LA CIVETTA DI MINERVA del 6 aprile 2019

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In edicola il nuovo numero de LA CIVETTA DI MINERVA!

Ecco la locandina…

L'immagine può contenere: 4 persone, persone che sorridono

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Il 4 aprile, presso la Biblioteca di Avola, dialogo su “E poi la luce – Cronaca di una fuga”, monologo teatrale dell’autore su uno dei più grandi e irrequieti artisti mai vissuti

 

La Civetta di Minerva, 23 marzo 2019

“Sappiate che suono di chitarriglia et canto alla spagnuola”. La figura di Michelangelo Merisi da Caravaggio ha ispirato una profluvie di opere e testi, non solo strettamente legati all’ambito della pittura o della storia dell’arte: pensiamo ai tanti romanzi, lavori teatrali, cinematografici e televisivi che hanno pescato a piene mani nella biografia “maledetta” dell’artista (ricordiamo ad esempio Pino Di Silvestro con il suo “La fuga, la sosta” sulla breve permanenza siracusana di Caravaggio, che qui dipinse, nel 1608, “Il seppellimento di Santa Lucia”, Andrea Camilleri che ha fantasticato sul possibile destino della tela palermitana trafugata e non più rinvenuta, la siracusana Annalisa Stancanelli e il suo “Il vendicatore oscuro”). Giovedì 4 aprile alle ore 18, presso la Biblioteca comunale “Giuseppe Bianca” di Avola, Sebastiano Burgaretta (che ha curato la pubblicazione, mentre Mariella Macca ne ha scritto la postfazione), Paolo Oddo (responsabile della Biblioteca), Giuseppe Pennisi della Carthago Edizione (che ha pubblicato il testo) dialogheranno su “E poi la luce – Cronaca di una fuga”, monologo teatrale scritto da Andrea Schiavo. Ne parliamo con l’autore, del quale conosciamo l’attività didattica e concertistica.

Com’è nata l’idea di questo monologo teatrale? La copertina di Carmelo Miceli, che cita Caravaggio senza “parodiarlo”, può essere una chiave di lettura del tuo libro?

In realtà ho lavorato sia a questo testo che a un altro libro più tecnico, strettamente musicologico. Studiando Caravaggio e il suo ciclo di quadri ascrivibili al periodo romano, in cui l’artista dipinse le pagine reali di libri musicali posseduti dal cardinale Francesco Maria del Monte, suo mecenate (che a Palazzo Madama conservava una ricca collezione di strumenti musicali e di partiture del Quattrocento e del Cinquecento), ho dato voce a Michelangelo Merisi facendogli spiegare la vita e la cultura dell’epoca, intrecciata alla sua vicenda biografica personale. È un monologo con echi anche classici, stralci immaginati e riflessioni ma basato sulle fonti storiche, sulla bibliografia specifica che ho consultato: cito anche Baldassar Castiglione e Leonardo da Vinci e le note permettono un approfondimento saggistico; è una rievocazione in cui ho voluto far emergere i presupposti estetici del lavoro di Caravaggio.

I tuoi interessi musicali, quindi, ti hanno condotto a studiare i quadri (pensiamo a “Concerto di giovani”, “Il suonatore di liuto”, “Amor vittorioso” o alla splendida tela “Riposo durante la fuga in Egitto”, con l’angelo che suona al violino un madrigale di Noël Bauldewijn sul tema del Cantico dei cantici, “Quam pulchra es”) in cui sono presenti personaggi che suonano e cantano e addirittura degli strumenti e degli spartiti musicali. La musica, quindi, come strumento privilegiato e come possibile percorso per indagare su Caravaggio da altre prospettive. Cosa puoi dirci in proposito?

I brani – musica non coeva a Caravaggio, ma precedente – sono stati individuati dagli studiosi e musicologi, per cui è stato possibile stabilire da quali libri fossero stati copiati. Ne “Il suonatore di liuto”, realizzato per il marchese Giustiniani, sono infatti state riportate fedelmente alcune pagine di madrigali tratti dal “Primo libro di madrigali a quattro voci” di Jacques Arcadelt; ne esiste anche una copia destinata al cardinale del Monte con due madrigali di Layolle e Berchem, che compaiono nella stessa raccolta di Arcadelt data alle stampe nel 1539: questa conobbe molteplici edizioni, e non si sa con esattezza quale fu quella dipinta dal Caravaggio. Si può dedurre che egli si sia servito di una tra le prime, probabilmente quella del 1539, poiché in essa compaiono anche gli altri due madrigali, o forse di un’edizione precedente ma perduta.

Sono state eseguite queste musiche?

Sono state studiate, eseguite e incise, anche se non sempre nella forma completa e originale. Ricordo che la partitura completa va ricostruita, perché nelle edizioni antiche le parti sono singole; il lavoro musicologico sta nel ricostruire le parti vocali insieme a quella del liuto. Altri particolari interessanti sono il fatto che Caravaggio riproduce, più che un suonatore di liuto, un cantore che si accompagna: era ciò che si chiamava “cantare al liuto”, pratica molto diffusa all’epoca, anche se le partiture dipinte da Caravaggio sono più ideali che reali, dato che il manoscritto musicale non è riprodotto fedelmente. Sono state queste le circostanze che mi hanno spinto, insieme alla cantante Graziella Alessi, a recuperate le ristampe dei madrigali e a ricostruire le partiture. Il passo successivo è stato quello di intavolare le tre voci inferiori sul liuto, lasciando la voce superiore al canto, così come la prassi suggeriva in mancanza dei quattro cantori, ma anche per conferire all’esecuzione una dimensione più intimistica.

Durante la conferenza sulla presenza del Merisi in Sicilia, tenuta dell’insigne studioso siciliano Alvise Spadaro al Palazzo della Cultura di Catania, il 5 gennaio del 2013, è stata proposta l’esecuzione dei brani dipinti, realizzata attraverso la voce di Graziella Alessi e dal sottoscritto al liuto. Le musiche estratte dai dipinti ci agevolano a meglio comprendere l’ambientazione ed il contesto in cui l’artista operava. Il 4 dicembre 2015, presso la biblioteca Navarria Grifò di Catania, nel corso della presentazione del saggio di Alvise Spadaro: “Caravaggio in Sicilia – Il percorso smarrito”, sono stati proposti, dall’ensemble “Harmoniosi Concenti”, alcuni brani in riferimento all’ambiente romano del tempo, con la partecipazione del cantante siracusano Raffaele Schiavo. Non un “sottofondo” quindi alla lettura di un testo, per rinchiudere il tutto con una “cornice” sonora, svilendo la natura stessa della musica: per una volta, ho voluto ribaltare le cose e, anziché adattare la musica al testo, ho fatto esattamente il contrario, scrivendo dei testi che, attraverso la musica, raccontassero la vita di uno dei più grandi e irrequieti artisti mai vissuti.

Riportiamo uno stralcio del monologo – e qui la fantasia corre al Caravaggio frequentatore di bettole, che questiona con i padroni di casa e si fa sequestrare una cassa piena, tra le altre cose, di strumenti musicali, all’irrequietezza, all’omicidio del Tomassoni, alla smania di “fuga”, termine specificamente musicale oltre che comune, che è il leimotiv della sua vita, alla progressiva scarnificazione della pittura caravaggesca, che abbandonerà le suggestioni degli anni romani per un realismo sempre più seicentesco e cupo…

Narratio (Arpeggiata di Kapsberger sulla Tiorba)

Una taglia incombeva sulla mia testa. Questa volta la lama era andata più a fondo, lasciando alla terra l’insolente ferito a morte. Fu di certo una congiura a mio danno, ordita per provocare il mio risentimento. Fui sempre un temperamento irruento e facile alla collera, fulmineo nella risposta se aggredito e loro lo sapevano bene. Ebbi la meglio su quello sgherro, il cui fratello era il caporione di Campo Marzio. Era quello che volevano: la mia testa in un canestro. Per questo la sentenza non lasciava speranze: morte per decapitazione. Il taglio della testa da eseguirsi alla stessa cattura. Quel vile aveva parenti potenti e a nulla valsero le suppliche dei miei protettori. Non c’era più tempo e dovetti lasciare la città, malgrado le ferite riportate nel duello. Fuggii come una bestia braccata che teme a ogni passo il dardo mortale. Per qualche giorno fui nascosto nelle tenute dei principi Colonna, poco lontano da Roma, ma presto dovetti allontanarmi, perché il posto non era più sicuro e ripresi la fuga verso Napoli. Roma era ormai alle mie spalle.

In “La duchessa di Leyra” sfilano dinanzi al lettore navi e briganti, soldati e Savoia, Borboni e dame, con scene ricche di dialoghi

 

La Civetta di Minerva, 23 febbraio 2019

De “La duchessa di Leyra” (che come titolo alternativo aveva quello di “La duchessa delle Gargantas”),romanzo incompleto di Giovanni Verga, ci rimangono il primo capitolo e un brevissimo frammento del secondo pubblicati entrambi nel 1922 a cura di Federico De Roberto, che insieme a Capuana appartenne come Verga alla corrente del Verismo.

Terzo romanzo del cosiddetto “ciclo dei vinti” (“I Malavoglia”, “Mastro-don Gesualdo”, “La duchessa di Leyra”, “L’onorevole Scipioni” e “L’uomo di lusso”), incompiuto come gli ultimi due per varie ragioni (era ormai l’epoca dei Fogazzaro e dei d’Annunzio, il verismo come metodo probabilmente non avrebbe funzionato con storie ambientate negli ambienti nobiliari e alto-borghesi, beghe familiari e questioni editoriali lo avevano amareggiato, quindi Verga si chiuse in un più che ventennale silenzio prima di spegnersi nella casa di via Sant’Anna a Catania), ha come protagonista Isabella Motta-Trao, figlia di Gesualdo Motta e di Bianca Trao, che aveva sposato il duca di Leyra dopo una contrastata relazione col cugino Corrado La Gurna (indimenticabili i passi del “Mastro” che vedono nascere l’idillio tra i giovani, condito da musica e poesia come in tante altre storie d’amore ottocentesche).

Con un certo coraggio, Roberto Disma si è proposto di completare il ciclo dei vinti, gli sconfitti dall’onda delle “magnifiche sorti e progressive” che annegano i pescatori di Trezza come i politici senza scrupoli e immense ambizioni: il giovane attore e autore siracusano, che ha fondato e dirige “Teatro alla lettera”, prima compagnia teatrale universitaria professionista della Sicilia e del Sud Italia, con il romanzo “La duchessa di Leyra” ha vinto l’undicesima edizione del premio “Angelo Musco” (sezione narrativa inedita, con menzione speciale dalla sezione narrativa giovani); riprendendo i fatti di Bronte e l’eccidio di Fantina, ripigliando le fila degli intrecci amorosi e politici che hanno costituito la microstoria e macrostoria del nostro Risorgimento, Disma – che ha pubblicato il romanzo per i tipi di A&B editrice – fa muovere i personaggi verghiani fra le taverne catanesi e il porto di Palermo, fra i salotti che sventagliano ipocrisie e pettegolezzi e la dimora del barone Pancali… sfilano davanti agli occhi del lettore navi e briganti, soldati e Savoia, Borboni e dame, descritti in una lingua che in qualche passo conserva la patina di quella verghiana, ricca di dialoghi, con scene dal taglio veloce.

Oggi più che mai, tra smanie neoborboniche e rigurgiti di nazionalismo – sovranismo è solo lo pseudonimo moderno di un atteggiamento secolare – è utile rileggere la Storia e le storie della nascita della nostra nazione e può esserlo anche ripensare alla penna di Verga attraverso il computer di un autore contemporaneo.

Intervista a Giada Trebeschi e Mariano Sabatini (Agenzia letteraria Maieutica): “Gli agenti fin dalle prime pagine devono accorgersi di avere fra le mani un buon prodotto”

 

La Civetta di Minerva, 23 febbraio 2019

Il “mercato” editoriale – eh sì, perché purtroppo il libro, oltre ad essere oggetto e strumento per fare arte e cultura,medium per eccellenza, è anche una merce – prevede, oltre all’autore e all’editore, al libraio o al bibliotecario, molte figure intermedie come l’editor e l’agente editoriale. Diverse agenzie sorgono proprio per offrire agli scrittori esordienti servizi come l’editing del loro testo o l’intermediazione per piazzare il libro presso una casa editrice. Ne parliamo con Mariano Sabatini (giornalista e scrittore, quindi esperto di comunicazione) e Giada Trebeschi (scrittrice, saggista e interprete, che cura le traduzioni letterarie), che insieme a Divier Nelli (scrittore, consulente editoriale, insegnante di narrazione, dal 2015 editor esterno per la Tea, che si occupa dell’editing) hanno fondato l’agenzia letteraria Maieutica.

Poniamo qualche domanda a Giada Trebeschi.

Quali tipi di autori vi contattano?

Sono molti gli autori che richiedono i nostri servizi, autori noti ed esordienti, autori di genere e non, saggisti e romanzieri. Ci richiedono una consulenza maieutica che li aiuti a ottenere il meglio dal loro scritto ma non solo. Fornendo anche un ufficio stampa dedicato, in molti, dopo aver lavorato sul testo e trovato un editore, restano con noi per affiancarli nella promozione, importantissima soprattutto nei primi mesi dall’uscita del libro.

I generi che praticano rispecchiano il main stream o vi trovate di fronte a diversi tipi di testo?

Ci arrivano testi di vari generi, non necessariamente incasellabili nelle tipologie di main stream. Riceviamo romanzi e anche saggistica, al momento non ci occupiamo di poesia.

Riuscite a intravedere una linea di sviluppo della narrativa italiana o quantomeno una direzione?

Se ci fosse una reale direzione, forse la vedremmo tutti. Il mercato è asfittico, l’impressione generale è che si navighi a vista. Ci sono dei generi che sono stati spremuti così tanto da essere ormai giunti alla fine. Bisognerebbe sperimentare ma non tutti ne hanno il coraggio.

Come lavorate sul testo?

Dopo una prima valutazione cominciamo a lavorare con l’autore discutendo dei punti di forza e dei punti deboli del testo per poi operare, sempre a stretto contatto con l’autore, un editing meticoloso che porti il testo alla migliore forma possibile. È molto importante che il testo sia lavorato con puntigliosità per prepararlo alla presentazione ad agenti o editori i quali, fin dalle prime pagine, devono accorgersi di avere fra le mani un testo valido.

L’editing che operate è massivo o più di livello “piuma”?

Naturalmente questo dipende dal testo. Abbiamo diviso principalmente le nostre tipologie di editing in tre: “piuma”, “medio”, “massimo”, prendendo evidentemente spunto dalle categorie della boxe perché, proprio come fanno gli allenatori dei pugili, dobbiamo costruire su misura per gli autori l’allenamento migliore per loro e per i loro scritti.

