La Civetta di Minerva, 21 luglio 2016

Un triangolo perverso i cui vertici sono tre ragazzi dall’apparenza vincente: Alessandro, Nicola e Giulia, amici fin da bambini, universitari, fidanzati e amanti secondo geometrie dove sesso e cuore sono un groviglio di sfrontatezza e immaturità giovanile. Un sogno, quello di Giulia, di diventare cantante con una voce alla Mannoia e l’inconsapevolezza dei riti deviati dello star system, che tra vocal coach, agenti e reality costituisce un sottobosco in cui è facile perdersi.

Un colpo di forbici da sarto.

Ecco l’avvio del nuovo romanzo di Elda Lanza, “Uno stupido errore”, edito da Salani.

Ancora una volta l’autrice di “Niente lacrime per la signorina Olga”, “Il matto affogato”, “Il venditore di cappelli”, “La cliente sconosciuta” e “La bambina che non sapeva piangere” fa centro: la scrittura scorrevole e ironica dipana con levità una trama che altre penne tratteggerebbero con eccessi o toni cupi. Elda Lanza riesce a disegnare personaggi credibili – molto attuale la figura dell’avvocato Aziz Bernardini, pelle nera e padre napoletano, serio e umano nella sua ricerca della verità, tutt’altro che oleografica è la Napoli contemporanea in cui si muovono i protagonisti – e utilizza i meccanismi del giallo e del noir per riflettere su un delitto che diremmo “borghese” e trarne riflessioni sui meandri dell’animo umano e i labirinti della giustizia, che spesso disattende le speranze in essa riposte, ma senza psicologismi o ambizioni di analisi sociologica: “Uno stupido errore” è e rimane un romanzo, l’ultimo ma non ultimo di una fortunata serie che vede come “eroe” – ma un eroe complesso, a volte malinconico e dolente, acuto e disincantato – l’avvocato Max Gilardi.

La sfida dell’autrice – ricordiamo tutti, tanto per fare un esempio entrato nella memoria collettiva, de “Il tenente Colombo” –, cioè tenere desta l’attenzione del lettore che sa già fin dall’inizio chi ha ucciso Giulia e seguire in parallelo le indagini della magistratura, quelle degli avvocati incaricati del caso e la queste personalissima della mater dolorosa, la mamma di Giulia, investigatrice per caso e per amore, quindi in prospettive e con scopi differenti, è vinta.

Dialoghi serrati si alternano a sobrie descrizioni e a corsivi più poetici e distesi in cui i lampi all’indietro dei flashback illuminano a ritroso le vicende dei personaggi.

Scrivere ad Elda Lanza – esperta di comunicazione, docente di Storia del costume ed esperta di galateo e nota come prima presentatrice della televisione italiana – è come chiacchierare di scrittura e delitti con lei davanti a una tazza di tè, fra arsenico e vecchi merletti verrebbe da dire. Arguta e vivace come una Christie di casa nostra, ci parla di sé e dei suoi romanzi.

Quella di Max Gilardi si può considerare ormai una “saga”. Com’è germogliata in lei l’idea di scrivere dei gialli? Com’è nato il suo protagonista?

Non avendo mai letto libri gialli in tutta la vita quando ho pensato alla signorina Olga non sapevo di star scrivendo un giallo. Me l’ha detto Salani quando ha deciso di pubblicarlo con la fascetta di Marco Vichi: Una Camilleri in gonnella. E Umberto Eco mi ha detto che era un buon libro, persino ironico, pronto per essere sceneggiato.  Il mio protagonista è nato come un’esagerazione: alto oltre due metri, napoletano ma con capelli biondicci e occhi chiari. Campione di nuoto. Laureato in Legge ma commissario alla periferia di Milano. Per caso Massimo – come mio figlio (che non gli somiglia). Bello, come maledizione – è difficile essere uomini belli…

Quali sono i suoi modelli letterari?

Credo che a questa domanda nessuno potrebbe rispondere sinceramente. Tutti gli scrittori che ho amato, letti e pochissimi riletti, mi hanno insegnato qualcosa o molto. Non me ne sono accorta. Non mi hanno dato voti. Mi sono rimasti nell’anima e nella testa. La punteggiatura. La frase breve e scattante. Il riflesso di una finestra. Il rumore del mare… A chi devo dire grazie?

