LA CIVETTA DI MINERVA del 15 giugno 2019

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Ecco la nuova prima pagina de LA CIVETTA DI MINERVA… in edicola!

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https://www.facebook.com/ReportRai3/

Report questa sera 21.20 Rai3
La giustizia dovrebbe essere imparziale. Ma cosa succede se accusa, difesa e giudici si scambiano favori, soldi e informazioni segrete? Il sistema messo in piedi da Piero Amara, ex avvocato Eni, riesce a far aprire un’inchiesta presso la procura di Siracusa grazie ad una denuncia di Alessandro Ferraro, suo uomo di fiducia, che dichiara di essere stato sequestrato “da due neri ed un bianco”. Dietro la vicenda ci sarebbe un complotto contro il manager dell’Eni Claudio Descalzi. Peccato che sia il rapimento che il complotto risulteranno finti. L’inchiesta è di Luca Chianca.

#Report lunedì 21.20 Rai3
✓ Dove e chi fabbrica le divise dei militari italiani?
✓ Chi ha messo in piedi un sistema di potere per aggiustare sentenze e
aggiudicarsi appalti pubblici?

https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.raiplay.it%2Fvideo%2F2019%2F04%2FLuned236-15-aprile-0ae18f40-0a43-4ede-bd2c-9750a88c6603.html%3Ffbclid%3DIwAR3Ipk12pAvw9dI4lskqXacsl17KgpUlgIFVUXpERQFP1mKYQUPCXNgo0b8&h=AT2Sb4noRNuXFCbWweIrgjr8aSazGWja6Gqw1pTxJUFrai79uEc1wlINuzahJys78ccMJPKyotQMIuNHV-4T21buRbQx71UIoZ1qY3mfu89qN-zioR5GApKVW8HML6XEXA

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Da non perdere questa puntata perché si parlerà del Sistema Siracusa, di cui si è occupato in prima linea il giornale LA CIVETTA DI MINERVA!

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Report, stasera alle 21.20 su Rai 3, trasmette un’inchiesta sul sistema Amara, alias Sistema Siracusa, nell’ambito della quale anche noi della Civetta siamo stati intervistati nella sede della nostra redazione. E’ per noi – piccolo giornale di provincia – un grande onore avere questa ribalta nazionale ( F. Oddo)

La diretta con Stefano Lamorgese e Luca Chianca, che ha firmato l’inchiesta di giorno 15 sul sistema di potere messo in piedi dall’ex avvocato #Eni Piero Amara
#amaragiustizia #Report #fblive

Un grande grazie a Paolo Borrometi per le sue parole:

Magistrati, politici, imprenditori: così Siracusa mise in ginocchio l’Italia

In altre epoche saremmo già stati tutti quanti a indignarci per ciò che sta accadendo nella Magistratura del nostro Paese. Ben che vada, oggi siamo forse troppo distratti da altro per interessarci alla questione. Comunque incapaci di affrontarla nel suo insieme, ricomponendo i tanti tasselli di un puzzle giallo che sembriamo ostinarci a non voler vedere una volta per tutte montato, e incorniciato.

Il cuore di tutto si trova in provincia di Siracusa, ad Augusta. La città più ricca della provincia cela affari impressionanti (dal petrolchimico ai migranti, fino al neonato porto turistico, tra i più importanti di tutto il Sud). Ed è proprio da qui che due avvocati spregiudicati, Piero Amara e Giuseppe Calafiore, si sono spinti fino al cuore del nostro Paese. Come sta emergendo dalle più recenti indagini, a pilotare le decisioni della Magistratura sono stati proprio loro, i nostri due zelanti avvocati siciliani. Tornati d’attualità a più di un anno dal loro arresto sappiamo che, oltre ad aver intrattenuto un rapporto centrale e determinante con l’Eni, a quanto pare ne avevano intessuto uno particolare proprio con l’ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati ed ex componente del Csm, quel Luca Palamara di cui non si fa altro che parlare in questi giorni.

Sono stati loro, Amara e Calafiore, facilitatori di grandi poteri, a pagare giornalisti per scrivere, di loro e contro i “nemici”. Loro, spesso, a decidere chi dovessero essere gli “eletti” in Parlamento, si pensi anche solo alla vicenda che ha coinvolto il pregiudicato Pippo Gennuso (in procinto di rientrarci, paradossi italiani), o dell’ex deputato Pippo Gianni (oggi sindaco di Priolo). Loro, Amara e Calafiore, persino a scegliere chi avrebbe dovuto essere il più adatto a ricoprire l’incarico di Procuratore a Gela – esattamente quello che avrebbe poi dovuto indagare (o non indagare), ad esempio, sul petrolchimico dell’Eni. Loro, insomma, ad aver influenzato negli anni molte questioni nevralgiche per il nostro Paese, loro ad aver “dato” le carte, vere o false. Loro in regia.

