http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2140%3Adon-luca-saraceno-e-le-domande-su-cristo-la-vita-e-il-mondo&catid=69&Itemid=200

Ecco il link ad uno dei miei ultimi articoli usciti per LA CIVETTA DI MINERVA…

Nell’ultimo libro del sacerdote i quesiti assoluti e perenni che s’incarnano nel nostro quotidiano. Scrittura colta, narrativa, poetica e pregna di pensiero; le meditazioni hanno un piglio di racconto

La Civetta di Minerva, 24 febbraio 2017

Contaminando le parole di papa Francesco e Milan Kundera, Lec, Kierkegaard e Kant, interrogando il Vangelo, padre Luca Saraceno – parroco e docente di Ermeneutica filosofica e Storia della filosofia moderna e contemporanea presso lo Studio Teologico San Paolo di Catania, docente invitato di Filosofia sistematica all’Istituto Superiore di Scienze Religiose San Metodio di Siracusa –, che si era occupato in un precedente volume – La saggezza delle lacrime. Papa Francesco e il significato del pianto (EDB, Bologna 2015) – del senso del piangere umano e divino, in Tempo di domande. La passione di Gesù si racconta (EDB, Bologna 2016) chiede ai testi sacri, a se stesso e ai lettori il senso delle domande di Gesù, disquisisce sull’arte della domanda e pone Cristo, la vita di ognuno di noi e del mondo come domanda assoluta e perenne, che si incarna nel quotidiano, con le sue scelte e i suoi dubbi, i rovelli e le illuminazioni.

Scegliamo questo momento per presentare ai lettori de La Civetta di Minerva questo volumetto, insieme a Con gli occhi di Maria. La preghiera del Rosario (uscito sempre per i tipi delle Edizioni Dehoniane di Bologna nel 2016), proprio perché dopo gli effimeri fasti del Carnevale inizia un tempo forte e significativo: “La Quaresima, tempo di preparazione al passaggio della grazia, è il frammento che raccoglie domande umane e divine; la Pasqua, spazio di contemplazione amorosa e operosa, è il frattempo che racchiude racconti fraterni e filiali” (p. 7).

La scrittura di Padre Luca è colta, narrativa, poetica e pregna di pensiero insieme; le meditazioni, pensate per ogni stazione della Via Crucis o per le poste del Rosario nel caso del volume sulla Madonna, hanno un piglio di racconto e di pausa contemplativa insieme, con il gusto della parola scelta e preziosa. Con gli occhi di Maria. La preghiera del Rosario rappresenta infatti una meditazione su Maria, un invito a ripensare la preghiera del Rosario e la vita stessa (di cui l’antica e sempre nuova preghiera è figura, simbolo, allegoria, col suo percorso vocale, mentale e spirituale sulla trama della ripetizione di Ave, Pater e Gloria), attraverso i misteri della compassione, della misericordia (leitmotiv dell’anno giubilare appena trascorso), attraverso la vita di Maria e Gesù e la nostra.

 

 

Approfitto per rinnovare la mia attestazione di stima verso il direttore Franco Oddo e il vicedirettore Marina De Michele per la loro passione e il loro impegno per un giornalismo non allineato.

Grazie anche a tutta la redazione per i sacrifici e il tempo per scrivere rubato ad altro.

 

Per finanziare LA CIVETTA DI MINERVA, che è sostenuta solo da sponsor privati ed è un esempio di stampa libera da vincoli, l’idea è quella del crowdfunding, cioè la ricerca di fondi.

La civetta, animale sacro a Minerva: il simbolo del giornalismo che raccoglie informazioni e poi le analizza e le argomenta offrendole alla società perché diventino l’humus di un pensiero critico.

Da questa interpretazione del giornalismo  nel settembre del 2009 nasce il progetto dell’edizione cartacea del La civetta di Minerva, giornale antimafia, no profit.

http://www.lacivettapress.it/ it/

Difesa dell’ambiente e del territorio,  multiculturalismo, welfare, etica politica, economia sostenibile, lotta contro ogni forma di sfruttamento, prevaricazione e corruzione sono i nostri temi.

In soli sette anni di attività abbiamo sostenuto – nonostante la scarsità di risorse e quasi solo grazie ai nostri stessi contributi – importanti battaglie nel settore delle energie rinnovabili, della gestione privata del servizio idrico, contro la  costruzione del rigassificatore di Priolo-Melilli, a favore del blocco delle trivellazioni petrolifere in Val di Noto. Poi, tra le nostre numerose inchieste, quella “storica” sulla Procura della Repubblica di Siracusa ci è valsa il premio giornalistico nazionale Mario Francese 2012.

Tuttavia la nostra battaglia per la legalità ci ha portato più nemici che introiti e adesso la Civetta rischia la chiusura definitiva. Abbiamo bisogno di voi per salvarla!
Le donazioni verranno usate per finanziare il giornale e le attività che possano contribuire a tenerlo in vita e a promuoverne la diffusione.

Il nome di ogni donatore verrà stampato in uno spazio dedicato del giornale che potrà accogliere anche proposte e considerazioni (previa valutazione della loro liceità). Ciascuno riceverà il PDF del numero in uscita che presto potrete leggere anche grazie ad un’app.

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The owl, sacred to the roman goddess Minerva: the symbol of aan active journalism, which collects, analyzes and discuss information in order to provide society with a booster for critical thought .

This interpretation of journalism led to the birth, in september 2009, of  the anti-mafia, non-profit, print newspaper, La Civetta di Minerva.

http://www.lacivettapress.it/it/

Our mission is to oppose environmental threats, corruption, exploitement, and abuse of power; and to promote multiculturalism, welfare, ethical politics, and sustainable economy.

Even though we had little money – motly provided by the journalists ourselves – in seven years we fought important battles: against water privatization; against the building of the regasification unit in the high risk area of Priolo-Melilli; against oil drilling in the historical area of Val di Noto. Among our many investigative reports, the “famous”one on the judges of the Procura della Repubblica di Siracusa was rewarded with the national Mario Francese prize for anti-mafia journalism.

However, our battle for legality brought us more ennemies than funds and now La Civetta risks to close for ever. We need you to save it!
Your donations will be used to support the newspaper and every activity which can contribute to its survival and outreach.

