LA CIVETTA DI MINERVA del 25 gennaio 2020

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Ecco la nuova prima pagina de LA CIVETTA DI MINERVA… in edicola!

Sabato 8 febbraio uscirà il nuovo numero…

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Oggi il concerto finale…

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Grazie per l’attenzione. Con i più cordiali saluti.

Franco Oddo

Marina De Michele

Tutta la Redazione

Sono fiera, nel mio piccolo, di far parte dei collaboratori di questo giornale che dalla Sicilia, da Siracusa e dalla sua provincia, fa sentire la propria voce…
Un video di Rainews del giugno 2012…
L’8 dicembre scorso è morto a Roma Piero Terracina, uno degli ultimi testimoni della Shoah, sopravvissuto all’inferno di Auschwitz.

Forse non tutti sanno che piangiamo non solo la scomparsa di un martire di una delle pagine peggiori della Storia – e ci teniamo a ricordarlo perché i rigurgiti nazifascisti e l’antisemitismo strisciante devono farci tenere la guardia alta –, ma di un nostro concittadino, perché a Piero Terracina, oltre a quella di Palermo e di diverse altre città, era stata conferita la cittadinanza onoraria di Siracusa nel 2005, promotore Elio Tocco; ringrazio Maurizio Landieri per l’immagine reperita, per la preziosa testimonianza sulla successiva visita a Siracusa di Terracina nel 2015 e per aver recuperato la motivazione del conferimento della cittadinanza onoraria: “Il Sindaco / Avv. Giambattista Bufardeci / Onorando in / Piero Terracina / L’instancabile ambasciatore di memoria e di umanità, che / ha suscitato, nel nostro Paese, partecipata coscienza nei / confronti della Shoah, / Su proposta dell’Istituto Mediterraneo / di Studi Universitari / gli Conferisce / La Cittadinanza Onoraria di Siracusa.

Piero Terracina, sopravvissuto alla Shoah, attraverso la Sua Parola, che ha trasformato il dolore in testimonianza di vita e di speranza, ha saputo creare argini di ragione e di coscienza, nei nostri giovani, contro ogni fanatismo, intolleranza, razzismo, cause di ogni orrore. Egli ci ha insegnato che ricordare è l’unico modo per difendere il nostro futuro dagli incubi dell’odio”.

Recupero gli appunti scritti sull’onda dell’emozione del pomeriggio del 27 gennaio 2008, quando ho avuto modo di conoscere personalmente Terracina e di ascoltare la sua testimonianza e mi piace riparlarne a ridosso della festa di Hanukkah (tra l’altro sul canale per bambini Rai Gulp domenica 22 dicembre alle 15:25, andrà in onda il cortometraggio “Hanukkah-La festa delle luci”, prodotto da Rai Ragazzi e dalla Graphilm Entertainment di Roma, opera di un maestro dell’animazione italiana come Maurizio Forestieri; il film racconta la storia fantasiosa della giovane pasticciera Anna, ricorda l’origine di una delle più antiche e affascinanti feste ebraiche e sarà visibile anche su Rai Play), che per la simbologia delle luci, lo scambio dei doni, il senso dello stare insieme si può apparentare al nostro Natale.

A Siracusa, nella Chiesa di San Martino, per ricordare la figura di Monsignor Sebastiano Gozzo (che era recentemente scomparso e che aveva programmato quest’evento poco prima della sua morte), si era tenuto l’ultimo incontro della settimana dedicata alla cultura ebraica e promosso dalla Provincia Regionale di Siracusa e dall’IMSU (Istituto Mediterraneo di Studi Universitari).

Moderatore Elio Tocco, hanno offerto la propria testimonianza nel giorno della memoria (il 27 gennaio, se ci fosse ancora bisogno di ricordarlo, è dedicato dal 2000 alla memoria della Shoah) Franco Perlasca, figlio di Giorgio Perlasca, ed un sopravvissuto di Auschwitz, Piero Terracina.

Franco Perlasca ha rievocato la figura del padre, che durante la seconda guerra mondiale si trovava in Ungheria e per un rocambolesco caso del destino (destino?) si è ritrovato ad essere eroe suo malgrado. Fingendosi il nuovo ambasciatore di Spagna, è riuscito a salvare all’incirca 5200 ebrei ungheresi dalla deportazione.