Partendo proprio da Augusta ho tentato di descrivere i loro affari nel mio “Un morto ogni tanto”, come in moltissime occasioni hanno fatto Mario Barresi per La Sicilia, o i colleghi de La Civetta e di Siracusa News nei loro racconti quotidiani, quando nessuno sembrava interessarsene. Adesso però sarebbe ora che tutti insieme si facesse e si chiedesse chiarezza fino in fondo. E senza sconti per nessuno. Che si precisassero ad esempio quali trame si siano potute intessere a partire da una provincia, quella di Siracusa, considerata “tranquilla” e senza mafia, quando invece vi hanno trovato riparo uomini del calibro di Simone Castello, già “postino” e uomo di fiducia di Bernardo Provenzano: proprio lui, l’uomo conosciuto per essere la mente della mafia imprenditoriale. Guadagni, intermediazioni, investimenti enormi, tutto a partire da Siracusa. Affari e soldi in un territorio che ha imparato molto presto e molto bene a farsi baricentro del Paese, trasformandosi in una delle più importanti culle della sua «mafia imprenditoriale»

Ma per comprendere bisogna ricostruire, bisogna legare frammento a frammento, tassello a tassello, isolare e poi accostare un fatto all’altro: per quanto persino da slegati questi possano apparirci drammaticamente complessi, o all’opposto di poco conto, se sovrapposti possono restituirci la complessità del fenomeno di cui stiamo parlando. Anche una tranquilla cena in barca d’estate, come quella di cui parlo nel mio libro, cui parteciparono alcuni fra i più importanti imprenditori del nostro Paese, deputati e non, o il caso di professionisti legati a società che partono da Castelvetrano, conosciuti per essere gli stessi “commercialisti delle società di Matteo Messina Denaro”. Allegre brigate che partendo dal nostro territorio sono state libere di fare il buono ed il cattivo tempo nel Paese. Un territorio, non dimentichiamocelo, che ha avuto diversi comuni sciolti per mafia, come Augusta – neanche a dirlo città di Amara -, Pachino (città del pomodorino più buono e insieme luogo di “riposo” per i boss più importanti di cosa nostra). Comuni come Avola, oggi con un accesso per valutarne le infiltrazioni mafiose. O Noto, capitale del Barocco e drammaticamente colpita dalla presenza di clan che hanno saputo legarsi alla politica in maniera particolarmente spregiudicata. E poi Lentini, culla del clan che unisce Catania a Siracusa, città degli affari di “munnizza” (leggasi spazzatura). O Priolo.

La vera questione è se c’è qualcuno che davvero ha voglia di riannodare tutti i fili e di ricostruire ciò che è stato. Molto di ciò che è accaduto ci suggerisce che proprio da qui si sia tentato di influenzare il più grande colosso industriale del nostro Paese: l’Eni. A Siracusa, indizi, o spiegazioni, se ne trovano. Bisogna cercarle, e volerle riconoscerle. Isolare e ricomporre ogni tassello. Mettendoli insieme il puzzle sarà completo. E una volta incorniciato, allora sì che ne vedremo delle belle.

(la mia analisi pubblicata questa mattina sulla prima pagina del lasicilia.it)

Paolo Borrometi

6 giugno 2019

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Caro lettore,

Il quindicinale La Civetta di Minerva è impegnato nella difesa dell’ambiente e del territorio, dei diritti civili, della legalità, dello sviluppo economico ecosostenibile, di una società inclusiva e solidale.

Editore del giornale è l’Associazione Culturale Minerva autofinanziata dai giornalisti e da alcuni soci, tutti insieme impegnati a sostenere una sfida coraggiosa e difficilissima, soprattutto in una provincia come la nostra dove è difficile poter affermare le proprie idee senza alcun timore, a dare la parola a chi non ce l’ha e pubblicare inchieste e notizie che non si trovano sui giornali di maggiore diffusione.

Oggi il giornale si trova in grave crisi economica e l’autosostentamento tra soci e giornalisti non basta più. Ritorniamo in edicola, dopo la pausa estiva, ma non sappiamo garantire per quanto tempo ancora. Chiediamo, pertanto, a quanti apprezzano il nostro modo di fare informazione di aiutarci. L’appello è rivolto sia alle Associazioni ai Movimenti di impegno sociale e civile (ai quali ci offriamo come loro voce e sicuro alleato) sia alle singole individualità che apprezzano il nostro lavoro e ci trovano in edicola. A tutti chiediamo di sottoscrivere un abbonamento annuale (Sostenitore, di almeno 50 euro oppure Ordinario di 25 euro). In cambio promettiamo il nostro rinnovato impegno di cronisti scrupolosi e intellettualmente onesti e l’attenzione verso le loro istanze insieme al piccolo privilegio di poter ricevere il giornale per posta, direttamente a casa, invece di ritirarlo in edicola. Ci rivolgiamo inoltre agli operatori economici, a chi gestisce un’attività commerciale: siamo disponibili ad offrire spazi pubblicitari e redazionali a prezzi veramente contenuti.

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Grazie per l’attenzione. Con i più cordiali saluti.

