MOON

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L’antologia, curata da Divier Nelli, esce il 17 giugno ed è già prenotabile in formato e-book

 

Il 1969 è stato l’anno di Piazza Fontana o dell’autunno caldo, ma nell’immaginario collettivo è legato indissolubilmente all’allunaggio.

Il sogno di scienziati e artisti – come non pensare a Leopardi, all’Astolfo di Ariosto che va a recuperare sulla Luna il senno perduto di Orlando? A Beethoven e alla sua struggente sonata? A Fritz Lang, a Méliès? E potremmo continuare, perché il clair de la lune è ancora Leitmotiv e spesso cliché – si avverava. Tutti a naso in su, tutti ad ascoltare la voce di Tito Stagno, “l’uomo della luna” che ha firmato la prefazione all’antologia MOON, curata da Divier Nelli e dedicata appunto all’impresa di Neil Armstrong. Il volume uscirà il 17 giugno ed è già prenotabile in formato e-book.

La science-fiction o sci-fi ovvero la fantascienza e il cinema ci hanno fatto sognare sul nostro satellite, congetturare ipotizzare fantasticare su quello che potrebbe sembrare soltanto un “sasso pallido nel cielo”; gli autori di MOON provano a raccontarla, la luna, a regalarci la loro visione sull’impresa di Armstrong, Aldrin e Collins.

Giulio Leoni esplora tra realtà – realtà? – e finzione la teoria del complotto secondo cui l’allunaggio non sarebbe mai avvenuto (ed è un piacere ritrovare come personaggi di un racconto Kubrick e Disney), Monica Campolo mescola la parapsicologia alla science fiction, Stefano Fazzi si muove tra sci-fi e il delicato sentimento che riesce ad unire specie appartenenti a mondi diversi, Leonardo Gori ci dona uno struggente amarcord del 20 luglio 1969 visto dagli occhi di un bambino, Fabiana Catani intreccia ricordi d’estate, giovani sogni e una stella cadente segno di una pietà “celeste”, Giada Trebeschi – di cui “La Civetta di Minerva” si è occupata, intervistandola a proposito dell’agenzia letteraria Maieutica e del suo lavoro di squadra insieme a Divier Nelli e a Mariano Sabatini, che firma uno dei racconti più belli del volume – rievoca Galilei, Brahe, Keplero, Shakespeare e Bellini, i miti greco-latini e ridesta le memorie sopite nei vicoli nelle fontane nei palazzi di Roma, Saragat e Pertini e i loro sogni di libertà; Paolo Miniussi si districa tra i varchi dello spaziotempo e… “Back to the Future”, Vittorio Simonelli narra con asciuttezza doloros del Sudafrica in cui vige ancora l’apartheid e della delusione di un ragazzo. Così Sabatini ci parla del suo racconto: “Scrivere è una grande fatica, che richiede per me una colluttazione spesso estenuante tra il pensiero e le parole. Scrivere racconti lo è di più. Bisogna infatti concentrare il climax in poche pagine, se possibile con un capovolgimento finale. Richiede un impegno di concentrazione e una capacità alchemica di perfetto dosaggio di tutti gli elementi. Per questo dico sempre no alle richieste di partecipazione alle tante antologie che si pubblicano. Ho detto sì al mio grande amico Divier Nelli, per la passione con cui me ne parlava. Il protagonista del mio racconto è un giornalista abruzzese trapiantato a Roma, come è stato per tanti volti Rai del passato. Penso a Vespa, abruzzese anche lui, a Luciano Rispoli, con cui ho lavorato, o a Pippo Baudo, a Enzo Tortora. La Rai è stata una calamita di talenti. E nella sua indolenza, per tornare alla finzione narrativa, anche Osvaldo Cataldi Manoja si fa attrarre dalle sirene della tv pubblica. Mi ha divertito giocare a scacchi con la realtà, mettendola in gara con la fantasia. Conosco la storia della televisione e ho scelto di trattare il tema dell’allunaggio da dietro le quinte, partendo dalle lotte aziendali tra cronisti. Osvaldo Cataldi Manoja si mette in gara con Tito Stagno, ma è un uomo perso, senza reali passioni, intempestivo… Il racconto s’intitola Il lato scuro della luna, che corrisponde alla facciata che non conosciamo del nostro satellite, ma anche alle caratteristiche più profonde e deteriori del personaggio, capace di arrivare ad una abiezione emotiva degna di Oscar Wilde. Ma la luna non ci sta a diventare il suo ritratto in soffitta”.

Manuela Bertuccelli regala ai lettori il personalissimo punto di vista di una kafkiana blatta sull’allunaggio e Divier Nelli chiude la raccolta con una riflessione narrativa su complottismo, giornalismo d’effetto, bufale, fake news e post-verità.

XXIII – CANTO NOTTURNO Dl UN PASTORE ERRANTE DELL’ ASIA

 

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale.

Giacomo Leopardi ❤

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