Barocco e Bellini, il Mozart del Requiem a suggestioni elettroniche e ritmi primitivi e moderni insieme per creare una colonna sonora straniata e straniante –, le luci di Antonio Castro, il video design curato da D-Wok che dialoga con quanto accade in scena, Lorenzo Russo, Marco Branciamore, Antonio Cilio, Carlo Gilè e i loro allestimenti scenografici, la recitazione di Laura Marinoni, Elena patetica insinuante calcolatrice, Viola Marietti, Sax Nicosia, Menelao pupo e puparo, eroe vinto, Mariagrazia Solano (ruolo minore ma tornito), Maria Chiara Centorami, di una sicura e convincente Simonetta Cartia, Giancarlo Judica Cordiglia, Linda Gennari, Federica Quartana, Bruno Di Chiara, Marcello Gravina, Django Guerzoni, Giancarlo Latina, Silvio Laviano, Turi Moricca, Vladimir Randazzo, Marouane Zotti, tutto ha contribuito a creare un’opera d’arte totale, alla Kubrick – la variante del mito greco che si fonde con un Settecento sfiancato effeminato esangue, il gioco degli specchi, i vocalizzi da opera barocco-settecentesca dell’indovina Teonoe, un Teoclimeno da pazzia del re Giorgio d’Inghilterra, il rito funebre e funereo che si fonde al ritrovato eros di Menelao ed Elena in un “Eyes Wide Shut” alla Euripide…tante le suggestioni di questo spettacolo molto poco purista ma aperto alle contaminazioni – musicali, artistiche, di genere, con gli scambi di ruolo uomo/ donna cui ci hanno resi avvezzi precedenti messe in scena.

Quest’anno ricorrono cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, scomparso nel 1519 proprio a maggio. Uno dei suoi pensieri potrebbe riassumere il senso della tragicommedia di Elena, accusata – a ragione? A torto? – di aver provocato la guerra di Troia e gli infiniti lutti che ne conseguirono: in una pagina del Codice Atlantico databile intorno al 1480, Leonardo immagina un’Elena anziana.

“O tempo, consumatore delle cose, e o invidiosa antichità, tu distruggi tutte le cose e consumi tutte le cose da’ duri denti della vecchiezza, a poco a poco, con lenta morte. Elena, quando si specchiava, vedendo le vizze grinze del suo viso, fatte per la vecchiezza, piagne e pensa seco perché fu rapita due volte”.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3754:della-nostra-inquietudine-dovremmo-fare-una-religione-di-vita&catid=17&Itemid=143

In “L’azzurro velo” il poeta Sebastiano Burgaretta interpreta in versi i personaggi “minori” del Nuovo Testamento

La Civetta di Minerva, 4 maggio 2019

“L’azzurro velo”, volume edito da Archilibri (collana “Verso Sud”, 11), è l’ultima fatica letteraria di Sebastiano Burgaretta, docente, saggista e poeta. Nella prefazione di Monsignor Giuseppe Greco, che ripercorre il modo in cui Burgaretta reinterpreta i personaggi “minori” del Nuovo Testamento, leggiamo che questi versi sono “Vangelo inculturato nella nostra lingua” (p. 14), che è come dire che la poesia è incarnazione di pensiero, di verità e bellezza in suoni, sillabe, parole, versi (in italiano, latino, greco, spagnolo, arabo ebraico e nel prediletto siciliano, lingua terrena e terrosa come poche): mutatis mutandis, la poesia rappresenta ciò che per un credente è il mistero dell’Incarnazione, cioè il farsi tangibile, udibile, dicibile di ciò che è inafferrabile, silenzioso, ineffabile.

I disegni di Guido Borghi, essenziali e scabri, commentano i versi senza soprapporvisi.