Un eroe. Ma Franco Perlasca ci tiene a distinguere l’eroe dal giusto: pensiamo a Pirandello per cui è “molto più facile essere un eroe che un galantuomo. Eroi si può essere ogni tanto, galantuomini sempre”. L’azione eroica a volte viene ostentata e un singolo gesto eroico può essere perfino in contrasto con la natura profonda di un essere umano. Giorgio Perlasca, invece, come i veri giusti, ha compiuto un gesto da eroe ma quasi suo malgrado e, cessata la situazione straordinaria in cui si è trovato a scegliere il bene opponendosi con coraggio e determinazione al male, è tornato alla vita di sempre, mantenendo il silenzio anche con le persone care.

Questa storia, scritta in un memoriale di cui una copia andò al governo italiano, l’altra a quello spagnolo, che l’ignorarono completamente, sarebbe rimasta per sempre nel cassetto e nel cuore di Perlasca se non fosse accaduta una serie di fatti: un ictus, che lo portò a rivelare alla nuora e al figlio l’esistenza del memoriale, di cui però ancora una volta i familiari stessi sottovalutarono l’importanza. Perlasca, una volta guarito, come prima cosa ripose lo scritto nel cassetto. Altro motivo per cui ritenerlo un vero giusto: solo la morte imminente l’aveva indotto a quella rivelazione perché temeva che quel passato andasse perduto per sempre.

Decenni di silenzio. Poi, accade qualcosa che fa riemergere potentemente quell’atto di eroismo, di compassione, di solidarietà umana. Delle donne ungheresi, all’epoca dei fatti ragazzine, avevano cercato notizie di quell’Jorge Perlasca sedicente diplomatico spagnolo e riescono a scovarlo in Italia, a Padova, nella sua casa di Via Guglielmo Marconi 13, giusto di fronte alla basilica di Sant’Antonio da Padova.

Le donne, un po’ in ungherese, un po’ in tedesco, un po’ in italiano, un po’ nel linguaggio universale dei gesti, rievocano quella storia davanti agli occhi allibiti di Franco, che inizia finalmente a capire che suo padre Giorgio forse aveva compiuto qualcosa di veramente straordinario. Franco Perlasca racconta con garbo, perfino riesce a far sorridere, ma la commozione gli vela la voce quando narra cosa quelle donne regalarono a suo padre in segno di gratitudine. Pacchi e pacchettini dei tipici prodotti ungheresi. Quello che ogni turista porta in dono. Poi, tre oggetti. Che Franco Perlasca tuttora conserva religiosamente. Piccole povere cose cariche di un dolore indicibile. Una tazzina, un cucchiaino, un medaglione. Perlasca rifiuta. Le donne insistono. Il balletto di offerte e rifiuti si ripete per qualche minuto. Perlasca dice: “Dovete tenere voi queste cose, per lasciarle in ricordo ai vostri figli, che poi le lasceranno ai vostri nipoti”. E quelle donne, in un italiano perfetto che ha del miracoloso, gli rispondono: “Queste cose deve averle lei. Se non fosse per lei, noi non avremmo figli né nipoti”.

La storia di Perlasca inizia così a diventare conosciuta. Se ne occupano Enrico Deaglio, che dopo una lunga serie di interviste scrive “La banalità del bene” (poi uscirà anche “L’impostore”) e Giovanni Minoli con la sua trasmissione “Mixer”. La vita di Perlasca viene allo scoperto ed è tutto un susseguirsi di incontri con le scuole, di interviste, di riconoscimenti anche internazionali, alcuni preziosi e importanti. Ma quello a cui Perlasca tiene di più sta sulla scrivania del suo studiolo. Una targa consegnatagli da ragazzi di una scuola della provincia vicentina. La semplice iscrizione dice: Ad un uomo al quale vorremmo assomigliare. In un tempo mediocre, di falsi miti ed eroi, Perlasca il giusto, riconosciuto tale anche dalla commissione dello Yad Vashem in Israele, che esamina le cause di chi, non ebreo, si è comportato da giusto (e non si autopresenta ma è presentato da terzi, le cui testimonianze sono attentamente vagliate), Perlasca il giusto dicevamo, rappresenta sicuramente un modello positivo, una luce per le nuove generazioni. Un uomo che ha vissuto nel silenzio, che ha risposto con sincerità e semplicità disarmante a chi gli chiedeva come avesse fatto a compiere quell’impresa disperata: “Lei non avrebbe fatto lo stesso al posto mio?”.