Cosa legge di solito e cosa le sembra più interessante nel panorama italiano ed internazionale?

Purtroppo negli ultimi anni ho letto quasi esclusivamente romanzi gialli, italiani, americani, nordici. Non ho imparato a scrivere gialli ma ritengo di aver perduto molto tempo.

Il giallo, il noir, il thriller, spesso a torto considerati generi di consumo, permettono di affrontare tematiche politiche, sociali ed esistenziali. In questo suo ultimo romanzo emerge con forza il tema della giustizia “giusta”, incarnato dalla dolente figura della madre di Giulia, dallo stesso Gilardi e dagli altri personaggi, che si interrogano su colpa e castigo, accusa e difesa, ergastolo e assoluzione, in fondo sull’eterno problema della legge che molto spesso non coincide con il concetto di giustizia. Lei stessa nella postfazione scrive: “…quando assistiamo a processi cha da una prima condanna all’ergastolo si concludono in via definitiva con l’assoluzione, gli imputati sono davvero innocenti o è merito di un grande avvocato? La giustizia è sempre perfetta?” Quali sono le sue riflessioni in proposito?

Quali sono le sue riflessioni in proposito?

Sono quelle, amarissime, espresse da Max Gilardi: i miei clienti (i mei personaggi) non mi piacciono, ma non sono io che li assolvo, è la giustizia. Che non è perfetta. La ringrazio di aver sottolineato la figura della madre di Giulia alla quale ho dedicato il romanzo – come se lo avessi dedicato a tutte quelle donne “uccise per amore”.

Una mia curiosità da siracusana… ci parla delle sue origini siciliane? Il suo cognome è un indizio che la tradisce.

La ringrazio e mi scuso: la famiglia dei nonni era siciliana, mia madre è nata a Porto Empedocle come Camilleri. Ma di loro, di nessuno di loro, io ho mai parlato. Nonno Rodolfo è stato una piacevole parentesi (Il matto affogato) e nonna Liciuzza è la Liciuzza, governante e angelo custode, di Gilardi. Lei avrebbe capito perché.

Da signora della televisione italiana quale lei è indubbiamente, cosa ricorda con maggior piacere dei suoi trascorsi televisivi? Cosa le piace della tv di oggi e cosa invece cambierebbe?

Ricordo gli inizi, perché sono stati avventurosi, goliardici. Inventavamo qualcosa che non c’era prima di noi, ed è stato fantastico anche se ci guardavano, forse, in mille in tutta Italia. È incredibile da dire ora, ma la TV la facevamo per noi, non per quelli che ci guardavano – quello era un affare della RAI… Noi ci siamo divertiti – e ci siamo impegnati – davvero per noi stessi. Qualcosa di irripetibile. Della TV di oggi mi piacciono le trasmissioni serie (Augias, per esempio) e altre di storia e di costume. Non le chiacchiere urlate. Insomma, si può vivere anche con la TV spenta o sapendo scegliere, il telecomando serve a questo: infatti quello che cambierei lo faccio già premendo un bottone.

Da signora della televisione italiana quale lei è indubbiamente, cosa ricorda con maggior piacere dei suoi trascorsi televisivi? Cosa le piace della tv di oggi e cosa invece cambierebbe?

Ricordo gli inizi, perché sono stati avventurosi, goliardici. Inventavamo qualcosa che non c’era prima di noi, ed è stato fantastico anche se ci guardavano, forse, in mille in tutta Italia. È incredibile da dire ora, ma la TV la facevamo per noi, non per quelli che ci guardavano – quello era un affare della RAI… Noi ci siamo divertiti – e ci siamo impegnati – davvero per noi stessi. Qualcosa di irripetibile. Della TV di oggi mi piacciono le trasmissioni serie (Augias, per esempio) e altre di storia e di costume. Non le chiacchiere urlate.  Insomma, si può vivere anche con la TV spenta o sapendo scegliere, il telecomando serve a questo: infatti quello che cambierei lo faccio già premendo un bottone.

E a proposito… sta lavorando ad un nuovo capitolo della serie Gilardi?

Sì, Salani  ha due casi di Gilardi nel cassetto. Il primo credo uscirà a febbraio del prossimo anno. Ora ho altri ceppi al fuoco: con Vallardi (Il tovagliolo va a sinistra) e con Ponte alle Grazie (titolo ancora incerto) un romanzo complicato: in nessuno dei due entra Gilardi.

