LA CIVETTA DI MINERVA non si ferma

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LA CIVETTA DI MINERVA in questo periodo non è in edicola, ma continua regolarmente le sue pubblicazioni on line.

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Causa pandemia vi regaliamo i pdf della nostra Civetta di Minerva. Se potete inoltrateli ai vostri amici. È una voce libera persino dalla più piccola pubblicità.

Nel sito trovate anche i pdf delle scorse annate!

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Caro lettore,

Il quindicinale La Civetta di Minerva è impegnato nella difesa dell’ambiente e del territorio, dei diritti civili, della legalità, dello sviluppo economico ecosostenibile, di una società inclusiva e solidale.

Editore del giornale è l’Associazione Culturale Minerva autofinanziata dai giornalisti e da alcuni soci, tutti insieme impegnati a sostenere una sfida coraggiosa e difficilissima, soprattutto in una provincia come la nostra dove è difficile poter affermare le proprie idee senza alcun timore, a dare la parola a chi non ce l’ha e pubblicare inchieste e notizie che non si trovano sui giornali di maggiore diffusione.

Oggi il giornale si trova in grave crisi economica e l’autosostentamento tra soci e giornalisti non basta più. Ritorniamo in edicola, dopo la pausa estiva, ma non sappiamo garantire per quanto tempo ancora. Chiediamo, pertanto, a quanti apprezzano il nostro modo di fare informazione di aiutarci. L’appello è rivolto sia alle Associazioni ai Movimenti di impegno sociale e civile (ai quali ci offriamo come loro voce e sicuro alleato) sia alle singole individualità che apprezzano il nostro lavoro e ci trovano in edicola. A tutti chiediamo di sottoscrivere un abbonamento annuale (Sostenitore, di almeno 50 euro oppure Ordinario di 25 euro). In cambio promettiamo il nostro rinnovato impegno di cronisti scrupolosi e intellettualmente onesti e l’attenzione verso le loro istanze insieme al piccolo privilegio di poter ricevere il giornale per posta, direttamente a casa, invece di ritirarlo in edicola. Ci rivolgiamo inoltre agli operatori economici, a chi gestisce un’attività commerciale: siamo disponibili ad offrire spazi pubblicitari e redazionali a prezzi veramente contenuti.

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Grazie per l’attenzione. Con i più cordiali saluti.

Franco Oddo

Marina De Michele

Tutta la Redazione

Sono fiera, nel mio piccolo, di far parte dei collaboratori di questo giornale che dalla Sicilia, da Siracusa e dalla sua provincia, fa sentire la propria voce…
Signore, che cos’è un uomo perché te ne curi? Un figlio d’uomo perché te ne dia pensiero? L’uomo è come un soffio, i suoi giorni come ombra che passa…

 

Giuliano Aielli, notaro, è inviato dal patriarca di Aquileia, il cardinale Gregorio da Montelongo, con due missioni: la prima, di consegnargli un malloppo di vecchie carte e dispacci; e la seconda, di chiedergli di accogliere, per qualche mese, Zirìolo de la Mora, uno studente allo Studium di Bologna.

Questo il colpo di dadi che avvia il gioco letterario di Giovanni Casella Piazza, “Certamen 1246” (Besa Editrice).

Monasteri, delitti, misteri ed è subito Eco. Alla prima impressione, perché questo romanzo è un mix di generi e registri linguistici al fine di regalare al lettore non solo una ricostruzione di alcuni anni del convulso intensissimo regno, anzi impero, di Federico II di Svevia, lo stupor mundi – poliglotta, esperto di arti e lettere, di musica e filosofia, poeta egli stesso e autore di un trattato sulla caccia col falcone, ricco di simbologie relative alla funzione stessa del potere temporale e quindi della propria stessa figura –, delle lotte tra guelfi e ghibellini, impero e papato, della nascita dei liberi Comuni, del ruolo dei monasteri, delle corporazioni, della diplomazia, ma è anche e soprattutto un romanzo d’avventura, con tratti di picaresco, un romanzo d’amore – le storie parallele di Veronica e della Manna, dell’abate e del giovane Zirìolo sono uno dei teaser della narrazione –, un romanzo nel tentativo di restituire un Medioevo che è storico e immaginario insieme.

I dialetti e un Italiano che l’autore ha tentato di inventare per conferire una patina d’antico alla propria fantasia letteraria, il “latinorum” di manzoniana memoria, gli arcaismi, l’alternarsi di toni elevati e popolareggianti, l’affacciarsi dei documenti e delle fonti storiche a puntellare l’invenzione: ecco la lingua di questo libro, che con la sua corposità si presta molto bene a riempire di pagine la nostra quarantena letteraria.

Si alternano dialoghi, descrizioni e riflessioni, come ad esempio questa, applicabile al 1246 della fabula e al 2020 del lettore: “È proprio vero che li conflitti tra i potentissimi de la tera colpiscono fatalmente prima de ogni altro li homini humili et deboli, seminando pianto”.

Non mancano gli accenni alla Sicilia di Federico II, che vi fondò la scuola poetica, culla di arte e lingua raffinatissime, modello per gli epigoni toscani: “il ricordo dello scirocco, che in Sicilia soffia per giorni e giorni, immergendo il paesaggio, gli animali e gli uomini in un placido sonno”; “L’arsa terra tra il cielo e il mare. Le note melanconiche dello oud e i gorgheggi del mizar. Il profumo della ginestra e del mandorlo”; “[…] c’era un ambiente perfetto per alimentare allegria e bellezza. La natura, il clima aiutano tanto” e ai siciliani, “riconoscibili dall’inventiva e sussultante parlata”, al “fasto” nelle “regge di Sicilia”, a Palermo, a Girgenti e ai loro capolavori (e invitiamo l’autore a visitare i luoghi che tanto hanno influito nella formazione del piccolo Federico e che aiutano a comprenderne il disegno di grandezza e bellezza).

E ancora: “[…] assistevano al travalio de l’historia quando s’apressa a generar un novo evo, poi ch’è vero ch’ogni venente evo resiste fieramente a lo nascente. Et ciò non è sin dolore, perché con essa moiono li homini a esso partenuti et le lor idee. Per questo criterio par saggio affirmare ch’ogni cambiamento saporisce il tempo passato, ma sopra tuto exalta il presente, sì come è per causa de’ mutamenti che percepiamo de viver un novo evo, poi che lo saporiamo diferente de lo trascurso et per tal razone ci può parer più dulce o ancho più amaro. In razon de ciò il mutar dà a noi la perceptione de nostra exsistentia”.

 http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=4249%3Aluis-sepulveda-il-virus-spegne-la-voce-non-zittita-neanche-dalla-dittatura-di-pinochet&catid=17%3Acultura-diario-in-epidemia&Itemid=143&fbclid=IwAR2TW0yfbDBFEwFkJobT3pXfHqEkgSHWTKhFgzoFx77Kf7Fbwda1laBJ-oM

Il coronavirus falcia le vite di anziani e giovani, contagia persone comuni, premier e reali.

Non ha risparmiato la voce dello scrittore cileno Luis Sepúlveda, che neppure la dittatura di Pinochet era riuscita a tacitare.

Sì, perché per Sepúlveda la penna e l’azione, la mano e il pensiero non erano scissi ma uniti nella coerenza di un sentire appassionato, di un’adesione completa alle cause sostenute, che fossero la sorte delle balene e delle altre creature marine difese insieme a Greenpeace, il destino degli ultimi indios – baluardo contro la capitalistica cieca cupidigia dell’uomo bianco nei confronti della natura –, la lotta per la democrazia e la libertà in un mondo che ci vuole sempre più sottomessi alla dittatura del mercato e del pensiero unico.

“Abbiamo bisogno delle opinioni, abbiamo bisogno di scienziati coraggiosi che si giochino tutto per dire “Eppur si muove” anche nel peggiore momento, abbiamo bisogno del politico che è capace di dire “La politica non è semplicemente una forma per difendere un interesse determinato”; la rivoluzione che sognava era quella contro il lucro, l’individualismo, l’egoismo, la prepotenza, per una “società di cittadini e non di miserabili consumatori”: queste le sue parole in occasione della sua ultima partecipazione al Salone del libro di Torino.