Franco Oddo

Marina De Michele

Tutta la Redazione

Sono fiera, nel mio piccolo, di far parte dei collaboratori di questo giornale che dalla Sicilia, da Siracusa e dalla sua provincia, fa sentire la propria voce…
Un video di Rainews del giugno 2012…

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3809:lia-levi-verso-la-shoah-partendo-dalla-quotidianita-della-vita&catid=17&Itemid=143

Nel suo libro, presentato a Siracusa, il dramma degli ebrei vissuto attraverso la microstoria di un personaggio e della sua famiglia

 

La Civetta di Minerva, 1 giugno 2019

In esergo all’ultimo romanzo di Lia Levi “Questa sera è già domani”, presentato il 28 maggio scorso presso l’Urban Center di Siracusa, leggiamo dei versi di Emily Dickinson, schegge di luce che illuminano anche il senso del lavoro di questa autrice, che dopo tanti anni di giornalismo ha imboccato la strada della narrativa con fortunati e apprezzati romanzi sia per adulti che per bambini e ragazzi, tutti nel segno della memoria – familiare e storica: Lia Levi sembra ricordare a se stessa che “That sacred Closet when you sweep / Entitled “Memory” / Select a reverential Broom / And do it silently / ‘Twill be a Labor of surprise / Besides Identity / Of other Interlocutors / A probability / August the Dust of that Domain / Unchallenged / let it lie / You cannot supersede itself, / But it can silence you”– (“Quando spazzi quel sacro ripostiglio / che ha una targhetta col nome “Memoria” / scegli una scopa che sia riverente / e poi lavora silenziosamente / Questo lavoro ti sorprenderà / lo farà pure l’identità / di tutti gli altri interlocutori / metti in conto la probabilità / Sacra è la polvere di quel dominio / lasciala dimorare indisturbata / Tu credi di poterla sovrastare / ma sappi che essa può zittirti”, trad. mia).

Ad introdurre Lia Levi e a dialogare con lei, dopo il saluto del sindaco Francesco Italia che ha apprezzato il valore della letteratura per spingere alla riflessione su tematiche di rilevanza non solo storica ma anche di bruciante attualità, è stato il professore Salvatore Santuccio, che ha inquadrato il periodo storico di “Questa sera è già domani”: le leggi razziali, insieme al Manifesto della razza – quanta responsabilità di medici e scienziati dell’epoca nell’elaborarlo e nel sottoscriverlo – e alla rivista “La difesa della razza” di Telesio Interlandi, che sono state e resteranno una macchia infame nella storia d’Italia; i richiami all’antisemitismo nei secoli (pensiamo a Shakespeare con il suo “The Merchant of Venice”), la necessità di creare degli anticorpi culturali contro la marea montante del pregiudizio e dell’intolleranza richiamando alla memoria gli esempi di chi, tedesco italiano polacco si è opposto e ha resistito, in maniera attiva o passiva, a quanto di orrendo le dittature perpetravano, leggendo ad esempio la Arendt – con il “ragioniere” Eichmann a personificare la banalità del male – e soprattutto leggendo e studiando negli archivi i documenti; questi i capisaldi dell’intervento di Santuccio, che ha narrato la storia degli ebrei siracusani, “inseguiti” dalla caparbietà dello storico, che ha uno sguardo parallelo anche se simile a quello del narratore.

Lia Levi ha sottolineato le risonanze di tipo emotivo della letteratura, che procede per esempi di persone di carne e di sangue e sminuzza il pane della Storia per farlo proprio attraverso la microstoria di un personaggio e della sua famiglia, come avviene per l’Alessandro del suo romanzo – trasfigurazione poetica del marito Luciano Tas, indimenticato compagno di vita e di scrittura – che non è però, come tutti i personaggi della Levi, una figurina della sofferenza, la “vittima” angelicata, ma un essere umano con le sue debolezze e generosità: la Storia grande passa attraverso i corridoi di casa, permettendo al lettore una maggiore identificazione e partecipazione emotiva, facendogli “sentire l’ingiustizia”.

L’inganno della letteratura, il suo essere menzogna miracolosamente riveste e restituisce la verità, che nuda spesso non viene riconosciuta e lo stile di Lia Levi, che ama la “parola che cammina scalza”, evita orpelli e sentimentalismi andando al cuore delle cose.

“Naturalmente questo non implica il falsare, ma l’invenzione di avvenimenti e caratteri: la Storia ci narra COSA è successo, la letteratura ci spiega COME, quasi trasformando lo scrittore in uno sceneggiatore dei fatti storici”.

Durante l’incontro si è fatto riferimento non solo a forme persecutorie eterne e sempre attuali come il bullismo anche virtuale, che ha molti caratteri in comune con la persecuzione (la triade vittima – persecutore – zona grigia, indifferente, è simile nei due fenomeni), ma anche al parallelismo tra le vicende del 1938 e quelle dei nostri giorni, in cui la paura del diverso, dello straniero, sembrano volersi opporre alla legge naturale precedente al diritto: nel romanzo di Lia Levi le parole del respingimento nei confronti degli ebrei in fuga sono volutamente tratte da un giornale di oggi, anche se la scrittrice invita a non considerare mai sovrapponibili i fatti storici, da indagare nella loro specificità.

