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Una soddisfazione incredibile per me: essere nella bibliografia camilleriana per il mio racconto “Un caffè per il commissario” premiato nell’ambito del concorso “Sicilia Dime Novels” e pubblicato nella raccolta omonima edita da Algra Editore (e prefata da Moreno Burattini).

Saluto e ringrazio il Camilleri Fans Club, gli amici dell’associazione Mascalucia Doc e l’editore Alfio Grasso.

http://www.vigata.org/bibliografia/biblios.shtml?fbclid=IwAR01Z1SkR5Ik_TQybWZ_c2hT5EDbeqyDy_MGOCFOMj2jpI7vIeckDK1PBZo

2020

a cura di Mascalucia Doc A.C.

Sicilia Dime Novels

Algra

Con il racconto di Maria Lucia Riccioli Un caffè per il commissario, con protagonista il Commissario Montalbano.

http://www.vigata.org/bibliografia/siciliadimenovels.shtml

Sicilia Dime Novels

32 brevi storie di pura emozione

Narrativa: Sicilia Dime Novels

Autore a cura di Mascalucia Doc A.C.
Prezzo € 15,00
Pagine 176
Data di pubblicazione 24 marzo 2020
Editore Algra
Collana
Con il racconto di Maria Lucia Riccioli Un caffè per il commissario, con protagonista il Commissario Montalbano.

Racconti di Daniela Albano, Stefania Avola, Christian Balsamo, Cristina Basile, Maria Regina Betti, Moreno Burattini, Francesca Calì, Alfia Contino, Francesco Cusa, Paolo Alessandro D’Angelo, Mirko Di Bella, Gioacchino Di Giovanni, Enzo Di Maria, Luisa Distefano, Daniela Ginex, Patrizia Grasso, Tindaro Guadagnini, Daniela Maccarrone, Concetta Maria Negretti, Maribella Piana, Francesco Rapisarda, Giuseppe Reina, Riccardo Renda, Grazia Restivo, Maria Lucia Riccioli, Francesca Sanfilippo, Maria Grazia Sapienza, Grazia Scuderi, Carmelina Toscano, Simona Zagarella, Clelia Zarbà, Anastasia Zuccarello.

Mascalucia Doc A.C. nasce il 1° settembre 2018 dall’esigenza di ufficializzare le attività che un gruppo di volontari, già da cinque anni, svolgeva sul territorio etneo. Il suo scopo primario è la valorizzazione e la diffusione della cultura e dell’arte in tutte le sue forme. Strumento chiave dell’associazione è la pagina Facebook “Mascalucia Doc”, con oltre 14.500 like (febbraio 2020), che consente di lavorare quotidianamente sul territorio con notizie, segnalazioni dei cittadini, ma anche interviste e dirette live per scoprire aspetti o personaggi sempre nuovi e interessanti. Altro fiore all’occhiello dell’associazione è il sito http://www.mascaluciadoc.org, l’unico portale virtuale che raccoglie ricerche storiche, censimenti di monumenti, chiese ed edicole votive, biografie, news, eventi e molto altro.

http://www.vigata.org/rassegna_stampa/2010/giu10.shtml

Non solo: grazie all’ineffabile Stefano Bartezzaghi – la sua rubrica di enigmistica è una gioia per il cervello – scopro che nella bibliografia camilleriana ci sto anche per i miei giochi verbali…

La Repubblica, 30.6.2010
Lessico e nuvole
Quel ramo del lago di Vigata
Con qualche coraggio, Maria Lucia Riccioli si mette sulla scia di Varaldo e compone le sue ottave manzoniane.
Oggi vediamo la prima, che è a’ la manière de Andrea Camilleri
Stefano Bartezzaghi

ALLA CAMILLERI
A scascione del nobile Rotrico
che s’amminchia picchì voli a Lucia,
ci ammatte, a Renzo, già nu bello intrico
tra parrini, rivolte e malatìa.
Come finìu? A chi ffari lo dico?
Stu bellu libru ca mi piaci a mia
aggiusta tuttu: a peste finita
Renzo si maritò cu la sò zita.
Sto leggendo RICCARDINO, prenotato da tempo e preso in libreria stamattina.

Anzi ho preso l’edizione speciale con le due versioni – la filologa che è in me non ne ha potuto fare a meno.

camilleri montalbano sellerio

lo ringrazio Camilleri per le ore di riflessione e felicità che mi ha regalato e che mi donerà ancora al solo rileggerlo.