Con TEA invece, in una raccolta  con altri sei autori giallisti, pubblicherò (non so quando né titolo) un racconto che riguarda Gilardi da ragazzino, quando, forse, cominciava ad avere il tarlo dell’investigatore – questo è il tema che ognuno di noi è stato chiamato a svolgere sul proprio personaggio. Questo nell’immediato. Poi ho qualche sogno nel cassetto, ma ora è troppo presto per parlarne, persino per me.

La Civetta di Minerva come vedete non va in vacanza… torneremo in edicola in autunno ma l’estate della Civetta è online!

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=17&Itemid=143

Qui trovate il link alle pagine della cultura, sulle quali io scrivo pezzi su libri, mostre e tutto quello che fa cultura a Siracusa ed oltre…

Per saperne di più sul crowdfunding…

La civetta è l’animale sacro a Minerva, dea della saggezza e della filosofia. Un animale curioso, dalla vista prodigiosa anche nell’oscurità notturna, che sorvola le case degli uomini riferendo poi alla dea quanto vede.

È facile vederne il simbolo del giornalismo che raccoglie informazioni e poi le analizza, le scruta, le argomentaoffrendole non più alla dea ma alla società avveduta e pensante perché diventino l’humus di un pensiero comune.

Da questa interpretazione del giornalismo nasce il progetto dell’edizione cartacea del La civetta di Minerva nel settembre del 2009, quando – dopo sei anni vissuti tra le colonne del settimanale Il Ponte – Franco Oddo, Marina De Michele, Concetta La Leggia e Stefania Festa decidono di fondare l’associazione Minerva, editrice del giornale. A dare man forte a questa iniziativa il conte Tommaso Gargallo di Castel Lentini, l’avvocato cassazionista Corrado Giuliano, l’oculista dottor Michele Collura, il professor Giuseppe Gentile, il dottor Claudio Torneo,ex caporedattore della redazione romana de Il Mondo, Maria Emanuela Oddo e il dottor Pino Bruno.

La redazione che viene formandosi attorno allo zoccolo duro di Franco, Marina, Concetta e Stefania, si inserisce fermamente nel filone del giornalismo d’inchiesta, grazie alla forte vocazione sociale a alla volontà di partecipare, ottenendo subito credibilità, popolarità e solidarietà dai lettori e dalla società civile siracusana.

La versione online de La civetta di Minerva, arriva in questa estate 2014 perché la redazione possa misurarsi in una nuova sfida: quella del web. Continueremo a difendere l’ambiente, il multiculturalismo, il welfare, l’etica politica, a lottare contro ogni sfruttamento delle persone, delle città e dei territori, a sostenere la necessità di uno sviluppo economico coniugato con l’ecosostenibilità delle iniziative.

Elda Lanza su Letteratu

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UNO STUPIDO ERRORE (UNO)

Un triangolo perverso i cui vertici sono tre ragazzi dall’apparenza vincente: Alessandro, Nicola e Giulia, amici fin da bambini, universitari, fidanzati e amanti secondo geometrie dove sesso e cuore sono un groviglio di sfrontatezza e immaturità giovanile. Un sogno, quello di Giulia, di diventare cantante con una voce alla Mannoia e l’inconsapevolezza dei riti deviati dello star system, che tra vocal coach, agenti e reality costituisce un sottobosco in cui è facile perdersi.

Un colpo di forbici da sarto.

Ecco l’avvio del nuovo romanzo di Elda Lanza, “Uno stupido errore”, edito da Salani.

Ancora una volta l’autrice di “Niente lacrime per la signorina Olga”, “Il matto affogato”, “Il venditore di cappelli”, “La cliente sconosciuta” e “La bambina che non sapeva piangere” fa centro: la scrittura scorrevole e ironica dipana con levità una trama che altre penne tratteggerebbero con eccessi o toni cupi. Elda Lanza riesce a disegnare personaggi credibili – molto attuale la figura dell’avvocato Aziz Bernardini, pelle nera e padre napoletano, serio e umano nella sua ricerca della verità, tutt’altro che oleografica è la Napoli contemporanea in cui si muovono i protagonisti – e utilizza i meccanismi del giallo e del noir per riflettere su un delitto che diremmo “borghese” e trarne riflessioni sui meandri dell’animo umano e i labirinti della giustizia, che spesso disattende le speranze in essa riposte, ma senza psicologismi o ambizioni di analisi sociologica: “Uno stupido errore” è e rimane un romanzo, l’ultimo ma non ultimo di una fortunata serie che vede come “eroe” – ma un eroe complesso, a volte malinconico e dolente, acuto e disincantato – l’avvocato Max Gilardi.