Nei suoi libri si trasfigurano l’impegno militante, il trauma – un marchio di fuoco – dell’uccisione di Allende, che lo scrittore aveva conosciuto, i viaggi – da curioso viaggiatore, non da turista –, la passione per la scrittura – amava i nostri Fo e Strehler e sognava di diventare un autore di teatro –, gli amori, specie quello che lo ha unito nella lotta contro la dittatura e contro il coronavirus alla prima e ultima moglie, Carmen Yanez.

Ospite a Catania nel 2016, aveva omaggiato la Sicilia con queste parole: “Tanti anni fa, la mia casa editrice, che è la stessa di Camilleri, mi dice che lui sarebbe arrivato da lì a poco in Spagna e aveva il desiderio di salutarmi. No, dissi io. Sono io che voglio salutare lui. Ho un’ammirazione enorme verso Camilleri, così come verso tanti altri autori siciliani da Luigi Pirandello a Leonardo Sciascia. La sicilianità è qualcosa di straordinario, l’aspetto che amo di più della Sicilia. È un’attitudine umana, una forma dell’essere che si traduce in qualità come per esempio l’ospitalità, un pregio tipico dei siciliani”.

Rimangono – oltre lo sgomento, penso ai messaggi dei nostri alunni, che hanno amato e letto e perfino portato in scena, alle elementari e alle medie, i suoi lavori, “La gabbianella e il gatto che le insegnò a volare” – la scrittura limpida di Sepúlveda, le sue idee e soprattutto i suoi libri.

“Sapeva leggere. Fu la scoperta più importante di tutta la sua vita. Sapeva leggere. Possedeva l’antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia”.

 

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La Libreria Editrice Urso pubblica la nuova raccolta di poesie di Miriam Vinci. “Sono un grumo di sogni, un grumo di emozioni”

 

Salutiamo l’uscita di “Parole che ho dentro”, la nuova raccolta di Miriam Vinci, giovane penna netina che si è distinta in vari concorsi di poesia, specie in quello indetto dalla Libreria Editrice Urso – meritoria per le iniziative culturali –, che ne ha pubblicato i versi.

“La vita non si programma, / si respira”: così i versi quasi programmatici del primo componimento. E in effetti poesia è creazione, soffio vitale e vivificante.

Tornano l’infanzia e i suoi sogni, spesso forieri di disillusione; l’amore per il mare – odiosamato, ambivalente, simbolo di vita e morte insieme – e la natura in generale, in cui si riflette l’animo della poetessa. Tornano i tormenti interiori, le domande incessanti a se stessi e alla vita.

Rispetto al primo volume di poesie di Miriam Vinci, “È in questa nudità che vorrei vestiti di poesia”, si nota una maggiore densità narrativa: i versi sono grumi di significato, folate di pensieri riflessioni emozioni.

Ma che cos’è la poesia per la nostra autrice? Cosa rappresenta, in generale, per chi scrive?

“Poesia è ricordare”, “giardino di memorie”; e ancora: “Poesia è uno stato mentale”, uno stato, una modalità dell’essere.

E scrittura, scrivere, incidere se stessi su carta o sullo schermo senza cicatrici di un computer, cos’è?

“Scrivere, a volte, è un disperato bisogno”: bisogno di vita, di espressione, di corrispondenza: “Non mi trovo. / Non mi trovo nel cuore di nessuno. / Cercami in una Poesia”.

Scrivere è anche sfida, sfida a scrivere e leggere l’anima propria ed altrui: “Scrivimi. Ti scrivo. / Poeticamente ti sfido. / Ti leggo. Leggimi. / Poeticamente ti sfido”.

Scrittura è soprattutto il cuore che trabocca per troppa pienezza: “Tutto è sacro. / Tutto è canto. / Oh cuore! / Voglio Poesia. / Poesia”.

Stilisticamente, segnaliamo la particolare presenza di anafore e ripetizioni: in “Diluvia” martellano il concetto di pioggia fisica e interiore, come in “Poeticamente ti sfido”, in cui sono funzionali a scandire il quasi-duello tra l’io poetico e il suo interlocutore; in “Pensieri” rendono il martellare ansiogeno delle preoccupazioni, delle “curae” che appesantiscono il cuore e affastellano la mente di gravami, in “Calzino gemello” sottolineano l’ironia amara dei versi.

Com’è nata la tua nuova raccolta?

La nuova raccolta di poesie “Ce l’hai il coraggio di leggermi l’anima e non il volto?” nasce da un grumo di emozioni che la società moderna mi porta a vivere, piccole sfide interiori ed un groviglio di pensieri che trovano cura e consolazione nella loro manifestazione poetica.

Cosa è maturato nella tua scrittura rispetto alle prime esperienze?

Nella mia scrittura, rispetto alle prime esperienze, maturano le emozioni.

Le mie emozioni sono un continuo crescere, per questo il titolo della raccolta che è anche il verso di una mia poesia. E nel contempo invito attraverso la lettura dei miei scritti alla ricerca della mia essenza. Questa raccolta è un invito al lettore affinché possa conoscere la parte più intima di me e rispecchiarsi attraverso le mie emozioni e riconoscersi. In questa vita girovaghiamo smarriti e perduti ed attraverso l’arte che ci ritroviamo e ci riconosciamo. L’arte è la bellezza che salverà le nostre anime erranti. Lettore, ti sfido a leggermi dentro e non solo la copertina.

Hai esordito con la narrativa: hai in animo di tornare a questo genere o preferisci la poesia?

Amo scrivere e vivo la scrittura come una necessità incontrollabile. Io penso e senza rendermene conto ho carta e penna e già scrivo. Pensieri, poesie, racconti…

Ho esordito con la narrativa perché è stata una necessità, un sentire, un impulso che parte da dentro. Ma nel contempo scrivevo anche pensieri e poesie che sono state successivamente raccolte. Le emozioni mutano continuamente, la vita ti mette di fronte a continue sfide e tutto diviene arte. Sento il bisogno di scrivere ancora, aspetto che il frutto sia maturo, aspetto l’impulso che mi faccia dire: sono pronta, sto per nascere.

Quindi sì, tornerò a scrivere narrativa. E continuerò a scrivere di tutto, come una necessità incontrollabile, perché è questo che sono, “un grumo di sogni”, un grumo di emozioni.

Miriam Vinci ben rappresenta l’anelito giovanile alla Bellezza nonostante il grigiore del quotidiano e le difficoltà dell’esistenza e ci piace chiudere proprio con i suoi versi, che con voce fresca in ritmi franti ricantano i temi eterni della poesia, tra illusioni ingenue dell’età ed echi leopardiani: “Ed è in questa nudità / che vorrei / vestiti di poesia”.

L’otto aprile – data che ricordiamo per l’inizio del viaggio dantesco oltre che per altre “coincidenze” storiche – del 1860, alle cinque del mattino, presso la Cattedrale di Siracusa, Mariannina Coffa Caruso, poetessa e patriota netina, si univa in matrimonio con il possidente ragusano Giorgio Morana.

Un evento di 160 anni fa che coincide con i moti risorgimentali e che prelude allo sbarco dei Mille e alla tormentata unificazione della penisola.

Lo studio della figura della Coffa – oltre che critico, filologico, sociologico… ­– permette di illuminare non solo molti aspetti del nostro secondo Romanticismo, e più in generale del secondo Ottocento (la poetessa nasce nel 1841 e nel 2021 ricorreranno quindi 170 anni dai suoi natali; muore a trentasei anni, tre mesi e sei giorni nel 1878), ma anche fatti e problemi che possiamo comparare alle questioni attuali.

Oggi la pandemia da Cov-id19 miete vittime in Italia e nel mondo e studiare il passato e le epidemie con cui hanno dovuto convivere e lottare i nostri antenati può gettare una luce sul presente.