Un narratore, innanzitutto. Che si fa leggere. Che ha portato lustro alla Sicilia – sì, i manierismi, sì, i luoghi comuni… ma c’è una sorta di amore/odio per chi vende tanto, per chi scala le classifiche. Io penso che il tempo ristabilirà le sorti della letteratura.

Ricordo con piacere le prime dei Montalbano al Teatro Vasquez di Siracusa, con Cesare Bocci, Luca Zingaretti, Alberto Sironi, Angelo Russo e Peppino Mazzotta, il nostro Lo Verde… ricordo lo Sciacca Film Festival del 2011, quando ho conosciuto Rocco Mortelliti e ho visto la prima de LA SCOMPARSA DI PATO’ insieme all’amica Cetta Brancato, a Emidio Greco, ad Elena Doni e alle sue donne risorgimentali… e IL PIMPIGALLO a Noto con Nino Frassica e Alessandra Mortelliti…

Nel 1994 in cui usciva il primo Montalbano cambiavano alcune cose nella mia vita e la mia scrittura in erba si incontrava con la sua.

Ora è tempo di andare oltre.

Oltre le polemiche, oltre le disquisizioni sul “camillerese”… oltre.

Pensate che qualcuno, leggendo il mio romanzo FERITA ALL’ALA UN’ALLODOLA, ci avrebbe trovato un’ascendenza camilleriana (nel linguaggio misto tra italiano e siciliano…). Avrei molto da dire ma dato il successo mainstream del maestro di Porto Empedocle lo prendo come un complimento.

Mi manca. Tanto.

La sua voce tabaccosa e funnùta di grotta, i suoi racconti, la sua capacità affabulatoria…

E adesso, un omaggio. Scritto tanti anni fa, ma che non mi sembra inopportuno offrire di nuovo adesso.

Il sito letterario su cui apparve per la prima volta non c’è più. Altro motivo di nostalgia.

La promessa di Montalbano – prima parte

S’arrisbigliò malamente.
Vagnatizzo, anzi assammarato di sudore.
Meno male che se l’era insognato!
Qualcuno gli aveva sparato in pieno petto e come diceva Freud – varda che minchia di pensate e non erano manco le cinco della matina – anche se i latri sono finti la paura è reale.
Il respiro si calmò, il battito tornò regolare. Squasi si diede del deficiente.
Stai invecchiando, Montalba’.
Dalle persiane non filtrava ancora manco una filàma di luce. L’aria era sirèna, anche troppo. Immobile.
La cosa che lo colpì maggiormente, però, fu il silenzio. Tutto taceva.
Anche il frigorifero, che certe notti scassava la minchia con quell’attacca e stacca delicato come un trattore nella grecchia, se ne stava – e qua ci vuole – come un quarto di pollo, muto e pazinzioso, là nella cucina, dove pure il ralògio a muro pareva essersi venduto le lancette.
Di riprendere sonno manco a pensarlo. Tambasiare casa casa in attesa che facesse iorno? Macari leggere quàlichi pagina del libro che si era accattato aieri e che stava ancora sul comodino avvolto nel cellofan.
Vederlo accussì gli fece una mala impressione, come di morto pronto per il cascione. O come quei poveri immigrati che dopo un viaggio in mare che manco l’Odissea, morti di fame e di sete, li ammogghiano in quella metallina che pare carta di uovo di Pasqua per non farli crepare di freddo.

Niente, non era cosa.
Restò qualche minuto a rivoltarsi come una delle cutulette di Adelina. Poi si stuffò.
E che è?
Le gambe parevano di ricotta e la testa principiò a firriargli come un tuppetto. Un tuppetto. Lo assugliò una nostalgia assurda e struggente per i giochi che faceva quand’era picciliddro. Che strano. Lui che al passato non ci pinsàva squasi mai, e d’improvviso s’arricordò pirchì. Come una botta in testa, l’assalì non il ricordo, non l’immagine, ma la prisènza viva di so’ matre. Biunna, bella da stare male, bella come forse non era mai stata. Sentì sulla varva non fatta una carizza, una. Fresca e tiepida nell’istisso tempo. Voleva affirrare quella mano e tinirasilla stritta, vasarla…
Riaprì gli occhi umidi e si ritrovò a stringere l’aria.