Hannah Arendt, a proposito di Eichmann e altri nazisti, ha parlato di banalità del male. Il mostro, il torturatore, possono essere anche i nostri vicini di casa. Il male non ha corna né puzza di zolfo ma può avere il volto di ognuno di noi. Di chi ubbidisce agli ordini ricevuti senza discuterli. Di chi volta la faccia dall’altra parte per non essere coinvolto. Anche il bene è banale, in fondo. Un gesto semplice può salvare una vita. E come dice il Talmud, chi salva una vita salva l’universo intero.

C’è una leggenda ebrea meravigliosa. Esistono nel mondo 36 giusti, sempre. Neanche loro sanno di essere giusti, ma quando c’è da dire un sì o un no, quando c’è da prendere posizione, lo fanno e basta. Poi tornano alla vita di sempre, neanche consci loro stessi fino in fondo di aver cambiato la storia. E grazie a loro Dio non distrugge il mondo.

Vi invito a visitare il sito della fondazione intitolata a Giorgio Perlasca, dove troverete altro materiale interessantissimo – bibliografia e filmografia, storia della Shoah e vari documenti – : http://www.giorgioperlasca.it.

Dopo il racconto emozionante di Franco Perlasca – che ci narra anche del film tratto dalla vita del padre, interpretato da Luca Zingaretti, giudicato dalla moglie di Perlasca bravissimo ma molto, molto meno bello del marito… – attendiamo tutti le parole di Piero Terracina. Non è un film. È vita vissuta, sangue e lacrime. Una disperazione senza fine.

Piccolo uomo vestito di verde, ti riconosco ebreo dall’aspetto mite che Umberto Saba seppe così bene ritrarre. Occhialetti tondi a difendere gli occhi pensosi scrutati da occhi attenti, rispettosi sì, ma che indugiano su di te come su una bestia da fiera, l’animale da circo che deve fare il suo numero da deportato testimone speranzoso nonostante tutto.

Ma tu non ci stai. Da subito. “Per me non c’è stato un Giorgio Perlasca”. Voce scura, bassa e dignitosa.

E il dolore fluisce come una piena, trattenuto dalle parole ferme di chi si sa innocente eppure perseguitato, di chi è vittima e ha subito le sevizie di carnefici infernali eppure uomini come lui, unico scampato su una famiglia di otto persone.

Il male può essere banale, quotidiano. È il compagno di scuola sempre amico che ti volta le spalle e ti lascia da solo perché sei ebreo; è l’insegnante che salta il tuo nome nell’appello e ti dice che non puoi entrare in classe. “Che cosa ho fatto?” chiedi. E ti viene risposto con tre parole che uccidono la tua sensibilità, il tuo amore per lo studio, la tua innocenza di bambino di otto anni. “Perché sei ebreo”. È il traditore che consegna te e la tua famiglia per 5000 lire ciascuno – 40000 lire durante la seconda guerra mondiale sono soldi – mentre avete deciso di riunirvi per la Pasqua ebraica, finalmente insieme dopo essere stati separati perché protetti in case diverse da persone buone – i giusti senza nome – che avevano avuto pietà di voi.

Piero ha 8 anni quando vengono emanate le leggi razziali e 14 anni quando viene arrestato con i suoi dai nazisti che non hanno pietà neanche del nonno anziano. Ed è dolore infinito: il carcere di Regina Coeli – avete idea di cosa sia entrare in carcere quando si è innocenti? – dove, faccia a muro, con la consegna del silenzio, il padre di Piero, lucido profeta di ciò che sarà, intima ai figli di conservare la dignità, almeno quella. “Siate uomini”.