Nel 1835 muore a Siracusa il poeta tedesco August von Platen, probabilmente di enterocolite o forse di colera; nel 1837 divampò il colera che probabilmente uccise Leopardi e che a Siracusa fece scoppiare una rivolta contro dei presunti “untori”: la città perse il ruolo di capovalle in favore della vicina e rivale Noto.

Il colera del 1854-’55 esilia Mariannina Coffa, quattordicenne enfant prodige dei salotti netini, presso il podere di famiglia in contrada Falconara: oggi diremmo che la ragazza trascorse un periodo di quarantena fra timore e tremore, non solo per via dell’epidemia ma anche a motivo dell’impegno politico del padre, legato ai liberali antiborbonici.

Il patrono di Noto, San Corrado, il cavaliere piacentino divenuto eremita, viene dalla Coffa invocato in versi perché interceda presso Dio per la cessazione dell’epidemia:

Corrado, oh no, la grazia / Non ci saprà negar. // Ei che nostra patria / Ricopre col suo manto, / Ei che rimira il popolo / Fra tante angosce e in pianto, / Ei ci vorrà protendere / La salvatrice man. // Salve, o celeste Spirito, / O nostro Protettore / Fuga l’orrenda e squallida / Paura d’ogni core / E le dolenti lacrime / Sian di contento alfin…

La poetessa ci dà notizie del colera, potremmo dire, di sbieco: l’epistolario – le lettere indirizzate non solo all’amore mancato, al maestro di pianoforte e drammaturgo Ascenzio Mauceri (di cui il 13 aprile ricorre l’anniversario della morte, avvenuta nel 1893), ma anche a parenti, amici, al precettore – ci offrono uno spaccato di storia della Sicilia ottocentesca, anche dal punto di vista delle quasi periodiche epidemie di colera (Mariannina temerà non solo il colera del 1854 ma anche le sue recrudescenze degli anni ’60, quando la poetessa è già a Ragusa). Non solo: la lotta contro il colera s’insinua nel conflitto tra liberali moderati e repubblicani democratici, spesso rivoluzionari, che oppone i medici allopatici agli omeopatici; i rimedi contro il colera e le malattie delle viti e del bestiame rendono benemeriti i medici che riescano a salvare vite umane, animali e colture. Pensiamo ad esempio a Giuseppe Migneco, cui Mariannina Coffa affiderà la propria salute: i rimedi del medico augustano saranno adottati e riceveranno pubblici encomi da Comuni e autorità.

Le epidemie di colera, lungi dall’arrestarsi, continuano per tutto il XIX e per parte del XX: per citarne una trasfigurazione letteraria nostrana, nel 1918 la compagnia di Angelo Musco mette in scena al Teatro Nazionale di Roma “’U contra”, commedia di Nino Martoglio in cui nel caratteristico quartiere catanese della Civita si scontrano “baddisti” (da “badda”, polpetta avvelenata), che credevano agli untori prezzolati dal Governo per decimare la popolazione in sovrannumero, e “culunnisti”, che credevano in una pseudoscientifica “culonna” d’aria, una corrente di Scirocco che propagava la malattia dall’Asia minore

 

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La cultura e lo studio come passione, come arricchimento personale, al di là di ogni limite e preclusione dovuti all’età o ad altre condizioni.

“La Civetta di Minerva” ha incontrato – virtualmente – per voi il neolaureato Giuseppe La Delfa (Assoro, 1944), che scrive in lingua e in dialetto, è socio dell’Accademia Pen Club di Milano e dell’A.S.A.S. (Associazione Siciliana Arte Scienza) di Messina, cavaliere dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, direttore responsabile e giornalista di bimestrali culturali, regista e attore, ed è fresco di laurea in giurisprudenza, la terza (dopo quella in Scienze della comunicazione e in Scienze cognitive e psicologia).

Da dove viene questa passione per lo studio?

È nata da diverse circostanze: innanzitutto mio nonno paterno era ufficiale giudiziario presso la pretura di Leonforte, in provincia di Enna, e fungeva anche da aiuto privilegiato al Pretore avendo frequentato l’università di Catania in Giurisprudenza senza mai laurearsi per via della sua salute precaria; a mio zio e padrino per laurearsi in giurisprudenza mancava una materia (eravamo in tempo di guerra), poi partimmo per l’Argentina, al ritorno studiò per il concorso per l’insegnamento, risultò secondo in tutta Italia e gli assegnarono la cattedra a Racalmuto, paese dello scrittore Leonardo Sciascia del quale diventò collega e poi direttore didattico.

Per ricordarli ho dedicato loro la tesi di laurea. Uno stimolo importante a riprendere gli studi è stato un alunno di mia figlia che aiutavo con dei riassunti; un giorno, incuriosito, gli chiesi notizie sull’andamento delle lezioni, sui professori e altro e decisi di tentare questo nuovo percorso.

Di cosa ti occupi attualmente?

Mi occupo di cultura, dopo una pausa di riflessione dovuta alla stanchezza. Come ben sai sono giornalista, ma per adesso scrivo solo una tantum. Dedico il mio impegno alla socio-cultura occupandomi di volontariato, inoltre mi dedicherò alla presentazione di libri presso i cenacoli culturali della città, naturalmente non appena ci saremo liberati del coronavirus; riprenderò poi a compilare antologie poetiche in omaggio ai grandi poeti italiani e siciliani del passato e a scrivere altri libri miei di saggistica in corso di elaborazione.

Propositi e riflessioni per questo periodo particolare…

Veramente mi sento prigioniero in casa: un uomo libero come me si trova a disagio e direi in pericolo di vita sia per l’età sia per le condizioni di salute. Sopravviviamo perché amiamo la vita, la filosofia, il prossimo e Dio. Con la consapevolezza di un avvenire migliore per i figli e i nipoti affidiamo le nostre intenzioni al Padre Celeste per debellare un male di cui non sappiamo ancora gli sviluppi futuri e che ha invaso tutto il mondo

L’epidemia, poi pandemia, di Cov-id 19 va affrontata e discussa non solo dal punto di vista scientifico o sociopolitico o economico: è interessante anche l’approccio sociologico, il vedere come cambia la nostra vita ai tempi del coronavirus sia per noi che per i nostri connazionali. E per gli stranieri che vivono o hanno vissuto per qualche tempo in Italia? E per gli Italiani che vivono all’estero?

Neelam S., chimica indiana, poliglotta, che ha vissuto e lavorato tra Italia (ama in particolare la Sicilia, specie Catania e Siracusa), Germania e Lussemburgo, ci racconta la sua autoquarantena – non sempre compresa da colleghi di lavoro e conoscenti -, dovuta sia all’attenzione ai dispositivi tipica dei suoi studi e del suo lavoro che al fatto di aver seguito e di continuare a seguire la situazione italiana: spesa e lavoro, smart working e laboratorio, autoreclusione per evitare il contagio; situazione simile per Margareta K., appassionata viaggiatrice, corista dalle esperienze internazionali, tedesca innamorata di Siracusa, si è chiusa a casa in autoquarantena proprio perché segue l’evolversi della situazione italiana e teme che possa ripetersi per la Germania; Savitri J., mongola ormai “siracusanizzata”, ci racconta l’esperienza del suo paese di origine, che pur confinando con la Cina, ha saputo – memore forse del suo passato, disciplinato rigore comunista? – imporre misure di contenimento del virus.

“La Civetta di Minerva” ha incontrato per voi – seguendo le regole del distanziamento sociale, ovvero via mail – la siracusana Roberta Romano, che da anni vive in Olanda e ci offre il suo punto di vista di Italiana all’estero.

Presentati ai nostri lettori: chi sei? Che cosa ti ha portato in Olanda? Che lavoro fai?