Al commissariato tirava un’aria strana.
Se ne accorse subito, manco il tempo di entrare.
– Ah dottori, ah dottori dottori! Ma lei qua è? O Madonna mia! Mariamariamariamari…
Catarella gli cadde davanti, preda di un sintòmo inspiegabile.
– Ma certo che sono io, Catare’!
Lo aiutò a susìrisi, gli pruì un bicchiere d’acqua.
– Ah dottori dottori!
Daccapo la litania. Forse il “signori e guistori” aveva fatto più burdello del solito, al telefono, e Catarella se n’era risentito.
– Ho capito! Ah, bestia che sugnu! Vossia è il gimello, il dottori Arturo!
Montalbano strammò.
– Il gemello di chi?
– Ah, dottor Arturo? Ma chi ci pare il momento di babbiare, quisto?
Montalbano si picchiò la fronte. Fu come un lampo nel ciriveddro. “Io ho un gemello che si chiama Arturo”. Tempo fa s’era messo a garrusiare al telefono inventandosi un fantomatico fratello gemello che ora rispuntava come un cadavere mal sepolto. Maledì la propria natura di tragediatore e le botte di metafisica stupidità di Catarella.
– Io sono, Catare’!
Agatino Catarella si fece serio. Con la manica della divisa asciugò occhi e guance, poi si ciusciò il naso con un fazzoletto, lo ripose a lento in sacchetta.
– Non babbiasse con mia, dottori Arturo. Io al commissario Montalbano ci voleva bene, ha capito? Ci avrei dato l’istissa vita mia, ca non vale niente a paro di quella sua, pi salvarlo. Ma non fu sorte.
A chi cerca? Al dottori Augello? Aspettassi ca ci lo chiamo.

Cosi ri Pirinnellu.
Roba da Pirandello. Così avrebbe commentato un analfabeta di Montelusa, Vigàta e dintorni al trovarsi in mezzo a una situazione grottesca come quella che Montalbano dott. Salvo stava vivendo dalle cinco di quella matìna.
– Mimì, vuoi degnarti cortesemente di spiegarmi che cosa sta succedendo in questo commissariato? Credo di avere diritto ad una relazione circostanziata dei fatti.
Il dottor Augello conosceva la pericolosità di certi toni apparentemente tutti scocchi e maniglie del suo capo e ne prevenne lo scoppio d’ira funesta. Montalbano però non si spiegava la reticenza circospetta, per non dire imbarazzata, del tono, dei gesti, dello sguardo del suo vice e amico.
– C’è che… che tu, Salvo, sei morto sparato alle cinco di stamatìna e ancora non abbiamo manco l’ùmmira di un sospetto, di una pista…
Mimì Augello l’abbrazzò e principiò a singhiozzare come un picciliddro.
– Salvù! Salvù!
– Mimì!
– Salvù…
– Mimì! Lasciami che mi ammazzi pi daveru!

La porta scatasciò. Catarella non ebbe manco il tempo di arriparàrisi la caduta e venne giù, porta e cardini compresi, la maniglia ancora in mano.
– Sono arrivate, dottori Augello. La signora Beba e la signorina Livia.
Livia? Ma se era partita due giorni fa, dopo una litigata apocalittica? Che fa, tornava a chiedergli scusa?
– Falle accomodare.
Montalbano provò pena nel vedere gli occhi di Livia, abbottati, gonfi, come di chi abbia pianto tutta la notte senza un momento di riposo.
Cimiàva come un àrvolo sorpreso da una tempesta improvvisa e si lasciò cadere su una sedia, la mano stretta a quella di Beba che piangeva senza ritegno.
– Ah, tu qua sei? Brutto bastardo, devi avere sempre tu l’ultima parola! Neanche il tempo di salutarti…
Scoppiò in lacrime, un fiotto di dolore lamintòso, assoluto, che straziava l’anima.
Montalbano non seppe che dire, il cuore gonfio di una compassione che era amore e ancora di più, l’impotenza disperata di chi non può asciugare le lacrime di uno ca chiangi pi tia.

Basta, basta.
Gli toccò ascoltare Beba che si chiedeva come avrebbe fatto a raccontare tutto a Salvuccio, il picciliddro che Montalbano aveva battezzato e che portava l’istisso nome so’.
Dovette assupparsi la faccia devastata di Fazio, che non riusciva a spiccicare parola e si grattava la testa come se volesse scipparsela.
Se lo figurò pronto a declinare le sue generalità: Montalbano dottor Salvatore detto Salvo, fu… nato a Catania nel 1950, il…
Avrebbe sopportato che gli elencasse uno per uno tutti gli abitanti di Vigàta, che scassinasse l’Ufficio anagrafe e gli contasse le storie dei paesani fino alla settima generazione, pur di non vederlo in quello stato.
Quando s’appresentò, trafelata ma sempre abbagliante, una Ingrid addolorata e incredula, seguita da Anna Ferrara con prole al seguito – Non avevo a chi lasciarli, appena ho saputo sono corsa qua – Montalbano non ce la fece più.