Quali sono le aspettative degli esordienti?

Difficile rispondere a questa domanda perché i fattori sono molteplici. Certo se si parte già con un testo forte e ben fatto le possibilità di trovare un agente e un editore sono più alte e dunque vale sempre la pena lavorare sui propri scritti coadiuvati da un professionista della scrittura. Poi molto dipende dalla promozione, dalla critica, dai lettori, da come si presenta l’autore che oggi non è più solo quello che si nasconde dietro ai suoi libri ma che, sempre più spesso, diventa un personaggio pubblico. Per questo, per esempio, è importante avere ufficio stampa e pr dedicato.

Lasciamo la parola a Mariano Sabatini, autore de “L’inganno dell’ippocastano” (Adriano Salani Editore, 2016, vincitore del Premio Flaiano e del Premio Mariano Romiti opera prima 2017, presto tradotto in Francia per Actes Sud) e di “Primo venne Caino” (Adriano Salani Editore, 2018, vincitore del Premio Internazionale di Letteratura Città di Como 2018 e del Premio Logos Cultura Milano International 2018) che tra l’altro si occupa di cultura, costume, spettacoli e società in radio e in televisione (ricordiamo ai lettori che è stato autore di programmi televisivi come quelli dell’indimenticabile anche se non troppo ricordato Luciano Rispoli):

“Da qualche mese come Agenzia ci occupiamo in via quasi privilegiata del lancio massivo di quello che finora è stato un grande produttore della cosiddetta ludattica, ovvero giochi intelligenti, testi interattivi e libri per bambini che sono vere opere d’arte, e penso in particolare alla collana “I leoni d’oro” che ripropone i classici meno noti della letteratura mondiale per ragazzi, sontuosamente illustrati. L’editore in questione è Lisciani di Teramo, che nei prossimi mesi lancerà a livello nazionale nuove collane di genere crime e young adult, non soltanto per minori, anche se la vocazione rimane quella. Per Lisciani cureremo traduzioni letterarie, editing e comunicazione, oltre alla lettura e all’individuazione di autori adatti alla pubblicazione. In particolare, per la mia venticinquennale esperienza giornalistica, io mi applicherò ai rapporti con la stampa: radio, tv, giornali, blog, eccetera. Perché, con l’affollamento di titoli in uscita ogni mese, la vera sfida per autori ed editori è davvero sulla visibilità, che garantisce una maggiore permanenza sugli scaffali più ambiti delle librerie. Per Lisciani, come per gli autori che si rivolgono a noi, cercheremo di vincere la sfida”.

 

Il primo incontro con la nostra Maria Lucia Riccioli sull’epistolario della scrittrice. Nei successivi si spazierà dalla musica alla danza, dall’educazione all’etichetta, viaggi…

 

La Civetta di Minerva, 9 febbraio 2019

La fama di Jane Austen, scrittrice inglese vissuta tra il 1775 e il 1817, sembra essere imperitura: non si contano ormai gli adattamenti teatrali e cinematografici dei suoi romanzi o i biopic sulla sua vita; graphic novelfan fiction, fumetti e riviste legate al mondo Regency (l’epoca della Reggenza in cui visse e operò l’autrice), siti Internet, festival come quello di Bath, pagine Facebook e account Twitter e Instagram pullulano di richiami al modo di vestire, di parlare, di mangiare danzare corteggiare evocato da “Orgoglio e pregiudizio”, “Ragione e sentimento”, “Emma”, “Mansfield Park”, “L’abbazia di Northanger” e “Persuasione”, oltre che dagli scritti minori e giovanili della Austen e dell’epistolario.

Già, le lettere. Proprio dalle lettere di Jane Austen parte la nuova avventura della Libreria Fenice: dare il via al primo Club di Jane Austen a Catania (ricordiamo, tra l’altro, che Karen Joy Fowlet ha scritto un fortunato romanzo trasposto sul grande schermo intitolato proprio “The Jane Austen Book Club”). Il 12 febbraio, infatti, alle ore 18, la Libreria di Alfredo Polizzano (che nella sua libreria dall’aria vintage e steampunk organizza e ospita presentazioni letterarie, incontri di poesia, trasmissioni radiofoniche, letture in lingua inglese guidate da Antonio Famà, appuntamenti dedicati alla lettura dei classici accompagnati da biscotti e tè come nei salotti d’antan) ospiterà il primo incontro dedicato ad approfondire non solo le opere della grande scrittrice inglese ma anche il suo mondo. Gli appuntamenti dedicati alla Austen saranno caratterizzati, di volta in volta, da un tema: dalla musica alla danza, dall’educazione all’etichetta, dalla storia alla politica, dalla società ai viaggi.

Ospite e guida sul tema dell’epistolario sarà la scrittrice e docente, nonché appassionata di Jane Austen, Maria Lucia Riccioli, che sull’autrice inglese ha scritto alcuni racconti e recensioni e che insieme alla pianista Donatella Motta ha ideato e portato in scena un recital sulla Austen rappresentato presso la Biblioteca comunale di Canicattini Bagni (SR) e presso il Cineteatro Italia di Sortino (SR), grazie all’interessamento appassionato delle bibliotecarie Paola Cappè (tra l’altro presidente dell’ABI Sicilia, l’associazione che riunisce i bibliotecari italiani) e Maria Sequenzia e all’impegno del I Istituto comprensivo di Sortino, il “G.M. Columba”).

L’incontro del 12 febbraio avrà quindi per tema le lettere. Partendo dalla corrispondenza della Austen scopriremo come funzionava la corrispondenza nella sua epoca, e quanto fosse differente dalla nostra idea di “lettera”. Indagheremo come tra pagine dedicate a balli e mise, cugini, fratelli, nipoti, corteggiatori, piatti da cucinare e fastidi domestici, la Austen riveli sempre la propria vena ironica e la propria penna di disegnatrice di caratteri e come riesca a manifestare la propria idea di scrittura.

Preparate carta penna e calamaio: si parte!

Ne scrivono giornali nazionali e quotati critici. C’è in questo figlio di Ortigia, pittore autodidatta e uomo semplice, un frammento dell’anima di questa città

 

La Civetta di Minerva, 9 febbraio 2019

Riconoscibilissimo ormai il suo stile: barche e cavallini rossi e quelle pennellate dai colori vivaci e netti richiamano ormai il nome di Salvatore Accolla. Tra l’altro, da qualche mese anche le barriere new jersey che fanno parte integrante dell’arredo urbano di Ortigia sono diventate delle vere e proprie opere d’arte grazie ai pennelli dell’artista.

Classe 1946, il Ligabue di Siracusa (al pittore ormai definito espressionista, superata l’iniziale etichetta di naïf, lo accomunano le sofferenze e le fragilità psichiche oltre che l’arte) che ama Gauguin e Van Gogh, proviene da una famiglia di pescatori e sono proprio le atmosfere del mare di Ortigia, filtrate dalla sua sensibilità, le protagoniste delle sue opere.

L’interesse di un giornalista de Il Fatto Quotidiano, di Exibart, della critica veronese Daniela Rosi, curatrice internazionale di Arte Irregolare che lo seleziona per la sua prima grande mostra torinese a Palazzo Barolo, “Fuori Serie” e l’impegno del gallerista Benedetto Speranza (invitiamo i nostri lettori a visitare Artigia, l’atelier di via Resalibera, oltre che il sito http://www.artigia.eu), che lo fa conoscere e lo sostiene, hanno fatto sì che Accolla abbia superato l’ambito locale (i nostri Concetto Gilè e il compianto Corrado Brancato, oltre che Salvo Sequenzia e Antonio Randazzo, tra gli altri, gli hanno dato spazio e attenzione critica) e soprattutto abbia travalicato lo stigma socio-culturale che colpì anche “Al Matt” Ligabue: è stato realizzato un docufilm sulla sua vita e la sua pittura intitolato “ACCOLLA (e il cavallino rosso a Siracusa)”. Regista ne è Paolo Boriani (al suo settimo film, dopo “Faccia Gialla”, il primo film con e su Roberto Saviano e l’ultimo videoclip di Vinicio Capossela, “La bestia nel grano”), che lo ha anche prodotto insieme a K-ROCK Film Studio. Il 30 novembre il film è stato presentato ai “Frigoriferi Milanesi” con Marina Mander e Fabio Santopietro a condurre un dibattito dopo la proiezione, mentre il 6 febbraio scorso il film è stato presentato in anteprima presso il Cineteatro Aurora di Belvedere; i primi 44 acquirenti hanno ricevuto in omaggio una locandina del docufilm con un’opera del maestro Accolla sul retro che rappresenta due colombe.

I vicoli di Ortigia, i volti geometrici cristallizzati in un grido, i tratti metafisici, la firma che fa tutt’uno con l’opera fanno dei dipinti di Accolla un qualcosa in più rispetto alle opere comprate a pochi euro per arredare uno studio o le pareti di un corridoio o per fare da souvenir dopo una visita distratta alle bellezze di Siracusa: se è vero che lo Spirito soffia dove vuole, in questo figlio di Ortigia, pittore autodidatta e uomo semplice è possibile trovare un frammento dell’anima di Siracusa.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3588:la-libreria-fenice-di-catania-da-il-via-al-club-jane-austen&catid=17&Itemid=143

 

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3538:u-nannu-randazzo-narra-i-suoi-cunti-alle-nuove-generazioni&catid=17&Itemid=143

In “Cumeddia siracusana” in siciliano parlato, anzi parlatissimol’autore – già carabiniere, artista poliedrico, benefattore, cultore delle antiche memorie, ripercorre storie e luoghi

 

La Civetta di Minerva, 26 gennaio 2019

Il siracusano che si trovasse a passare per la via Agostino Scilla, all’altezza del civico 29 troverebbe un’associazione culturale del tutto sui generis, ovvero il Cenacolo della siracusanità, un luogo del tutto scevro di intellettualismi, dove non sono necessarie tessere o bandiere di qualsivoglia colore ma il desiderio di incontrarsi e parlare di tutto e di niente. Anima ne è Antonio Randazzo, “una vita per fare, vivere volendo e dire facendo”, secondo le sue stesse parole: figlio di Ortigia, “ ‘u scogghiu” di Siracusa, carabiniere in pensione (tra l’altro ha ricevuto varie benemerenze come quella di “Angelo del fango” in occasione del servizio prestato durante l’alluvione di Firenze del 1966), artista del legno (notevoli le sue sculture, che sarebbe disposto a donare al Comune di Siracusa qualora trovassero degna collocazione; ricordiamo i suoi lavori per la Parrocchia di Bosco Minniti di Siracusa, tanto per citarne alcuni), gestisce un sito documentatissimo, imprescindibile per chi desideri immergersi nelle memorie siracusane, nella storia e archeologia del nostro territorio, nelle nostre radici etniche e antropologiche: www.antoniorandazzo.it è una miniera di testi immagini curiosità.

Insieme ad Ermanno Adorno si è fatto promotore di una lodevole iniziativa per il recupero della lapide commemorativa del sisma del 1693 e datata 1696, sita in via Cavour; le sue opere editoriali non hanno mai fine di lucro ma il ricavato della loro vendita viene sempre destinato a fini benefici, come nel caso di “Cumeddia siracusana – I cunti ro nannu”, presentato nell’ottobre scorso presso l’Urban center (ci ripromettiamo di dedicare un pezzo anche alla meritoria traduzione del saggio di Hans-Peter Drögemuller “Siracusa – Storia e topografia di una città greca”).

Tornando a “Cumeddia siracusana”, scritto in un siciliano parlato, parlatissimo, riprodotto il più possibile foneticamente, Randazzo si lascia andare alle memorie personali e familiari, alla nostalgia per una Siracusa d’antan, più povera materialmente ma forse più ricca umanamente e culturalmente in senso lato: alla perdita del senso del tempo e delle sue stratificazioni, tipica delle generazioni “liquide”, diremmo con Bauman, che non sanno collocare diacronicamente la propria presenza, il proprio stare, ri-manere in un luogo così denso di cultura e Storia oltre che di storie (quelle dei singoli individui, delle corporazioni, delle classi sociali…) come Siracusa, Randazzo oppone il suo personale esercizio di memoria.

Così sfilano davanti ai nostri occhi le ferite della Siracusa bombardata durante l’ultima guerra, Ortigia e i suoi rioni, la via Gargallo con i suoi cuttigghi e le sue putìe, il salotto buono della città, il porto, le trattorie e i caffè – con le loro connotazioni sociali, il dialetto a contrappuntare la lingua, i colori i profumi i sapori, la musica e i balli, le feste di quartiere, la fede popolare vissuta tra processioni, messe e culto delle cone

I fatti di cronaca e le partite del Siracusa si mescolano ai coriandoli del “festivallu”, alle tragedie dell’INDA, alle corse del circuito, agli stabilimenti balneari, al miracolo del 1953 e a quello economico che sconvolse il sistema produttivo e urbanistico oltre che l’intero tessuto culturale e sociale della città, alle notazioni sapide su moralità e valori.

Non mancano i riferimenti all’antico passato di Siracusa, costantemente raffrontato al presente che ha spesso tradito la grandezza delle memorie.

“’U nannu” Randazzo narra i suoi “cunti” alle nuove generazioni, immemori e smemorate, rievocando, rammentando, ricucendo gli strappi nella tela del tempo: “Purtroppu a Sarausa, ma nun sulu, ni manca ‘a memoria, o na ma scuddatu ‘u passatu”.

Il volume si chiude con un utile glossario siracusano: giorno 17 gennaio è stata celebrata la Giornata nazionale del dialetto e ci sembra doveroso divulgare storie e opere che valorizzino le nostre radici anche linguistiche.

C’è troppo freddo, niente wi-fi, ascensore guasto, orari di apertura inadeguati per studenti. L’Urban Center (ex sala Randone) di via Nino Bixio potrebbe esserne il prolungamento

 

La Civetta di Minerva, 12 gennaio 2019

“Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”. Così scriveva Marguerite Yourcenar in “Memorie di Adriano”.

L’inverno però, oltre ad essere una stagione dello spirito, lo è innanzitutto in senso meteorologico e la nostra Biblioteca comunale di via dei Santi Coronati – che, ricordiamo ai nostri lettori, venne costituita nel 1867 con il materiale librario delle congregazioni religiose soppresse, arricchito poi con le raccolte dell’ex Gabinetto di storia letteraria e del Consiglio agrario, oltre che con donazioni (Fondo Gubernale e Carpinteri-Rio), lasciti e acquisti; custodisce una notevole raccolta di manoscritti sul Risorgimento come le lettere del Pancali, di Emanuele Giaracà e di Luigi Greco Cassia, i Privilegi e diplomi di Siracusa e “Le consuetudini di Siracusa” di G. Perno (1429), incunaboli, cinquecentine e volumi in pergamena del 1600 e del 1700 – patisce anche il freddo della stagione: personale ed utenti non possono contare sul riscaldamento.