La sfida dell’autrice – ricordiamo tutti, tanto per fare un esempio entrato nella memoria collettiva, de “Il tenente Colombo” –, cioè tenere desta l’attenzione del lettore che sa già fin dall’inizio chi ha ucciso Giulia e seguire in parallelo le indagini della magistratura, quelle degli avvocati incaricati del caso e la queste personalissima della mater dolorosa, la mamma di Giulia, investigatrice per caso e per amore, quindi in prospettive e con scopi differenti, è vinta.

Dialoghi serrati si alternano a sobrie descrizioni e a corsivi più poetici e distesi in cui i lampi all’indietro dei flashback illuminano a ritroso le vicende dei personaggi.

Scrivere ad Elda Lanza – esperta di comunicazione, docente di Storia del costume ed esperta di galateo e nota come prima presentatrice della televisione italiana – è come chiacchierare di scrittura e delitti con lei davanti a una tazza di tè, fra arsenico e vecchi merletti verrebbe da dire. Arguta e vivace come una Christie di casa nostra, ci parla di sé e dei suoi romanzi.

Quella di Max Gilardi si può considerare ormai una “saga”. Com’è germogliata in lei l’idea di scrivere dei gialli? Com’è nato il suo protagonista?

Non avendo mai letto libri gialli in tutta la vita quando ho pensato alla signorina Olga non sapevo di star scrivendo un giallo. Me l’ha detto Salani quando ha deciso di pubblicarlo con la fascetta di Marco Vichi: Una Camilleri in gonnella. E Umberto Eco mi ha detto che era un buon libro, persino ironico, pronto per essere sceneggiato.  Il mio protagonista è nato come un’esagerazione: alto oltre due metri, napoletano ma con capelli biondicci e occhi chiari. Campione di nuoto. Laureato in Legge ma commissario alla periferia di Milano. Per caso Massimo – come mio figlio (che non gli somiglia). Bello, come maledizione – è difficile essere uomini belli…

Quali sono i suoi modelli letterari?

Credo che a questa domanda nessuno potrebbe rispondere sinceramente. Tutti gli scrittori che ho amato, letti e pochissimi riletti, mi hanno insegnato qualcosa o molto. Non me ne sono accorta. Non mi hanno dato voti. Mi sono rimasti nell’anima e nella testa. La punteggiatura. La frase breve e scattante. Il riflesso di una finestra. Il rumore del mare… A chi devo dire grazie?

Cosa legge di solito e cosa le sembra più interessante nel panorama italiano ed internazionale?

Purtroppo negli ultimi anni ho letto quasi esclusivamente romanzi gialli, italiani, americani, nordici. Non ho imparato a scrivere gialli ma ritengo di aver perduto molto tempo.

Il giallo, il noir, il thriller, spesso a torto considerati generi di consumo, permettono di affrontare tematiche politiche, sociali ed esistenziali. In questo suo ultimo romanzo emerge con forza il tema della giustizia “giusta”, incarnato dalla dolente figura della madre di Giulia, dallo stesso Gilardi e dagli altri personaggi, che si interrogano su colpa e castigo, accusa e difesa, ergastolo e assoluzione, in fondo sull’eterno problema della legge che molto spesso non coincide con il concetto di giustizia.

Quali sono le sue riflessioni in proposito?

Sono quelle, amarissime, espresse da Max Gilardi: i miei clienti (i mei personaggi) non mi piacciono, ma non sono io che li assolvo, è la giustizia. Che non è perfetta. La ringrazio di aver sottolineato la figura della madre di Giulia alla quale ho dedicato il romanzo – come se lo avessi dedicato a tutte quelle donne “uccise per amore”.