La promessa di Montalbano – seconda e ultima parte

Uscì da quello che era stato il suo ufficio senza che nessuno tentasse di trattenerlo.
Avrebbe registrato nell’anima solo gli sguardi di tutti – Livia, Beba, Mimì, Ingrid, Anna, Fazio e tutti gli uomini del commissariato – sgomenti, addolorati, pieni d’amore affetto rimpianto stima, che cosa? Come si chiama quel filo che ci tiene legati a questa vita gli uni gli altri? Quello che quando si spezza ci trancia il petto qua, all’altezza del cuore?

Nella sala d’aspetto c’era un assembramento che Catarella era incapace di sciogliere e tantomeno di contenere.
Eppure questa gente lui la conosceva. O meglio, l’aveva conosciuta. In altre e ben diverse circostanza, si potrebbe dire così.
– Condoglianze, dottor Montalbano.
– Commissario…
– Mi dispiace tanto.
Tutti che gli stringevano la mano, gli toccavano un braccio, una spalla. Quella era… oddio. Michela Licalzi. Splendida, una vera billizza, un sorriso malizioso stampato sul volto. Incontrò i suoi occhi e il sorriso si tinse di una mesta dolcezza. Le gambe per un attimo gli fagliarono. Fatima. La pelle ambrata riluceva di una serena perfezione. Lo trafisse con uno sguardo che sapeva di gratitudine e compassione, poi lo baciò su una guancia. Il cavaliere Misuraca, arzillo il passo, splendente la dentiera. Gli strinse la mano che manco un picciotto. E poi…
Mio Dio.
Giugiù.

Aveva bisogno d’aria e se ne andò a fare la solita passiàta al molo.
Manco il familiare, amico scoglio gli fu d’aiuto.
Il mare pareva fermo, come se le onde non avessero gana di arrivare fino alla pilaia, al porto, laggiù, fino alla vertigine della Scala dei Turchi.
Che era tutta quella storia?
Livia, Mimì, tutti quanti che lo chiangìvano per morto… tutti i catàferi delle indagini passate che gli venivano incontro, vivi e vegeti, per fargli le condoglianze.
Calma e gesso, Montalba’.
Qua c’è una sola cosa da fare.

A Vigàta ancora qualche cabina tilifonica è sopravvissuta all’avanzare di cellulari e computer che fanno da televisione, telefono e se la fottono loro che cosa.
Montalbano, notoriamente allergico a queste manifestazioni del nuovo che avanza come una ruspa e abbatte quel mondo cui s’era faticosamente abituato e al quale spesso con nostalgia e rimpianto s’aggrappava, entrò furtivo nella prima che gli venne a tiro.
Che strano, ricordava il numero a mente anche se non lo componeva da anni.
– Pronto?
La voce incatarrata, che sembrava emanare volute di fumo anche a distanza di chilometri, era quella.
– Montalbano sono.
– Ah. Ma lo sa che ore sono? Io a quest’ora riposo. Dovrebbe saperlo.
– E io me ne stracatafotto.
Per dirla tutta, non so manco che ore sono, ma questo non lo disse.
– Ma si può sapere che sta succedendo? Ha idea in quale burdello mi ha messo?
– Mi pare che sia lei a cacciarsi nei guazzabugli, nei pasticciacci più brutti, per dirla con Gadda. Perché ne dà la colpa a me?
– Non siamo qui per parlare di letteratura.
– Ah no?
Pausa.
Già una volta Montalbano s’era ribellato ad un destino da pupo per fare a suo modo. E non era stata l’ultima.
Sospiro.
– Non può continuare così.
– Anche i personaggi letterari muoiono, lo sa Montalbano?
– Spesso continuano a vivere dopo la morte di chi li ha creati. E lei lo sa meglio di me.
Sospiro dall’altra parte del filo. E due.
Poi silenzio.
Come gli capitava sempre quand’era al telefono, Montalbano venne aggredito dalla paura assurda di trovarsi a parlare da solo in un universo vuoto e muto. Principiò a gridare.
– Pronto! Pronto!
Pronto una minchia. Non si sentiva pronto ad uscire di scena. Dillo, Montalba’. Non ti scantare. A morire. Ecco, l’aveva pensato. L’aveva detto.
– Non voglio morire.
Non sarebbe stato sicuro, dopo, d’averle realmente pronunciate, quelle parole.
Ma dall’altra parte del filo, forse, Andrea Camilleri le aveva sentite.
Montalbano attese. Una parola, magari un insulto. Niente.
– Pronto! Pronto!
Gli giunse quello che non s’aspettava. Una risata. Soffocata all’inizio, poi sempre più fragorosa e piena.
– Ma veramente credeva che le avrei permesso di andarsene prima di me?
Sospiro. E tre.
– Non le posso nascondere nulla, vero? Bene. Mi ascolti senza interrompere, poi riagganci e non mi scassi ulteriormente i cabasisi perché ho già deciso.
Montalbano s’azzittì pure mentalmente. Non era il momento di quistionare.
– In cassaforte, a casa mia, c’è già il manoscritto del mio ultimo romanzo che la riguarda. Le mie ultime volontà stabiliscono che venga pubblicato solo dopo la mia morte. E visto che è mia intenzione campare come minimo fino a cent’anni, lei può dormire sogni tranquilli. Se ci riesce.
Uno sfaglio momentaneo della voce? Un colpo di tosse? Cos’era? Un singhiozzo, forse.
– La saluto, Montalba’.
– Aspetti, aspetti. Solo una cosa.
– Veda che non sono il dottore Pasquano. Si sbrighi.
– Non voglio chiederle nulla. Le prometto una cosa.
– Che cosa?
– Non la farò pentire della sua decisione. Arrivederci.
Era meglio addio? Forse. Meglio non dirlo. La commozione gli artigliava la gola.
– E grazie.
Clic.