Ma è proprio quello che i nazisti vogliono distruggere: l’umanità di questa povera gente, stipata sul treno che parte dalla stazione Tiburtina di Roma per Fossoli, tappa intermedia del viaggio verso Auschwitz, l’inferno di un pazzo.

Niente cibo né soprattutto acqua, implorata a mani tese di stazione in stazione a gente indifferente. Piero si interrompe spesso scusandosi con noi, noi che dovremmo baciargli le mani, quelle stesse mani di ragazzo tese disperatamente dal carro bestiame di un treno, per la commozione che gli stringe la gola e che taglia la nostra. Il silenzio in chiesa è tangibile, solido e compatto. Le lacrime scendono e ci domandiamo che cosa potrebbe risarcire sofferenze così grandi. “Nemmeno uno sguardo di pietà”.

Cinque giorni cinque notti escrementi urine un bambino è nato per morire ad Auschwitz.

E l’arrivo. E la verità, subito. Di qui si esce solo per il camino.

E gli appelli, e la neve gelata da bere, che non sia troppo contaminata. E la supplica con gli occhi all’aguzzino perché affondi un’altra volta il cucchiaio nella brodaglia immonda. Qui non c’è più dignità, quella che aveva raccomandato ai figli il padre di Piero. Ma un ragazzo di quattordici anni vuole vivere, anche un giorno soltanto di più.

Piero parla e i suoi occhi sono oltre noi, fuori dal portone di questa chiesa dove lui si sente fuori posto, perché è fuori anche da questo tempo Piero, forse perché è il 27 gennaio e nel 1945 i Russi aprirono quei dannati cancelli da cui i suoi cari non sono usciti. E non c’è esultanza e non c’è scampo al senso di colpa per essere ancora vivi.

Piero non ci narra l’orrore, non ci narra la follia cieca e stupida di gente che era capace di indicibili crudeltà eppure amava la famiglia l’arte la letteratura la musica. Piero si scusa ancora. “Mi sento lì. Scusatemi, non ce la faccio a continuare”.

Lo applaudiamo e sfiliamo fuori. Qualcuno di noi va a stringergli la mano. Il peso che quest’uomo porta è troppo grande, ma che lo abbia condiviso con noi è bellissimo. Penseremo a lui, pregheremo per questo piccolo uomo che ha guardato in faccia l’inferno e ne è uscito vivo.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=4045:siracusa-in-mostra-collettiva-di-fotografia&catid=17&Itemid=143

Il 13 gennaio alle ore 17, presso la Biblioteca provinciale dedicata e intitolata ad Elio Vittorini, situata in Via Roma 31, si terrà l’inaugurazione della mostra che vedrà esposte le fotografie di Antonio Pica, Angelo Bonomo, Corrado Sorrentino, Kevin Saragozza, Giovanni Di Giorgio, Antonio Amato, Dario Monzù, Francesco Aversa, Marco Brunetti, Bruno Sauza, Chiara Mongiovì, Vincenzo Miconi, Francesco Barreca, Domenico Lo Bue, Giuseppe Aliano, Massimo Di Stefano, Daniela Cavarra, Larita Sarta, Laura Marchetti, Ignazio Calà, Maurizio Formati, Andrea Pagliari, Stefania Genovese, Stefano Piazza, Salvatore Di Maria, Eduardo Cannata, Barbara Pindo, Giuseppe Giardina, Cristina Artale, Valentina Sorrentino, Michele Ponzio, Giovanni Tumminelli, Giovanni Fontana, Fabio Di Stefano, Giancanio Sileo, Gabriele Midolo, Eleonora Turco, Eugenio Bruno, Emanuele Liali, Giuseppe Bellofiore, Giuseppe Mazzarella, Sebastiano Pirruccio, Fausto Renda, Giuseppe La Colla.

Alcuni degli espositori hanno alle spalle la partecipazione a mostre collettive o personali, docenze e partecipazioni a laboratori e corsi di fotografia, riconoscimenti su portali relativi alla fotografia, collaborazioni con istituti scolastici e molto altro, diversi di loro sono dei semplici appassionati che tentano di catturare momenti, di “scrivere con la luce” la loro personale visione del mondo e delle cose.