Nella postfazione, scritta credo non a caso il giorno dell’Immacolata del 2016 (tutto è Grazia e significanza per chi riesca a leggerne i segni) Antonio Di Grado sottolinea la “radianza” che emana dai personaggi disegnati da Burgaretta, che riescono a rifrangere in maniera esuberante, effervescente, entusiasta in senso etimologico (hanno lo Spirito in sé, Spirito che li spinge a danzare, cantare, che non può non splendere per mezzo loro) la Carità: d’altronde da caritas a claritas non vi è che una l e un passo.

Il velo è metafora del nascondimento, della verità che quasi gioca a nascondersi e a rivelarsi progressivamente e comunque in tempi e modi misteriosi.

Sfilano davanti ai nostri occhi la Vergine Maria, la Madre delle Madri, il volto femminile di Dio, la maternità di Dio incarnata in una ragazza di Nazareth, e poi Simeone, il giovane ricco (“guardavi tutto tu senza vedere”, gli rimprovera l’io lirico, ed è caratteristica comune di tutti questi personaggi l’essere attraversati – ciechi, increduli, vagabondanti a tastoni in una vita nebulosa, oscura, da decifrare – dalla luce caravaggesca di un Cristo che ribalta le prospettive, di un Dio luce cruda) e poi le piccole grandi figure portatrici di verità che (cito Raynaldo Hahn che parlava dei “cantanti minori” che, “quando compaiono in scena, non fosse altro che per dire due o tre battute, attirano subito l’attenzione”) che fanno materializzare il mondo della Bibbia, “immenso, corrusco, maestoso, rutilante di colori e formicolante di gente e vita”.

Ne parliamo con l’autore.

Come mai questo interesse per le figure minori dei Vangeli? Sono quasi miniature da quadro fiammingo e le troviamo istoriate nei tuoi versi quasi da protagoniste.

Queste figure solo in apparenza sono minori. L’equivoco, per così dire, nasce dal fatto che, come spesso succede con i personaggi esemplari, siamo comunemente portati a darli per scontati, a guardarli senza vederli, a ripeterne le vicende senza assimilarle dentro di noi. I Personaggi più in vista, e perciò più famosi, sono facilmente oggetto di riflessione, quelli ritenuti secondari invece passano in sott’ordine, come definitivamente messi e chiusi dentro una loro piccola nicchia, destinati fatalmente a trasformarsi in santini lontani da noi; conseguentemente essi finiscono per rispondere a cliché standardizzati e a non dirci, praticamente, più nulla di interessante, né tanto meno di inquietante. Questi personaggi non sono figure da tenere lontano da noi, relegate in una forma d’inutile rispetto sacrale, sono piuttosto la proiezione di quanto di più umano possa esistere nell’esperienza esistenziale di ogni uomo, e dunque di ciascuno di noi. Essi esprimono la variegata, problematica ricchezza dell’animo umano, con tutte le esigenze, le ansie, le speranze, le aspirazioni, le debolezze, le inquietudini, con tutti i bisogni, i dubbi, i timori, i patemi di cui è capace e portatore l’animo umano. In ognuno di essi siamo, per un verso e per l’altro, tutti noi con il nostro portato esistenziale. In ognuno di essi perciò siamo chiamati a cercare e contemplare la nostra personalissima immagine, per riconoscerla e, così, confrontarci con essa in assoluta onestà e purezza interiore, se vogliamo realizzare in noi quello che siamo già, direbbe Dante, “in costrutto”, cioè uomini realmente tali perché schegge del divino. Da qui, da questa reale problematicità della vita umana in tutte le sue pieghe, la presenza di quello che tu intendi col riferimento al cesello miniaturistico dell’arte fiamminga.

Il tuo lavoro sulla lingua è da cesellatore, anzi da mosaicista dato che assembli tessere di lingue diverse. Parlaci del tuo laboratorio poetico.