 

Da signora della televisione italiana quale lei è indubbiamente, cosa ricorda con maggior piacere dei suoi trascorsi televisivi? Cosa le piace della tv di oggi e cosa invece cambierebbe?

Ricordo gli inizi, perché sono stati avventurosi, goliardici. Inventavamo qualcosa che non c’era prima di noi, ed è stato fantastico anche se ci guardavano, forse, in mille in tutta Italia. È incredibile da dire ora, ma la TV la facevamo per noi, non per quelli che ci guardavano – quello era un affare della RAI… Noi ci siamo divertiti – e ci siamo impegnati – davvero per noi stessi. Qualcosa di irripetibile. Della TV di oggi mi piacciono le trasmissioni serie (Augias, per esempio) e altre di storia e di costume. Non le chiacchiere urlate.  Insomma, si può vivere anche con la TV spenta o sapendo scegliere, il telecomando serve a questo: infatti quello che cambierei lo faccio già premendo un bottone.

E a proposito… sta lavorando ad un nuovo capitolo della serie Gilardi?

Sì, Salani  ha due casi di Gilardi nel cassetto. Il primo credo uscirà a febbraio del prossimo anno. Ora ho altri ceppi al fuoco: con Vallardi (Il tovagliolo va a sinistra) e con Ponte alle Grazie (titolo ancora incerto) un romanzo complicato: in nessuno dei due entra Gilardi.

Con TEA invece, in una raccolta  con altri sei autori giallisti, pubblicherò (non so quando né titolo) un racconto che riguarda Gilardi da ragazzino, quando, forse, cominciava ad avere il tarlo dell’investigatore – questo è il tema che ognuno di noi è stato chiamato a svolgere sul proprio personaggio. Questo nell’immediato. Poi ho qualche sogno nel cassetto, ma ora è troppo presto per parlarne, persino per me.

Maria Lucia Riccioli, nata nella città di Archimede, Santa Lucia ed Elio Vittorini, insegna Lettere nei Licei ed è stata docente di Lingua italiana e scrittura creativa del corso propedeutico al Seminario arcivescovile di Siracusa. Soprano solista in un gruppo vocale, ha composto anche testi per musica ed ha inciso cd di classici natalizi e a tema religioso. Attualmente fa parte dell’Accademia di canto “Carmelo Mollica”. Scrive da sempre, in dialetto siciliano e in lingua, in versi e in prosa: aforismi, fiabe, novelle, racconti. È stata semifinalista al II Campionato nazionale della lingua italiana condotto da Luciano Rispoli (TMC). Molti dei suoi lavori sono stati pubblicati su periodici e antologie e sul web. Vincitrice di concorsi, tra cui quello per le migliori recensioni dei romanzi di Agatha Christie de “Il Corriere della sera”, RomaNoir e le sfide letterarie di Porsche Italia, il suo racconto “Dossier Pinocchio”, vincitore di “Carabinieri in giallo 4”, ha aperto l’omonima antologia edita ne I Gialli Mondadori, serie oro (luglio 2011). Ha pubblicato il suo primo romanzo, “Ferita all’ala un’allodola” (Perrone Lab, 2011), insignito del Premio “Portopalo – Più a Sud di Tunisi” e del premio del Presidente nell’ambito del Premio nazionale “Alessio di Giovanni”, oltre che apprezzato da pubblico e critica. Il libro è stato rieditato nel giugno 2013 da L’Erudita. Per i tipi di Algra Editore nel 2014 è uscito il suo libro di cunti in dialetto siciliano “Quannu ‘u Signuri passava p’ ‘o munnu”. Al Salone di Torino del 2015 ha presentato in anteprima la sua fiaba per VerbaVolant edizioni “La bananottera”.
Citazione preferita: IN OMNIBUS REQUIEM QUAESIVI ET NUSQUAM INVENI NISI IN ANGULO CUM LIBRO.

Inchiostro e Anima, la rivalsa di Mariannina.