Mi chiamo Roberta Romano e sono nata e cresciuta a Siracusa. Essendo un po’ ribelle da giovane, e lo sono ancora adesso in effetti, sono andata a vivere a Bologna: L’amore mi ha portata in Olanda. Più in là si vedrà…

Lavoro da circa 20 anni per un’azienda lattiero-casearia (una multinazionale distribuita in 34 paesi sparsi nel mondo) e mi occupo della sicurezza informatica per i dispositivi elettronici e per tenere il tutto un po’ più movimentato, sono responsabile per l’AppStore interno che distribuisce app create per la nostra azienda.

Nel mio tempo libero studio, coltivo il mio orto biologico e cucino molto volentieri.

Com’è cambiata la tua vita in questo momento di emergenza da coronavirus? Raccontaci la tua giornata tipo.

Io ho seguito attentamente l’evoluzione dell’epidemia (poi proclamata pandemia) in Italia ed ho anche potuto costatare quanti olandesi siano andati a sciare proprio quando già da settimane veniva sconsigliato. Poi è arrivato il carnevale ed il virus ha iniziato ad espandersi, senza che ce se ne rendesse conto. Alla fine hanno è stata chiusa una provincia, dove sono stati accertati la maggior parte dei casi, soprattutto ragazzi reduci dalle settimane bianche e dal carnevale. Ma logicamente anche tanti anziani.

Per questo io già mi ero messa in quarantena prima che l’azienda per cui lavoro chiudesse e ci ordinasse di lavorare da casa, cosa che già facevo prima del coronavirus un paio di volte a settimana, visto anche che la mia azienda è abbastanza avanti tecnologicamente.

La cosa scioccante è stata andare al supermercato senza ancora essermi resa conto che, dopo i provvedimenti del governo olandese di chiusura delle scuole, bar, ristoranti e palestre fino al 6 Aprile, la popolazione si era riversata nei supermercati a fare incetta di prodotti alimentari e carta igienica.

In lingua nederlandese il verbo “hamsteren” (che deriva da hamster, criceto), indica l’accumulo di risorse alimentari proprio come fa il criceto che accumula tutto il cibo possibile all’interno delle sacche guanciali.

Nella foto, Irma Sluis, interprete di lingua dei segni per non udenti, durante la conferenza stampa del governo, ha tradotto così l’esortazione del governo a non accumulare provviste (“Niet hamsteren!”).

E non solo nei negozi, ma anche online. Qui siamo abituati a fare la spesa online, ma se guardi il planner – il piano consegne -, la prossima possibilità di consegna è il 16 aprile. Tutta la logistica è andata in tilt e così anche la vendita online… e così mentre in Italia si lasciavano le penne lisce sugli scaffali, qui gli olandesi lasciavano lasagne e cannelloni di cui io ho prontamente comprato qualche scatola.

Gli italiani in Olanda: qual è la percezione dell’emergenza rispetto ai connazionali? Ci sono aspetti della cultura olandese che sono venuti fuori in questo periodo?

Allora… qui in Olanda, come del resto in tutti gli altri paesi (compresa l’Italia), hanno iniziato a rendersi conto della gravità dell’epidemia un po’ tardino. Quello che è interessante è che l’Olanda ha deciso di adottare il principio dell’immunità di gregge.

Questo ha causato il panico totale tra gli Italiani in Olanda, quindi anche da qui c’è stato un esodo verso l’Italia con ogni tipo di mezzo

Per quel che riguarda i social, non riferisco cosa si scrive su Facebook nei gruppi di Italiani in Olanda, ma posso assicurarvi che è sconcertante e che ho anche smesso di leggere i messaggi postati: non bisogna sempre essere d’accordo con gli altri, ma in questi gruppi ci si scanna tra italiani stessi. È scaturito il peggio di noi stessi, senza poi parlare dei commenti riguardo l’Olanda e gli olandesi.

Io sono molto grata per le possibilitá che questo paese mi ha offerto e non sputerei mai nel piatto da cui ho mangiato soltanto perché qui regnano altri modi di pensare e fare. In fondo ho scelto io di venire a vivere qui! E come me, lo stesso lo hanno fatto molti altri Italiani che adesso lasciano il paese insultando e infierendo contro tutti e tutto.

Anch’io non sono d’accordo sul fatto che qui non sia stato ordinato il lock down, ma io faccio la mia parte stando a casa ed uscire solo per fare la spesa.

Gli olandesi sono stati disobbedienti ed hanno fatto precisamente cosa hanno fatto gli Italiani all’inizio dell’epidemia: con il primo sole primaverile tutti si sono riversati in spiaggia… questo dà l’impressione che non prendano sul serio situazioni come queste. Si vedrà, spero che tutto questo passi in fretta e che si ricominci a vivere.

Ma fino a quel momento non mi stanco di dire a tutti di stare a casa se non c’è un motivo valido per uscire.

 

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Non chiudiamoci nella paura: Dio non è mai assente dalla nostra vita”

 

“La Civetta di Minerva” ha intervistato per voi don Raffaele Aprile, presbitero presso la Basilica Santuario “Madonna delle Lacrime” di Siracusa e vi ricorda che sia su TeleTris Siracusa che in streaming sulle pagine social della Basilica (sul sito web http://www.madonna dellelacrime.it) e dell’emittente sarà possibile seguire le dirette dei riti della Settimana Santa, Giovedì 9 Aprile (ore 18) con la Santa Messa in Coena Domini, Venerdì 10 Aprile (ore 18) con la celebrazione della Passio Christi, Domenica 12 Aprile (ore 11) con la Santa Messa di Pasqua. Le celebrazioni per la Domenica delle Palme saranno invece alle ore 8, 12 e 18.30. Per la preghiera personale gli orari di apertura sono invece la mattina dalle 8.30 alle 12.30 e il pomeriggio dalle 16 alle 18.30.

Qual è la risposta che può offrire la fede in questo tempo così strano, paradossale, tragico? Il periodo liturgico della Quaresima è un tempo “forte” in attesa della Pasqua e sembra che l’umanità stia vivendo un cammino nel deserto…

Nell’attuale periodo storico che stiamo vivendo, segnato dall’insorgere dell’epidemia del coronavirus, solo nel Vangelo possiamo trovare l’invito a salire sul Tabor per rifornirci di quella speranza che il virus vuole toglierci, buttandoci in braccio alla paura che ci fa chiudere egoisticamente in noi stessi, e ci fa dimenticare che c’è Dio, che può aiutarci a uscir fuori da questo flagello. Facciamo esperienza della grandezza della bellezza dello stare con Gesù nella Santa Messa, perché Cristo si rende presente nel pane e nel vino: quel pane e quel vino che si trasfigurano, manifestano la grandezza, la luminosità, il fulgore, la bellezza del divino che appaga il nostro anelito d’infinito, di cielo.

Oh, se questo momento tragico potesse essere l’occasione propizia per scoprire la necessità di salire sul Tabor, di partecipare alla Santa Messa con fede, anche se con i nuovi mezzi digitali, mezzi che permettono di partecipare alla Messa, di stare lungamente in adorazione davanti al tabernacolo!

Pensavo al Papa che ogni giorno celebra dalla casa di Santa Marta, al momento straordinario di venerdì 27 marzo a San Pietro, al dialogo profetico tra Gesù e la Samaritana: le chiese sono chiuse e forse sta arrivando il momento di pregare Dio in spirito e verità… “Ecclesia” è la comunità, non le pareti che la ospitano e non possono certo rinchiuderla.

È molto triste il momento che stiamo vivendo. Le chiese sono chiuse per l’epidemia che c’è in corso, ma voglio ricordare a tutti che ognuno è la casa di Dio, il tempio di Dio. È necessario non trascurare la preghiera e l’adorazione personale a Gesù Cristo oltre alla lettura quotidiana della Parola di Dio. Non spegnete lo Spirito Santo che vive in voi, ma fate in modo che il fuoco dello Spirito arda sempre nel vostro tempio. Noi siamo pietre vive che camminano, pietre che si danno la mano. Dobbiamo attivare la fantasia: io penso che nei momenti di crisi come questo che siamo vivendo, il primo rimedio consiste nel non farci carcerare dalla paura, perché Dio non è mai assente dalla nostra vita. Il coraggio va declinato con silenzio orante, meditazione della parola di Dio, riscoprendo la gioia delle sane relazioni familiari, attivando un dialogo costruttivo con i propri cari, dando un senso al dialogo virtuale, non facendo sentire nessuno solo, abbandonato.