Altri non meno gravi motivi di disagio sono l’ascensore guasto da mesi – pensiamo alle difficoltà per i visitatori anziani o diversamente abili, che dovrebbero essere portati su a braccia – e la mancanza del collegamento wi-fi, che risulta oggi necessario sia per le ricerche in rete che per attirare la fascia dei lettori più giovani (suggeriamo anche che sarebbe auspicabile modificare l’orario di apertura della biblioteca per permetterne la fruizione agli studenti, cui non possono bastare le poche ore delle due aperture pomeridiane settimanali).

Speriamo nella sensibilità della nostra amministrazione per favorire le attività della biblioteca, che comunque offre oltre al servizio del prestito librario quello del prestito digitale (Mlol), di cui ci siamo occupati in un precedente articolo (http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2993:nelle-biblioteche-siracusane-avviato-il-prestito-digitale&catid=17:cultura&Itemid=143), letture animate, presentazioni letterarie e laboratori di varie tipologie tenuti da volontari che credono nel valore della conoscenza e del fare insieme.

L’Urban center (ex sala Randone) di via Nino Bixio (che ha recentemente ospitato, tra l’altro, l’incontro con Catena Fiorello e il Festival dell’educazione, sulle orme di Pino Pennisi) potrà essere sempre di più il prolungamento della biblioteca comunale fuori dall’isola di Ortigia; pensando al nucleo originario della biblioteca; ricordiamo che a dicembre è stata inaugurata la storica sede della Biblioteca Comunale di Siracusa in via San Pietro in Ortigia dopo un accurato lavoro di ristrutturazione per ospitare il Fondo antico, recentemente restaurato: si auspica che il fondo sia presto fruibile nuovamente da parte di studiosi, visitatori e studenti.

 

 

 

 

LA CIVETTA DI MINERVA del 23 marzo 2019

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In edicola il nuovo numero de LA CIVETTA DI MINERVA!

Ecco la locandina…

Caro lettore,

Il quindicinale La Civetta di Minerva è impegnato nella difesa dell’ambiente e del territorio, dei diritti civili, della legalità, dello sviluppo economico ecosostenibile, di una società inclusiva e solidale.

Editore del giornale è l’Associazione Culturale Minerva autofinanziata dai giornalisti e da alcuni soci, tutti insieme impegnati a sostenere una sfida coraggiosa e difficilissima, soprattutto in una provincia come la nostra dove è difficile poter affermare le proprie idee senza alcun timore, a dare la parola a chi non ce l’ha e pubblicare inchieste e notizie che non si trovano sui giornali di maggiore diffusione.

Oggi il giornale si trova in grave crisi economica e l’autosostentamento tra soci e giornalisti non basta più. Ritorniamo in edicola, dopo la pausa estiva, ma non sappiamo garantire per quanto tempo ancora. Chiediamo, pertanto, a quanti apprezzano il nostro modo di fare informazione di aiutarci. L’appello è rivolto sia alle Associazioni ai Movimenti di impegno sociale e civile (ai quali ci offriamo come loro voce e sicuro alleato) sia alle singole individualità che apprezzano il nostro lavoro e ci trovano in edicola. A tutti chiediamo di sottoscrivere un abbonamento annuale (Sostenitore, di almeno 50 euro oppure Ordinario di 25 euro). In cambio promettiamo il nostro rinnovato impegno di cronisti scrupolosi e intellettualmente onesti e l’attenzione verso le loro istanze insieme al piccolo privilegio di poter ricevere il giornale per posta, direttamente a casa, invece di ritirarlo in edicola. Ci rivolgiamo inoltre agli operatori economici, a chi gestisce un’attività commerciale: siamo disponibili ad offrire spazi pubblicitari e redazionali a prezzi veramente contenuti.

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Franco Oddo

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In “La duchessa di Leyra” sfilano dinanzi al lettore navi e briganti, soldati e Savoia, Borboni e dame, con scene ricche di dialoghi

 

La Civetta di Minerva, 23 febbraio 2019

De “La duchessa di Leyra” (che come titolo alternativo aveva quello di “La duchessa delle Gargantas”),romanzo incompleto di Giovanni Verga, ci rimangono il primo capitolo e un brevissimo frammento del secondo pubblicati entrambi nel 1922 a cura di Federico De Roberto, che insieme a Capuana appartenne come Verga alla corrente del Verismo.

Terzo romanzo del cosiddetto “ciclo dei vinti” (“I Malavoglia”, “Mastro-don Gesualdo”, “La duchessa di Leyra”, “L’onorevole Scipioni” e “L’uomo di lusso”), incompiuto come gli ultimi due per varie ragioni (era ormai l’epoca dei Fogazzaro e dei d’Annunzio, il verismo come metodo probabilmente non avrebbe funzionato con storie ambientate negli ambienti nobiliari e alto-borghesi, beghe familiari e questioni editoriali lo avevano amareggiato, quindi Verga si chiuse in un più che ventennale silenzio prima di spegnersi nella casa di via Sant’Anna a Catania), ha come protagonista Isabella Motta-Trao, figlia di Gesualdo Motta e di Bianca Trao, che aveva sposato il duca di Leyra dopo una contrastata relazione col cugino Corrado La Gurna (indimenticabili i passi del “Mastro” che vedono nascere l’idillio tra i giovani, condito da musica e poesia come in tante altre storie d’amore ottocentesche).

Con un certo coraggio, Roberto Disma si è proposto di completare il ciclo dei vinti, gli sconfitti dall’onda delle “magnifiche sorti e progressive” che annegano i pescatori di Trezza come i politici senza scrupoli e immense ambizioni: il giovane attore e autore siracusano, che ha fondato e dirige “Teatro alla lettera”, prima compagnia teatrale universitaria professionista della Sicilia e del Sud Italia, con il romanzo “La duchessa di Leyra” ha vinto l’undicesima edizione del premio “Angelo Musco” (sezione narrativa inedita, con menzione speciale dalla sezione narrativa giovani); riprendendo i fatti di Bronte e l’eccidio di Fantina, ripigliando le fila degli intrecci amorosi e politici che hanno costituito la microstoria e macrostoria del nostro Risorgimento, Disma – che ha pubblicato il romanzo per i tipi di A&B editrice – fa muovere i personaggi verghiani fra le taverne catanesi e il porto di Palermo, fra i salotti che sventagliano ipocrisie e pettegolezzi e la dimora del barone Pancali… sfilano davanti agli occhi del lettore navi e briganti, soldati e Savoia, Borboni e dame, descritti in una lingua che in qualche passo conserva la patina di quella verghiana, ricca di dialoghi, con scene dal taglio veloce.

Oggi più che mai, tra smanie neoborboniche e rigurgiti di nazionalismo – sovranismo è solo lo pseudonimo moderno di un atteggiamento secolare – è utile rileggere la Storia e le storie della nascita della nostra nazione e può esserlo anche ripensare alla penna di Verga attraverso il computer di un autore contemporaneo.

Intervista a Giada Trebeschi e Mariano Sabatini (Agenzia letteraria Maieutica): “Gli agenti fin dalle prime pagine devono accorgersi di avere fra le mani un buon prodotto”

 

La Civetta di Minerva, 23 febbraio 2019

Il “mercato” editoriale – eh sì, perché purtroppo il libro, oltre ad essere oggetto e strumento per fare arte e cultura,medium per eccellenza, è anche una merce – prevede, oltre all’autore e all’editore, al libraio o al bibliotecario, molte figure intermedie come l’editor e l’agente editoriale. Diverse agenzie sorgono proprio per offrire agli scrittori esordienti servizi come l’editing del loro testo o l’intermediazione per piazzare il libro presso una casa editrice. Ne parliamo con Mariano Sabatini (giornalista e scrittore, quindi esperto di comunicazione) e Giada Trebeschi (scrittrice, saggista e interprete, che cura le traduzioni letterarie), che insieme a Divier Nelli (scrittore, consulente editoriale, insegnante di narrazione, dal 2015 editor esterno per la Tea, che si occupa dell’editing) hanno fondato l’agenzia letteraria Maieutica.

Poniamo qualche domanda a Giada Trebeschi.

Quali tipi di autori vi contattano?

Sono molti gli autori che richiedono i nostri servizi, autori noti ed esordienti, autori di genere e non, saggisti e romanzieri. Ci richiedono una consulenza maieutica che li aiuti a ottenere il meglio dal loro scritto ma non solo. Fornendo anche un ufficio stampa dedicato, in molti, dopo aver lavorato sul testo e trovato un editore, restano con noi per affiancarli nella promozione, importantissima soprattutto nei primi mesi dall’uscita del libro.

I generi che praticano rispecchiano il main stream o vi trovate di fronte a diversi tipi di testo?

Ci arrivano testi di vari generi, non necessariamente incasellabili nelle tipologie di main stream. Riceviamo romanzi e anche saggistica, al momento non ci occupiamo di poesia.

Riuscite a intravedere una linea di sviluppo della narrativa italiana o quantomeno una direzione?

Se ci fosse una reale direzione, forse la vedremmo tutti. Il mercato è asfittico, l’impressione generale è che si navighi a vista. Ci sono dei generi che sono stati spremuti così tanto da essere ormai giunti alla fine. Bisognerebbe sperimentare ma non tutti ne hanno il coraggio.

Come lavorate sul testo?

Dopo una prima valutazione cominciamo a lavorare con l’autore discutendo dei punti di forza e dei punti deboli del testo per poi operare, sempre a stretto contatto con l’autore, un editing meticoloso che porti il testo alla migliore forma possibile. È molto importante che il testo sia lavorato con puntigliosità per prepararlo alla presentazione ad agenti o editori i quali, fin dalle prime pagine, devono accorgersi di avere fra le mani un testo valido.

L’editing che operate è massivo o più di livello “piuma”?

Naturalmente questo dipende dal testo. Abbiamo diviso principalmente le nostre tipologie di editing in tre: “piuma”, “medio”, “massimo”, prendendo evidentemente spunto dalle categorie della boxe perché, proprio come fanno gli allenatori dei pugili, dobbiamo costruire su misura per gli autori l’allenamento migliore per loro e per i loro scritti.

Quali sono le aspettative degli esordienti?

Difficile rispondere a questa domanda perché i fattori sono molteplici. Certo se si parte già con un testo forte e ben fatto le possibilità di trovare un agente e un editore sono più alte e dunque vale sempre la pena lavorare sui propri scritti coadiuvati da un professionista della scrittura. Poi molto dipende dalla promozione, dalla critica, dai lettori, da come si presenta l’autore che oggi non è più solo quello che si nasconde dietro ai suoi libri ma che, sempre più spesso, diventa un personaggio pubblico. Per questo, per esempio, è importante avere ufficio stampa e pr dedicato.

Lasciamo la parola a Mariano Sabatini, autore de “L’inganno dell’ippocastano” (Adriano Salani Editore, 2016, vincitore del Premio Flaiano e del Premio Mariano Romiti opera prima 2017, presto tradotto in Francia per Actes Sud) e di “Primo venne Caino” (Adriano Salani Editore, 2018, vincitore del Premio Internazionale di Letteratura Città di Como 2018 e del Premio Logos Cultura Milano International 2018) che tra l’altro si occupa di cultura, costume, spettacoli e società in radio e in televisione (ricordiamo ai lettori che è stato autore di programmi televisivi come quelli dell’indimenticabile anche se non troppo ricordato Luciano Rispoli):

“Da qualche mese come Agenzia ci occupiamo in via quasi privilegiata del lancio massivo di quello che finora è stato un grande produttore della cosiddetta ludattica, ovvero giochi intelligenti, testi interattivi e libri per bambini che sono vere opere d’arte, e penso in particolare alla collana “I leoni d’oro” che ripropone i classici meno noti della letteratura mondiale per ragazzi, sontuosamente illustrati. L’editore in questione è Lisciani di Teramo, che nei prossimi mesi lancerà a livello nazionale nuove collane di genere crime e young adult, non soltanto per minori, anche se la vocazione rimane quella. Per Lisciani cureremo traduzioni letterarie, editing e comunicazione, oltre alla lettura e all’individuazione di autori adatti alla pubblicazione. In particolare, per la mia venticinquennale esperienza giornalistica, io mi applicherò ai rapporti con la stampa: radio, tv, giornali, blog, eccetera. Perché, con l’affollamento di titoli in uscita ogni mese, la vera sfida per autori ed editori è davvero sulla visibilità, che garantisce una maggiore permanenza sugli scaffali più ambiti delle librerie. Per Lisciani, come per gli autori che si rivolgono a noi, cercheremo di vincere la sfida”.

 

Il primo incontro con la nostra Maria Lucia Riccioli sull’epistolario della scrittrice. Nei successivi si spazierà dalla musica alla danza, dall’educazione all’etichetta, viaggi…

 

La Civetta di Minerva, 9 febbraio 2019

La fama di Jane Austen, scrittrice inglese vissuta tra il 1775 e il 1817, sembra essere imperitura: non si contano ormai gli adattamenti teatrali e cinematografici dei suoi romanzi o i biopic sulla sua vita; graphic novelfan fiction, fumetti e riviste legate al mondo Regency (l’epoca della Reggenza in cui visse e operò l’autrice), siti Internet, festival come quello di Bath, pagine Facebook e account Twitter e Instagram pullulano di richiami al modo di vestire, di parlare, di mangiare danzare corteggiare evocato da “Orgoglio e pregiudizio”, “Ragione e sentimento”, “Emma”, “Mansfield Park”, “L’abbazia di Northanger” e “Persuasione”, oltre che dagli scritti minori e giovanili della Austen e dell’epistolario.

Già, le lettere. Proprio dalle lettere di Jane Austen parte la nuova avventura della Libreria Fenice: dare il via al primo Club di Jane Austen a Catania (ricordiamo, tra l’altro, che Karen Joy Fowlet ha scritto un fortunato romanzo trasposto sul grande schermo intitolato proprio “The Jane Austen Book Club”). Il 12 febbraio, infatti, alle ore 18, la Libreria di Alfredo Polizzano (che nella sua libreria dall’aria vintage e steampunk organizza e ospita presentazioni letterarie, incontri di poesia, trasmissioni radiofoniche, letture in lingua inglese guidate da Antonio Famà, appuntamenti dedicati alla lettura dei classici accompagnati da biscotti e tè come nei salotti d’antan) ospiterà il primo incontro dedicato ad approfondire non solo le opere della grande scrittrice inglese ma anche il suo mondo. Gli appuntamenti dedicati alla Austen saranno caratterizzati, di volta in volta, da un tema: dalla musica alla danza, dall’educazione all’etichetta, dalla storia alla politica, dalla società ai viaggi.