Promosso dalla Biblioteca comunale di Siracusa, l’evento si inserisce nell’ambito del ciclo “Siracusa che legge” e che vedrà protagonista martedì 4 giugno (presso Palazzo Vermexio) la scrittrice siciliana Catena Fiorello, grazie alla collaborazione con l’agenzia letteraria DEMEA Cultura di Antonio Oliveri e Daniela Accorinti.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3789:l-editrice-verbavolant-molto-piu-di-un-b-b-letterario&catid=17&Itemid=143

Fausta di Falco ed Elio Cannizzaro hanno aperto in via Landolina la casa di famiglia (appartamenti, biblioteca, un’area espositiva e una per attività culturali) ai tanti ospiti innamorati della scrittura

La Civetta di Minerva, 1 giugno 2019

Un palazzo settecentesco nell’isola di Ortigia. Un pomeriggio di maggio. Una casa editrice, VerbaVolant edizioni, che grazie a Fausta Di Falco ed Elio Cannizzaro oltre a dare casa alle parole ha pensato di aprire la casa di famiglia ad ospiti innamorati della scrittura. Un’attrice del calibro di Maddalena Crippa, superba Ecuba ne “Le Troiane” della stagione 2019 dell’INDA, con la sua voce modulante toni e ritmi e tutto il corpo ad accompagnarla: la parola nuda, senza orpelli né effetti speciali, offerta all’ascolto e resa narrazione viva. Questi gli ingredienti dell’inaugurazione di Casa VerbaVolant del 21 maggio scorso.

Le parole eterne della storia di Fetonte, tratta dalle “Metamorfosi” di Ovidio nella traduzione di Mario Ramous, sono risuonate nelle stanze di quello che è molto di più di un b&b letterario ma una Casa che ospita appartamenti, camere, una biblioteca, un’area espositiva e una per attività culturali, tutti ambienti arredati tra vintage e moderno e dedicati a macchine da scrivere e autori che le hanno utilizzate: Olivetti, Remington, Hermes e Triumph d’epoca da ammirare e utilizzare per lasciare un messaggio o scrivere – chissà? – la propria opera con i tramonti ortigiani e la Chiesa del Collegio dei Gesuiti a fare da meraviglioso sfondo insieme a scorci di tetti e prospettive inedite dell’isola.

L’evento che ha visto protagonista Maddalena Crippa ha inaugurato non solo Casa VerbaVolant ma anche la serie degli eventi come presentazioni, workshop e molto altro che il palazzo di Via Saverio Landolina ospiterà, tutti legati alla storia e alla cultura di Siracusa e di Ortigia, come il workshop di narrazione e illustrazione “Ortigia en plein air” con La Tata Maschio e Il T-Rex a pois l’1 e il 2 giugno e una lettura recitata a cura di Graziano Germano Piazza, presente all’evento del 21 maggio insieme a Viola Graziosi e Paolo Rossi – Menelao conquistatore e conquistato Piazza, splendida Elena Viola Graziosi e straniante e straniato Taltibio Rossi sempre ne “Le Troiane” –, ad amici e autori di VerbaVolant edizioni come Stefano Amato, vincitore dell’edizione 2019 della sezione narrativa 7-10 anni del Premio “Il Gigante delle Langhe” con “Davide e il mistero QWERTY”, Giusy Norcia (“Archimede – Una vita geniale”, “L’isola dei miti”) e Maria Lucia Riccioli (“La bananottera”).

Per essere sempre aggiornati sulle iniziative di Casa VerbaVolant, ecco il sito: http://www.casaverbavolant.it/.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3767:l-elena-al-teatro-greco-un-opera-d-arte-totale&catid=17&Itemid=143

Spettacolo alla Kubrick, con molte suggestioni. L’hi-tech si è fuso col mito, i costumi di Gianluca Falaschi e le musiche di Andrea Chenna…

La Civetta di Minerva, 18 maggio 2019

“La tradizione è l’ultima cattiva interpretazione”, diceva Maria Callas. Se questo può essere vero per il teatro di uno o due secoli fa, pensiamo a quanto siano “traditrici” del testo o dell’autore, della messa in scena “d’epoca” le interpretazioni presentate come “filologiche” o appunto “tradizionali”: con buona pace di chi vorrebbe costumi recitazione musica greci, non sapremo mai come i nostri antenati facessero teatro – troppo lungo sarebbe analizzare le fonti che ne parlano.

Forse è meglio che sia così: “tradurre” un testo teatrale, portarlo in scena, è sempre un po’ tradirlo, adattarlo al gusto e alle esigenze moderne, farlo a noi contemporaneo. Far sì che ci parli, che svolga la sua funzione di classico, cioè di testo che non ha esaurito la sua carica di significato.

Queste e molte altre le riflessioni dopo la prima di “Elena”, la tragicommedia di Euripide nella traduzione di Walter Lapini per la regia di Davide Livermore: l’hi-tech si è fuso col mito, i costumi di Gianluca Falaschi (paillettes e stoffe intrise d’acqua, stivali come moderni coturni) e le musiche di Andrea Chenna – che ha mescolato Barocco e Bellini, il Mozart del Requiem a suggestioni elettroniche e ritmi primitivi e moderni insieme per creare una colonna sonora straniata e straniante –, le luci di Antonio Castro, il video design curato da D-Wok che dialoga con quanto accade in scena, Lorenzo Russo, Marco Branciamore, Antonio Cilio, Carlo Gilè e i loro allestimenti scenografici, la recitazione di Laura Marinoni, Elena patetica insinuante calcolatrice, Viola Marietti, Sax Nicosia, Menelao pupo e puparo, eroe vinto, Mariagrazia Solano (ruolo minore ma tornito), Maria Chiara Centorami, di una sicura e convincente Simonetta Cartia, Giancarlo Judica Cordiglia, Linda Gennari, Federica Quartana, Bruno Di Chiara, Marcello Gravina, Django Guerzoni, Giancarlo Latina, Silvio Laviano, Turi Moricca, Vladimir Randazzo, Marouane Zotti, tutto ha contribuito a creare un’opera d’arte totale, alla Kubrick – la variante del mito greco che si fonde con un Settecento sfiancato effeminato esangue, il gioco degli specchi, i vocalizzi da opera barocco-settecentesca dell’indovina Teonoe, un Teoclimeno da pazzia del re Giorgio d’Inghilterra, il rito funebre e funereo che si fonde al ritrovato eros di Menelao ed Elena in un “Eyes Wide Shut” alla Euripide…tante le suggestioni di questo spettacolo molto poco purista ma aperto alle contaminazioni – musicali, artistiche, di genere, con gli scambi di ruolo uomo/ donna cui ci hanno resi avvezzi precedenti messe in scena.