The name of every donor will be printed in a specific section of the newspaper, where your ideas and proposals can also be hosted (after previous evaluation of their legitimacy). Moreover, every donor will receive a PDF version of next issue and will be able to read it through an app.

http://www.lacivettapress.it/it/

LA CIVETTA esce ogni due venerdì e poi molti articoli confluiscono nel sito, dove troverete anche aggiornamenti e novità.

 

 

 

 

Giornata internazionale della Donna 2017, CAMICETTE BIANCHE, NOI SIAMO DESDEMONA e INCHIOSTRO E ANIMA

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In occasione della Giornata internazionale della Donna, vi propongo una piacevolissima sorpresa – grazie all’amica Maria Vittoria Cerami!

L'immagine può contenere: scarpe e spazio al chiuso

Potete vedere una installazione per POSTO OCCUPATO a Gangi, qualche anno fa, per un 8 marzo. Sotto la sedia che potrebbe essere occupata da una mamma un’amica una sorella una compagna… l’antologia INCHIOSTRO E ANIMA che contiene un mio racconto…

E ancora.

Ester Rizzo, insieme all’editore Navarra, sta portando avanti il progetto CAMICETTE BIANCHE, dedicato all’incendio di una fabbrica statunitense che ha dato vita alla tradizione dell’8 marzo.

Meritorio è il progetto di restituire dignità alle operaie – immigrate, per la maggior parte dall’Italia del Sud – morte per i diritti di tutte. Di tutti, perché quando i diritti di una sola persona sono calpestati è tutto il corpo sociale che soffre.

Dare innanzitutto un nome a queste donne, offrire loro il dono della memoria. Magari intitolare loro una strada, una biblioteca, un luogo pubblico che ricordi il loro sacrificio.

Anche questa sorpresa è opera di Maria Vittoria Cerami, avvocata.

Ecco anche un altro link:

Qui Piero Romano e Marinella Fiume dedicano un brano al libro…

L’antologia NOI SIAMO DESDEMONA (Algra Editore), il cui “tour” non si ferma – ah come vorremmo che si arrestasse insieme a ciò che condanna! – contiene un mio racconto scritto a quattro mani con Mavie Parisi.

Eccolo…

LORO

 

LEI

Lontana. Credevo di essere molto lontana, tanto lontana da cogliere in un’unica occhiata fatti, cause, natura dei sentimenti e fondamenti delle azioni.

Come una fotografa che tenti di abbracciare tutta la scena e inghiottirla dentro il suo obiettivo, faccio un passo indietro per indovinare anche il contesto.

Non mi accorgo che invece mi sto avvicinando, sono praticamente dentro, granello di polvere tra un pixel e l’altro.

Non vedo più nulla, tutto si sfoca nel mio perduto potere di risoluzione.

Niente che possa essere toccato da dita che non sento più.

Una confusione sensoriale, veli di vento sulla pelle nuda.

Una prospettiva strana, un punto di osservazione bizzarro, o quantomeno sconosciuto, che distorce tutto e dissolve i dettagli.

Sarà per questo che mi importa uno zero di tutto quello che è successo.

Abito al piano terra di un piccolo condominio, un appartamento di tre vani, regalo dei miei genitori per il mio ventiseiesimo compleanno.

Un regalo grosso, impegnativo, ma poca roba se si pensa che sono la loro unica figlia e per me darebbero la vita, come si dice.

Sul mio stesso pianerottolo c’è un appartamento gemello che, nel periodo in cui venni ad abitare il mio, era vuoto.

I due piccoli giardini sui quali si affacciano le cucine sono confinanti e ho dovuto piantare un lungo filare di bambù per nascondere il lerciume di un posto abbandonato da troppi anni.

Bella sorpresa, una domenica mattina, essere svegliata dal chiasso e dalle chiacchiere di due giardinieri che pulivano, rastrellavano, piantavano siepi, rendevano insomma abitabile quello che era stato solo un nido di topi.

Sia lodato il cielo, pensai, o meglio sia lodato l’amministratore che ha finalmente ascoltato le mie preghiere.

Esco dunque in giardino con il pigiama, le ciabatte, una tazza d’orzo in mano e una magnifica disposizione d’animo.

Buongiorno, mi dice, e non potevano essere i giardinieri, a meno che ce ne fosse un terzo che non riuscivo a vedere.

Risposi comunque al saluto mentre ricevevo la seconda sorpresa di quella singolare mattina: l’appartamento a fianco aveva finalmente un proprietario.

Si trattava di un uomo di una quarantina d’anni, forse (seppi in seguito che erano cinquanta ben portati).

Quel giorno, di lui mi colpì l’abbigliamento. Mi sarei aspettata una tenuta comoda, per un trasloco, invece notai che indossava la giacca e la cravatta, e dalla mia prospettiva, e con la siepe di bambù che ne nascondeva la parte inferiore, mi sembrò uno speaker di telegiornale.

La situazione era così surreale, con me in pigiama e i giardinieri, lui in giacca e cravatta e tutto il resto, che mi venne da ridere.

E così mi sentii in obbligo di spiegare il motivo di quella risata.

Rimediai un noioso racconto su un anniversario di matrimonio e sugli intricati legami di parentela che lo legavano agli sposi che oggi avrebbero rinnovato in chiesa le loro promesse.

In compenso guadagnai l’amicizia di un vicino di casa.

Da quel giorno e per tutte le domeniche d’estate ci sporgemmo dai rispettivi giardini per fare quattro chiacchiere.

Decidemmo anche di tagliare qualche piede di bambù, in modo da rendere più agevole la cosa.

Per il resto, ognuno faceva la sua vita.

Intanto l’estate stava per finire, e nessuno di noi si era chiesto, o quantomeno non me l’ero chiesto io, cosa avremmo fatto in caso di pioggia.

Non ebbi il tempo di pormi il problema, non mi ero nemmeno accorta che piovesse, quando sentii il campanello.

Era lui che mi invitava a prendere un caffè in casa sua.

Accettai con piacere e non solo quella volta, ma per molte volte ancora.

Nei giorni non lavorativi sapevo che a una certa ora del mattino avrei sentito un din don che mi annunciava che la colazione era pronta.

Ce ne stavamo nella sua cucina e passavamo la successiva oretta a chiacchierare mangiando il ben di Dio di cornetti e ciambelle che lui stesso preparava o acquistava in pasticceria.

Il caffè si trasformò presto in pranzo, qualche volta in cena.

Non si arrivò alla fine dell’inverno che qualcosa, nel suo atteggiamento, cambiò.

Non saprei raccontare fatti precisi.