Qual è il ruolo dei sacerdoti in questo momento? Come vive la Basilica Santuario questo periodo?

Il presbitero è un angelo che non si tira indietro davanti al pericolo e con le dovute cautele deve farsi presente e stare accanto per consigliare, dare speranza, confortare, dare senso a questo tempo, per capire quanto è grande la nostra fragilità e quanto è immensa la potenza di Dio. Non dimentichiamo quanto ci dice Gesù, coraggio io ho vinto il mondo.

Nel santuario in cui opero, la Madonna delle Lacrime di Siracusa, abbiamo sospeso tutte le attività in programma, ma abbiamo avviato, sin dall’inizio dell’emergenza sanitaria, le Sante Messe in diretta streaming sul sito web http://www.madonna dellelacrime.it, sempre celebrate, naturalmente, a porte chiuse.

Il santuario ha come orari di apertura per la preghiera personale la mattina dalle 8.30 alle 12.30 e il pomeriggio dalle 16 alle 18.30.

In tanti invocano Maria in questo periodo così travagliato. In particolare tanti sguardi sono rivolti alla Vergine di Siracusa, Madonna delle Lacrime, invocata sempre e in tutto il mondo anche nelle epidemie: sono certo che, con il suo amore materno e le sue lacrime, toccherà i nostri cuori induriti e ci renderà docili affinché possiamo accogliere in umiltà e semplicità Gesù.

In tutto il paese si elevano preghiere per invocare l’intercessione della Madonna per chiedere che il mondo sia libero da ogni male. Lasciamoci bagnare dalle sue lacrime.

“La Civetta di Minerva” intervista per voi Aldo Agostino Dugo, già direttore di un istituto bancario, presidente dell’Associazione Plemmyrion e consigliere dell’AMP (area marina protetta), qui in veste di autore di “Lettere d’amore dal Panama” (Carthago edizioni, Catania), che avrebbe dovuto essere presentato domenica 15 marzo ma rinviato a nuova data per l’emergenza Covid 19.

“È una storia che mi è letteralmente esplosa tra le mani”, ci racconta Dugo – appassionato lettore che però non avrebbe mai immaginato di diventare scrittore –, un signore d’altri tempi, dal garbo raro, che a tratti si commuove ricordando la struggente storia d’amore dei suoi genitori, i protagonisti del libro. “Tutto nasce da un sogno”, una sorta di messaggio che confermerebbe la “corrispondenza d’amorosi sensi” tra noi e chi ci ha lasciato: una toletta tarlata diventa una capsula del tempo, il legno dov’è incassato il marmo del ripiano diviene lo scrigno che nasconde un certificato di matrimonio e un fascio di lettere, un epistolario dei primi del ‘900.

Come nelle storie più intriganti, parte da qui l’indagine dell’autore, che risale fino al 1860 per chiarire i misteri della storia della propria famiglia. Le nozze datano 21 ottobre 1926, eppure una lettera straziante del padre di Dugo, datata dicembre 1927, lamenta la separazione dalla donna amata. Perché? Ecco la scoperta sorprendente e commovente insieme: il matrimonio segreto dei genitori – ventenne lui, quindicenne appena lei –, celebrato civilmente, alla presenza dei soli testimoni, le fedi tolte pochi minuti dopo, una separazione forzata di due anni, che dà vita a questo scambio di lettere belle e struggenti.

A cosa si riferisce il titolo?

“La copertina di Francesca Nobile raffigura un panama, il tipico cappello di paglia usato da Roosevelt, che d’estate sostituiva quello di feltro. C’è poi una farfalla che infila una letterina nel nastro del cappello: questo fu l’escamotage di mio padre per comunicare con mia madre. Il panama apparteneva al cognato; i due frequentavano lo stesso circolo ricreativo e il fratello di mia madre, pur non tollerando mio padre, inconsapevolmente ne divenne il postino, dato che mia madre sapeva dei bigliettini, piccoli come francobolli, nascosti nel panama”.

Storie che profumano d’antico, di un romanticismo che oggi sembra smarrito, ora che una relazione d’amore si consuma in fretta e non si nutre della passione dell’attesa, della distanza che piaga il cuore ma rende il desiderio legame profondo e indissolubile, della scrittura come filo d’inchiostro labile eppure indelebile tra i corrispondenti.

Dugo per un certo periodo è stato incerto se consegnare o meno al pubblico sentimenti così privati e personali, ma poi ha trovato conforto in “padre Dante”, come ama chiamarlo – Aldo Dugo è tra l’altro un appassionato culture della “Commedia” – che ha squadernato nelle sue opere anche gli intimi pensieri e afflati del cuore, e si è deciso a pubblicare la storia: il romanzo ha incontrato l’entusiastica adesione di Gaspare Edgardo Liggeri, presidente della Carthago edizioni, anche perché a detta dell’editore potrebbe essere un buon soggetto cinematografico.

La storia del matrimonio segreto dei Dugo si intreccia non solo con quella degli altri componenti delle due famiglie (rocambolesca e a tratti manzoniana la vicenda di una zia monaca che lascia il convento dopo dodici anni, diventa una dirigente del PCI e sposa uno zio di Dugo), ma anche con quella di Siracusa – il fascismo, la costruzione della Siracusa-Vizzini, il dopoguerra, le vicende del molino poi pastificio Conigliaro, lo sviluppo socioeconomico della città… –

“Credo di aver compreso il messaggio di mio padre. Per essere eroi nella vita non occorre essere persone importanti o compiere chissà quali imprese: eroe è anche una persona comune, che con le sue scelte e le sue lotte si fa uomo e trasmette dei valori veri ai figli. Mio padre ha fatto follie per amore di mia madre e poi sono rimasti insieme per 68 anni; nonostante sacrifici e privazioni si sono sempre amati, mi ha fatto studiare e diventare quello che sono: è stato un uomo comune, ma per me di dimensioni omeriche”.

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   “Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”: parole profetiche come visionaria è sempre la letteratura, che stende il suo sguardo sulla distesa apparente del tempo per far risuonare la sua parola di verità.

La citazione è naturalmente tratta da “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, di cui il 7 marzo ricorre l’anniversario della nascita (1785), e si riferisce all’epidemia di peste del 1630: occorre proprio ripetere che basta dare un’occhiata ai capitoli XXXI-XXXII per comprendere la psicosi di questi giorni? Untori, monatti, lazzaretti… ospedali, virologi e immunologi, influencer, paura del contagio. Parole come influenza, virus e virale, viralità (pensiamo ai post, alle fake news bufale false notizie più o meno dolose che si diffondono come e peggio dei morbi) ci rimandano ad un’umanità che ha sempre dovuto combattere con le epidemie e le loro nefaste conseguenze sulle comunità e sul senso stesso dell’umanità (influenza viene da “influere”, scorrere dentro, e si riferisce anche all’agire dei corpi celesti sulla salute umana; virus invece in latino significa “morbo, malattia” e soprattutto “veleno”): quanto veleno in tanti gesti contro presunti infettatori, quanto malata certa informazione distorta o certa sciagurata condivisione di contenuti falsi o tendenziosi.

Oltre al Manzoni del romanzo, c’è un altro suo scritto che andrebbe riletto, cioè la “Storia della colonna infame”, saggio che originariamente accompagnava “I Promessi Sposi”: l’autore infatti desiderava che il lettore, avvinto dal suo componimento misto di storia e di invenzione, leggesse poi la vicenda giudiziaria di Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza, che vennero accusati di essere untori e condannati a morte, dopo che le confessioni erano state estorte loro con la tortura.