Quest’anno ricorrono cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, scomparso nel 1519 proprio a maggio. Uno dei suoi pensieri potrebbe riassumere il senso della tragicommedia di Elena, accusata – a ragione? A torto? – di aver provocato la guerra di Troia e gli infiniti lutti che ne conseguirono: in una pagina del Codice Atlantico databile intorno al 1480, Leonardo immagina un’Elena anziana.

“O tempo, consumatore delle cose, e o invidiosa antichità, tu distruggi tutte le cose e consumi tutte le cose da’ duri denti della vecchiezza, a poco a poco, con lenta morte. Elena, quando si specchiava, vedendo le vizze grinze del suo viso, fatte per la vecchiezza, piagne e pensa seco perché fu rapita due volte”.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3792:incontro-cobas-per-la-liberta-di-insegnamento-e-di-pensiero&catid=17&Itemid=143
Dopo il caso di Palermo. Relatori i professori Elio Cappuccio e Nino ed Ernesto De Cristofaro

 

La Civetta di Minerva, 1 giugno 2019

“I fatti di Palermo costituiscono una minaccia alla libertà dei cittadini e un attentato gravissimo ai diritti sanciti dalla Costituzione: la libertà di opinione e la libertà di insegnamento […]. Questo atto di forza vuole intimidire non solo una categoria (gli insegnanti) ma tutti i cittadini. E che si sia partiti dai docenti non è casuale: sono loro che devono insegnare il rispetto dei diritti, la democrazia, la tolleranza, i principi della Costituzione antifascista”.

È a partire da queste parole di Romano Luperini e naturalmente dagli echi suscitati dal provvedimento contro la professoressa palermitana Dell’Aria, docente presso il “Vittorio Emanuele III di Palermo” (e crediamo che non si manchi di notare la persistenza dell’intitolazione di una scuola al re del Ventennio fascista) che s’impernierà il dibattito “Insieme per la libertà di insegnamento e di pensiero” del 6 giugno prossimo, che si terrà presso la Sala Arci di Piazza Santa Lucia a Siracusa alle ore 18.

Promosso da Cobas Scuola Siracusa, vedrà gli interventi di Nino De Cristofaro (esecutivo nazionale Cobas Scuola), del professor Elio Cappuccio, docente di Storia e Filosofia presso il Liceo “Gargallo” di Siracusa, del professor Ernesto De Cristofaro, docente presso l’ateneo di Catania e dei rappresentanti delle associazioni come Astrea, Rete Enpowerment Attiva, Giosef Siracusa, Arciragazzi Siracusa 2.0, Stonewall, Unione degli Studenti, Zuimama.

Il video “incriminato”, prodotto dagli allievi della professoressa Dell’Aria, sarà proiettato e commentato.

A moderare gli interventi e ad introdurre il dibattito, la giornalista Nadia Germano.

Al di là delle polemiche e delle strumentalizzazioni di quanto accaduto, non ci sembra inutile discutere, dibattere, confrontarsi e soprattutto riaffermare i valori espressi dall’articolo 21 e dall’articolo 33 della nostra Costituzione: Art. 21. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione […]; Art. 33. L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento […].

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3754:della-nostra-inquietudine-dovremmo-fare-una-religione-di-vita&catid=17&Itemid=143

In “L’azzurro velo” il poeta Sebastiano Burgaretta interpreta in versi i personaggi “minori” del Nuovo Testamento

La Civetta di Minerva, 4 maggio 2019

“L’azzurro velo”, volume edito da Archilibri (collana “Verso Sud”, 11), è l’ultima fatica letteraria di Sebastiano Burgaretta, docente, saggista e poeta. Nella prefazione di Monsignor Giuseppe Greco, che ripercorre il modo in cui Burgaretta reinterpreta i personaggi “minori” del Nuovo Testamento, leggiamo che questi versi sono “Vangelo inculturato nella nostra lingua” (p. 14), che è come dire che la poesia è incarnazione di pensiero, di verità e bellezza in suoni, sillabe, parole, versi (in italiano, latino, greco, spagnolo, arabo ebraico e nel prediletto siciliano, lingua terrena e terrosa come poche): mutatis mutandis, la poesia rappresenta ciò che per un credente è il mistero dell’Incarnazione, cioè il farsi tangibile, udibile, dicibile di ciò che è inafferrabile, silenzioso, ineffabile.

I disegni di Guido Borghi, essenziali e scabri, commentano i versi senza soprapporvisi.