Non fu compiuta alcuna azione dai contorni e obiettivi definiti, né articolata frase speciale.

Fu una sorta di aumento della confidenza, una trasformazione di quella piacevole complicità che ci eravamo costruiti.

Mentirei se dicessi di non aver considerato la possibilità che ciò accadesse, ma avevo allontanato il pensiero con un gesto leggero e vago, come si fa con un moscerino immaginario.

Provai un fastidio non intenso, ma molesto. Settimana dopo settimana, però, sentii nascere l’antipatia che crebbe in avversione.

Era di nuovo estate quando mi trovai a inventare una scusa ogni domenica, proprio mentre lui si faceva più pressante.

Cominciò a cercarmi a ogni ora del giorno, di ogni giorno.

Il suono del campanello ormai mi dava nausea, come un cibo mangiato in quantità eccessiva.

Facevo finta di non essere in casa, ma era inutile, perché, a quel punto, mi aspettava fuori dalla porta.

Mi era impossibile uscire in giardino perché lui faceva altrettanto, così mi industriai a stendere i panni dentro il bagno.

Scoprii che spiava le mie uscite. La mia vita si trasformò in un incubo.

Decisi di confidarmi con qualcuno, forse mi avrebbe tranquillizzata, riportandomi su una strada che io pensavo di avere smarrito.

Ne parlai con una cara amica, che sfortunatamente alimentò il fuoco delle mie paure consigliandomi di cambiare casa.

Era una cosa non facile che mi sembrava pure inutile, e poi cosa avrei detto ai miei genitori? Li avrei messi in allarme per qualcosa che assomigliava tanto a una sciocchezza.

Non rimaneva che affrontarlo. Gli avrei parlato chiaramente, con garbo certo, ma anche con determinazione.

Gli ultimi accadimenti non dovevano farmi dimenticare che si trattava pur sempre del mio simpatico vicino di casa, magari si era rivelato un po’ invadente ma ero sicura che sarebbe bastato farglielo notare.

Fu così che una domenica mattina, era appena trascorso l’anniversario della nostra conoscenza, accettai il suo ennesimo invito, telefonico stavolta.

Presi qualche minuto per vestirmi, infilai la chiave dentro la tasca dei jeans, e andai.

L’atmosfera mi imbarazzò da subito.

Mi guardava dritto negli occhi, con intenzione, pensai. Il suo sguardo percorse tutti i miei contorni come fosse la punta di una matita che dovesse ricalcarmi su un foglio.

Con pazienza, provai molte volte a imbastire le parole che mi ero portata dietro per dirgli che doveva smetterla, ma ogni volta che iniziavo a parlare lui mi faceva un complimento, mi offriva qualche cosa o provava a farmi una carezza.

La mia pazienza si esaurì quando infine mi trovai le sue mani addosso, a quel punto il discorso preparato rotolò velocemente e non ci fu più tempo per la delicatezza, ma più parlavo e più mi si avvinghiava.

Mi ritrovai stretta a lui, farfugliava qualcosa che aveva a che fare con il desiderio, ma le frasi non erano chiare, era più un mugolio appiccicoso.

Sentivo la sua saliva che diventava fredda sulla mia pelle, niente mi aveva mai fatto tanto schifo.

Con tutta la forza che potei racimolare, tentai di scostarlo.

Non c’era gioco, il suo metro e ottanta abbondante e le sue braccia forti avevano la meglio.

Fu quando mi sbottonò la camicetta che presi a lottare come una dannata tempestandolo di pugni.

Dapprima rise, tenendomi le mani.

Sembrava un gioco, ma poi mi picchiò forte, fortissimo.

Caddi a terra ma lui non si fermava, anzi mi prese il viso con una sola mano, era così grande che quasi soffocavo, sicuramente non vedevo bene, un dito mi premeva sull’occhio sinistro. Cominciò a sbattermi la testa sui mattoni.

Questi sono i fatti, per il resto sono solo sensazioni e ricordi di vaghe emozioni.

Il dolore al capo, il calore del sangue sulla mano, il suo colore sfocato, la mancanza di respiro, il girotondo della stanza, lo sfregare della schiena sul pavimento mentre mi riporta a casa mezza morta, il rumore della porta chiusa alle sue spalle, la perdita di contatti con il mondo, la paura che l’avrebbe fatta franca, un accenno di rabbia l’immagine dello strazio negli occhi di mia madre.

Eppure adesso tutto questo mi è proprio indifferente, in questo luogo sorprendente, durante un tempo che non so, in uno spazio che non è uno spazio, granello di polvere tra un pixel e l’altro.

Sono morta. Ammazzata.

 

LUI

Credevo di essere lontano, molto lontano da cose come queste.

Voglio dire, è una cosa che non prevedi. Neanche negli incubi più brutti, che ti svegli sudato e ringrazi chissacchì perché non è vero.

Stavolta invece sono sudato lo stesso ma l’incubo non finisce.

È incominciato e non finirà.

Questo solo, riesco a pensare.

C’era una vita prima di questo sangue, prima di questo schifo che a quanto pare ho fatto io, di questo lamento che sta per finire – ma quando, quando? – e questa vita è finita. Quella di questa ragazza che non mi pare più manco la mia vicina. Una bambola rotta mi pare, e l’ho rotta io.

Ma anche io mi sento rotto. Sono stanco, stanco morto, come quando corro troppo alla pista ciclabile per sembrare più giovane, per piacere di più a questa bambola rotta che non mi vuole. Che non mi può volere più.

Sono morto pure io, allora.

Il lamento manco si sente più. Quasi.

Sarò l’assassino, il mostro. L’ammazzatore di donne, lo stalker che prima fa amicizia con una donna e poi va a finire così, una domenica che poteva essere diversa e no, ora è questo bordello di camicetta sbottonata e sangue, di occhi spalancati che mi guardano e non mi vedono. Non mi vedono più.

Quando alla televisione sentivo di donne ammazzate cambiavo canale. Pure ’sta parola nuova, “femminicidio”, mi faceva antipatia.

Uno pensa Che c’entro io con queste cose, m’avete pure rotto, con le scarpe rosse i posti vuoti a teatro e dagli al maschio maniaco assassino.

E invece sono qua, col telefono in mano, il numero già composto.

Uno. Uno. Tre. 113.

Il simbolo verde con la cornetta da premere.

E il sangue rosso di lei sui polpastrelli, sul dorso delle mani, sulla maglietta. E LEI qui, e la striscia rossa che va da casa mia alla sua.