Il concorso dedicato a Mariannina Coffa…

Inchiostro e Anima

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Il concorso indetto quest’anno è stato dedicato alla memoria della poetessa MARIANNINA COFFA, nata a Noto (SR) nel 1841, la cui arte letteraria fu maledetta dalla famiglia del marito che fu costretta, dai genitori, a sposare. La sua vita fu una lotta continua contro le sofferenze scaturite dalla separazione dal suo grande amore, Ascenso Mauceri, forzata e voluta fortemente dai genitori, e da una salute cagionevole, con a seguire la morte di due dei suoi quattro figli e la perenne lotta contro l’arcigno suocero e le sue convenzioni morali, rispetto alla natura poetica della nuora. Quest’ultimo le impediva infatti di scrivere, poiché egli considerava la poesia – e la cultura in generale – uno strumento di perdizione e disonestà, qualora affidato in mani femminili. Queste continue alterazioni la portarono a comporre versi sofferti, sino ad essere definita ‘poetessa maledetta’, a condurla alla solitudine ed, infine, alla morte.
Ed è proprio…

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LETTERA DI UMBERTO ECO AL SUO NIPOTINO

miriammessina

L’Espresso ha pubblicato ieri questa meravigliosa lettera di Umberto Eco al suo nipotino. Ognuno di noi dovrebbe leggerla e prendere esempio, per imparare a sfruttare la memoria e le capacità cognitive che possediamo ma che non sviluppiamo mai a sufficienza.
Cantoni-nonno e nipote STANNAH
Caro nipotino mio,
non vorrei che questa lettera natalizia suonasse troppo deamicisiana, ed esibisse consigli circa l’amore per i nostri simili, per la patria, per il mondo, e cose del genere. Non vi daresti ascolto e, al momento di metterla in pratica (tu adulto e io trapassato) il sistema di valori sarà così cambiato che probabilmente le mie raccomandazioni risulterebbero datate.

Quindi vorrei soffermarmi su una sola raccomandazione, che sarai in grado di mettere in pratica anche ora, mentre navighi sul tuo iPad, né commetterò l’errore di sconsigliartelo, non tanto perché sembrerei un nonno barbogio ma perché lo faccio anch’io. Al massimo posso raccomandarti, se per caso capiti sulle…

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Buon 2016!

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Un augurio tenero e dolce… per un 2016 sereno e gioioso.

Grazie a chi mi è stato vicino nei momenti belli e in quelli meno luminosi.

Grazie ai libri che ho letto, alla musica che è respiro del mio vivere, a Chi mi permette di utilizzare i miei talenti per tentare di creare bellezza.

Il 31 dicembre, San Silvestro, si ringrazia per tutto il bene che ci è stato regalato nel corso dell’anno.

TE DEUM LAUDAMUS…

By Charpentier…

Enjoy!

Silvana Scrofani mette in scena il romanzo di Luca Raimondi, le foto del Bookcrossing balneare e…

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L’11 settembre scorso, nel suggestivo scenario della Chiesa dei Cavalieri di Malta, è stato curato un allestimento scenico tratto dal romanzo di Luca Raimondi “Tutto quell’amore disperso” (Edizioni Il Foglio), adattamento che insieme alla regia si deve a Silvana Scrofani.

L’evento è stato organizzato dall’associazione “Due Più – Per la città che vorrei” presieduta da Sergio Pillitteri, non nuova a tali iniziative.

Luci e suoni sono stati curati da Pino Cultrera.

Interpreti della pièce, Alessio Albi nel ruolo di Carlo Piras, mentre Ismenia Amari e Luana Iacono hanno impersonato Sofia e Natalie, le ragazze intorno alle quali ruotano i voleri e i disvoleri del protagonista.

L’11 settembre scorso il romanzo di Luca Raimondi “Tutto quell’amore disperso” (Edizioni Il Foglio) è stato rappresentato nella sua versione teatrale presso la Chiesa dei Cavalieri di Malta a Siracusa – evento organizzato dall’associazione “Due Più – Per la città che vorrei” presieduta da Sergio Pillitteri, non nuova a tali iniziative .

Intervistiamo Silvana Scrofani, regista del lavoro.

La Scrofani, artista poliedrica – si è dedicata alla realizzazione di composizioni di opere d’arte utilizzando i materiali più disparati, scrive poesie e racconti, cura letture sceniche –, ha scritto testi teatrali di denuncia contro la violenza sulle donne e sulle problematiche giovanili e l’emarginazione, lavori tutti già rappresentati.

Come ha proceduto nell’adattamento e nella messa in scena del romanzo? Non è semplicissimo trasformare un testo narrativo in un’opera teatrale.