Nella postfazione, scritta credo non a caso il giorno dell’Immacolata del 2016 (tutto è Grazia e significanza per chi riesca a leggerne i segni) Antonio Di Grado sottolinea la “radianza” che emana dai personaggi disegnati da Burgaretta, che riescono a rifrangere in maniera esuberante, effervescente, entusiasta in senso etimologico (hanno lo Spirito in sé, Spirito che li spinge a danzare, cantare, che non può non splendere per mezzo loro) la Carità: d’altronde da caritas a claritas non vi è che una l e un passo.

Il velo è metafora del nascondimento, della verità che quasi gioca a nascondersi e a rivelarsi progressivamente e comunque in tempi e modi misteriosi.

Sfilano davanti ai nostri occhi la Vergine Maria, la Madre delle Madri, il volto femminile di Dio, la maternità di Dio incarnata in una ragazza di Nazareth, e poi Simeone, il giovane ricco (“guardavi tutto tu senza vedere”, gli rimprovera l’io lirico, ed è caratteristica comune di tutti questi personaggi l’essere attraversati – ciechi, increduli, vagabondanti a tastoni in una vita nebulosa, oscura, da decifrare – dalla luce caravaggesca di un Cristo che ribalta le prospettive, di un Dio luce cruda) e poi le piccole grandi figure portatrici di verità che (cito Raynaldo Hahn che parlava dei “cantanti minori” che, “quando compaiono in scena, non fosse altro che per dire due o tre battute, attirano subito l’attenzione”) che fanno materializzare il mondo della Bibbia, “immenso, corrusco, maestoso, rutilante di colori e formicolante di gente e vita”.

Ne parliamo con l’autore.

Come mai questo interesse per le figure minori dei Vangeli? Sono quasi miniature da quadro fiammingo e le troviamo istoriate nei tuoi versi quasi da protagoniste.

Queste figure solo in apparenza sono minori. L’equivoco, per così dire, nasce dal fatto che, come spesso succede con i personaggi esemplari, siamo comunemente portati a darli per scontati, a guardarli senza vederli, a ripeterne le vicende senza assimilarle dentro di noi. I Personaggi più in vista, e perciò più famosi, sono facilmente oggetto di riflessione, quelli ritenuti secondari invece passano in sott’ordine, come definitivamente messi e chiusi dentro una loro piccola nicchia, destinati fatalmente a trasformarsi in santini lontani da noi; conseguentemente essi finiscono per rispondere a cliché standardizzati e a non dirci, praticamente, più nulla di interessante, né tanto meno di inquietante. Questi personaggi non sono figure da tenere lontano da noi, relegate in una forma d’inutile rispetto sacrale, sono piuttosto la proiezione di quanto di più umano possa esistere nell’esperienza esistenziale di ogni uomo, e dunque di ciascuno di noi. Essi esprimono la variegata, problematica ricchezza dell’animo umano, con tutte le esigenze, le ansie, le speranze, le aspirazioni, le debolezze, le inquietudini, con tutti i bisogni, i dubbi, i timori, i patemi di cui è capace e portatore l’animo umano. In ognuno di essi siamo, per un verso e per l’altro, tutti noi con il nostro portato esistenziale. In ognuno di essi perciò siamo chiamati a cercare e contemplare la nostra personalissima immagine, per riconoscerla e, così, confrontarci con essa in assoluta onestà e purezza interiore, se vogliamo realizzare in noi quello che siamo già, direbbe Dante, “in costrutto”, cioè uomini realmente tali perché schegge del divino. Da qui, da questa reale problematicità della vita umana in tutte le sue pieghe, la presenza di quello che tu intendi col riferimento al cesello miniaturistico dell’arte fiamminga.

Il tuo lavoro sulla lingua è da cesellatore, anzi da mosaicista dato che assembli tessere di lingue diverse. Parlaci del tuo laboratorio poetico.

Il cesello applicato alla lingua è connaturato e contestuale al dettato poetico. Esso non nasce astrattamente a tavolino. Se così fosse, ne verrebbe facilmente fuori la pretestuosità, se ne rivelerebbero immediatamente, data la complessità del contesto, la falsità retorica, il vuoto contenutistico, la vanità dell’operazione, per dirla tutta, l’inutilità e il vuoto dell’impresa. In realtà la scelta linguistica è data dall’imput di natura musicale che sempre determina e caratterizza la mia scrittura poetica. Non sono io a decidere, per esempio, quale lingua di volta in volta impiegare in questo mio discorrere in mistilinguismo. È la lingua stessa che si presenta nello spirito e nel tessuto del dettato poetico-creativo. Del resto questa cosa non dovrebbe meravigliare più di tanto, perché in essa non c’è nulla di nuovo. Ciò che ce lo fa ritenere nuovo è in realtà il frutto amaro della nostra ignoranza storica e memoriale. Il greco, il latino, lo spagnolo, l’arabo, l’ebraico che, nei miei componimenti fanno capolino per trovare spazio tra italiano e siciliano sono già nella nostra lingua madre, nel siciliano soprattutto, che è storicamente e antropologicamente figlio ed erede diretto e vivissimo di tutte quelle lingue. Chi parla siciliano parla già, anche se non ne ha consapevolezza, quelle lingue. Nei miei versi succede che quelle lingue, anche nelle loro versioni ora classiche, ora evolute, ora popolari, si prendono lo spazio che è loro. La mia sola responsabilità è quella di permetterglielo, aprendone gli spiragli e gli spazi necessari e opportuni, di farne in tal modo perenne memoria. La difficoltà che incontra chi legge i miei versi è dovuta non alle mie scelte linguistiche, che sono perfettamente legittime e reali, essendo il siciliano che adotto nei miei versi lo stesso che io parlo da sempre, ma ai mezzi limitati, sul piano delle conoscenze linguistiche e storiche, di chi mi legge. E c’è da temere per il futuro, stante il destino barbarico che i governanti attuali hanno deciso di riservare allo studio della storia nelle scuole italiane.