Frugare nelle tasche dei suoi jeans – le cosce ancora calde –, prendere le chiavi, aprire, trascinarla nel suo appartamento.

Credevo di essere lontano, molto lontano da cose come queste.

Eppure quello con il telefono e il sangue di lei addosso sono io.

Mi punteranno a dito, mi accuseranno. Era la sua vicina, capita, no? Male, male ha fatto, s’è fidata dell’uomo sbagliato, quello della porta accanto, che t’aggiusta la serranda e poi si mette in testa chissà che cosa.

La mia vicina.

Ama il prossimo tuo. Io non so se l’amavo, però mi ha fatto sangue subito – fa senso pensarlo adesso. Mi è piaciuta, mi è piaciuta subito – con le sue camicette aderenti, la voce fresca come l’erba del giardino appena tagliata.

Che male c’è? Si comincia così, no?

Una presentazione un po’ imbarazzata ma cordiale, quattro chiacchiere in giardino con la mente alla pentola sul fuoco, al computer acceso e la voglia di restare lì.

Il caffè. Il primo, che ha un sapore tutto particolare.

Una fetta di ciambella.

Un pranzo, una cena, quel dire e non dire di cui sono così esperte le donne.

Pensavo non dico di piacerle, ma almeno una simpatia un interesse qualcosa… non avevo capito niente. Non ho capito niente.

Mi hai frainteso, mi ha detto, Non avevo capito che tu avessi altre intenzioni.

Rabbia, umiliazione… tutte quelle belle parole in giardino e davanti a un piatto di pasta o un caffè sono state solo chiacchiere inutili tra buoni vicini?

Vicini.

Le facevo la posta, è vero.

Non si fa, non si dovrebbe fare. Le donne si mettono in sospetto e ti chiudono la porta in faccia, si negano, non si fanno trovare a casa o fanno finta. Non si fa.

Ma mi mancava la sua voce. E la sua biancheria – le calze, le mutandine che adesso stendeva in casa, perché forse per lei il fatto che io le vedessi era prendermi… com’è che aveva detto? troppa confidenza.

E non sta bene, prima il caffè colazione pranzo cena e poi niente. Troppa confidenza non va bene.

Non sono bravo a capire cosa vogliono veramente le donne. Sfido qualcuno a capirle. Sì no no sì non lo so non credo. Le parole le usano come il trucco, ogni frase è uno sbaffo di rossetto, una passata di cipria. E non sai più se stai parlando con una donna o con una bambola che ti risponde come viene. Come viene.

Credevo di essere lontano, molto lontano da cose come queste.

Sbottonarle la camicetta. Ridere dei suoi tentativi di sfuggire alle mie carezze. Picchiarla perché urlava il suo disprezzo verso quello che provavo – che provo? Ancora?

Non si lamenta più. Il telefono mi scotta fra le dita, sono così stanco che premere il tasto verde mi sembra un’impresa. Farei di tutto per te, di tutto. E tu ridevi. E ora non si muove più, ora che lo sa che ho fatto molto più di tutto.

Sono confuso, niente ha più senso. la stanza i jeans il sangue. Sono in un film che non capisco. Tutto mi pare sfuocato. Sono qui ma mi sento da un’altra parte.

Mi sento così lontano da cose come queste.

Sono ancora qui.

LEI è ancora qui. La mia vicina. Vicinissima. E già così lontana.

 

LEI, Mavie Parisi

LUI, Maria Lucia Riccioli

Ringraziamo per la disponibilità librerie, associazioni, centri culturali, biblioteche…

Le altre autrici: Maria Attanasio, Angela Bonanno, Marinella Fiume, Lia Levi, Simona Lo Iacono, Anna Pavone, Maria Rita Pennisi – curatrice del volume e della collana FIORI BLU di Algra nella quale è inserito il volume ed anche il mio libro di cunti in dialetto siciliano QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU -, Tea Ranno, Maria Grazia Sclafani, Elvira Seminara.

DSC05321 (l’articolo uscito su LA CIVETTA DI MINERVA in occasione del convegno siracusano dedicato alla tematica del femminicidio)

NOI SIAMO DESDEMONA - Acicastello (l’articolo sulla presentazione di Aci Castello)

https://www.youtube.com/watch?v=o_QI4xDh1M0 Il booktrailer

https://www.youtube.com/watch?v=IAqmldU7VvY Il convegno FILDIS sul femminicidio (Siracusa, 3 maggio 2014)

I recenti fatti di cronaca mostrano che i femminicidi anziché diminuire continuano a dilagare.
Il nostro libro è una goccia nel mare ma la consapevolezza di un fenomeno è il presupposto per poter eventualmente fare qualcosa per prevenirlo e curare le ferite che esso provoca.

Il 29 novembre il libro è stato presentato presso la Biblioteca comunale “Concetto Marchese” di Misterbianco (CT) a cura delle socie della FIDAPA locale presieduta da Dina Palmeri, che ringraziamo perché hanno permesso tutto questo…

 

Ecco alcune immagini della presentazione…

Maria Attanasio…

 

La presentazione dell’antologia ha suggellato la posa della splendida stele dedicata a tutte le donne vittime della violenza.

Ospite d’eccezione: proprio Ester Rizzo, che con il suo “Camicette bianche” edito da Navarra Editore ha posto in luce una pagina dimenticata della nostra storia recente… l’8 marzo e le operaie arse vive per la loro lotta contro lo sfruttamento e in favore dell’emancipazione della donna.

 

Vi ripropongo il mio racconto che è giunto terzo nella sezione racconti alla seconda edizione di INCHIOSTRO E ANIMA, il concorso letterario dedicato dall’associazione LA CAROVANA DEGLI ARTISTI alle figure di donne come Franca Viola (seconda edizione) o Mariannina Coffa (la terza, il cui bando è su Internet ed anche qui nel mio blog).

UN PAIO DI SCARPE ROSSE

Io e mia sorella viviamo in una grande casa.

La nostra stanza è piccola ma confortevole e abbiamo tante amiche con cui vivere e giocare insieme quando la nostra padrona dorme.

Noi scarpe siamo fatte così: sorelline nate assieme, a passeggio al lavoro nella scarpiera, sempre insieme.

La nostra felicità è farci scegliere da una vetrina – prendi noi, prendi noi! Riuscite a sentirci quando lo diciamo? –, stare ai piedi della nostra padrona, farla camminare comoda, renderla più elegante e bella. Perché no? Farla felice.