Il cesello applicato alla lingua è connaturato e contestuale al dettato poetico. Esso non nasce astrattamente a tavolino. Se così fosse, ne verrebbe facilmente fuori la pretestuosità, se ne rivelerebbero immediatamente, data la complessità del contesto, la falsità retorica, il vuoto contenutistico, la vanità dell’operazione, per dirla tutta, l’inutilità e il vuoto dell’impresa. In realtà la scelta linguistica è data dall’imput di natura musicale che sempre determina e caratterizza la mia scrittura poetica. Non sono io a decidere, per esempio, quale lingua di volta in volta impiegare in questo mio discorrere in mistilinguismo. È la lingua stessa che si presenta nello spirito e nel tessuto del dettato poetico-creativo. Del resto questa cosa non dovrebbe meravigliare più di tanto, perché in essa non c’è nulla di nuovo. Ciò che ce lo fa ritenere nuovo è in realtà il frutto amaro della nostra ignoranza storica e memoriale. Il greco, il latino, lo spagnolo, l’arabo, l’ebraico che, nei miei componimenti fanno capolino per trovare spazio tra italiano e siciliano sono già nella nostra lingua madre, nel siciliano soprattutto, che è storicamente e antropologicamente figlio ed erede diretto e vivissimo di tutte quelle lingue. Chi parla siciliano parla già, anche se non ne ha consapevolezza, quelle lingue. Nei miei versi succede che quelle lingue, anche nelle loro versioni ora classiche, ora evolute, ora popolari, si prendono lo spazio che è loro. La mia sola responsabilità è quella di permetterglielo, aprendone gli spiragli e gli spazi necessari e opportuni, di farne in tal modo perenne memoria. La difficoltà che incontra chi legge i miei versi è dovuta non alle mie scelte linguistiche, che sono perfettamente legittime e reali, essendo il siciliano che adotto nei miei versi lo stesso che io parlo da sempre, ma ai mezzi limitati, sul piano delle conoscenze linguistiche e storiche, di chi mi legge. E c’è da temere per il futuro, stante il destino barbarico che i governanti attuali hanno deciso di riservare allo studio della storia nelle scuole italiane.

Cosa hanno da dire queste figure oggi? E cosa ha oggi da dire la poesia?

Come si può evincere dalla mia risposta alla prima domanda, queste figure hanno moltissimo da dire oggi a noi, anzi direi che hanno da dirci tutto. Ci dicono che non possiamo eludere le nostre responsabilità di uomini, pena il disagio interiore, l’alienazione, l’infelicità. Non a caso il mio amico Franco Battiato può pregare cantando: “Ricordami quanto sono infelice lontano dalle tue leggi…” (L’ombra della luce). Siamo davvero infelici, quando cerchiamo di sfuggire alle leggi che regolano, al suo interno, la nostra vita e il nostro equilibrio umano, che hanno un asse d’equilibrio di origine e natura oggettivi. Per questo non bisogna mai rinunciare a una sana inquietudine interiore, quella cioè che ci permette di cercare e di crescere in libertà. Di questa inquietudine dovremmo fare una sorta di religione di vita, come ben aveva capito Miguel De Unamuno, che in un suo saggio scrisse: “La mia religione è inquietare il prossimo”, ovviamente per trasmettergli un po’ della sua capacità di inquietarsi.

Cos’ha da dire oggi la poesia? Bella, impossibile domanda. Per sua stessa natura la poesia può dire niente e tutto. Quanti poeti e pensatori sommi si sono cimentati nel definire la poesia e i suoi fini! Io credo che non ci possa essere una definizione unica della poesia e di ciò che essa possa dire. Si può farfugliare che essa ha forse la configurazione di quanto di muove e/o si agita nel cuore, nella mente, nella sensibilità di ciascun uomo. Che poi si abbia la ventura di potere anche esprimere nella musica e nel semantema delle parole questo movimento è un dono che, a mio avviso, ha del mistero, essendo parte di una dimensione della quale, indipendentemente dalla preparazione culturale degli uomini che ne sono toccati, non si realizzano con certezza né fonti né contorni dominabili.