Cosa hanno da dire queste figure oggi? E cosa ha oggi da dire la poesia?

Come si può evincere dalla mia risposta alla prima domanda, queste figure hanno moltissimo da dire oggi a noi, anzi direi che hanno da dirci tutto. Ci dicono che non possiamo eludere le nostre responsabilità di uomini, pena il disagio interiore, l’alienazione, l’infelicità. Non a caso il mio amico Franco Battiato può pregare cantando: “Ricordami quanto sono infelice lontano dalle tue leggi…” (L’ombra della luce). Siamo davvero infelici, quando cerchiamo di sfuggire alle leggi che regolano, al suo interno, la nostra vita e il nostro equilibrio umano, che hanno un asse d’equilibrio di origine e natura oggettivi. Per questo non bisogna mai rinunciare a una sana inquietudine interiore, quella cioè che ci permette di cercare e di crescere in libertà. Di questa inquietudine dovremmo fare una sorta di religione di vita, come ben aveva capito Miguel De Unamuno, che in un suo saggio scrisse: “La mia religione è inquietare il prossimo”, ovviamente per trasmettergli un po’ della sua capacità di inquietarsi.

Cos’ha da dire oggi la poesia? Bella, impossibile domanda. Per sua stessa natura la poesia può dire niente e tutto. Quanti poeti e pensatori sommi si sono cimentati nel definire la poesia e i suoi fini! Io credo che non ci possa essere una definizione unica della poesia e di ciò che essa possa dire. Si può farfugliare che essa ha forse la configurazione di quanto di muove e/o si agita nel cuore, nella mente, nella sensibilità di ciascun uomo. Che poi si abbia la ventura di potere anche esprimere nella musica e nel semantema delle parole questo movimento è un dono che, a mio avviso, ha del mistero, essendo parte di una dimensione della quale, indipendentemente dalla preparazione culturale degli uomini che ne sono toccati, non si realizzano con certezza né fonti né contorni dominabili.

 

Quant’era lunga la cerchia delle mura dell’antica Siracusa? Per Benedetto XVI era “la New York dell’antichità”; per Cavallari e Holms la più grande e potente

 

La Civetta di Minerva, 18 maggio 2019

Storia è innanzitutto memoria e una città come Siracusa, cantata da poeti e studiata da storici e intellettuali, visitata e ammirata fin dall’antichità per la peculiarità della sua posizione, per i suoi monumenti e per “l’opera combinata della natura e dell’uomo”, concetto che riassume il significato di “paesaggio culturale” per cui ha ottenuto insieme alla necropoli di Pantalica il riconoscimento da parte dell’UNESCO, non può permettersi di essere immemore o colpevolmente smemorata: le amnesie di certe amministrazioni hanno determinato la mancata applicazione del piano regolatore di Vincenzo Cabianca e scempi edilizi che sono sotto gli occhi di tutti.

Il patrimonio naturale e storico-archeologico ci viene lasciato in eredità dalla generazione precedente ma lo prendiamo in prestito dalla successiva e ciò comporta la responsabilità di quella attuale.

Meritoria risulta quindi la traduzione e la ristampa a cinquant’anni dalla sua pubblicazione del volume di Hans-Peter Drögemüller “Siracusa – Topografia e storia di una città greca” (con un’appendice a Tucidide 6,96 ss. e Livio 24,25), uscito per i tipi di Tyche edizioni a cura di Antonio Randazzo, appassionato cultore della storia di Siracusa, del suo dialetto e in genere di tutto ciò che è siracusanità (rimarchiamo anche il contributo della Società siracusana di Storia patria e la prefazione scritta da Sebastiano Amato).

Il nostro giornale si è occupato sia delle pubblicazioni precedenti che delle iniziative curate da Antonio Randazzo (il restauro della lapide di via Cavour risalente al 1696, il dono del ricavato della vendita dei suoi libri ad opere benefiche…), di cui consigliamo di visitare il sito www.antoniorandazzo.it, ricchissimo di materiali su Siracusa.

Lo studio di Drögemüller, seppure in alcuni punti di arida e difficile lettura, risulta interessante perché già nel 1969 poneva alcuni punti fermi sulla topografia della Siracusa greca, che risulta dimensionata rispetto alla vulgata, alle idees reçues e alle stime esagerate che avevano fatto storici coevi e posteriori, studiosi e poeti sulle sue misure effettive e sul suo popolamento – Benedetto XVI ad esempio, riassumendo con una felice espressione secoli di fraintendimenti più o meno consapevoli, chiama Siracusa “la New York dell’antichità”; Cavallari e Holm ritennero Siracusa “tra tutte le città greche del continente italiano, della Sicilia e della Gallia… la più grande, la più potente”.