La nostra padrona si chiama Lidia. Ci tratta benissimo: ci spolvera, ci pulisce, ci spazzola. Non ci tira mai per aria quando torna a casa, neanche quando è stanca morta o quando è arrabbiata. O triste.

Come ieri.

Ma cominciamo dalla punta. Perché se fosse per mia sorella inizieremmo dal tacco.

Allora. Noi scarpe nasciamo in coppia, invece le donne il compagno se lo devono cercare. O è lui che cerca loro.

Lidia un giorno è tornata contenta come un’infradito il primo giorno di mare: aveva conosciuto un uomo affascinante e gentile.

Per uscire la prima sera con lui ha scelto proprio noi, che emozione!

Quando è tornata a casa insieme a lui siamo tornate nella scarpiera come sempre, ma eravamo fiere di noi stesse: Lidia quella sera era bellissima anche grazie a noi…

Per un po’ di tempo è filato tutto liscio.

Poi sono iniziate le discussioni, le urla, i pianti.

Una sera addirittura lui ci ha fatte volare per aria:

˗ Perché ti metti ’ste scarpe? Sembri una puttana, sembri… le metti perché stasera viene anche lui?

E giù schiaffi.

È andata sempre peggio, da allora.

˗ Me ne vado.

Finalmente Lidia ha trovato il coraggio di dirglielo.

Lui ha pregato, supplicato. Poi ha minacciato.

Ma lei niente. La valigia era pronta, gli scatoloni pure. C’eravamo anche noi, fasciate nella carta velina.

Mia sorella adesso vorrebbe arrivare al tacco. Sinceramente anche io.

Ma non sappiamo come sia finita.

Noi siamo ancora nella carta velina. Vuote.

E la nostra padrona ancora non è tornata.

 

Giornata internazionale della Donna, CAMICETTE BIANCHE, NOI SIAMO DESDEMONA e INCHIOSTRO E ANIMA

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In occasione della Giornata internazionale della Donna, vi propongo una piacevolissima sorpresa – grazie all’amica Maria Vittoria Cerami!

Ester Rizzo, insieme all’editore Navarra, sta portando avanti il progetto CAMICETTE BIANCHE, dedicato all’incendio di una fabbrica statunitense che ha dato vita alla tradizione dell’8 marzo.

Meritorio è il progetto di restituire dignità alle operaie – immigrate, per la maggior parte dall’Italia del Sud – morte per i diritti di tutte. Di tutti, perché quando i diritti di una sola persona sono calpestati è tutto il corpo sociale che soffre.

Dare innanzitutto un nome a queste donne, offrire loro il dono della memoria. Magari intitolare loro una strada, una biblioteca, un luogo pubblico che ricordi il loro sacrificio.

L’antologia NOI SIAMO DESDEMONA (Algra Editore), il cui “tour” non si ferma – ah come vorremmo che si arrestasse insieme a ciò che condanna! – contiene un mio racconto scritto a quattro mani con Mavie Parisi.

Eccolo…

LORO

 

LEI

Lontana. Credevo di essere molto lontana, tanto lontana da cogliere in un’unica occhiata fatti, cause, natura dei sentimenti e fondamenti delle azioni.

Come una fotografa che tenti di abbracciare tutta la scena e inghiottirla dentro il suo obiettivo, faccio un passo indietro per indovinare anche il contesto.

Non mi accorgo che invece mi sto avvicinando, sono praticamente dentro, granello di polvere tra un pixel e l’altro.

Non vedo più nulla, tutto si sfoca nel mio perduto potere di risoluzione.

Niente che possa essere toccato da dita che non sento più.

Una confusione sensoriale, veli di vento sulla pelle nuda.

Una prospettiva strana, un punto di osservazione bizzarro, o quantomeno sconosciuto, che distorce tutto e dissolve i dettagli.

Sarà per questo che mi importa uno zero di tutto quello che è successo.

Abito al piano terra di un piccolo condominio, un appartamento di tre vani, regalo dei miei genitori per il mio ventiseiesimo compleanno.

Un regalo grosso, impegnativo, ma poca roba se si pensa che sono la loro unica figlia e per me darebbero la vita, come si dice.

Sul mio stesso pianerottolo c’è un appartamento gemello che, nel periodo in cui venni ad abitare il mio, era vuoto.

I due piccoli giardini sui quali si affacciano le cucine sono confinanti e ho dovuto piantare un lungo filare di bambù per nascondere il lerciume di un posto abbandonato da troppi anni.

Bella sorpresa, una domenica mattina, essere svegliata dal chiasso e dalle chiacchiere di due giardinieri che pulivano, rastrellavano, piantavano siepi, rendevano insomma abitabile quello che era stato solo un nido di topi.

Sia lodato il cielo, pensai, o meglio sia lodato l’amministratore che ha finalmente ascoltato le mie preghiere.

Esco dunque in giardino con il pigiama, le ciabatte, una tazza d’orzo in mano e una magnifica disposizione d’animo.

Buongiorno, mi dice, e non potevano essere i giardinieri, a meno che ce ne fosse un terzo che non riuscivo a vedere.

Risposi comunque al saluto mentre ricevevo la seconda sorpresa di quella singolare mattina: l’appartamento a fianco aveva finalmente un proprietario.

Si trattava di un uomo di una quarantina d’anni, forse (seppi in seguito che erano cinquanta ben portati).

Quel giorno, di lui mi colpì l’abbigliamento. Mi sarei aspettata una tenuta comoda, per un trasloco, invece notai che indossava la giacca e la cravatta, e dalla mia prospettiva, e con la siepe di bambù che ne nascondeva la parte inferiore, mi sembrò uno speaker di telegiornale.

La situazione era così surreale, con me in pigiama e i giardinieri, lui in giacca e cravatta e tutto il resto, che mi venne da ridere.

E così mi sentii in obbligo di spiegare il motivo di quella risata.

Rimediai un noioso racconto su un anniversario di matrimonio e sugli intricati legami di parentela che lo legavano agli sposi che oggi avrebbero rinnovato in chiesa le loro promesse.

In compenso guadagnai l’amicizia di un vicino di casa.

Da quel giorno e per tutte le domeniche d’estate ci sporgemmo dai rispettivi giardini per fare quattro chiacchiere.

Decidemmo anche di tagliare qualche piede di bambù, in modo da rendere più agevole la cosa.