Ospite e guida sul tema dell’epistolario sarà la scrittrice e docente, nonché appassionata di Jane Austen, Maria Lucia Riccioli, che sull’autrice inglese ha scritto alcuni racconti e recensioni e che insieme alla pianista Donatella Motta ha ideato e portato in scena un recital sulla Austen rappresentato presso la Biblioteca comunale di Canicattini Bagni (SR) e presso il Cineteatro Italia di Sortino (SR), grazie all’interessamento appassionato delle bibliotecarie Paola Cappè (tra l’altro presidente dell’ABI Sicilia, l’associazione che riunisce i bibliotecari italiani) e Maria Sequenzia e all’impegno del I Istituto comprensivo di Sortino, il “G.M. Columba”).

L’incontro del 12 febbraio avrà quindi per tema le lettere. Partendo dalla corrispondenza della Austen scopriremo come funzionava la corrispondenza nella sua epoca, e quanto fosse differente dalla nostra idea di “lettera”. Indagheremo come tra pagine dedicate a balli e mise, cugini, fratelli, nipoti, corteggiatori, piatti da cucinare e fastidi domestici, la Austen riveli sempre la propria vena ironica e la propria penna di disegnatrice di caratteri e come riesca a manifestare la propria idea di scrittura.

Preparate carta penna e calamaio: si parte!

Ne scrivono giornali nazionali e quotati critici. C’è in questo figlio di Ortigia, pittore autodidatta e uomo semplice, un frammento dell’anima di questa città

 

La Civetta di Minerva, 9 febbraio 2019

Riconoscibilissimo ormai il suo stile: barche e cavallini rossi e quelle pennellate dai colori vivaci e netti richiamano ormai il nome di Salvatore Accolla. Tra l’altro, da qualche mese anche le barriere new jersey che fanno parte integrante dell’arredo urbano di Ortigia sono diventate delle vere e proprie opere d’arte grazie ai pennelli dell’artista.

Classe 1946, il Ligabue di Siracusa (al pittore ormai definito espressionista, superata l’iniziale etichetta di naïf, lo accomunano le sofferenze e le fragilità psichiche oltre che l’arte) che ama Gauguin e Van Gogh, proviene da una famiglia di pescatori e sono proprio le atmosfere del mare di Ortigia, filtrate dalla sua sensibilità, le protagoniste delle sue opere.

L’interesse di un giornalista de Il Fatto Quotidiano, di Exibart, della critica veronese Daniela Rosi, curatrice internazionale di Arte Irregolare che lo seleziona per la sua prima grande mostra torinese a Palazzo Barolo, “Fuori Serie” e l’impegno del gallerista Benedetto Speranza (invitiamo i nostri lettori a visitare Artigia, l’atelier di via Resalibera, oltre che il sito http://www.artigia.eu), che lo fa conoscere e lo sostiene, hanno fatto sì che Accolla abbia superato l’ambito locale (i nostri Concetto Gilè e il compianto Corrado Brancato, oltre che Salvo Sequenzia e Antonio Randazzo, tra gli altri, gli hanno dato spazio e attenzione critica) e soprattutto abbia travalicato lo stigma socio-culturale che colpì anche “Al Matt” Ligabue: è stato realizzato un docufilm sulla sua vita e la sua pittura intitolato “ACCOLLA (e il cavallino rosso a Siracusa)”. Regista ne è Paolo Boriani (al suo settimo film, dopo “Faccia Gialla”, il primo film con e su Roberto Saviano e l’ultimo videoclip di Vinicio Capossela, “La bestia nel grano”), che lo ha anche prodotto insieme a K-ROCK Film Studio. Il 30 novembre il film è stato presentato ai “Frigoriferi Milanesi” con Marina Mander e Fabio Santopietro a condurre un dibattito dopo la proiezione, mentre il 6 febbraio scorso il film è stato presentato in anteprima presso il Cineteatro Aurora di Belvedere; i primi 44 acquirenti hanno ricevuto in omaggio una locandina del docufilm con un’opera del maestro Accolla sul retro che rappresenta due colombe.

I vicoli di Ortigia, i volti geometrici cristallizzati in un grido, i tratti metafisici, la firma che fa tutt’uno con l’opera fanno dei dipinti di Accolla un qualcosa in più rispetto alle opere comprate a pochi euro per arredare uno studio o le pareti di un corridoio o per fare da souvenir dopo una visita distratta alle bellezze di Siracusa: se è vero che lo Spirito soffia dove vuole, in questo figlio di Ortigia, pittore autodidatta e uomo semplice è possibile trovare un frammento dell’anima di Siracusa.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3588:la-libreria-fenice-di-catania-da-il-via-al-club-jane-austen&catid=17&Itemid=143

 

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3538:u-nannu-randazzo-narra-i-suoi-cunti-alle-nuove-generazioni&catid=17&Itemid=143

In “Cumeddia siracusana” in siciliano parlato, anzi parlatissimol’autore – già carabiniere, artista poliedrico, benefattore, cultore delle antiche memorie, ripercorre storie e luoghi

 

La Civetta di Minerva, 26 gennaio 2019

Il siracusano che si trovasse a passare per la via Agostino Scilla, all’altezza del civico 29 troverebbe un’associazione culturale del tutto sui generis, ovvero il Cenacolo della siracusanità, un luogo del tutto scevro di intellettualismi, dove non sono necessarie tessere o bandiere di qualsivoglia colore ma il desiderio di incontrarsi e parlare di tutto e di niente. Anima ne è Antonio Randazzo, “una vita per fare, vivere volendo e dire facendo”, secondo le sue stesse parole: figlio di Ortigia, “ ‘u scogghiu” di Siracusa, carabiniere in pensione (tra l’altro ha ricevuto varie benemerenze come quella di “Angelo del fango” in occasione del servizio prestato durante l’alluvione di Firenze del 1966), artista del legno (notevoli le sue sculture, che sarebbe disposto a donare al Comune di Siracusa qualora trovassero degna collocazione; ricordiamo i suoi lavori per la Parrocchia di Bosco Minniti di Siracusa, tanto per citarne alcuni), gestisce un sito documentatissimo, imprescindibile per chi desideri immergersi nelle memorie siracusane, nella storia e archeologia del nostro territorio, nelle nostre radici etniche e antropologiche: www.antoniorandazzo.it è una miniera di testi immagini curiosità.

Insieme ad Ermanno Adorno si è fatto promotore di una lodevole iniziativa per il recupero della lapide commemorativa del sisma del 1693 e datata 1696, sita in via Cavour; le sue opere editoriali non hanno mai fine di lucro ma il ricavato della loro vendita viene sempre destinato a fini benefici, come nel caso di “Cumeddia siracusana – I cunti ro nannu”, presentato nell’ottobre scorso presso l’Urban center (ci ripromettiamo di dedicare un pezzo anche alla meritoria traduzione del saggio di Hans-Peter Drögemuller “Siracusa – Storia e topografia di una città greca”).

Tornando a “Cumeddia siracusana”, scritto in un siciliano parlato, parlatissimo, riprodotto il più possibile foneticamente, Randazzo si lascia andare alle memorie personali e familiari, alla nostalgia per una Siracusa d’antan, più povera materialmente ma forse più ricca umanamente e culturalmente in senso lato: alla perdita del senso del tempo e delle sue stratificazioni, tipica delle generazioni “liquide”, diremmo con Bauman, che non sanno collocare diacronicamente la propria presenza, il proprio stare, ri-manere in un luogo così denso di cultura e Storia oltre che di storie (quelle dei singoli individui, delle corporazioni, delle classi sociali…) come Siracusa, Randazzo oppone il suo personale esercizio di memoria.

Così sfilano davanti ai nostri occhi le ferite della Siracusa bombardata durante l’ultima guerra, Ortigia e i suoi rioni, la via Gargallo con i suoi cuttigghi e le sue putìe, il salotto buono della città, il porto, le trattorie e i caffè – con le loro connotazioni sociali, il dialetto a contrappuntare la lingua, i colori i profumi i sapori, la musica e i balli, le feste di quartiere, la fede popolare vissuta tra processioni, messe e culto delle cone

I fatti di cronaca e le partite del Siracusa si mescolano ai coriandoli del “festivallu”, alle tragedie dell’INDA, alle corse del circuito, agli stabilimenti balneari, al miracolo del 1953 e a quello economico che sconvolse il sistema produttivo e urbanistico oltre che l’intero tessuto culturale e sociale della città, alle notazioni sapide su moralità e valori.

Non mancano i riferimenti all’antico passato di Siracusa, costantemente raffrontato al presente che ha spesso tradito la grandezza delle memorie.

“’U nannu” Randazzo narra i suoi “cunti” alle nuove generazioni, immemori e smemorate, rievocando, rammentando, ricucendo gli strappi nella tela del tempo: “Purtroppu a Sarausa, ma nun sulu, ni manca ‘a memoria, o na ma scuddatu ‘u passatu”.

Il volume si chiude con un utile glossario siracusano: giorno 17 gennaio è stata celebrata la Giornata nazionale del dialetto e ci sembra doveroso divulgare storie e opere che valorizzino le nostre radici anche linguistiche.

C’è troppo freddo, niente wi-fi, ascensore guasto, orari di apertura inadeguati per studenti. L’Urban Center (ex sala Randone) di via Nino Bixio potrebbe esserne il prolungamento

 

La Civetta di Minerva, 12 gennaio 2019

“Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”. Così scriveva Marguerite Yourcenar in “Memorie di Adriano”.

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In “La duchessa di Leyra” sfilano dinanzi al lettore navi e briganti, soldati e Savoia, Borboni e dame, con scene ricche di dialoghi

 

La Civetta di Minerva, 23 febbraio 2019

De “La duchessa di Leyra” (che come titolo alternativo aveva quello di “La duchessa delle Gargantas”),romanzo incompleto di Giovanni Verga, ci rimangono il primo capitolo e un brevissimo frammento del secondo pubblicati entrambi nel 1922 a cura di Federico De Roberto, che insieme a Capuana appartenne come Verga alla corrente del Verismo.

Terzo romanzo del cosiddetto “ciclo dei vinti” (“I Malavoglia”, “Mastro-don Gesualdo”, “La duchessa di Leyra”, “L’onorevole Scipioni” e “L’uomo di lusso”), incompiuto come gli ultimi due per varie ragioni (era ormai l’epoca dei Fogazzaro e dei d’Annunzio, il verismo come metodo probabilmente non avrebbe funzionato con storie ambientate negli ambienti nobiliari e alto-borghesi, beghe familiari e questioni editoriali lo avevano amareggiato, quindi Verga si chiuse in un più che ventennale silenzio prima di spegnersi nella casa di via Sant’Anna a Catania), ha come protagonista Isabella Motta-Trao, figlia di Gesualdo Motta e di Bianca Trao, che aveva sposato il duca di Leyra dopo una contrastata relazione col cugino Corrado La Gurna (indimenticabili i passi del “Mastro” che vedono nascere l’idillio tra i giovani, condito da musica e poesia come in tante altre storie d’amore ottocentesche).

Con un certo coraggio, Roberto Disma si è proposto di completare il ciclo dei vinti, gli sconfitti dall’onda delle “magnifiche sorti e progressive” che annegano i pescatori di Trezza come i politici senza scrupoli e immense ambizioni: il giovane attore e autore siracusano, che ha fondato e dirige “Teatro alla lettera”, prima compagnia teatrale universitaria professionista della Sicilia e del Sud Italia, con il romanzo “La duchessa di Leyra” ha vinto l’undicesima edizione del premio “Angelo Musco” (sezione narrativa inedita, con menzione speciale dalla sezione narrativa giovani); riprendendo i fatti di Bronte e l’eccidio di Fantina, ripigliando le fila degli intrecci amorosi e politici che hanno costituito la microstoria e macrostoria del nostro Risorgimento, Disma – che ha pubblicato il romanzo per i tipi di A&B editrice – fa muovere i personaggi verghiani fra le taverne catanesi e il porto di Palermo, fra i salotti che sventagliano ipocrisie e pettegolezzi e la dimora del barone Pancali… sfilano davanti agli occhi del lettore navi e briganti, soldati e Savoia, Borboni e dame, descritti in una lingua che in qualche passo conserva la patina di quella verghiana, ricca di dialoghi, con scene dal taglio veloce.

Oggi più che mai, tra smanie neoborboniche e rigurgiti di nazionalismo – sovranismo è solo lo pseudonimo moderno di un atteggiamento secolare – è utile rileggere la Storia e le storie della nascita della nostra nazione e può esserlo anche ripensare alla penna di Verga attraverso il computer di un autore contemporaneo.

Intervista a Giada Trebeschi e Mariano Sabatini (Agenzia letteraria Maieutica): “Gli agenti fin dalle prime pagine devono accorgersi di avere fra le mani un buon prodotto”

 

La Civetta di Minerva, 23 febbraio 2019

Il “mercato” editoriale – eh sì, perché purtroppo il libro, oltre ad essere oggetto e strumento per fare arte e cultura,medium per eccellenza, è anche una merce – prevede, oltre all’autore e all’editore, al libraio o al bibliotecario, molte figure intermedie come l’editor e l’agente editoriale. Diverse agenzie sorgono proprio per offrire agli scrittori esordienti servizi come l’editing del loro testo o l’intermediazione per piazzare il libro presso una casa editrice. Ne parliamo con Mariano Sabatini (giornalista e scrittore, quindi esperto di comunicazione) e Giada Trebeschi (scrittrice, saggista e interprete, che cura le traduzioni letterarie), che insieme a Divier Nelli (scrittore, consulente editoriale, insegnante di narrazione, dal 2015 editor esterno per la Tea, che si occupa dell’editing) hanno fondato l’agenzia letteraria Maieutica.

Poniamo qualche domanda a Giada Trebeschi.

Quali tipi di autori vi contattano?

Sono molti gli autori che richiedono i nostri servizi, autori noti ed esordienti, autori di genere e non, saggisti e romanzieri. Ci richiedono una consulenza maieutica che li aiuti a ottenere il meglio dal loro scritto ma non solo. Fornendo anche un ufficio stampa dedicato, in molti, dopo aver lavorato sul testo e trovato un editore, restano con noi per affiancarli nella promozione, importantissima soprattutto nei primi mesi dall’uscita del libro.