Organizzatori sono Salvatore Di Giorgio, Salvo Vasile, Sebastiano Valenti, Giovanni Bove, Dario Giannobile, Marcello Bianca e Massimo Tamajo, che hanno realizzato l’evento grazie anche al supporto di alcuni sponsor; l’intento del progetto è quello di veicolare idee e immagini e raccogliere il maggior numero possibile di diverse visioni fotografiche di Siracusa e i suoi immediati dintorni: 51 fotografi, un vero record nella storia culturale della città, che espongono 110 fotografie raccontando il loro sguardo su Siracusa.

L’ingresso è gratuito e sarà possibile visitarla dalle 10.30 alle 13 e dalle 16 alle 20, dal 14 al 24 gennaio 2020.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=4046:l-orchestra-barocca-siciliana-sbarca-a-siracusa&catid=17&Itemid=143

L’OBS “sbarca” a Siracusa: l’Orchestra Barocca Siciliana, fondata a Palermo dal flautista Piero Cartosio, dal 1986 si è distinta nell’organizzazione di concerti, festival come Palermo e Madonie Musica Antica, registrazioni discografiche e corsi di perfezionamento (a Polizzi Generosa) sulla prassi storicamente informata della musica antica e dal 2020 la sua nuova sede sarà proprio la nostra città, scelta per promuovere le sue attività istituzionali anche nella Sicilia orientale la sua attività istituzionale.

Proprio a Siracusa infatti lo scorso 5 gennaio si è tenuto il primo concerto, che ha così ufficialmente aperto la nuova stagione dell’ensemble: presso la suggestiva Chiesa di San Martino nel cuore di Ortigia sono risuonate le note dell’organo suonato da Luca Ambrosio, quelle del flauto di Piero Cartosio e della voce del soprano Paola Modicano.

Il refettorio, la Biblioteca e la Chiesa dei PP. Cappuccini di Siracusa, dedicata a Maria Ss.ma della Misericordia e dei Pericoli, saranno protagonisti dei successivi appuntamenti: il clavicembalo di Sebastiano Cristaldi, il flauto traversiere e il virginale di Enrico Luca e di Luca Ambrosio, gli archi di Salvatore Lorefice, Martina De Sensi e Daniele Lorefice, le voci del soprano Giorgia Cinciripi e del tenore Salvo Fresta e del coro Doulce Mémoire accompagneranno gli spettatori lungo un percorso musicale alla ri-scoperta di Corelli, Vivaldi, Bach, Mozart – interessanti le suggestioni mariane del “Vespro della Beata Vergine” al tempo di Luigi XIV, il parallelismo tra le hit parade contemporanee e quelle del Sei-Settecento e il salotto bachiano fra note e tazze di tè.

Al pubblico interessato la gioia di seguire questo cartellone che si snoderà da febbraio a giugno.

Per maggiori informazioni, scrivete ad orchestrabaroccasiciliana@gmail.com oppure consultate i social.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=4049:la-voce-del-recensore-una-nuova-opportunita-per-giovani-scrittori&catid=17&Itemid=143

Attorno ai libri ruota tutto un mondo a molti sconosciuto: oltre ai librai vanno considerati i distributori e prima ancora gli editor e gli agenti letterari. Altre figure della “filiera” del libro sono i recensori, che tramite i siti letterari, i blog e i social come Facebook, Twitter, Instagram e altri diffondono le notizie relative al libro, al suo autore e al suo mondo.

Il recensore odierno riveste il ruolo che fino a qualche anno fa era di competenza più accademica, cioè dei critici letterari – docenti universitari, giornalisti specializzati, scrittori di riconosciuta fama e peso.

Occorre quindi ponderare con attenzione ciò che viene pubblicato in rete, specie alcune recensioni volutamente o esageratamente positive o stroncature immotivate.

Riceviamo e pubblichiamo la proposta di uno spazio nato di recente e specificamente dedicato alla promozione degli autori: La Voce del Recensore che, dopo una soddisfacente esperienza decennale in campo editoriale, diventa spazio per la valutazione delle opere letterarie: quelle ritenute meritevoli (da inviare a valutazioneopere@libero.it) saranno recensite da editor qualificati e recensori che metteranno a disposizione dell’autore la propria professionalità e competenza, il tutto gratuitamente (diffidare sempre dei servizi a pagamento, se non offerti da agenzie di riconosciuta serietà) a fronte di simbolici e volontari contributi a sostegno dello spazio stesso.