Lo studioso affronta questioni come quella della cerchia di mura della città, le narrazioni della campagna ateniese del 415-413 a.C., l’eventuale popolamento di quartieri come Epipoli, Akradina e Tiche, gli insediamenti più antichi, l’espansione e lo sviluppo della città antica, la localizzazione del portus Trogilorum, la visione della città come risulta dagli scritti di Cicerone, di Livio, di Tucidide, di Polibio e di altri autori antichi, di storici e studiosi che si sono occupati – congetturando, misurando, sbagliando, approssimandosi alla realtà – della Siracusa greca.

In appendice al libro possiamo leggere le considerazioni di Pietro Piazza e una bibliografia aggiornata.

È chiaro che dopo il 1969 gli studi sulle questioni poste da Drögemüller sono andati avanti, ma averlo fatto tradurre – un plauso particolare va infatti alla professoressa Andrea von Harnack, che ha affrontato un lavoro non facile – e conoscere al pubblico italiano è sicuramente un’operazione utile per gettare luce sulle conoscenze storico-archeologiche su Siracusa, con questa consapevolezza: “Possiamo considerare la “verità” soggettiva, conseguita con grandi sforzi metodici, soltanto come un successo momentaneo conseguito in modo specifico, all’interno di una continua discussione”.

 

La catanese Mavie Carolina Parisi e “Il sonno della ragione”. “I mostri che emergono sono mostri della mente, tutta l’irrazionalità da cui nascono paure e ossessioni”

La Civetta di Minerva, 18 maggio 2019

“Ci sono luoghi della mente dove si annidano ricordi ed emozioni. E poi ci sono ripostigli impenetrabili dove si cerca di nascondere dolori profondi e umiliazioni”.

Rebecca e il suo terapeuta Riccardo Macis. Il racconto di sogni dolori paure e il coraggio di affrontare – fragile specchio riflesso – le proprie memorie e ossessioni: questo e molto altro nell’ultimo romanzo della catanese Mavie Carolina Parisi, “Il sonno della ragione” che “La Civetta” ha intervistato per voi.

Leggendo il titolo, si pensa immediatamente a Goya. Che “mostri” emergono nel tuo libro?

In effetti mi sarebbe piaciuto che il mio libro contenesse l’immagine dell’acquaforte di Goya perché è proprio da lì che nasce il titolo.

I mostri che emergono sono mostri della mente, tutta l’irrazionalità da cui nascono paure e ossessioni ed è appunto quando la ragione dorme che tutti noi attraversiamo quel confine sottilissimo e permeabile che separa ciò che viene considerata normalità da ciò che se ne discosta.

In fondo, tutti i miei romanzi ruotano intorno a quel confine e questo forse più degli altri.

Catania, Siracusa, Enna… che accoglienza ha ricevuto il tuo libro?

Le presentazioni sono andate molto bene, a Catania ne ho già fatte due, naturalmente chi partecipa per lo più non ha ancora letto il libro, ma cominciano ad arrivare dei feedback molto positivi. Sono contenta.

Raccontaci del tuo percorso di scrittura: dal tuo esordio con Giulio Perrone Editore sei approdata a L’Erudita, una sorta di “costola” della GPE. Dicci delle tue esperienze editoriali, dei premi e dei consensi che il tuo lavoro ha ricevuto.

Diciamo che non mi sono mai mossa dalla casa editrice Giulio Perrone, tranne una piacevole esperienza con una casa editrice di Catania (Algra) con la quale ho pubblicato una raccolta di racconti.

In generale i miei romanzi hanno avuto un’accoglienza molto buona e alcuni mi hanno dato anche la soddisfazione di vincere dei premi come il premio Aniante per “Quando una donna” o il premio di Calabria e Basilicata per “Dentro due valigie rosse”. Quest’ultimo, “Il sonno della ragione”, è ancora in fasce. Vedremo.

Forse questo libro più degli altri risente della tua formazione scientifica, anche se è preponderante l’esplorazione del mondo femminile che forse è la tua vera cifra. Cosa puoi dirci in proposito?

Penso che qualunque cosa si scriva risenta un po’ di tutta quella che è la nostra formazione. Mi si è fatto notare che a volte uso termini di derivazione scientifica o nello stesso modo mi avvalgo di metafore particolari. Penso sia inevitabile ed assolutamente inconsapevole.

Del resto un mio amico scrittore dice sempre che nella scrittura non si butta via niente. È una frase scherzosa, ma anche profondamente vera.

Per quanto riguarda il mondo femminile, è vero, le mie protagoniste finora sono state delle donne, forse perché è l’universo che conosco meglio. Posso affermare comunque che per parlare dell’animo umano, delle sue incertezze e fragilità, di quel famoso confine cui accennavo all’inizio, il genere non conta.

Ad ogni modo credo che il mio prossimo romanzo avrà per protagonista un uomo, ma non ritengo che la cosa cambierà il mio modo di scrivere e di cercare di penetrare dentro la psicologia dei personaggi.

Grazie a CasaVerbaVolant di Fausta Di Falco ed Elio Cannizzaro per la citazione!

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Buongiorno da Ortigia… articolo sul nostro primo evento, la lettura del Feronte dell’attrice Maddalena Crippa. 🙂 grazie a Maria Lucia Riccioli. (La Civetta).

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