I generi che praticano rispecchiano il main stream o vi trovate di fronte a diversi tipi di testo?

Ci arrivano testi di vari generi, non necessariamente incasellabili nelle tipologie di main stream. Riceviamo romanzi e anche saggistica, al momento non ci occupiamo di poesia.

Riuscite a intravedere una linea di sviluppo della narrativa italiana o quantomeno una direzione?

Se ci fosse una reale direzione, forse la vedremmo tutti. Il mercato è asfittico, l’impressione generale è che si navighi a vista. Ci sono dei generi che sono stati spremuti così tanto da essere ormai giunti alla fine. Bisognerebbe sperimentare ma non tutti ne hanno il coraggio.

Come lavorate sul testo?

Dopo una prima valutazione cominciamo a lavorare con l’autore discutendo dei punti di forza e dei punti deboli del testo per poi operare, sempre a stretto contatto con l’autore, un editing meticoloso che porti il testo alla migliore forma possibile. È molto importante che il testo sia lavorato con puntigliosità per prepararlo alla presentazione ad agenti o editori i quali, fin dalle prime pagine, devono accorgersi di avere fra le mani un testo valido.

L’editing che operate è massivo o più di livello “piuma”?

Naturalmente questo dipende dal testo. Abbiamo diviso principalmente le nostre tipologie di editing in tre: “piuma”, “medio”, “massimo”, prendendo evidentemente spunto dalle categorie della boxe perché, proprio come fanno gli allenatori dei pugili, dobbiamo costruire su misura per gli autori l’allenamento migliore per loro e per i loro scritti.

Quali sono le aspettative degli esordienti?

Difficile rispondere a questa domanda perché i fattori sono molteplici. Certo se si parte già con un testo forte e ben fatto le possibilità di trovare un agente e un editore sono più alte e dunque vale sempre la pena lavorare sui propri scritti coadiuvati da un professionista della scrittura. Poi molto dipende dalla promozione, dalla critica, dai lettori, da come si presenta l’autore che oggi non è più solo quello che si nasconde dietro ai suoi libri ma che, sempre più spesso, diventa un personaggio pubblico. Per questo, per esempio, è importante avere ufficio stampa e pr dedicato.

Lasciamo la parola a Mariano Sabatini, autore de “L’inganno dell’ippocastano” (Adriano Salani Editore, 2016, vincitore del Premio Flaiano e del Premio Mariano Romiti opera prima 2017, presto tradotto in Francia per Actes Sud) e di “Primo venne Caino” (Adriano Salani Editore, 2018, vincitore del Premio Internazionale di Letteratura Città di Como 2018 e del Premio Logos Cultura Milano International 2018) che tra l’altro si occupa di cultura, costume, spettacoli e società in radio e in televisione (ricordiamo ai lettori che è stato autore di programmi televisivi come quelli dell’indimenticabile anche se non troppo ricordato Luciano Rispoli):

“Da qualche mese come Agenzia ci occupiamo in via quasi privilegiata del lancio massivo di quello che finora è stato un grande produttore della cosiddetta ludattica, ovvero giochi intelligenti, testi interattivi e libri per bambini che sono vere opere d’arte, e penso in particolare alla collana “I leoni d’oro” che ripropone i classici meno noti della letteratura mondiale per ragazzi, sontuosamente illustrati. L’editore in questione è Lisciani di Teramo, che nei prossimi mesi lancerà a livello nazionale nuove collane di genere crime e young adult, non soltanto per minori, anche se la vocazione rimane quella. Per Lisciani cureremo traduzioni letterarie, editing e comunicazione, oltre alla lettura e all’individuazione di autori adatti alla pubblicazione. In particolare, per la mia venticinquennale esperienza giornalistica, io mi applicherò ai rapporti con la stampa: radio, tv, giornali, blog, eccetera. Perché, con l’affollamento di titoli in uscita ogni mese, la vera sfida per autori ed editori è davvero sulla visibilità, che garantisce una maggiore permanenza sugli scaffali più ambiti delle librerie. Per Lisciani, come per gli autori che si rivolgono a noi, cercheremo di vincere la sfida”.

 

Il primo incontro con la nostra Maria Lucia Riccioli sull’epistolario della scrittrice. Nei successivi si spazierà dalla musica alla danza, dall’educazione all’etichetta, viaggi…

 

La Civetta di Minerva, 9 febbraio 2019

La fama di Jane Austen, scrittrice inglese vissuta tra il 1775 e il 1817, sembra essere imperitura: non si contano ormai gli adattamenti teatrali e cinematografici dei suoi romanzi o i biopic sulla sua vita; graphic novelfan fiction, fumetti e riviste legate al mondo Regency (l’epoca della Reggenza in cui visse e operò l’autrice), siti Internet, festival come quello di Bath, pagine Facebook e account Twitter e Instagram pullulano di richiami al modo di vestire, di parlare, di mangiare danzare corteggiare evocato da “Orgoglio e pregiudizio”, “Ragione e sentimento”, “Emma”, “Mansfield Park”, “L’abbazia di Northanger” e “Persuasione”, oltre che dagli scritti minori e giovanili della Austen e dell’epistolario.

Già, le lettere. Proprio dalle lettere di Jane Austen parte la nuova avventura della Libreria Fenice: dare il via al primo Club di Jane Austen a Catania (ricordiamo, tra l’altro, che Karen Joy Fowlet ha scritto un fortunato romanzo trasposto sul grande schermo intitolato proprio “The Jane Austen Book Club”). Il 12 febbraio, infatti, alle ore 18, la Libreria di Alfredo Polizzano (che nella sua libreria dall’aria vintage e steampunk organizza e ospita presentazioni letterarie, incontri di poesia, trasmissioni radiofoniche, letture in lingua inglese guidate da Antonio Famà, appuntamenti dedicati alla lettura dei classici accompagnati da biscotti e tè come nei salotti d’antan) ospiterà il primo incontro dedicato ad approfondire non solo le opere della grande scrittrice inglese ma anche il suo mondo. Gli appuntamenti dedicati alla Austen saranno caratterizzati, di volta in volta, da un tema: dalla musica alla danza, dall’educazione all’etichetta, dalla storia alla politica, dalla società ai viaggi.

Ospite e guida sul tema dell’epistolario sarà la scrittrice e docente, nonché appassionata di Jane Austen, Maria Lucia Riccioli, che sull’autrice inglese ha scritto alcuni racconti e recensioni e che insieme alla pianista Donatella Motta ha ideato e portato in scena un recital sulla Austen rappresentato presso la Biblioteca comunale di Canicattini Bagni (SR) e presso il Cineteatro Italia di Sortino (SR), grazie all’interessamento appassionato delle bibliotecarie Paola Cappè (tra l’altro presidente dell’ABI Sicilia, l’associazione che riunisce i bibliotecari italiani) e Maria Sequenzia e all’impegno del I Istituto comprensivo di Sortino, il “G.M. Columba”).

L’incontro del 12 febbraio avrà quindi per tema le lettere. Partendo dalla corrispondenza della Austen scopriremo come funzionava la corrispondenza nella sua epoca, e quanto fosse differente dalla nostra idea di “lettera”. Indagheremo come tra pagine dedicate a balli e mise, cugini, fratelli, nipoti, corteggiatori, piatti da cucinare e fastidi domestici, la Austen riveli sempre la propria vena ironica e la propria penna di disegnatrice di caratteri e come riesca a manifestare la propria idea di scrittura.

Preparate carta penna e calamaio: si parte!

Ne scrivono giornali nazionali e quotati critici. C’è in questo figlio di Ortigia, pittore autodidatta e uomo semplice, un frammento dell’anima di questa città

 

La Civetta di Minerva, 9 febbraio 2019

Riconoscibilissimo ormai il suo stile: barche e cavallini rossi e quelle pennellate dai colori vivaci e netti richiamano ormai il nome di Salvatore Accolla. Tra l’altro, da qualche mese anche le barriere new jersey che fanno parte integrante dell’arredo urbano di Ortigia sono diventate delle vere e proprie opere d’arte grazie ai pennelli dell’artista.

Classe 1946, il Ligabue di Siracusa (al pittore ormai definito espressionista, superata l’iniziale etichetta di naïf, lo accomunano le sofferenze e le fragilità psichiche oltre che l’arte) che ama Gauguin e Van Gogh, proviene da una famiglia di pescatori e sono proprio le atmosfere del mare di Ortigia, filtrate dalla sua sensibilità, le protagoniste delle sue opere.

L’interesse di un giornalista de Il Fatto Quotidiano, di Exibart, della critica veronese Daniela Rosi, curatrice internazionale di Arte Irregolare che lo seleziona per la sua prima grande mostra torinese a Palazzo Barolo, “Fuori Serie” e l’impegno del gallerista Benedetto Speranza (invitiamo i nostri lettori a visitare Artigia, l’atelier di via Resalibera, oltre che il sito http://www.artigia.eu), che lo fa conoscere e lo sostiene, hanno fatto sì che Accolla abbia superato l’ambito locale (i nostri Concetto Gilè e il compianto Corrado Brancato, oltre che Salvo Sequenzia e Antonio Randazzo, tra gli altri, gli hanno dato spazio e attenzione critica) e soprattutto abbia travalicato lo stigma socio-culturale che colpì anche “Al Matt” Ligabue: è stato realizzato un docufilm sulla sua vita e la sua pittura intitolato “ACCOLLA (e il cavallino rosso a Siracusa)”. Regista ne è Paolo Boriani (al suo settimo film, dopo “Faccia Gialla”, il primo film con e su Roberto Saviano e l’ultimo videoclip di Vinicio Capossela, “La bestia nel grano”), che lo ha anche prodotto insieme a K-ROCK Film Studio. Il 30 novembre il film è stato presentato ai “Frigoriferi Milanesi” con Marina Mander e Fabio Santopietro a condurre un dibattito dopo la proiezione, mentre il 6 febbraio scorso il film è stato presentato in anteprima presso il Cineteatro Aurora di Belvedere; i primi 44 acquirenti hanno ricevuto in omaggio una locandina del docufilm con un’opera del maestro Accolla sul retro che rappresenta due colombe.

I vicoli di Ortigia, i volti geometrici cristallizzati in un grido, i tratti metafisici, la firma che fa tutt’uno con l’opera fanno dei dipinti di Accolla un qualcosa in più rispetto alle opere comprate a pochi euro per arredare uno studio o le pareti di un corridoio o per fare da souvenir dopo una visita distratta alle bellezze di Siracusa: se è vero che lo Spirito soffia dove vuole, in questo figlio di Ortigia, pittore autodidatta e uomo semplice è possibile trovare un frammento dell’anima di Siracusa.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3588:la-libreria-fenice-di-catania-da-il-via-al-club-jane-austen&catid=17&Itemid=143

 

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3538:u-nannu-randazzo-narra-i-suoi-cunti-alle-nuove-generazioni&catid=17&Itemid=143

In “Cumeddia siracusana” in siciliano parlato, anzi parlatissimol’autore – già carabiniere, artista poliedrico, benefattore, cultore delle antiche memorie, ripercorre storie e luoghi

 

La Civetta di Minerva, 26 gennaio 2019

Il siracusano che si trovasse a passare per la via Agostino Scilla, all’altezza del civico 29 troverebbe un’associazione culturale del tutto sui generis, ovvero il Cenacolo della siracusanità, un luogo del tutto scevro di intellettualismi, dove non sono necessarie tessere o bandiere di qualsivoglia colore ma il desiderio di incontrarsi e parlare di tutto e di niente. Anima ne è Antonio Randazzo, “una vita per fare, vivere volendo e dire facendo”, secondo le sue stesse parole: figlio di Ortigia, “ ‘u scogghiu” di Siracusa, carabiniere in pensione (tra l’altro ha ricevuto varie benemerenze come quella di “Angelo del fango” in occasione del servizio prestato durante l’alluvione di Firenze del 1966), artista del legno (notevoli le sue sculture, che sarebbe disposto a donare al Comune di Siracusa qualora trovassero degna collocazione; ricordiamo i suoi lavori per la Parrocchia di Bosco Minniti di Siracusa, tanto per citarne alcuni), gestisce un sito documentatissimo, imprescindibile per chi desideri immergersi nelle memorie siracusane, nella storia e archeologia del nostro territorio, nelle nostre radici etniche e antropologiche: www.antoniorandazzo.it è una miniera di testi immagini curiosità.

Insieme ad Ermanno Adorno si è fatto promotore di una lodevole iniziativa per il recupero della lapide commemorativa del sisma del 1693 e datata 1696, sita in via Cavour; le sue opere editoriali non hanno mai fine di lucro ma il ricavato della loro vendita viene sempre destinato a fini benefici, come nel caso di “Cumeddia siracusana – I cunti ro nannu”, presentato nell’ottobre scorso presso l’Urban center (ci ripromettiamo di dedicare un pezzo anche alla meritoria traduzione del saggio di Hans-Peter Drögemuller “Siracusa – Storia e topografia di una città greca”).

Tornando a “Cumeddia siracusana”, scritto in un siciliano parlato, parlatissimo, riprodotto il più possibile foneticamente, Randazzo si lascia andare alle memorie personali e familiari, alla nostalgia per una Siracusa d’antan, più povera materialmente ma forse più ricca umanamente e culturalmente in senso lato: alla perdita del senso del tempo e delle sue stratificazioni, tipica delle generazioni “liquide”, diremmo con Bauman, che non sanno collocare diacronicamente la propria presenza, il proprio stare, ri-manere in un luogo così denso di cultura e Storia oltre che di storie (quelle dei singoli individui, delle corporazioni, delle classi sociali…) come Siracusa, Randazzo oppone il suo personale esercizio di memoria.

Così sfilano davanti ai nostri occhi le ferite della Siracusa bombardata durante l’ultima guerra, Ortigia e i suoi rioni, la via Gargallo con i suoi cuttigghi e le sue putìe, il salotto buono della città, il porto, le trattorie e i caffè – con le loro connotazioni sociali, il dialetto a contrappuntare la lingua, i colori i profumi i sapori, la musica e i balli, le feste di quartiere, la fede popolare vissuta tra processioni, messe e culto delle cone

I fatti di cronaca e le partite del Siracusa si mescolano ai coriandoli del “festivallu”, alle tragedie dell’INDA, alle corse del circuito, agli stabilimenti balneari, al miracolo del 1953 e a quello economico che sconvolse il sistema produttivo e urbanistico oltre che l’intero tessuto culturale e sociale della città, alle notazioni sapide su moralità e valori.

Non mancano i riferimenti all’antico passato di Siracusa, costantemente raffrontato al presente che ha spesso tradito la grandezza delle memorie.