Se dovessimo consigliare altre letture per una quarantena da coronavirus, immancabile il riferimento a Boccaccio e al suo Decameron: il senso di coralità ritrovata, di umanità coltivata nel senso della speranza e della parola, il racconto come ri-creazione, la comunità rinovellata come tessuto ricucito dopo lo strappo della peste del 1348, sono il vero “sugo” delle cento novelle e della loro drammatica cornice.

Boom di vendite in Francia per “La peste” di Camus: evidentemente i libri del passato sono la lente che ci permette di vedere meglio il presente.

«Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono»: Saramago nel suo “Cecità” narra il morbo dell’indifferenza che appanna e spegne ogni barlume di humanitas.

Niccolò Ammaniti e il suo “Anna” ci prospettano invece una Sicilia devastata da “La Rossa”, un misterioso male che annienta gli adulti e risparmia i bambini.

Tanta altra narrativa storica e distopica potrebbe essere riportata a quanto stiamo vivendo, ma non sarebbe male ripensare alla nostra storia recente: l’epidemia di febbre spagnola, quelle di tifo, vaiolo, morbillo, difterite, tubercolosi, poliomielite…

La nostra Siracusa – e certi tragici fatti dovrebbero ammonirci – ha vissuto varie epidemie: pensiamo alla peste che ci descrive Tito Livio nel libro XXVI della sua opera storica “Ab urbe condita” (“Postremo ita adsuetudine mali efferaverant animos, ut non modo lacrimis iustoque comploratu prosequerentur mortuos sed ne efferrent quidem aut sepelirent, iacerentque strata exanima corpora in conspectu similem mortem exspectantium, mortuique aegros, aegri validos cum metu, tum tabe ac pestifero odore corporum conficerent; et ut ferro potius morerentur, quidam invadebant soli hostium stationes”: “infine i mali per l’abitudine rendevano insensibili gli animi così che non solo con le lacrime e un giusto pianto non seguivano i morti, ma neppure li prendevano e li seppellivano, e i cadaveri sdraiati giacevano sotto la vista di quelli che aspettavano una simile sorte, e i morti infettavano i deboli e i deboli i sani sia con la paura, sia con l’epidemia e con il pestifero odore dei corpi; e per morire piuttosto per mezzo della spada alcuni da soli assalivano le stazioni dei nemici”) e a quelle del 1524 e 1575.

Pensiamo anche alle ondate di colera, di cui quella del 1837 provocò addirittura l’invio dell’esercito comandato dal generale Del Carretto per via della rivolta popolare e delle violenze.

Si credette, ancora una volta, a presunti untori prezzolati dal governo, voce artatamente rafforzata dai liberali che speravano in un rivolgimento politico. Vennero così trucidati l’intendente Vaccaro, l’ispettore Li Greci e suo figlio che era “percettore” delle imposte, il commissario Vico, nonché innocui viandanti e forestieri, incorsi casualmente nella cieca furia popolare. Altri, come “il cosmorama” Francesco Giuseppe Schweitzer e la di lui giovane e bella moglie Maria Lepyck, a stento in un primo tempo vengono sottratti al linciaggio e rinchiusi in carcere (saranno poi massacrati, insieme ad altri infelici, il 5 agosto al piano del Duomo), mentre si svolge l’incredibile parodia dell’istruttoria pubblica e degli esami chimici, durante i quali salterà fuori, in circostanze mai del tutto chiarite, una piccola quantità di arsenico, ritrovata, si dice, tra gli oggetti sequestrati in casa del defunto intendente Vaccaro”, come ci narra il De Benedictis. La repressione borbonica declassò Siracusa (definita “città scellerata”), che perdette a favore di Noto il capoluogo.

Concludiamo con le parole di Edgar Allan Poe – da rileggere i suoi racconti in cui mistero, incubo e terrore si fondono: “La morte rossa” farebbe al caso nostro – su Manzoni, il cui capolavoro recensì sul “Southern Literary Messenger”: “Le scene descritte dal Manzoni ci danno cognizione di vera vita vissuta […] saggio della potenza espressiva di questo scrittore”.

Morte: è buco.

Non pretendo con questo anagramma di omaggiare un intellettuale dal multiforme ingegno quale Umberto Eco, che ci ha lasciati quattro anni fa, ma sappiamo quanto amasse giocare con le parole – come dimenticare l’estate dei miei sedici anni, trascorsa sulle pagine de “Il nome della rosa” a cercare di indovinare l’enigma celato versi sibillini tratti dalle Scritture? E ci riuscimmo, io e un paio di compagne di scuola incaponite a leggere un testo così ricco di riferimenti letterari storici politici metalinguistici che capimmo solo a metà ma che continua ad affascinarmi – e adesso che il professore non c’è più e nomina nuda tenemus ritrovo nei fonemi e nei grafemi del suo nome il tombeur d’intelligenza che è stato, le trombe di quegli angeli medievali che amava tanto studiare e quelle il cui suono struggente si fa poesia ne “Il pendolo di Foucalt”. Sorprendo un Cuore che è tanto una rivista troppo famosa per spenderci ancora parole sopra quanto quell’organo il cui linguaggio esortava a seguire, lui che sui segni e sulle lingue ci aveva speso la vita.

Morte: è buco.

E sì, per noi che restiamo la morte è uno smagliarsi della trama del mondo.

Da quel paradiso in forma di biblioteca in cui lo immagino con Jorge lo vedo sorridere di quell’umore che ho trovato nel suo nome, l’humor – alla latina – dei suoi scritti e del suo eloquio così antiaccademico.

ECO. Sì, risuoneranno ancora le sue parole.

E un ultimo guizzo. Nomen omen? Quel cognome è un acronimo, com’ebbe a spiegare egli stesso.

Ex Coelis Oblatus.

Professore? Mi conservi uno spazio, anche piccolo, nella Grande Biblioteca.

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ADELAIDE DI MAURO: UNA MISTICA “SCOMODA”!
MARIA LUCIA RICCIOLI Sabato, 07 Marzo 2020 12:11

Nel 1951 usciva, a cura della Postulazione per la Causa, un volumetto di Mons. Giuseppe Cannarella intitolato “Suor Chiara di Gesù Agonizzante / (Adelaide Di Mauro) / 1890-1932”, ripubblicato l’8 settembre 1983 nell’imminenza dell’introduzione della Causa di Beatificazione e Canonizzazione di Suor Chiara Di Mauro.

Lo riproponiamo ai nostri lettori nella ricorrenza dei 130 anni dalla nascita di Suor Chiara e – si auspica, per far conoscere la vita e i carismi di questa nostra concittadina – nell’imminenza di una riapertura della causa e di un pronunciamento sulla sua beatificazione.

Nello stile agiografico dell’epoca, il volumetto narra la storia di questa “figlia spariglia”, cioè eccezionale, di Raffaele Di Mauro, cancelliere del Tribunale, e di Concetta Navanteri, stupiti della vocazione precoce della figlia, dei suoi atti di mortificazione e carità, del suo amore per Cristo.

Colpiscono, della vicenda biografica di Adelaide Di Mauro, non solo gli atteggiamenti interiori ed esteriori della futura sposa di Cristo, ma anche i dolori di una donna cui fu imposto il matrimonio con un certo Giuseppe Cortada, poi morto presumibilmente di febbre spagnola, da cui ebbe tre figli, di cui due morti in tenera età: la morte della madre, la vedovanza, l’assistenza nei confronti dei poveri e dei malati, le cure verso l’unico figlio rimastole ci dipingono un quadro della vita di una donna tra XIX e XX secolo, che per il suo carattere e il suo stile di vita improntato alla preghiera, alla penitenza e alla carità venne chiamata con il familiare stigmatizzante appellativo di “pazza”.