 

Quant’era lunga la cerchia delle mura dell’antica Siracusa? Per Benedetto XVI era “la New York dell’antichità”; per Cavallari e Holms la più grande e potente

 

La Civetta di Minerva, 18 maggio 2019

Storia è innanzitutto memoria e una città come Siracusa, cantata da poeti e studiata da storici e intellettuali, visitata e ammirata fin dall’antichità per la peculiarità della sua posizione, per i suoi monumenti e per “l’opera combinata della natura e dell’uomo”, concetto che riassume il significato di “paesaggio culturale” per cui ha ottenuto insieme alla necropoli di Pantalica il riconoscimento da parte dell’UNESCO, non può permettersi di essere immemore o colpevolmente smemorata: le amnesie di certe amministrazioni hanno determinato la mancata applicazione del piano regolatore di Vincenzo Cabianca e scempi edilizi che sono sotto gli occhi di tutti.

Il patrimonio naturale e storico-archeologico ci viene lasciato in eredità dalla generazione precedente ma lo prendiamo in prestito dalla successiva e ciò comporta la responsabilità di quella attuale.

Meritoria risulta quindi la traduzione e la ristampa a cinquant’anni dalla sua pubblicazione del volume di Hans-Peter Drögemüller “Siracusa – Topografia e storia di una città greca” (con un’appendice a Tucidide 6,96 ss. e Livio 24,25), uscito per i tipi di Tyche edizioni a cura di Antonio Randazzo, appassionato cultore della storia di Siracusa, del suo dialetto e in genere di tutto ciò che è siracusanità (rimarchiamo anche il contributo della Società siracusana di Storia patria e la prefazione scritta da Sebastiano Amato).

Il nostro giornale si è occupato sia delle pubblicazioni precedenti che delle iniziative curate da Antonio Randazzo (il restauro della lapide di via Cavour risalente al 1696, il dono del ricavato della vendita dei suoi libri ad opere benefiche…), di cui consigliamo di visitare il sito www.antoniorandazzo.it, ricchissimo di materiali su Siracusa.

Lo studio di Drögemüller, seppure in alcuni punti di arida e difficile lettura, risulta interessante perché già nel 1969 poneva alcuni punti fermi sulla topografia della Siracusa greca, che risulta dimensionata rispetto alla vulgata, alle idees reçues e alle stime esagerate che avevano fatto storici coevi e posteriori, studiosi e poeti sulle sue misure effettive e sul suo popolamento – Benedetto XVI ad esempio, riassumendo con una felice espressione secoli di fraintendimenti più o meno consapevoli, chiama Siracusa “la New York dell’antichità”; Cavallari e Holm ritennero Siracusa “tra tutte le città greche del continente italiano, della Sicilia e della Gallia… la più grande, la più potente”.

Lo studioso affronta questioni come quella della cerchia di mura della città, le narrazioni della campagna ateniese del 415-413 a.C., l’eventuale popolamento di quartieri come Epipoli, Akradina e Tiche, gli insediamenti più antichi, l’espansione e lo sviluppo della città antica, la localizzazione del portus Trogilorum, la visione della città come risulta dagli scritti di Cicerone, di Livio, di Tucidide, di Polibio e di altri autori antichi, di storici e studiosi che si sono occupati – congetturando, misurando, sbagliando, approssimandosi alla realtà – della Siracusa greca.

In appendice al libro possiamo leggere le considerazioni di Pietro Piazza e una bibliografia aggiornata.

È chiaro che dopo il 1969 gli studi sulle questioni poste da Drögemüller sono andati avanti, ma averlo fatto tradurre – un plauso particolare va infatti alla professoressa Andrea von Harnack, che ha affrontato un lavoro non facile – e conoscere al pubblico italiano è sicuramente un’operazione utile per gettare luce sulle conoscenze storico-archeologiche su Siracusa, con questa consapevolezza: “Possiamo considerare la “verità” soggettiva, conseguita con grandi sforzi metodici, soltanto come un successo momentaneo conseguito in modo specifico, all’interno di una continua discussione”.