“’U nannu” Randazzo narra i suoi “cunti” alle nuove generazioni, immemori e smemorate, rievocando, rammentando, ricucendo gli strappi nella tela del tempo: “Purtroppu a Sarausa, ma nun sulu, ni manca ‘a memoria, o na ma scuddatu ‘u passatu”.

Il volume si chiude con un utile glossario siracusano: giorno 17 gennaio è stata celebrata la Giornata nazionale del dialetto e ci sembra doveroso divulgare storie e opere che valorizzino le nostre radici anche linguistiche.

C’è troppo freddo, niente wi-fi, ascensore guasto, orari di apertura inadeguati per studenti. L’Urban Center (ex sala Randone) di via Nino Bixio potrebbe esserne il prolungamento

 

La Civetta di Minerva, 12 gennaio 2019

“Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”. Così scriveva Marguerite Yourcenar in “Memorie di Adriano”.

L’inverno però, oltre ad essere una stagione dello spirito, lo è innanzitutto in senso meteorologico e la nostra Biblioteca comunale di via dei Santi Coronati – che, ricordiamo ai nostri lettori, venne costituita nel 1867 con il materiale librario delle congregazioni religiose soppresse, arricchito poi con le raccolte dell’ex Gabinetto di storia letteraria e del Consiglio agrario, oltre che con donazioni (Fondo Gubernale e Carpinteri-Rio), lasciti e acquisti; custodisce una notevole raccolta di manoscritti sul Risorgimento come le lettere del Pancali, di Emanuele Giaracà e di Luigi Greco Cassia, i Privilegi e diplomi di Siracusa e “Le consuetudini di Siracusa” di G. Perno (1429), incunaboli, cinquecentine e volumi in pergamena del 1600 e del 1700 – patisce anche il freddo della stagione: personale ed utenti non possono contare sul riscaldamento.

Altri non meno gravi motivi di disagio sono l’ascensore guasto da mesi – pensiamo alle difficoltà per i visitatori anziani o diversamente abili, che dovrebbero essere portati su a braccia – e la mancanza del collegamento wi-fi, che risulta oggi necessario sia per le ricerche in rete che per attirare la fascia dei lettori più giovani (suggeriamo anche che sarebbe auspicabile modificare l’orario di apertura della biblioteca per permetterne la fruizione agli studenti, cui non possono bastare le poche ore delle due aperture pomeridiane settimanali).

Speriamo nella sensibilità della nostra amministrazione per favorire le attività della biblioteca, che comunque offre oltre al servizio del prestito librario quello del prestito digitale (Mlol), di cui ci siamo occupati in un precedente articolo (http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2993:nelle-biblioteche-siracusane-avviato-il-prestito-digitale&catid=17:cultura&Itemid=143), letture animate, presentazioni letterarie e laboratori di varie tipologie tenuti da volontari che credono nel valore della conoscenza e del fare insieme.

L’Urban center (ex sala Randone) di via Nino Bixio (che ha recentemente ospitato, tra l’altro, l’incontro con Catena Fiorello e il Festival dell’educazione, sulle orme di Pino Pennisi) potrà essere sempre di più il prolungamento della biblioteca comunale fuori dall’isola di Ortigia; pensando al nucleo originario della biblioteca; ricordiamo che a dicembre è stata inaugurata la storica sede della Biblioteca Comunale di Siracusa in via San Pietro in Ortigia dopo un accurato lavoro di ristrutturazione per ospitare il Fondo antico, recentemente restaurato: si auspica che il fondo sia presto fruibile nuovamente da parte di studiosi, visitatori e studenti.

 

 

 

 

LA CIVETTA DI MINERVA del 23 febbraio 2019

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In edicola il nuovo numero de LA CIVETTA DI MINERVA!

Ecco la locandina…

L'immagine può contenere: 4 persone, tra cui Michelangelo Giansiracusa, persone che sorridono

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Il primo incontro con la nostra Maria Lucia Riccioli sull’epistolario della scrittrice. Nei successivi si spazierà dalla musica alla danza, dall’educazione all’etichetta, viaggi…

 

La Civetta di Minerva, 9 febbraio 2019

La fama di Jane Austen, scrittrice inglese vissuta tra il 1775 e il 1817, sembra essere imperitura: non si contano ormai gli adattamenti teatrali e cinematografici dei suoi romanzi o i biopic sulla sua vita; graphic novelfan fiction, fumetti e riviste legate al mondo Regency (l’epoca della Reggenza in cui visse e operò l’autrice), siti Internet, festival come quello di Bath, pagine Facebook e account Twitter e Instagram pullulano di richiami al modo di vestire, di parlare, di mangiare danzare corteggiare evocato da “Orgoglio e pregiudizio”, “Ragione e sentimento”, “Emma”, “Mansfield Park”, “L’abbazia di Northanger” e “Persuasione”, oltre che dagli scritti minori e giovanili della Austen e dell’epistolario.

Già, le lettere. Proprio dalle lettere di Jane Austen parte la nuova avventura della Libreria Fenice: dare il via al primo Club di Jane Austen a Catania (ricordiamo, tra l’altro, che Karen Joy Fowlet ha scritto un fortunato romanzo trasposto sul grande schermo intitolato proprio “The Jane Austen Book Club”). Il 12 febbraio, infatti, alle ore 18, la Libreria di Alfredo Polizzano (che nella sua libreria dall’aria vintage e steampunk organizza e ospita presentazioni letterarie, incontri di poesia, trasmissioni radiofoniche, letture in lingua inglese guidate da Antonio Famà, appuntamenti dedicati alla lettura dei classici accompagnati da biscotti e tè come nei salotti d’antan) ospiterà il primo incontro dedicato ad approfondire non solo le opere della grande scrittrice inglese ma anche il suo mondo. Gli appuntamenti dedicati alla Austen saranno caratterizzati, di volta in volta, da un tema: dalla musica alla danza, dall’educazione all’etichetta, dalla storia alla politica, dalla società ai viaggi.

Ospite e guida sul tema dell’epistolario sarà la scrittrice e docente, nonché appassionata di Jane Austen, Maria Lucia Riccioli, che sull’autrice inglese ha scritto alcuni racconti e recensioni e che insieme alla pianista Donatella Motta ha ideato e portato in scena un recital sulla Austen rappresentato presso la Biblioteca comunale di Canicattini Bagni (SR) e presso il Cineteatro Italia di Sortino (SR), grazie all’interessamento appassionato delle bibliotecarie Paola Cappè (tra l’altro presidente dell’ABI Sicilia, l’associazione che riunisce i bibliotecari italiani) e Maria Sequenzia e all’impegno del I Istituto comprensivo di Sortino, il “G.M. Columba”).

L’incontro del 12 febbraio avrà quindi per tema le lettere. Partendo dalla corrispondenza della Austen scopriremo come funzionava la corrispondenza nella sua epoca, e quanto fosse differente dalla nostra idea di “lettera”. Indagheremo come tra pagine dedicate a balli e mise, cugini, fratelli, nipoti, corteggiatori, piatti da cucinare e fastidi domestici, la Austen riveli sempre la propria vena ironica e la propria penna di disegnatrice di caratteri e come riesca a manifestare la propria idea di scrittura.

Preparate carta penna e calamaio: si parte!

Ne scrivono giornali nazionali e quotati critici. C’è in questo figlio di Ortigia, pittore autodidatta e uomo semplice, un frammento dell’anima di questa città

 

La Civetta di Minerva, 9 febbraio 2019

Riconoscibilissimo ormai il suo stile: barche e cavallini rossi e quelle pennellate dai colori vivaci e netti richiamano ormai il nome di Salvatore Accolla. Tra l’altro, da qualche mese anche le barriere new jersey che fanno parte integrante dell’arredo urbano di Ortigia sono diventate delle vere e proprie opere d’arte grazie ai pennelli dell’artista.

Classe 1946, il Ligabue di Siracusa (al pittore ormai definito espressionista, superata l’iniziale etichetta di naïf, lo accomunano le sofferenze e le fragilità psichiche oltre che l’arte) che ama Gauguin e Van Gogh, proviene da una famiglia di pescatori e sono proprio le atmosfere del mare di Ortigia, filtrate dalla sua sensibilità, le protagoniste delle sue opere.

L’interesse di un giornalista de Il Fatto Quotidiano, di Exibart, della critica veronese Daniela Rosi, curatrice internazionale di Arte Irregolare che lo seleziona per la sua prima grande mostra torinese a Palazzo Barolo, “Fuori Serie” e l’impegno del gallerista Benedetto Speranza (invitiamo i nostri lettori a visitare Artigia, l’atelier di via Resalibera, oltre che il sito http://www.artigia.eu), che lo fa conoscere e lo sostiene, hanno fatto sì che Accolla abbia superato l’ambito locale (i nostri Concetto Gilè e il compianto Corrado Brancato, oltre che Salvo Sequenzia e Antonio Randazzo, tra gli altri, gli hanno dato spazio e attenzione critica) e soprattutto abbia travalicato lo stigma socio-culturale che colpì anche “Al Matt” Ligabue: è stato realizzato un docufilm sulla sua vita e la sua pittura intitolato “ACCOLLA (e il cavallino rosso a Siracusa)”. Regista ne è Paolo Boriani (al suo settimo film, dopo “Faccia Gialla”, il primo film con e su Roberto Saviano e l’ultimo videoclip di Vinicio Capossela, “La bestia nel grano”), che lo ha anche prodotto insieme a K-ROCK Film Studio. Il 30 novembre il film è stato presentato ai “Frigoriferi Milanesi” con Marina Mander e Fabio Santopietro a condurre un dibattito dopo la proiezione, mentre il 6 febbraio scorso il film è stato presentato in anteprima presso il Cineteatro Aurora di Belvedere; i primi 44 acquirenti hanno ricevuto in omaggio una locandina del docufilm con un’opera del maestro Accolla sul retro che rappresenta due colombe.

I vicoli di Ortigia, i volti geometrici cristallizzati in un grido, i tratti metafisici, la firma che fa tutt’uno con l’opera fanno dei dipinti di Accolla un qualcosa in più rispetto alle opere comprate a pochi euro per arredare uno studio o le pareti di un corridoio o per fare da souvenir dopo una visita distratta alle bellezze di Siracusa: se è vero che lo Spirito soffia dove vuole, in questo figlio di Ortigia, pittore autodidatta e uomo semplice è possibile trovare un frammento dell’anima di Siracusa.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3588:la-libreria-fenice-di-catania-da-il-via-al-club-jane-austen&catid=17&Itemid=143

 

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=3538:u-nannu-randazzo-narra-i-suoi-cunti-alle-nuove-generazioni&catid=17&Itemid=143

In “Cumeddia siracusana” in siciliano parlato, anzi parlatissimol’autore – già carabiniere, artista poliedrico, benefattore, cultore delle antiche memorie, ripercorre storie e luoghi

 

La Civetta di Minerva, 26 gennaio 2019

Il siracusano che si trovasse a passare per la via Agostino Scilla, all’altezza del civico 29 troverebbe un’associazione culturale del tutto sui generis, ovvero il Cenacolo della siracusanità, un luogo del tutto scevro di intellettualismi, dove non sono necessarie tessere o bandiere di qualsivoglia colore ma il desiderio di incontrarsi e parlare di tutto e di niente. Anima ne è Antonio Randazzo, “una vita per fare, vivere volendo e dire facendo”, secondo le sue stesse parole: figlio di Ortigia, “ ‘u scogghiu” di Siracusa, carabiniere in pensione (tra l’altro ha ricevuto varie benemerenze come quella di “Angelo del fango” in occasione del servizio prestato durante l’alluvione di Firenze del 1966), artista del legno (notevoli le sue sculture, che sarebbe disposto a donare al Comune di Siracusa qualora trovassero degna collocazione; ricordiamo i suoi lavori per la Parrocchia di Bosco Minniti di Siracusa, tanto per citarne alcuni), gestisce un sito documentatissimo, imprescindibile per chi desideri immergersi nelle memorie siracusane, nella storia e archeologia del nostro territorio, nelle nostre radici etniche e antropologiche: www.antoniorandazzo.it è una miniera di testi immagini curiosità.

Insieme ad Ermanno Adorno si è fatto promotore di una lodevole iniziativa per il recupero della lapide commemorativa del sisma del 1693 e datata 1696, sita in via Cavour; le sue opere editoriali non hanno mai fine di lucro ma il ricavato della loro vendita viene sempre destinato a fini benefici, come nel caso di “Cumeddia siracusana – I cunti ro nannu”, presentato nell’ottobre scorso presso l’Urban center (ci ripromettiamo di dedicare un pezzo anche alla meritoria traduzione del saggio di Hans-Peter Drögemuller “Siracusa – Storia e topografia di una città greca”).

Tornando a “Cumeddia siracusana”, scritto in un siciliano parlato, parlatissimo, riprodotto il più possibile foneticamente, Randazzo si lascia andare alle memorie personali e familiari, alla nostalgia per una Siracusa d’antan, più povera materialmente ma forse più ricca umanamente e culturalmente in senso lato: alla perdita del senso del tempo e delle sue stratificazioni, tipica delle generazioni “liquide”, diremmo con Bauman, che non sanno collocare diacronicamente la propria presenza, il proprio stare, ri-manere in un luogo così denso di cultura e Storia oltre che di storie (quelle dei singoli individui, delle corporazioni, delle classi sociali…) come Siracusa, Randazzo oppone il suo personale esercizio di memoria.

Così sfilano davanti ai nostri occhi le ferite della Siracusa bombardata durante l’ultima guerra, Ortigia e i suoi rioni, la via Gargallo con i suoi cuttigghi e le sue putìe, il salotto buono della città, il porto, le trattorie e i caffè – con le loro connotazioni sociali, il dialetto a contrappuntare la lingua, i colori i profumi i sapori, la musica e i balli, le feste di quartiere, la fede popolare vissuta tra processioni, messe e culto delle cone

I fatti di cronaca e le partite del Siracusa si mescolano ai coriandoli del “festivallu”, alle tragedie dell’INDA, alle corse del circuito, agli stabilimenti balneari, al miracolo del 1953 e a quello economico che sconvolse il sistema produttivo e urbanistico oltre che l’intero tessuto culturale e sociale della città, alle notazioni sapide su moralità e valori.

Non mancano i riferimenti all’antico passato di Siracusa, costantemente raffrontato al presente che ha spesso tradito la grandezza delle memorie.

“’U nannu” Randazzo narra i suoi “cunti” alle nuove generazioni, immemori e smemorate, rievocando, rammentando, ricucendo gli strappi nella tela del tempo: “Purtroppu a Sarausa, ma nun sulu, ni manca ‘a memoria, o na ma scuddatu ‘u passatu”.