Per il resto, ognuno faceva la sua vita.

Intanto l’estate stava per finire, e nessuno di noi si era chiesto, o quantomeno non me l’ero chiesto io, cosa avremmo fatto in caso di pioggia.

Non ebbi il tempo di pormi il problema, non mi ero nemmeno accorta che piovesse, quando sentii il campanello.

Era lui che mi invitava a prendere un caffè in casa sua.

Accettai con piacere e non solo quella volta, ma per molte volte ancora.

Nei giorni non lavorativi sapevo che a una certa ora del mattino avrei sentito un din don che mi annunciava che la colazione era pronta.

Ce ne stavamo nella sua cucina e passavamo la successiva oretta a chiacchierare mangiando il ben di Dio di cornetti e ciambelle che lui stesso preparava o acquistava in pasticceria.

Il caffè si trasformò presto in pranzo, qualche volta in cena.

Non si arrivò alla fine dell’inverno che qualcosa, nel suo atteggiamento, cambiò.

Non saprei raccontare fatti precisi.

Non fu compiuta alcuna azione dai contorni e obiettivi definiti, né articolata frase speciale.

Fu una sorta di aumento della confidenza, una trasformazione di quella piacevole complicità che ci eravamo costruiti.

Mentirei se dicessi di non aver considerato la possibilità che ciò accadesse, ma avevo allontanato il pensiero con un gesto leggero e vago, come si fa con un moscerino immaginario.

Provai un fastidio non intenso, ma molesto. Settimana dopo settimana, però, sentii nascere l’antipatia che crebbe in avversione.

Era di nuovo estate quando mi trovai a inventare una scusa ogni domenica, proprio mentre lui si faceva più pressante.

Cominciò a cercarmi a ogni ora del giorno, di ogni giorno.

Il suono del campanello ormai mi dava nausea, come un cibo mangiato in quantità eccessiva.

Facevo finta di non essere in casa, ma era inutile, perché, a quel punto, mi aspettava fuori dalla porta.

Mi era impossibile uscire in giardino perché lui faceva altrettanto, così mi industriai a stendere i panni dentro il bagno.

Scoprii che spiava le mie uscite. La mia vita si trasformò in un incubo.

Decisi di confidarmi con qualcuno, forse mi avrebbe tranquillizzata, riportandomi su una strada che io pensavo di avere smarrito.

Ne parlai con una cara amica, che sfortunatamente alimentò il fuoco delle mie paure consigliandomi di cambiare casa.

Era una cosa non facile che mi sembrava pure inutile, e poi cosa avrei detto ai miei genitori? Li avrei messi in allarme per qualcosa che assomigliava tanto a una sciocchezza.

Non rimaneva che affrontarlo. Gli avrei parlato chiaramente, con garbo certo, ma anche con determinazione.

Gli ultimi accadimenti non dovevano farmi dimenticare che si trattava pur sempre del mio simpatico vicino di casa, magari si era rivelato un po’ invadente ma ero sicura che sarebbe bastato farglielo notare.

Fu così che una domenica mattina, era appena trascorso l’anniversario della nostra conoscenza, accettai il suo ennesimo invito, telefonico stavolta.

Presi qualche minuto per vestirmi, infilai la chiave dentro la tasca dei jeans, e andai.

L’atmosfera mi imbarazzò da subito.

Mi guardava dritto negli occhi, con intenzione, pensai. Il suo sguardo percorse tutti i miei contorni come fosse la punta di una matita che dovesse ricalcarmi su un foglio.

Con pazienza, provai molte volte a imbastire le parole che mi ero portata dietro per dirgli che doveva smetterla, ma ogni volta che iniziavo a parlare lui mi faceva un complimento, mi offriva qualche cosa o provava a farmi una carezza.

La mia pazienza si esaurì quando infine mi trovai le sue mani addosso, a quel punto il discorso preparato rotolò velocemente e non ci fu più tempo per la delicatezza, ma più parlavo e più mi si avvinghiava.

Mi ritrovai stretta a lui, farfugliava qualcosa che aveva a che fare con il desiderio, ma le frasi non erano chiare, era più un mugolio appiccicoso.

Sentivo la sua saliva che diventava fredda sulla mia pelle, niente mi aveva mai fatto tanto schifo.

Con tutta la forza che potei racimolare, tentai di scostarlo.

Non c’era gioco, il suo metro e ottanta abbondante e le sue braccia forti avevano la meglio.

Fu quando mi sbottonò la camicetta che presi a lottare come una dannata tempestandolo di pugni.

Dapprima rise, tenendomi le mani.

Sembrava un gioco, ma poi mi picchiò forte, fortissimo.

Caddi a terra ma lui non si fermava, anzi mi prese il viso con una sola mano, era così grande che quasi soffocavo, sicuramente non vedevo bene, un dito mi premeva sull’occhio sinistro. Cominciò a sbattermi la testa sui mattoni.

Questi sono i fatti, per il resto sono solo sensazioni e ricordi di vaghe emozioni.

Il dolore al capo, il calore del sangue sulla mano, il suo colore sfocato, la mancanza di respiro, il girotondo della stanza, lo sfregare della schiena sul pavimento mentre mi riporta a casa mezza morta, il rumore della porta chiusa alle sue spalle, la perdita di contatti con il mondo, la paura che l’avrebbe fatta franca, un accenno di rabbia l’immagine dello strazio negli occhi di mia madre.

Eppure adesso tutto questo mi è proprio indifferente, in questo luogo sorprendente, durante un tempo che non so, in uno spazio che non è uno spazio, granello di polvere tra un pixel e l’altro.

Sono morta. Ammazzata.

 

LUI

Credevo di essere lontano, molto lontano da cose come queste.

Voglio dire, è una cosa che non prevedi. Neanche negli incubi più brutti, che ti svegli sudato e ringrazi chissacchì perché non è vero.

Stavolta invece sono sudato lo stesso ma l’incubo non finisce.

È incominciato e non finirà.

Questo solo, riesco a pensare.

C’era una vita prima di questo sangue, prima di questo schifo che a quanto pare ho fatto io, di questo lamento che sta per finire – ma quando, quando? – e questa vita è finita. Quella di questa ragazza che non mi pare più manco la mia vicina. Una bambola rotta mi pare, e l’ho rotta io.