Ho lavorato intanto all’adattamento del testo: sulle pagine già selezionate dall’autore ho operato un’ulteriore scrematura in funzione della memorizzazione da parte degli interpreti, pensando soprattutto alla fluidità dei dialoghi e alla scorrevolezza delle scene.

Poi ho lavorato alla messa in scena: movimenti, gestualità, intonazione. La scenografia e i costumi stati adattati alla specificità del luogo scelto per la rappresentazione: lo studiolo di Carlo Piras è stato reso con elementi essenziali.

Un esempio delle sfide del testo: nel romanzo sono presenti diverse lettere che spiegano gli stati d’animo dei personaggi. L’espediente della voce fuori campo ha permesso di inserirle nella rappresentazione senza creare l’effetto lettura.

Ci parli degli interpreti.

Ismene Amari è dotata di buone capacità interpretative; Luana Iacono, frizzante e veramente duttile nel calarsi nei personaggi che interpreta, ha rappresentato in maniera calzante il ruolo di Natalie, l’adescatrice della pièce.

Alessio Albi ha modulato in maniera variegata toni e gesti delle sue battute riuscendo a rendere le esitazioni e i dubbi del protagonista Carlo Piras.

Un giudizio complessivo sul lavoro. E poi: quale lettura ha privilegiato del testo per offrirlo agli spettatori?

Il romanzo narra le vicende di alcuni studenti universitari alle prese non solo con lo studio ma anche con i problemi di cuore, ma emergono anche quesiti esistenziali: Carlo Piras studia filosofia e si pone delle domande sul proprio ruolo in famiglia e nella società – la solitudine del figlio unico è uno dei temi portanti del testo -, sul senso dei propri studi, delle sue storie sentimentali, della vita.

La visione dell’esistenza che ne emerge sembra essere nichilistica ma viene riscattata dall’amore, che è l’unico mezzo per Carlo Piras per uscire dalla solitudine e dalla mancanza di senso.

Ho avuto il piacere di recensire e presentare più volte Luca Raimondi – vedi ad esempio sul numero di luglio-agosto di Notabilis o sul mio blog -, presso il pub Alchimia di Priolo Gargallo o in occasione del Bookcrossing balneare.

I testi di Luca Raimondi…

Varco Venti3.

Libri e mare…

Simona Russo. Ecco le sue parole… per cui la ringrazio, oltre che per la fiducia e la simpatia nei miei confronti.

…un’altra magnifica serata in occasione della presentazione del libro “Tutto quell’amore disperso” nell’ambito di Bookcrossing Balneare Siracusa. Grazie all’autore Luca Raimondi, alla simpatica e competente Maria Lucia Riccioli, a Biblios Cafè e alla sempre suggestiva location del Lido Varco Ventitre che ogni volta ci incanta con i suoi infuocati tramonti sul mare. Un sentito ringraziamento ai numerosi intervenuti, pubblico entusiasta ed interessato.

http://www.google.it/?gws_rd=ssl#q=Luca+Raimondi+%2B+Maria+Lucia+Riccioli (rimandi a quanto ho scritto su Luca Raimondi)

La presentazione presso Alchimia (Priolo).

“Il romanzo di Luca Raimondi è a metà tra un amarcord e un diario di bordo degli anni Novanta, una capsula del tempo che ci restituisce intatti il senso di smarrimento, di sperdimento, di inutilità che è così facile provare nel limbo tra diploma e laurea, tra l’utero protetto della città natale, di casa, della famiglia, degli amici – ma chi e cosa sono i veri amici, cos’è l’amore, quel sentimento che s’interseca a turbinii e voglie adolescenziali e non ancora adulte? Queste le domande di Carlo Piras, il nostro protagonista alle prese con la sua personale ricerca di una Weltanschauung, di una propria visione del mondo attraverso lo studio di quelle altrui, dei filosofi che ha scelto di studiare non troppo coscientemente dopo l’Alberghiero.”
Maria Lucia Riccioli, “Letteratitudine”

https://www.youtube.com/watch?v=rmEFgMdtCKA (Luca Raimondi ospite di SEGNALIBRO, la trasmissione di TeleTris curata da me insieme alla giornalista e scrittrice Lucia Corsale).

Seidicente

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Maria Lucia Riccioli

La Bellezza salverà il mondo (F. Dostoevskij).

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