Il volume si chiude con un utile glossario siracusano: giorno 17 gennaio è stata celebrata la Giornata nazionale del dialetto e ci sembra doveroso divulgare storie e opere che valorizzino le nostre radici anche linguistiche.

C’è troppo freddo, niente wi-fi, ascensore guasto, orari di apertura inadeguati per studenti. L’Urban Center (ex sala Randone) di via Nino Bixio potrebbe esserne il prolungamento

 

La Civetta di Minerva, 12 gennaio 2019

“Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”. Così scriveva Marguerite Yourcenar in “Memorie di Adriano”.

L’inverno però, oltre ad essere una stagione dello spirito, lo è innanzitutto in senso meteorologico e la nostra Biblioteca comunale di via dei Santi Coronati – che, ricordiamo ai nostri lettori, venne costituita nel 1867 con il materiale librario delle congregazioni religiose soppresse, arricchito poi con le raccolte dell’ex Gabinetto di storia letteraria e del Consiglio agrario, oltre che con donazioni (Fondo Gubernale e Carpinteri-Rio), lasciti e acquisti; custodisce una notevole raccolta di manoscritti sul Risorgimento come le lettere del Pancali, di Emanuele Giaracà e di Luigi Greco Cassia, i Privilegi e diplomi di Siracusa e “Le consuetudini di Siracusa” di G. Perno (1429), incunaboli, cinquecentine e volumi in pergamena del 1600 e del 1700 – patisce anche il freddo della stagione: personale ed utenti non possono contare sul riscaldamento.

Altri non meno gravi motivi di disagio sono l’ascensore guasto da mesi – pensiamo alle difficoltà per i visitatori anziani o diversamente abili, che dovrebbero essere portati su a braccia – e la mancanza del collegamento wi-fi, che risulta oggi necessario sia per le ricerche in rete che per attirare la fascia dei lettori più giovani (suggeriamo anche che sarebbe auspicabile modificare l’orario di apertura della biblioteca per permetterne la fruizione agli studenti, cui non possono bastare le poche ore delle due aperture pomeridiane settimanali).

Speriamo nella sensibilità della nostra amministrazione per favorire le attività della biblioteca, che comunque offre oltre al servizio del prestito librario quello del prestito digitale (Mlol), di cui ci siamo occupati in un precedente articolo (http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2993:nelle-biblioteche-siracusane-avviato-il-prestito-digitale&catid=17:cultura&Itemid=143), letture animate, presentazioni letterarie e laboratori di varie tipologie tenuti da volontari che credono nel valore della conoscenza e del fare insieme.

L’Urban center (ex sala Randone) di via Nino Bixio (che ha recentemente ospitato, tra l’altro, l’incontro con Catena Fiorello e il Festival dell’educazione, sulle orme di Pino Pennisi) potrà essere sempre di più il prolungamento della biblioteca comunale fuori dall’isola di Ortigia; pensando al nucleo originario della biblioteca; ricordiamo che a dicembre è stata inaugurata la storica sede della Biblioteca Comunale di Siracusa in via San Pietro in Ortigia dopo un accurato lavoro di ristrutturazione per ospitare il Fondo antico, recentemente restaurato: si auspica che il fondo sia presto fruibile nuovamente da parte di studiosi, visitatori e studenti.

 

 

 

 

LA CIVETTA DI MINERVA del 19 gennaio 2018

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Oltre al fatto che il nostro giornale è finito su Wikipedia… https://it.m.wikipedia.org/wiki/Roberto_Disma (sì,due miei articoli sono citati…) ecco il nuovo numero del giornale bisettimanale LA CIVETTA DI MINERVA!

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Ecco il link ai miei ultimi articoli usciti sul cartaceo e poi confluiti nel sito…

Don Fortunato Di Noto ammonisce i genitori e la scuola a vigilare su ciò che i ragazzi fanno con smart phone e computer

La Civetta di Minerva, 15 dicembre 2017

Stimolata da un’indagine social del professor Massimo Arcangeli, docente di linguistica italiana ed ex-preside della facoltà di lingue e letterature straniere presso l’Università degli Studi di Cagliari, rifletto insieme a voi lettori sullo statuto di verità che chiediamo alle cose, all’informazione, all’entertainment, alla letteratura e all’arte in genere.

Una delle espressioni dell’anno che sta per concludersi è certamente “fake news”, che fa il paio con la nostrana “bufala” e il trio con “fattoide”, notizia priva di fondamento, ma diffusa e amplificata dai mezzi di comunicazione di massa al punto da essere percepita come vera: sarebbe imminente un pronunciamento del nostro Parlamento per arginare il fenomeno della diffusione in rete di informazioni e notizie false – postate più o meno artatamente –, ma è bene che scuola e famiglia, specie per proteggere i minori in rete, si attivino per insegnare a bambini e ragazzi a navigare su Internet in maniera consapevole (e comunque resta valido e semmai si rafforza l’invito di associazioni come Meter e di esperti come Don Di Noto a vigilare sui minori che utilizzano sempre più smartphone e computer e a non postare immagini e video dei propri figli, dato l’uso sconosciuto e spesso criminoso che di tali dati può essere fatto, specie in un’ottica di lotta contro la pedofilia).

Attenzione dunque sia alle notizie non verificate – spesso basta una rapida conferma da parte di un motore di ricerca, sia per i testi che per le immagini o i video –, ma in effetti ci sarebbe da fare un lungo discorso sugli statuti di verità. Passiamo, nell’arco della stessa giornata, dall’indignazione contro le fake news (che comunque spesso sono trappole per gonzi: la storia e la letteratura ci riportano innumerevoli casi di notizie non verificate, veri e propri specchietti per le allodole) alla fame di reality, un vero e proprio genere a sé stante in cui di reale c’è ben poco (ci si domanda se le gesta di starlette e giovanotti alla Ken, di freak e gente in cerca di quindici minuti di notorietà siano davvero reali: non è vero ma ci credo, verrebbe da dire, allora dov’è la reality?), alla mai troppo deprecata tv verità: c’è chi sulla televisione del dolore, delle lacrime in diretta, delle riunioni familiari, dei casi umani, ha costruito una carriera.

E non è finita: le cosiddette fiction – a parte l’invasione degli anglismi, non si comprende cosa distingua gli sceneggiati di un tempo da film in due-tre puntate con attori improbabili e sceneggiature copiaincollate da analoghi prodotti d’oltralpe e oltreoceano detti fiction – dal latino fictio, finzioni dunque, recite – in cui spesso “il riferimento a fatti, persone, luoghi e avvenimenti reali è puramente casuale” (formula che può evitare querele, ma dietro cui si nascondono cinquantine di sfumature di verità). A fictional (che nel mondo anglosassone riguarda poesia e narrativa, contrapposte alla saggistica, che è appunto non fictional) di recente si contrappone factual: tale è stata definita una trasmissione con Roberto Saviano per il prevalere di situazioni reali, romanzate solo per esigenze di copione. Insopportabili poi le classiche domande su libri e film: “Ma è una storia vera? È veramente successo?”, che annulla secoli di pratica e teoria artistica e letteraria su reale, naturale, vero e trasfigurazione artistica.

Dato che spesso la confusione linguistica è indice di confusione concettuale, abituiamoci a riflettere sul gradiente di realtà di quanto proponiamo e ci viene proposto per una comunicazione ed informazione, oltre che espressione, più consapevole; rafforziamo il lavoro della scuola, che come obiettivo non solo didattico si propone quello di formare giovani adulti dallo spirito critico; battiamoci per la valorizzazione della ricerca e, nel campo dell’intrattenimento, per contenuti più formativi e meno banalmente massificati, altrimenti, dato che nel 2018 dovrebbe essere inammissibile contraddire millenni di scienza con affermazioni sulla Terra piatta o gravidanze ai limiti dell’alieno, non dovremo più stupirci di gruppi di “mamme pancine et coetera” o di “Earth flatters”, concentrati di fake news, fattoidi, bufale, purtroppo non fictional ma factual.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2818:ha-aperto-i-battenti-a-floridia-il-presepe-di-via-giuliano&catid=17&Itemid=143

Nella scena della Natività anche la Chiesa del Giardinello. Programmazione natalizia delle iniziative della neocostituita Pro Loco “Villa dei re”

La Civetta di Minerva, 15 dicembre 2017

Il 9 dicembre scorso è stata inaugurata la programmazione natalizia delle iniziative della neocostituita Pro Loco “Villa dei re” di Floridia con un evento sia culturale che religioso, nel solco della valorizzazione dei beni etnoantropologici sia materiali che immateriali, con tutto il loro portato sociologico e la loro importanza in termini di rilancio dell’immagine della cittadina e di inserimento in un circuito di valorizzazione e fruizione.

Visitabile tutti i giorni dalle ore 18, ha infatti aperto i battenti il Presepe di via Giuliano, realizzato da Giuseppe Amenta non solo nel rispetto delle secolari tradizioni presepistiche (pensiamo a San Francesco e al suo presepe di Greccio, all’arte napoletana dei presepi…) ma anche con perizia tecnica e con l’inserimento nella scena della Natività di scorci floridiani: ad esempio la Chiesa del Giardinello. Non solo: la nascita di Gesù è inserita in una tipica “carretteria” floridiana, l’antica rimessa per l’animale e il carretto. Davvero suggestiva è anche la visita dell’altro ambiente della casa, in cui, come in una capsula del tempo, è possibile visitare la tipica stanza da letto della società agropastorale iblea tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, con la “conca”, ovvero il braciere, la “naca”, la culla per i bambini e tutti gli arredi d’epoca.

Don Lorenzo Russo, parroco della Chiesa di San Francesco d’Assisi, ha benedetto il presepe; sono intervenuti, oltre al sindaco Giovanni Limoli, Cetty Bruno con la partecipazione della professoressa Giovanna Marino Portella e dell’etnoantropologo, che hanno illustrato la finalità della Pro Loco “Villa dei re” e le particolarità storiche del presepe con la loro simbologia. La serata, presentata da Patrizia Tidona, è stata impreziosita dalla musica dell’Ensemble “In Gratia Vox” diretta da Graziano Grancagnolo, con l’esecuzione di brani polifonici legati al Natale: il coro, che si propone fini sia culturali che di crescita umana e di aggregazione sociale, ha spaziato dalla polifonia classica a brani contemporanei come “Hallelujah” di Leonard Cohen riarrangiato per i Pentatonix.

Un paio di domande a Cetty Bruno, figlia dell’indimenticato Nunzio Bruno cui è intitolato il Museo etnoantropologico.

Come nasce questa seconda Pro Loco floridiana?

La Pro Loco “Villa dei re” nasce nel maggio 2016 grazie al nuovo decreto regionale del 2015 che in uno dei suoi articoli prevede che tali associazioni sorgano ogni quindicimila abitanti, quindi avendo Floridia superato i venticinquemila era opportuno che la città potesse avere una seconda Pro Loco, formata da artisti, intellettuali, storici, etnoantropologi impegnati da anni nell’organizzazione di eventi che hanno generato anche un discreto flusso turistico.

“Villa dei re”. Come mai questo nome?

Per via delle ville romane che esistevano nel territorio, poi residenze nobiliari legate a fattorie e casali, poi borghi. Il primo feudatario di Floridia fu Lucio Bonanno Colonna, che richiese al re la licentia populandi, concessa nel 1627. Nel marzo 2017 la Pro Loco ha organizzato un evento per i 390 anni di fondazione del borgo, evento che potrebbe diventare annuale.

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2807:ho-raccontato-la-siracusa-delle-tradizioni-nelle-feste&catid=17&Itemid=143

Luciano Aloschi ha presentato alla Dante Alighieri di Buenos Aires “Ortigia, fede e costume”, volume di ricordi gastronomici, usanze, fatti e personaggi che oggi stanno scivolando nell’oblio

 

La Civetta di Minerva, 16 dicembre 2017

“Voglio parlare di un’altra Siracusa, e cioè di quella di cui pochi parlano e tanti amerebbero ricordare: di una Siracusa recente ma che, ormai scordata, pare ricaduta nel suo sonnolento torpore di sempre. Alcuni direbbero: – Scirocco siracusano”.

Si è tenuta il 23 novembre scorso, presso la sede della Società Dante Alighieri di Buenos Aires la presentazione del libro “Ortigia fede e costume”, presente l’autore, il siracusano Luciano Aloschi, che ha raccontato il centro storico di Siracusa e le sue tradizioni legate alla religiosità popolare. L’incontro, concluso in musica con il soprano Nerina Gargero, ha rinsaldato i già potenti legami tra la nazione argentina, terra di migranti, e la nostra Siracusa.

La Civetta ha incontrato per voi Luciano Aloschi, entusiasta dell’esperienza in un paese che ha ammirato per la sua grandiosità, per la tenacia laboriosa dei nostri connazionali all’estero, per l’accoglienza che riserva agli italiani che lo visitano, specie quando illustrano fatti, tradizioni, usanze legate ad un passato comune, a radici coltivate perché non siano dimenticate.

Leggendolo “Ortigia fede e costume”, scritto in un linguaggio semplice – l’autore confessa umilmente di non avere l’ambizione di imitare autori blasonati ma semplicemente di raccontare –, sfilano e sembrano riprendere vita fatti e personaggi come Vittoriu u babbu, Don Ginu u zuccàru…

Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?

Mio nonno materno, Mariano Quadarella, alla fine dell’800 emigrò in Argentina e lì visse per quarant’anni con il piccolo grande sogno di assicurare un futuro ai propri sette figli: ne ho raccontato la storia in un volumetto molto intimo, “Ritratto di famiglia”, scritto per tramandarne la vicenda tra i miei familiari. Da qui i legami con l’Argentina che poi hanno portato al mio invito a presentare il libro presso la Dante Alighieri (che, lo ricordiamo, ha come fine quello di diffondere la cultura italiana nel mondo sia tramite i corsi di Italiano che per mezzo di presentazioni, concerti, conferenze, proiezioni cinematografiche, rappresentazioni teatrali).

“Ortigia fede e costume”: ci descriva la struttura del libro.