Passò dalla trattoria “San Calogero” ma resistette.
Tornò a casa.
Aveva chiamato Mimì e Fazio, e magari Catarella. Chiangeva, rideva, l’avevano preso per pazzo ma chi se ne fotte. Aveva chiamato Livia.
– Non sono morto, hai visto?
– Ma che c’è? Se è uno scherzo vedi che è cretino. Vuoi farmi dispetto?
– No, è successo che ti amo.

Nel forno c’era una parmigiana da resuscitare un carico di morti ammazzati, ma non ne toccò neanche un poco.
Si andò a corcare.
S’addormiscì di botto, come se gli avessero sparato.

Sorpresa! Anche LA PROMESSA DI MONTALBANO è stata accolto come apocrifo nella bibliografia camilleriana!

2014

Maria Lucia Riccioli

La promessa di Montalbano
Prima parte / Seconda parte

LetteraTu
6/20 settembre 2014

Una fanfiction in due puntate

E poi l’anno scorso, una bellissima sorpresa. Il mio racconto “Un caffè per il commissario” si piazza secondo al Sicilia Dime Novels contest…

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Neanche a dirlo, è una fan fiction dedicata a Camilleri che era appena scomparso.

L’antologia relativa al premio è edita da Algra Editore e lì potrete trovarvi il mio racconto.

Un caffè per il commissario | Maria Lucia Riccioli

Ve ne offro un’anticipazione…

UN CAFFÈ PER IL COMMISSARIO

 

Il commissario Montalbano dott. Salvo strammò.

E ce ne voleva, per uno sbirro come lui abituato a vedere e sentire la qualunque.

Ma chisto no.

 

L’aria di mare sapeva di state, longa e calda.

Il profumo del cafè l’aveva raggiunto fino al letto. I linzòla frischi di bucato – ah, santa Adelina! – l’avevano cullato come un principi. Il sonno era stato longo e senza mali sogni. La matinata – niente telefonate dalla Questura, nessuna rottura di cabbasisi – s’apprisintava bene, per una volta.

Magari ci poteva scappare una bella nuotata prima di mettersi in macchina per andare da Marinella a Vigàta, giusto il tempo di salutare i ragazzi prima di partire. Livia non l’aspettava, ma sarebbe stata contenta della sorpresa.

Si susì.

Fu quello che vide nella verandina a farlo strammare.

Assittato su una delle segge, appoggiato a un bastone più per vezzo che per necessità, sigaretta in bocca, coppola in testa, una tazzina ancora vuota davanti, c’era nientedimeno che Andrea Camilleri, lo scrittore.

– Ce ne hai messo di tempo ad alzarti, commissa’. Me lo offri, un cafè?