 

La catanese Mavie Carolina Parisi e “Il sonno della ragione”. “I mostri che emergono sono mostri della mente, tutta l’irrazionalità da cui nascono paure e ossessioni”

La Civetta di Minerva, 18 maggio 2019

“Ci sono luoghi della mente dove si annidano ricordi ed emozioni. E poi ci sono ripostigli impenetrabili dove si cerca di nascondere dolori profondi e umiliazioni”.

Rebecca e il suo terapeuta Riccardo Macis. Il racconto di sogni dolori paure e il coraggio di affrontare – fragile specchio riflesso – le proprie memorie e ossessioni: questo e molto altro nell’ultimo romanzo della catanese Mavie Carolina Parisi, “Il sonno della ragione” che “La Civetta” ha intervistato per voi.

Leggendo il titolo, si pensa immediatamente a Goya. Che “mostri” emergono nel tuo libro?

In effetti mi sarebbe piaciuto che il mio libro contenesse l’immagine dell’acquaforte di Goya perché è proprio da lì che nasce il titolo.

I mostri che emergono sono mostri della mente, tutta l’irrazionalità da cui nascono paure e ossessioni ed è appunto quando la ragione dorme che tutti noi attraversiamo quel confine sottilissimo e permeabile che separa ciò che viene considerata normalità da ciò che se ne discosta.

In fondo, tutti i miei romanzi ruotano intorno a quel confine e questo forse più degli altri.

Catania, Siracusa, Enna… che accoglienza ha ricevuto il tuo libro?

Le presentazioni sono andate molto bene, a Catania ne ho già fatte due, naturalmente chi partecipa per lo più non ha ancora letto il libro, ma cominciano ad arrivare dei feedback molto positivi. Sono contenta.

Raccontaci del tuo percorso di scrittura: dal tuo esordio con Giulio Perrone Editore sei approdata a L’Erudita, una sorta di “costola” della GPE. Dicci delle tue esperienze editoriali, dei premi e dei consensi che il tuo lavoro ha ricevuto.

Diciamo che non mi sono mai mossa dalla casa editrice Giulio Perrone, tranne una piacevole esperienza con una casa editrice di Catania (Algra) con la quale ho pubblicato una raccolta di racconti.

In generale i miei romanzi hanno avuto un’accoglienza molto buona e alcuni mi hanno dato anche la soddisfazione di vincere dei premi come il premio Aniante per “Quando una donna” o il premio di Calabria e Basilicata per “Dentro due valigie rosse”. Quest’ultimo, “Il sonno della ragione”, è ancora in fasce. Vedremo.

Forse questo libro più degli altri risente della tua formazione scientifica, anche se è preponderante l’esplorazione del mondo femminile che forse è la tua vera cifra. Cosa puoi dirci in proposito?

Penso che qualunque cosa si scriva risenta un po’ di tutta quella che è la nostra formazione. Mi si è fatto notare che a volte uso termini di derivazione scientifica o nello stesso modo mi avvalgo di metafore particolari. Penso sia inevitabile ed assolutamente inconsapevole.

Del resto un mio amico scrittore dice sempre che nella scrittura non si butta via niente. È una frase scherzosa, ma anche profondamente vera.

Per quanto riguarda il mondo femminile, è vero, le mie protagoniste finora sono state delle donne, forse perché è l’universo che conosco meglio. Posso affermare comunque che per parlare dell’animo umano, delle sue incertezze e fragilità, di quel famoso confine cui accennavo all’inizio, il genere non conta.

Ad ogni modo credo che il mio prossimo romanzo avrà per protagonista un uomo, ma non ritengo che la cosa cambierà il mio modo di scrivere e di cercare di penetrare dentro la psicologia dei personaggi.

Grazie a CasaVerbaVolant di Fausta Di Falco ed Elio Cannizzaro per la citazione!

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Buongiorno da Ortigia… articolo sul nostro primo evento, la lettura del Feronte dell’attrice Maddalena Crippa. 🙂 grazie a Maria Lucia Riccioli. (La Civetta).

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