Ma anche io mi sento rotto. Sono stanco, stanco morto, come quando corro troppo alla pista ciclabile per sembrare più giovane, per piacere di più a questa bambola rotta che non mi vuole. Che non mi può volere più.

Sono morto pure io, allora.

Il lamento manco si sente più. Quasi.

Sarò l’assassino, il mostro. L’ammazzatore di donne, lo stalker che prima fa amicizia con una donna e poi va a finire così, una domenica che poteva essere diversa e no, ora è questo bordello di camicetta sbottonata e sangue, di occhi spalancati che mi guardano e non mi vedono. Non mi vedono più.

Quando alla televisione sentivo di donne ammazzate cambiavo canale. Pure ’sta parola nuova, “femminicidio”, mi faceva antipatia.

Uno pensa Che c’entro io con queste cose, m’avete pure rotto, con le scarpe rosse i posti vuoti a teatro e dagli al maschio maniaco assassino.

E invece sono qua, col telefono in mano, il numero già composto.

Uno. Uno. Tre. 113.

Il simbolo verde con la cornetta da premere.

E il sangue rosso di lei sui polpastrelli, sul dorso delle mani, sulla maglietta. E LEI qui, e la striscia rossa che va da casa mia alla sua.

Frugare nelle tasche dei suoi jeans – le cosce ancora calde –, prendere le chiavi, aprire, trascinarla nel suo appartamento.

Credevo di essere lontano, molto lontano da cose come queste.

Eppure quello con il telefono e il sangue di lei addosso sono io.

Mi punteranno a dito, mi accuseranno. Era la sua vicina, capita, no? Male, male ha fatto, s’è fidata dell’uomo sbagliato, quello della porta accanto, che t’aggiusta la serranda e poi si mette in testa chissà che cosa.

La mia vicina.

Ama il prossimo tuo. Io non so se l’amavo, però mi ha fatto sangue subito – fa senso pensarlo adesso. Mi è piaciuta, mi è piaciuta subito – con le sue camicette aderenti, la voce fresca come l’erba del giardino appena tagliata.

Che male c’è? Si comincia così, no?

Una presentazione un po’ imbarazzata ma cordiale, quattro chiacchiere in giardino con la mente alla pentola sul fuoco, al computer acceso e la voglia di restare lì.

Il caffè. Il primo, che ha un sapore tutto particolare.

Una fetta di ciambella.

Un pranzo, una cena, quel dire e non dire di cui sono così esperte le donne.

Pensavo non dico di piacerle, ma almeno una simpatia un interesse qualcosa… non avevo capito niente. Non ho capito niente.

Mi hai frainteso, mi ha detto, Non avevo capito che tu avessi altre intenzioni.

Rabbia, umiliazione… tutte quelle belle parole in giardino e davanti a un piatto di pasta o un caffè sono state solo chiacchiere inutili tra buoni vicini?

Vicini.

Le facevo la posta, è vero.

Non si fa, non si dovrebbe fare. Le donne si mettono in sospetto e ti chiudono la porta in faccia, si negano, non si fanno trovare a casa o fanno finta. Non si fa.

Ma mi mancava la sua voce. E la sua biancheria – le calze, le mutandine che adesso stendeva in casa, perché forse per lei il fatto che io le vedessi era prendermi… com’è che aveva detto? troppa confidenza.

E non sta bene, prima il caffè colazione pranzo cena e poi niente. Troppa confidenza non va bene.

Non sono bravo a capire cosa vogliono veramente le donne. Sfido qualcuno a capirle. Sì no no sì non lo so non credo. Le parole le usano come il trucco, ogni frase è uno sbaffo di rossetto, una passata di cipria. E non sai più se stai parlando con una donna o con una bambola che ti risponde come viene. Come viene.

Credevo di essere lontano, molto lontano da cose come queste.

Sbottonarle la camicetta. Ridere dei suoi tentativi di sfuggire alle mie carezze. Picchiarla perché urlava il suo disprezzo verso quello che provavo – che provo? Ancora?

Non si lamenta più. Il telefono mi scotta fra le dita, sono così stanco che premere il tasto verde mi sembra un’impresa. Farei di tutto per te, di tutto. E tu ridevi. E ora non si muove più, ora che lo sa che ho fatto molto più di tutto.

Sono confuso, niente ha più senso. la stanza i jeans il sangue. Sono in un film che non capisco. Tutto mi pare sfuocato. Sono qui ma mi sento da un’altra parte.

Mi sento così lontano da cose come queste.

Sono ancora qui.

LEI è ancora qui. La mia vicina. Vicinissima. E già così lontana.

 

LEI, Mavie Parisi

LUI, Maria Lucia Riccioli

Ringraziamo per la disponibilità librerie, associazioni, centri culturali, biblioteche…

Le altre autrici: Maria Attanasio, Angela Bonanno, Marinella Fiume, Lia Levi, Simona Lo Iacono, Anna Pavone, Maria Rita Pennisi – curatrice del volume e della collana FIORI BLU di Algra nella quale è inserito il volume ed anche il mio libro di cunti in dialetto siciliano QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU -, Tea Ranno, Maria Grazia Sclafani, Elvira Seminara.

DSC05321 (l’articolo uscito su LA CIVETTA DI MINERVA in occasione del convegno siracusano dedicato alla tematica del femminicidio)

NOI SIAMO DESDEMONA - Acicastello (l’articolo sulla presentazione di Aci Castello)

https://www.youtube.com/watch?v=o_QI4xDh1M0 Il booktrailer

https://www.youtube.com/watch?v=IAqmldU7VvY Il convegno FILDIS sul femminicidio (Siracusa, 3 maggio 2014)

I recenti fatti di cronaca mostrano che i femminicidi anziché diminuire continuano a dilagare.
Il nostro libro è una goccia nel mare ma la consapevolezza di un fenomeno è il presupposto per poter eventualmente fare qualcosa per prevenirlo e curare le ferite che esso provoca.

Il 29 novembre il libro è stato presentato presso la Biblioteca comunale “Concetto Marchese” di Misterbianco (CT) a cura delle socie della FIDAPA locale presieduta da Dina Palmeri, che ringraziamo perché hanno permesso tutto questo…

 

Ecco alcune immagini della presentazione…

Maria Attanasio…

 

La presentazione dell’antologia ha suggellato la posa della splendida stele dedicata a tutte le donne vittime della violenza.