Il sito in questione sarà visionabile all’indirizzo http://www.scritturaviva.simplesite.com.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3978:niccolo-salvia-l-esemplarita-di-mariannina-coffa&catid=17&Itemid=143

Mariannina Coffa, poetessa e patriota netina, donna e artista impegnata anche nella causa risorgimentale, visse la sua breve parabola tra il 1841 e il 1878.

La sua biografia e la sua opera sono state indagate con acribia e passione, anche per via degli aspetti “romantici” della sua vicenda di donna e artista, malmaritata e costretta a sublimare dolorosamente il primo amore, quello per il drammaturgo e musicista Ascenzio Mauceri, poi primo preside del Liceo classico di Noto.

“La Civetta di Minerva” ha seguito il procedere degli studi sulla Coffa – mostre, convegni come “Sguardi plurali”, pubblicazioni sulla poetessa: ricordiamo almeno “Voglio il mio cielo”, che raccoglie a cura di Biagio Iacono e Marinella Fiume le lettere che Mariannina indirizzò a familiari, ad amici e al precettore Corrado Sbano –, anche nella speranza che gli scritti della Coffa e la sua stessa figura siano svincolati dall’ambito più prettamente locale e siano sempre più oggetto di indagini accademiche, come sta accadendo da qualche anno a questa parte, grazie sia agli studiosi ed estimatori “storici” della poetessa che alla nuova generazione di indagatori di aspetti nuovi o poco studiati delle poesie e della biografia coffiana.

Venerdì 29 novembre scorso si è laureato in Lettere classiche – relatore il professor Andrea Manganaro, auspici affettuosi i familiari, gli amici, i docenti come Michela Di Rosa, Marisa Berretta e Cettina Raudino, già assessora alla Cultura e sensibile tra l’altro alle tematiche della scrittura al femminile, della toponomastica, della violenza di genere – Niccolò Vincenzo Salvia, studente netino, impegnato non solo negli studi e nella realizzazione del sogno di insegnare, ma anche di “dedicare tempo, energie, passioni, progetti per ciò che si ama”, per usare le sue stesse parole: la candidatura alle elezioni studentesche, l’interesse attivo per la politica, l’associazionismo con “Le formiche del fuoco” sono alcuni degli aspetti che ne contraddistinguono il percorso. Niccolò Salvia ha scelto come argomento per il suo elaborato il rapporto tra Mariannina Coffa e i gender studies; si tratta dei cosiddetti studi di genere, che possono fornire utili strumenti ermeneutici per la comprensione e la descrizione della storia e della produzione della Nostra: quanto conta per un letterato un artista un intellettuale uno scienziato l’appartenenza a un genere? Quanto ha influito nella vita e nell’opera della Coffa la specificità del suo essere donna, in un contesto – quello della Sicilia del secondo Ottocento, tra conservatorismo, lotte risorgimentali, primo e secondo Romanticismo – nel quale le istanze femministe erano in fieri?

L’esemplarità della vicenda della Coffa, le figure femminili della sua poesia – ad esempio le sorelle spose madri dei patrioti, l’Italia stessa raffigurata come donna negletta e schiava com’era costume letterario dell’epoca, pensiamo a Leopardi… -, la sua volontà di essere più di una “donna di casa”, i suoi impegni interessi stilemi, possono essere indagati alla luce di una critica femminista o dell’approccio degli studi di genere? Questo il tema interessante della tesi di Niccolò Salvia, cui auguriamo un proficuo prosieguo degli studi e la realizzazione dei suoi obiettivi e progetti – qualcuno riguarda anche una maggiore valorizzazione di Mariannina Coffa, gloria netina e non solo.

Il libro comprende la prefazione di Claudio Maniago, vescovo di Castellaneta, e i contributi di vari poeti

 

La Civetta di Minerva, 15 giugno 2019

“La Civetta di Minerva” ha dedicato diversi articoli all’opera pastorale e letteraria di don Raffaele Aprile, che, dopo “Innamorato del cielo”, ha deciso di dare alle stampe il volume “Fratelli di cielo – in versi si raccontano in cammino con Maria” (Bonfirraro Editore), che verrà presentato il 20 giugno alle ore 20 presso il Salone Baranzini della Basilica Santuario Madonna delle Lacrime di Siracusa.