Esattamente cento anni fa, il 4 marzo 1920, Adelaide Di Mauro diventa Dama Sacramentina per la sua devozione al SS.mo Sacramento; inizia a frequentare la Chiesa di Grotta Santa, che all’epoca non era in una zona centrale e frequentata, poi decide di ricoverarsi insieme al figlio a Messina nell’Istituto delle Figlie del Divino Zelo, in attesa di diventare Clarissa – e qui entra in gioco anche la figura molto nota di Padre Annibale Maria Di Francia –; nel frattempo decide di lasciare l’Istituto e di tornare a Siracusa, ospite dell’Ospizio di Mendicità dei Cappuccini, e inizia una vita di eremitaggio nel santuario di Grottasanta, all’insaputa della famiglia, col figlio al seguito, vivendo di elemosina. Inizieranno a farle compagnia vicine e amiche.

L’arcivescovo dell’epoca impone alle tre donne di separarsi: le due amiche vengono ammesse in istituti religiosi, Adelaide affida il figlio ai congiunti – singolare poi la sorte di Alfredo, prevista pare dalla madre, fucilato dai tedeschi nel 1944 – ed entra nel monastero delle Clarisse di Montevergine alla Giostra, sobborgo di Messina, con il nome di Suor Chiara Francesca di Gesù Agonizzante.

Alterne le vicende della vita claustrale, tra mortificazioni, incomprensioni, estasi e perfino stimmate, fino al ritorno definitivo a Siracusa, dove il canonico Sebastiano Uccello diverrà il suo direttore spirituale – porterà il caso di suor Chiara all’attenzione del vescovo e del vicario generale per accertare che i fenomeni che la riguardavano fossero soprannaturali.

Dalle Suore del Sacro Cuore all’Istituto Natività delle Figlie della Carità e poi di nuovo nella casa paterna: sembra che questa mistica sia scomoda, che ogni tentativo di “normalizzazione” fallisca: dal Villino Leone Sirchia ad un altro, a quello dei coniugi Gattuso, poi a Ragusa e infine in una stanza presa in affitto a Grotta Santa, dove muore nel 1932 in odore di santità per l’austerità della sua vita e la voce che guarisse gli ammalati, non con l’abito di Clarissa ma di terziaria francescana, umile e povera com’era vissuta per tutti gli anni di una vita all’insegna del mistero della fede.

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L’8 dicembre scorso è morto a Roma Piero Terracina, uno degli ultimi testimoni della Shoah, sopravvissuto all’inferno di Auschwitz.

Forse non tutti sanno che piangiamo non solo la scomparsa di un martire di una delle pagine peggiori della Storia – e ci teniamo a ricordarlo perché i rigurgiti nazifascisti e l’antisemitismo strisciante devono farci tenere la guardia alta –, ma di un nostro concittadino, perché a Piero Terracina, oltre a quella di Palermo e di diverse altre città, era stata conferita la cittadinanza onoraria di Siracusa nel 2005, promotore Elio Tocco; ringrazio Maurizio Landieri per l’immagine reperita, per la preziosa testimonianza sulla successiva visita a Siracusa di Terracina nel 2015 e per aver recuperato la motivazione del conferimento della cittadinanza onoraria: “Il Sindaco / Avv. Giambattista Bufardeci / Onorando in / Piero Terracina / L’instancabile ambasciatore di memoria e di umanità, che / ha suscitato, nel nostro Paese, partecipata coscienza nei / confronti della Shoah, / Su proposta dell’Istituto Mediterraneo / di Studi Universitari / gli Conferisce / La Cittadinanza Onoraria di Siracusa.

Piero Terracina, sopravvissuto alla Shoah, attraverso la Sua Parola, che ha trasformato il dolore in testimonianza di vita e di speranza, ha saputo creare argini di ragione e di coscienza, nei nostri giovani, contro ogni fanatismo, intolleranza, razzismo, cause di ogni orrore. Egli ci ha insegnato che ricordare è l’unico modo per difendere il nostro futuro dagli incubi dell’odio”.

Recupero gli appunti scritti sull’onda dell’emozione del pomeriggio del 27 gennaio 2008, quando ho avuto modo di conoscere personalmente Terracina e di ascoltare la sua testimonianza e mi piace riparlarne a ridosso della festa di Hanukkah (tra l’altro sul canale per bambini Rai Gulp domenica 22 dicembre alle 15:25, andrà in onda il cortometraggio “Hanukkah-La festa delle luci”, prodotto da Rai Ragazzi e dalla Graphilm Entertainment di Roma, opera di un maestro dell’animazione italiana come Maurizio Forestieri; il film racconta la storia fantasiosa della giovane pasticciera Anna, ricorda l’origine di una delle più antiche e affascinanti feste ebraiche e sarà visibile anche su Rai Play), che per la simbologia delle luci, lo scambio dei doni, il senso dello stare insieme si può apparentare al nostro Natale.

A Siracusa, nella Chiesa di San Martino, per ricordare la figura di Monsignor Sebastiano Gozzo (che era recentemente scomparso e che aveva programmato quest’evento poco prima della sua morte), si era tenuto l’ultimo incontro della settimana dedicata alla cultura ebraica e promosso dalla Provincia Regionale di Siracusa e dall’IMSU (Istituto Mediterraneo di Studi Universitari).

Moderatore Elio Tocco, hanno offerto la propria testimonianza nel giorno della memoria (il 27 gennaio, se ci fosse ancora bisogno di ricordarlo, è dedicato dal 2000 alla memoria della Shoah) Franco Perlasca, figlio di Giorgio Perlasca, ed un sopravvissuto di Auschwitz, Piero Terracina.

Franco Perlasca ha rievocato la figura del padre, che durante la seconda guerra mondiale si trovava in Ungheria e per un rocambolesco caso del destino (destino?) si è ritrovato ad essere eroe suo malgrado. Fingendosi il nuovo ambasciatore di Spagna, è riuscito a salvare all’incirca 5200 ebrei ungheresi dalla deportazione.

Un eroe. Ma Franco Perlasca ci tiene a distinguere l’eroe dal giusto: pensiamo a Pirandello per cui è “molto più facile essere un eroe che un galantuomo. Eroi si può essere ogni tanto, galantuomini sempre”. L’azione eroica a volte viene ostentata e un singolo gesto eroico può essere perfino in contrasto con la natura profonda di un essere umano. Giorgio Perlasca, invece, come i veri giusti, ha compiuto un gesto da eroe ma quasi suo malgrado e, cessata la situazione straordinaria in cui si è trovato a scegliere il bene opponendosi con coraggio e determinazione al male, è tornato alla vita di sempre, mantenendo il silenzio anche con le persone care.

Questa storia, scritta in un memoriale di cui una copia andò al governo italiano, l’altra a quello spagnolo, che l’ignorarono completamente, sarebbe rimasta per sempre nel cassetto e nel cuore di Perlasca se non fosse accaduta una serie di fatti: un ictus, che lo portò a rivelare alla nuora e al figlio l’esistenza del memoriale, di cui però ancora una volta i familiari stessi sottovalutarono l’importanza. Perlasca, una volta guarito, come prima cosa ripose lo scritto nel cassetto. Altro motivo per cui ritenerlo un vero giusto: solo la morte imminente l’aveva indotto a quella rivelazione perché temeva che quel passato andasse perduto per sempre.

Decenni di silenzio. Poi, accade qualcosa che fa riemergere potentemente quell’atto di eroismo, di compassione, di solidarietà umana. Delle donne ungheresi, all’epoca dei fatti ragazzine, avevano cercato notizie di quell’Jorge Perlasca sedicente diplomatico spagnolo e riescono a scovarlo in Italia, a Padova, nella sua casa di Via Guglielmo Marconi 13, giusto di fronte alla basilica di Sant’Antonio da Padova.