Ospite d’eccezione: proprio Ester Rizzo, che con il suo “Camicette bianche” edito da Navarra Editore ha posto in luce una pagina dimenticata della nostra storia recente… l’8 marzo e le operaie arse vive per la loro lotta contro lo sfruttamento e in favore dell’emancipazione della donna.

 

Vi ripropongo il mio racconto che è giunto terzo nella sezione racconti alla seconda edizione di INCHIOSTRO E ANIMA, il concorso letterario dedicato dall’associazione LA CAROVANA DEGLI ARTISTI alle figure di donne come Franca Viola (seconda edizione) o Mariannina Coffa (la terza, il cui bando è su Internet ed anche qui nel mio blog).

UN PAIO DI SCARPE ROSSE

Io e mia sorella viviamo in una grande casa.

La nostra stanza è piccola ma confortevole e abbiamo tante amiche con cui vivere e giocare insieme quando la nostra padrona dorme.

Noi scarpe siamo fatte così: sorelline nate assieme, a passeggio al lavoro nella scarpiera, sempre insieme.

La nostra felicità è farci scegliere da una vetrina – prendi noi, prendi noi! Riuscite a sentirci quando lo diciamo? –, stare ai piedi della nostra padrona, farla camminare comoda, renderla più elegante e bella. Perché no? Farla felice.

La nostra padrona si chiama Lidia. Ci tratta benissimo: ci spolvera, ci pulisce, ci spazzola. Non ci tira mai per aria quando torna a casa, neanche quando è stanca morta o quando è arrabbiata. O triste.

Come ieri.

Ma cominciamo dalla punta. Perché se fosse per mia sorella inizieremmo dal tacco.

Allora. Noi scarpe nasciamo in coppia, invece le donne il compagno se lo devono cercare. O è lui che cerca loro.

Lidia un giorno è tornata contenta come un’infradito il primo giorno di mare: aveva conosciuto un uomo affascinante e gentile.

Per uscire la prima sera con lui ha scelto proprio noi, che emozione!

Quando è tornata a casa insieme a lui siamo tornate nella scarpiera come sempre, ma eravamo fiere di noi stesse: Lidia quella sera era bellissima anche grazie a noi…

Per un po’ di tempo è filato tutto liscio.

Poi sono iniziate le discussioni, le urla, i pianti.

Una sera addirittura lui ci ha fatte volare per aria:

˗ Perché ti metti ’ste scarpe? Sembri una puttana, sembri… le metti perché stasera viene anche lui?

E giù schiaffi.

È andata sempre peggio, da allora.

˗ Me ne vado.

Finalmente Lidia ha trovato il coraggio di dirglielo.

Lui ha pregato, supplicato. Poi ha minacciato.

Ma lei niente. La valigia era pronta, gli scatoloni pure. C’eravamo anche noi, fasciate nella carta velina.

Mia sorella adesso vorrebbe arrivare al tacco. Sinceramente anche io.

Ma non sappiamo come sia finita.

Noi siamo ancora nella carta velina. Vuote.

E la nostra padrona ancora non è tornata.

 

NOI SIAMO DESDEMONA a Misterbianco… le foto!

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Il nostro NO al femminicidio!

Il 25 novembre 2014 è stata celebrata la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Siracusa ed altre città hanno onorato la memoria delle vittime e stanno cercando di promuovere la consapevolezza sul fenomeno anche grazie ad eventi culturali come la presentazione dell’antologia NOI SIAMO DESDEMONA (Algra Editore), il cui “tour” non si ferma – ah come vorremmo che si arrestasse insieme a ciò che condanna!

Ringraziamo per la disponibilità librerie, associazioni, centri culturali, biblioteche…

C’è anche un mio racconto scritto a quattro mani con Mavie Parisi.

Le altre autrici: Maria Attanasio, Angela Bonanno, Marinella Fiume, Lia Levi, Simona Lo Iacono, Anna Pavone, Maria Rita Pennisi – curatrice del volume e della collana FIORI BLU di Algra nella quale è inserito il volume ed anche il mio libro di cunti in dialetto siciliano QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU -, Tea Ranno, Maria Grazia Sclafani, Elvira Seminara.

DSC05321 (l’articolo uscito su LA CIVETTA DI MINERVA in occasione del convegno siracusano dedicato alla tematica del femminicidio)

NOI SIAMO DESDEMONA - Acicastello (l’articolo sulla presentazione di Aci Castello)

https://www.youtube.com/watch?v=o_QI4xDh1M0 Il booktrailer

https://www.youtube.com/watch?v=IAqmldU7VvY Il convegno FILDIS sul femminicidio (Siracusa, 3 maggio 2014)

I recenti fatti di cronaca mostrano che i femminicidi anziché diminuire continuano a dilagare.
Il nostro libro è una goccia nel mare ma la consapevolezza di un fenomeno è il presupposto per poter eventualmente fare qualcosa per prevenirlo e curare le ferite che esso provoca.

Il 29 novembre il libro è stato presentato presso la Biblioteca comunale “Concetto Marchese” di Misterbianco (CT) a cura delle socie della FIDAPA locale presieduta da Dina Palmeri, che ringraziamo perché hanno permesso tutto questo…

Ecco un’immagine dell’accogliente sala proiezioni della Biblioteca…

Ecco delle belle immagini della presentazione:

Maria Attanasio…

In ordine sparso, parte dello staff di Algra Editore, Maria Rita Pennisi e le altre relatrici -Angela Bonanno, Maria Attanasio, Maria Lucia Riccioli – … insieme al pubblico.

I nostri nomi sul libro d’onore della FIDAPA di Misterbianco…

Un grazie particolare all’attrice Alice Ferlito che ha interpretato alcuni brani tratti dai racconti: coinvolgente ed intensa.

L’antologia… ed io.

Il bellissimo cortile dell’edificio che ospita la Biblioteca…

La presentazione dell’antologia ha suggellato la posa della splendida stele dedicata a tutte le donne vittime della violenza:

Altre ceramiche bene in tema con le finalità della biblioteca…

Un’ospite d’eccezione: Ester Rizzo, che con il suo “Camicette bianche” edito da Navarra Editore ha posto in luce una pagina dimenticata della nostra storia recente… l’8 marzo e le operaie arse vive per la loro lotta contro lo sfruttamento e in favore dell’emancipazione della donna.

Garibaldi…

Un’immagine della presentazione siracusana… vi aspettiamo alla prossima!

Seidicente

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Maria Lucia Riccioli

La Bellezza salverà il mondo (F. Dostoevskij).

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