Don Aprile, augustano, oltre a svolgere il suo ministero presbiteriale come assistente spirituale del gruppo di preghiera Madonna delle Lacrime e del gruppo Caritas, accoglie i pellegrini che vengono a visitare la Basilica Santuario e si occupa anche delle missioni con il Reliquiario. Ricordiamo alcuni dei riconoscimenti che ha ottenuto per la sua passione per la scrittura: ha partecipato alla stesura di un’antologia poetico-letteraria in omaggio a Luigi Pirandello a cura di Giuseppe La Delfa, al libro di don Francesco Cristofaro, conduttore televisivo presso Padre Pio TV e a vari concorsi poetici (quello di Favara intitolato ad Ignazio Buttitta, “Il Federiciano”…); per iniziativa del parroco don Domenico Cirigliano, a ricordo della visita del Reliquiario della Madonna delle Lacrime, è stato collocato in modo definitivo nella parete laterale esterna della Chiesa Madre di Rocca Imperiale il quadretto della Madonnina con una sua preghiera/poesia Vergine delle Lacrime; collabora col settimanale “Notizie della diocesi” di Carpi, curando una rubrica poetica.

La pubblicazione collettanea comprende la prefazione di Claudio Maniago, vescovo di Castellaneta, e di Francesco Maria Marino OP, una introduzione di Fabrizio Mattioli, Avvocato della Rota Romana, e i contributi dei poeti Monsignor Giuseppe Greco, Loris Filippetto, Sonia Accossano, Roberto Giovanni Bizzotto, Filippo Cacioppo, Albino Fattore, Don Ernesto Piraino, Giuseppe Puzzo, Maria Lucia Riccioli, Andrea Maniglia, Nino Cardillo, Don Pasqualino di Dio, Rita Masala, Suor Vincenzina Botindari, Michele Taboni, Rafał Soroczyński, Gruppo di Preghiera Carismatica Madonna delle Lacrime, Nicola Douglas De Fenzi, Claudia Koll e le testimonianze di Salvatore Pappalardo Arcivescovo di Siracusa, Aurelio Russo, Gabriele Russo, Lucia Palmieri, Gabriele Dini, Ida Vasta, Giuseppe Aletti, Danilo Zirone, Loris Filippetto: ecclesiastici e laici, semplici devoti e studiosi, ma comunque voci che narrano, che liricamente si effondono, voci pellegrine, in cammino dunque, come suggerisce il sottotitolo del volume.

Il libro raccoglie sia poesie che testimonianze di fede e di guarigione fisica e spirituale: la parola è canale privilegiato di espressione dei sentimenti più profondi e quindi anche della contemplazione mistica, del rapporto con la Natura e con il Divino, delle lacerazioni, delle sofferenze e delle gioie; se l’arte è a suo modo testimonianza, la narrazione di un percorso di vita, dei bivi e delle svolte inattese dovute ad un incontro con qualcosa che trascende il solco dell’abitudine o peggio ancora della rassegnazione lo è ad un altro livello.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=4020:il-bimestre-di-cultura-notabilis-festeggia-i-10-anni&catid=17&Itemid=143

Daniela Tralongo: “A noi tocca ricordare che pensare non è una perdita di tempo”

Non è semplice per un giornale o una rivista cartacea giungere a tagliare traguardi importanti in termini di durata: la concorrenza dei new media e una certa disaffezione verso la lettura e l’approfondimento – spesso si preferiscono veloci post composti di poche immagini ad effetto e di ancor meno parole – rendono sempre più complicata la sopravvivenza di mezzi “lenti” come il quotidiano, il quindicinale, il mensile. Eppure.