Le donne, un po’ in ungherese, un po’ in tedesco, un po’ in italiano, un po’ nel linguaggio universale dei gesti, rievocano quella storia davanti agli occhi allibiti di Franco, che inizia finalmente a capire che suo padre Giorgio forse aveva compiuto qualcosa di veramente straordinario. Franco Perlasca racconta con garbo, perfino riesce a far sorridere, ma la commozione gli vela la voce quando narra cosa quelle donne regalarono a suo padre in segno di gratitudine. Pacchi e pacchettini dei tipici prodotti ungheresi. Quello che ogni turista porta in dono. Poi, tre oggetti. Che Franco Perlasca tuttora conserva religiosamente. Piccole povere cose cariche di un dolore indicibile. Una tazzina, un cucchiaino, un medaglione. Perlasca rifiuta. Le donne insistono. Il balletto di offerte e rifiuti si ripete per qualche minuto. Perlasca dice: “Dovete tenere voi queste cose, per lasciarle in ricordo ai vostri figli, che poi le lasceranno ai vostri nipoti”. E quelle donne, in un italiano perfetto che ha del miracoloso, gli rispondono: “Queste cose deve averle lei. Se non fosse per lei, noi non avremmo figli né nipoti”.

La storia di Perlasca inizia così a diventare conosciuta. Se ne occupano Enrico Deaglio, che dopo una lunga serie di interviste scrive “La banalità del bene” (poi uscirà anche “L’impostore”) e Giovanni Minoli con la sua trasmissione “Mixer”. La vita di Perlasca viene allo scoperto ed è tutto un susseguirsi di incontri con le scuole, di interviste, di riconoscimenti anche internazionali, alcuni preziosi e importanti. Ma quello a cui Perlasca tiene di più sta sulla scrivania del suo studiolo. Una targa consegnatagli da ragazzi di una scuola della provincia vicentina. La semplice iscrizione dice: Ad un uomo al quale vorremmo assomigliare. In un tempo mediocre, di falsi miti ed eroi, Perlasca il giusto, riconosciuto tale anche dalla commissione dello Yad Vashem in Israele, che esamina le cause di chi, non ebreo, si è comportato da giusto (e non si autopresenta ma è presentato da terzi, le cui testimonianze sono attentamente vagliate), Perlasca il giusto dicevamo, rappresenta sicuramente un modello positivo, una luce per le nuove generazioni. Un uomo che ha vissuto nel silenzio, che ha risposto con sincerità e semplicità disarmante a chi gli chiedeva come avesse fatto a compiere quell’impresa disperata: “Lei non avrebbe fatto lo stesso al posto mio?”.

Hannah Arendt, a proposito di Eichmann e altri nazisti, ha parlato di banalità del male. Il mostro, il torturatore, possono essere anche i nostri vicini di casa. Il male non ha corna né puzza di zolfo ma può avere il volto di ognuno di noi. Di chi ubbidisce agli ordini ricevuti senza discuterli. Di chi volta la faccia dall’altra parte per non essere coinvolto. Anche il bene è banale, in fondo. Un gesto semplice può salvare una vita. E come dice il Talmud, chi salva una vita salva l’universo intero.

C’è una leggenda ebrea meravigliosa. Esistono nel mondo 36 giusti, sempre. Neanche loro sanno di essere giusti, ma quando c’è da dire un sì o un no, quando c’è da prendere posizione, lo fanno e basta. Poi tornano alla vita di sempre, neanche consci loro stessi fino in fondo di aver cambiato la storia. E grazie a loro Dio non distrugge il mondo.

Vi invito a visitare il sito della fondazione intitolata a Giorgio Perlasca, dove troverete altro materiale interessantissimo – bibliografia e filmografia, storia della Shoah e vari documenti – : http://www.giorgioperlasca.it.

Dopo il racconto emozionante di Franco Perlasca – che ci narra anche del film tratto dalla vita del padre, interpretato da Luca Zingaretti, giudicato dalla moglie di Perlasca bravissimo ma molto, molto meno bello del marito… – attendiamo tutti le parole di Piero Terracina. Non è un film. È vita vissuta, sangue e lacrime. Una disperazione senza fine.

Piccolo uomo vestito di verde, ti riconosco ebreo dall’aspetto mite che Umberto Saba seppe così bene ritrarre. Occhialetti tondi a difendere gli occhi pensosi scrutati da occhi attenti, rispettosi sì, ma che indugiano su di te come su una bestia da fiera, l’animale da circo che deve fare il suo numero da deportato testimone speranzoso nonostante tutto.

Ma tu non ci stai. Da subito. “Per me non c’è stato un Giorgio Perlasca”. Voce scura, bassa e dignitosa.

E il dolore fluisce come una piena, trattenuto dalle parole ferme di chi si sa innocente eppure perseguitato, di chi è vittima e ha subito le sevizie di carnefici infernali eppure uomini come lui, unico scampato su una famiglia di otto persone.

Il male può essere banale, quotidiano. È il compagno di scuola sempre amico che ti volta le spalle e ti lascia da solo perché sei ebreo; è l’insegnante che salta il tuo nome nell’appello e ti dice che non puoi entrare in classe. “Che cosa ho fatto?” chiedi. E ti viene risposto con tre parole che uccidono la tua sensibilità, il tuo amore per lo studio, la tua innocenza di bambino di otto anni. “Perché sei ebreo”. È il traditore che consegna te e la tua famiglia per 5000 lire ciascuno – 40000 lire durante la seconda guerra mondiale sono soldi – mentre avete deciso di riunirvi per la Pasqua ebraica, finalmente insieme dopo essere stati separati perché protetti in case diverse da persone buone – i giusti senza nome – che avevano avuto pietà di voi.

Piero ha 8 anni quando vengono emanate le leggi razziali e 14 anni quando viene arrestato con i suoi dai nazisti che non hanno pietà neanche del nonno anziano. Ed è dolore infinito: il carcere di Regina Coeli – avete idea di cosa sia entrare in carcere quando si è innocenti? – dove, faccia a muro, con la consegna del silenzio, il padre di Piero, lucido profeta di ciò che sarà, intima ai figli di conservare la dignità, almeno quella. “Siate uomini”.

Ma è proprio quello che i nazisti vogliono distruggere: l’umanità di questa povera gente, stipata sul treno che parte dalla stazione Tiburtina di Roma per Fossoli, tappa intermedia del viaggio verso Auschwitz, l’inferno di un pazzo.

Niente cibo né soprattutto acqua, implorata a mani tese di stazione in stazione a gente indifferente. Piero si interrompe spesso scusandosi con noi, noi che dovremmo baciargli le mani, quelle stesse mani di ragazzo tese disperatamente dal carro bestiame di un treno, per la commozione che gli stringe la gola e che taglia la nostra. Il silenzio in chiesa è tangibile, solido e compatto. Le lacrime scendono e ci domandiamo che cosa potrebbe risarcire sofferenze così grandi. “Nemmeno uno sguardo di pietà”.

Cinque giorni cinque notti escrementi urine un bambino è nato per morire ad Auschwitz.

E l’arrivo. E la verità, subito. Di qui si esce solo per il camino.

E gli appelli, e la neve gelata da bere, che non sia troppo contaminata. E la supplica con gli occhi all’aguzzino perché affondi un’altra volta il cucchiaio nella brodaglia immonda. Qui non c’è più dignità, quella che aveva raccomandato ai figli il padre di Piero. Ma un ragazzo di quattordici anni vuole vivere, anche un giorno soltanto di più.

Piero parla e i suoi occhi sono oltre noi, fuori dal portone di questa chiesa dove lui si sente fuori posto, perché è fuori anche da questo tempo Piero, forse perché è il 27 gennaio e nel 1945 i Russi aprirono quei dannati cancelli da cui i suoi cari non sono usciti. E non c’è esultanza e non c’è scampo al senso di colpa per essere ancora vivi.

Piero non ci narra l’orrore, non ci narra la follia cieca e stupida di gente che era capace di indicibili crudeltà eppure amava la famiglia l’arte la letteratura la musica. Piero si scusa ancora. “Mi sento lì. Scusatemi, non ce la faccio a continuare”.

Lo applaudiamo e sfiliamo fuori. Qualcuno di noi va a stringergli la mano. Il peso che quest’uomo porta è troppo grande, ma che lo abbia condiviso con noi è bellissimo. Penseremo a lui, pregheremo per questo piccolo uomo che ha guardato in faccia l’inferno e ne è uscito vivo.

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