Eppure qualche giorno fa “Notabilis”, bimestrale di cultura che mette in risalto “Persone, fatti ed eventi degni di nota in Sicilia” e che si è posto l’ambizioso obiettivo di difendere la cultura siciliana sul territorio e nel mondo, ha tagliato il nastro dei suoi primi dieci anni: grazie alla caparbia dolcezza di Daniela Tralongo, che lo dirige e lo pubblica, affiancata da una squadra di validissimi collaboratori e simpatizzanti – pensiamo ad Egidio Ortisi, Mario Blancato, Paolo Fai, Elio Cappuccio, a docenti operatori culturali studiosi artisti e scrittori come Salvo Zappulla, Emanuela Abbadessa, Marinella Fiume e Maria Lucia Riccioli, a Carmen Dollo, Antonio Raciti, Maria Cristina Picciolini, Giovanna Caggegi, Orazio Mezzio, Paolo Sanzaro… – questo periodico raffinato è riuscito a ritagliarsi uno spazio importante nell’editoria siciliana e oltre.

La sfida è quella di seguire la tradizione e si sapersi rinnovare: la grafica gioca un ruolo importante così come l’individuazione di nuovi target (ad esempio una sezione è dedicata ai piccoli lettori); la costola digitale di Notabilis offre inoltre un aggiornamento quotidiano sugli eventi di maggiore spessore – fondamentale il lavoro di Ilenia Nicolosi, Federica Miceli, Claudio Ruggeri, una cui splendida illustrazione raffigurante Luca Parmitano, siciliano di Paternò a capo della Stazione spaziale internazionale, è stata offerta in dono agli ospiti della serata per festeggiare il decennale di Notabilis.

Si è parlato di moda in Sicilia grazie alle creazioni sartoriali di Lovemà, di festival culturali come Sicily Fest, di teatro con Gisella Calì, di scrittura che si unisce al volontariato con Aldo Mantineo e “Serafiche frequenze”, la raccolta di racconti edita da Sampognaro & Pupi il cui ricavato finanzierà l’acquisto di un defribillatore per un istituto scolastico di Siracusa e la formazione per gli operatori che lo utilizzeranno… e molto altro.

Ecco le parole di Daniela Tralongo: “… è stata una vera e propria festa, che attraverso la voce dei presenti, ma anche di chi non è potuto esserci, ha permesso di raccontare questi dieci anni di attività del lavoro di Notabilis: fare informazione culturale, consegnare approfondimenti che generino letture critiche e scoprire risorse umane e territoriali che siano di esempio e ispirazione. Fare informazione culturale è davvero una scommessa, e decidere di farlo con un’edizione cartacea e una online forse è follia. Riconoscere le professionalità diventa fondamentale. Viviamo bombardati da informazioni che ci aggiornano minuto per minuto di tutto ciò che ci circonda e al 90% tutto assume toni sensazionalistici (l’urgenza dei click). Diventa facile in questo modo perdere di vista non solo la complessità di alcuni eventi che necessitano letture critiche, ergo spazio per una narrazione polivalente, ergo tempo per leggere questi approfondimenti; ma diventa fondamentale anche offrire letture che siano di ispirazione, che facciano maturare nuove considerazioni e spingano a lavorare a un cambiamento. Degli stereotipi e delle lamentele sterili non se ne può più. E questo tocca a noi! Tocca a chi fa informazione culturale. A noi tocca ricordare che pensare non è una perdita di tempo. Che le competenze vanno riconosciute e valorizzate perché quelli sono gli esempi a cui bisogna dare una voce seria. In pochi secondi siamo informati su tutto, ma solo in alcuni minuti riusciamo a costruirci un’idea. E quell’idea è quella che ci garantisce di non perderci in mezzo alla valanga di fake news e di modelli effimeri. Quell’idea ci consente di poter avere discussioni in cui ci si confronta discutendo guardandosi negli occhi, senza urlarsi contro ma con il solo potere delle idee, dei ragionamenti e delle relazioni che arricchiscono sempre. Perché in fondo di questo si tratta. Di relazioni tra persone che guardandosi in faccia capiscono di non essere sole, in quello che pensano, in quello che fanno, in quello che sperano. Lo spirito della Festa di Notabilis sta tutto in queste righe. Essere insieme e insieme costruire un cambiamento. Le narrazioni si sono intrecciate con i volti di chi le scrive e chi le legge. Tutti insieme, pronti per iniziare i prossimi anni…!”.

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