Ho voluto legare il racconto delle tradizioni popolari con lo scorrere dell’anno liturgico e il susseguirsi delle sue feste: l’Avvento come tempo forte che porta una ventata di festa con l’Immacolata (che abbiamo appena vissuto l’8 dicembre scorso) e la sua svelata – Maria che si mostra ai suoi fedeli, la musicale “atturna” che sveglia i devoti e li invita ad andare verso la Madre dietro la banda… con il profumo dello “zuccàro” a fare da sfondo alle preghiere. Immancabile il riferimento a Santa Lucia (13 dicembre e poi il 20, l’ottava), alla “cuccìa” come ricordo degli eventi prodigiosi del 1646 e del terremoto del 1693, periodi in cui Siracusa visse tremende carestie, alle candelore come espressione della devozione della nobiltà siracusana (con il profumo dei fiori offerti il 13) e dei pastori e contadini di Akradina, che allora era una contrada non urbanizzata (caratteristiche le decorazioni con gli agrumi). Si passa poi al Natale, ai Magi; dopo l’Epifania, quindi “dopu li Tri Re, olè olè olè”, secondo il detto popolare: passa anche la festa di Sant’Antonio Abate il 17 gennaio e arriva il Carnevale, con le “abbuffuniate”, il “festivallu”, “u sutta nuvanta”, le maschere come quella del dottore con le sue diagnosi esilaranti. Non mancano San Giuseppe (19 marzo), con il famoso “maccu”, preparato con cereali poveri, coi legumi e le verdure, testimoni della società agropastorale e marinara e l’inizio della preparazione dei “lavureddi”, che con il morire del seme prefigurano la Quaresima e la Pasqua, con la Passione e morte di Gesù. Poi la Pasqua con le sue cassatelle, i “panareddri cu l’ovu” per le bambine e gli agnellini per i maschietti… e via discorrendo.

Nello scorrere i tempi forti della liturgia, di un anno che si perpetua nei secoli, mi è stato grato riproporre nei miei ricordi, tutti quei fatti discreti che ho ritenuto riportare affiancandoli ai tempi religiosi, senza cedere nel volgare, ma rispettare la coincidenza tra fede e costume, vivendo la stupenda realtà della regalità di Cristo, che apre e chiude simbolicamente l’anno.

Quando ha iniziato a scrivere?

Ho sempre scritto poesie che spesso sono state premiate – classicheggianti le prime, come ad imitare lo stile dei nostri grandi poeti, quindi non piane come le poesie moderne – ma per una sorta di pudore non ho mai voluto pubblicarle e anzi le distruggevo. Solo da qualche anno ho iniziato a conservarle per i miei nipoti.

Cosa ha apprezzato maggiormente dell’Argentina?

Ho visitato sia Buenos Aires che Mar del Plata, realtà molto diverse, una caratterizzata da una cultura molto urbanizzata – splendidi i grattacieli, i monumenti –, l’altra dalla gente di mare. Un paese comunque bellissimo nonostante la crisi del 2001, una realtà differente dalla nostra.

Con il suo testo teatrale, Orazio Caruso non attualizza banalmente il mito ma ne svela il valore perenneSiracusa, palcoscenico ideale per quest’opera, sarà tappa del tour di presentazione del volumetto

La Civetta di Minerva, 1 dicembre 2017

Milan Kundera si domandava perché il dolore di Penelope per l’assenza di Ulisse venga esaltato mentre tutti “irridono le lacrime di Calipso”. Lo stesso Omero le dedica pochissimi versi. Perché?

Se lo chiede anche Orazio Caruso nel suo ultimo lavoro, il testo teatrale “Calipso”, uscito per i tipi di Algra Editore e portato in scena da Yvonne Guglielmino e dalle “Teste Toste”, gruppo teatrale del Liceo “Regina Elena” di Acireale.

I “giorni più lontani” maturano “lenti nel grembo immobile dell’eternità”: pur paventato, giunge infine il giorno in cui Ulisse deve abbandonare Calipso, la Nasconditrice, simbolo del divino, dell’eterno, che fluisce in maniera diversa rispetto alla dimensione del finito e del tempo cui il Laerziade deve fare ritorno, nutrito e come rigenerato dal lavacro nelle acque senza tempo della divinità. L’isola di Calipso è sottratta – per sortilegio, per volontà imperscrutabile degli dei – allo scorrere dei giorni, ai mutamenti, alla vecchiaia, alla morte. Eden e prigione, hortus conclusus e labirinto, Ulisse (“astuto, esperto, paziente, flessibile, mutevole, esploratore, distruttore, poliedrico”) sa che deve lasciarla insieme alla donna che ha amato per sette anni umani. Sa che deve lasciarla nonostante lei attenda un figlio, Nausitoo, che fa da contraltare a Telemaco, il figlio che gli ha donato Penelope. La donna dell’attesa contro la dea la cui unica colpa è stata voler essere umana, troppo umana.

Con un linguaggio poetico, evocativo, modulato sui classici eppure attento anche alla modernità– le figure femminili risentono del teatro novecentesco, delle riprese contemporanee dei testi antichi – Orazio Caruso non attualizza banalmente il mito ma ne svela il valore perenne.

Orazio Caruso insegna Lettere nelle scuole medie superiori, oltre a curare gli allestimenti teatrali del suo liceo. Si occupa inoltre di critica letteraria, editoria e poesia. I suoi romanzi “Sezione aurea”, “Comici randagi” (selezionato al Premio Brancati – Zafferana), Finisterre (Premio Più a Sud di Tunisi – Portopalo di Capo Passero) e “Pioggia e settembre”, sono stati presentati anche nelle librerie e biblioteche siracusane e Siracusa sarà una delle tappe del tour di presentazione del volumetto; suggeriamo che la patria dell’INDA sarebbe il palcoscenico ideale per questo testo.

 http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=2732:i-bambini-di-ortigia-angeli-d-un-cielo-privato-di-bellezza&catid=14&Itemid=138
I ritratti del fotografo Carlo Di Silvestro nel “Vicolo Spirduta”, ragnatela di vichi e rue dai nomi poetici, evocativi: ronchi come anse di un fiume

La Civetta di Minerva, 17 novembre 2017

Il catalogo di una mostra del 1996, che mi catapulta una vita fa. Le fotografie di Carlo Di Silvestro (il padre, Pino, è raffinato e solitario scrittore e artista, capace di creare come per poliedrico genio giocattoli per i nipoti, incisioni tele e romanzi  – ricordiamo “La fuga, la sosta”, “L’ora delle vipere” e il gioiello dedicato ad August von Platen: se questa città fosse meno smemorata saprebbe di dovergli molto) sono frammenti di vita, giovanissima disperata vitale, diremmo pasolinianamente, che ci raccontano il “Vicolo Sperduta”, quella ragnatela di vichi e rue dai nomi poetici, evocativi: tra la Turba la Giudecca e la Graziella, via Alagona Dione Salomone Resalibera Esculapio, ronchi come anse di un fiume fatto di case balconi panni stesi ad asciugare e soprattutto bambini, ragazzini che giocano.

Qui non c’è l’Ortigia da cartolina, quella dei 2750 dalla fondazione, quella dei locali à la page, no: ci sono i muri scrostati, l’umido che trasuda dalle pareti, saracinesche, scritte, ringhiere arrugginite. Certo sono passati vent’anni e molto è stato fatto per rendere Siracusa più degna della sua storia e della sua importanza culturale, ma certo nei vicoli meno frequentati di Ortigia non è raro imbattersi in qualcuna delle scene fissate da Carlo Di Silvestro sulle sue foto che sanno insieme d’antico e contemporaneità.

Pietre, ferro, il mare che non c’è eppure lo si vede erodere le facciate e penetrare le ossa: nei volti, nei sorrisi, nei gesti, nelle smorfie sapientemente fissate dall’occhio del fotografo c’è la vita pulsante di questo lembo di terra abitato fin dalla preistoria, sedimento millenario di vite, come leggiamo nella splendida prefazione di un innamorato di Siracusa, il mai troppo ricordato Vincenzo Consolo (per anni presiedette la giuria del Premio Vittorini, ahimè naufragato alla sua diciottesima edizione: ne ricordo il garbo raro, la parola precisa, netta e gentile insieme):

“Il sito è sempre quello, un lembo di terra che il lavorio del mare separò dall’altra terra e rese isola di stupefazione e desiderio, porto d’ogni approdo, crogiolo d’ogni storia, cima di civiltà, fonte di poesia. Sempre quella è la luce, l’incandescenza di ogni alba, la scaglia abbacinante sopra il mare e la sontuosa porpora, la fiammata fenicia del tramonto. In Ortigia è il libro più denso e più profondo della nostra storia, la conchiglia d’ogni eco, la cetra su cui si modula ogni mito, ogni evento.

“Il tempo è un fanciullo che si diverte a giocare. Suo è il dominio”, scrisse qualcuno. E quel fanciullo eterno giocò in Ortigia il gioco più spensierato e più crudele, sforzò lo scrigno, disperse ogni memoria, ridusse in polvere ogni segno. Il tempo e la sua complice consapevole e beffarda, la storia, precipitata da “più superba altezza” alle piane desolate, ai dirupi, alle latomie più buie e più corrotte.

Rovinò la storia fino la più vicina Ortigia, quel teatro ulteriore di geometria domestica, paravento, quinta e fondale di conforto contro lo smarrimento d’un passato enorme, reticolo borghese e popolare, gioco di prominenze e rientranze, vele al vento d’un esplicito barocco, fantasiose fughe moderniste, incise nella tenera pietra color miele, incroci di rue d’affabilità, pause, piazze di scambi, di racconti.

In questo teatro decaduto, fra queste scene sfatte, tra erosioni e scrostature, lebbre di salsedine e fiori di salnitro, schermi di crolli e muri che accecano aulici portali, fra sconnessure e crepe, cespi di rovi e ortiche, in questo spazio d’oblio e offesa, dove l’eterna “luce d’orïental zaffiro” crudamente risalta ogni piaga, ogni sozzura, s’è mosso il giovane fotografo Carlo Di Silvestro. S’è mosso in questo “suo” teatro d’amore e di memoria per ritrarre una grazia, la Grazia che in quel marasma d’abbandono, in quello squarcio d’ogni tessuto di rispetto, prepotentemente rinasce e afferma il suo diritto d’esistenza, il suo potere contro ogni bruttura, ogni malizia, ogni consapevolezza.

I bambini d’Ortigia ritratti da Di Silvestro sono angeli d’un cielo privato di bellezza, sono, in quello iato, in quel vuoto allarmante, nelle loro corse, nei loro salti, nei loro giochi, nei loro sguardi, immagini di una gioia, di un’innocenza che nessuna distorta storia riesce a cancellare. Ma denunziano insieme, le immagini, la minaccia che incombe su quella grazia fragile, su quella luce breve, su quelle fuggevoli figure d’ineffabile bellezza (Milano, 14 maggio 1996).

 

 

 

 

 

 

 

Daphne Caruana Galizia, mezz’ora prima di morire, scrisse: “A Malta c’è corruzione ovunque”. Un quotidiano americano l’aveva definita “una delle 28 persone che stanno formando, scuotendo e agitando l’Europa”.

 

La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017

Si allunga la lista dei martiri della parola. È di pochi giorni fa la terribile notizia della morte di Daphne Caruana Galizia, giornalista e blogger maltese la cui colpa è stata quella di usare l’arma della penna e della tastiera contro intimidazioni e bombe per indagare sulla corruzione che a Malta sembra dilagare come un cancro che metastatizza nell’affarista e forse complice Europa.

Laureata in archeologia, madre di tre figli, è stata una firma regolare per The Sunday Times e redattrice associata per The Malta Independent, oltre che direttrice della rivista Taste & Flair.

Curava un popolare e controverso blog dal titolo Running Commentary, contenente segnalazioni investigative; diverse le battaglie legali dovute proprio alla pubblicazione di post su magistrati e leader politici ed importanti le sue rivelazioni sulla corruzione e la mancanza di trasparenza a Malta. Il quotidiano americano “Politico” ebbe a definirla come una delle “28 persone che stanno formando, scuotendo e agitando l’Europa”.

Minacciata di morte – dopo aver sostenuto che una società panamense fosse di proprietà della moglie del primo ministro Muscat e aver criticato Delia, leader dell’opposizione nazionalista –, Daphne Caruana Galizia è rimasta uccisa lo scorso 16 ottobre nell’esplosione di un’autobomba.

Unanimi e di circostanza i cori di condanna dell’accaduto ma diversa è la posizione della famiglia: in un messaggio su Facebook uno dei figli della donna –  giornalista appartenente all’International Consortium of Investigative Journalists – ha mosso forti accuse contro le autorità di Malta, in cui Stato e crimine organizzato sarebbero indistinguibili, responsabili e complici a suo dire dell’assassinio della madre.

Sospeso dal servizio e indagato un sergente di polizia maltese per il commento all’omicidio della giornalista in cui ha affermato che «Tutti hanno quello che si meritano, merda di vacca. Sono felice».

Al di là di questo e del prosieguo delle indagini – coinvolta anche l’FBI –, colpiscono le ultime parole scritte da Daphne Caruana Galizia sul suo blog mezz’ora prima della morte: “There are crooks everywhere you look now. The situation is desperate” (“Ora ci sono corrotti ovunque guardi. La situazione è disperata).

Non meno toccanti – sia dal punto di vista personale che da quello deontologico: cosa possono le parole di una giornalista coraggiosa contro quella che è stata definita la “cleptocrazia” del Mondo di Mezzo, il potere occulto che viene a patti con la malavita organizzata per tenere in piedi un impero basato sulla corruzione? – le parole del figlio di Daphne Caruana Galizia: «Mia madre è stata uccisa perché si è messa tra la legge e quelli che cercavano di violarla, come molti bravi giornalisti. Ma è stata colpita perché era l’unica persona a farlo. È questo quello che succede quando le istituzioni sono incapaci: l’ultima persona rimasta in piedi è spesso una giornalista. Il che la rende la prima persona a essere uccisa».

Ricordiamo ai lettori che nei primi 273 giorni del 2017 l’Osservatorio Ossigeno ha documentato minacce a 256 giornalisti ed ha inoltre ha reso note minacce ad altri 65 giornalisti per episodi degli anni precedenti conosciuti dall’Osservatorio solo di recente; dietro ogni intimidazione documentata dall’Osservatorio almeno altre dieci resterebbero ignote perché le vittime non hanno la forza di renderle pubbliche.

Questo dovrebbe farci riflettere sul lavoro dei giornalisti, profeti disarmati del nostro tempo, sentinelle contro abusi e corruzione, spesso voce di chi non ha voce.

Per la prima volta la teca che contiene le lacrime della Madonna, prodigio avvenuto a Siracusa nel 1953, viene accolta in uno studio televisivo. Testimoni e studiosi narrano l’evento

La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017

«Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti» (Mt 10, 27). Non c’è forse citazione biblica migliore per parlare dell’annuncio della parola di Dio attraverso i media: i “tetti” del Vangelo di Matteo ci richiamano quelli contemporanei, fitti di parabole e ripetitori che trasmettono in ogni parte del globo parole, immagini, suoni. E che possono diventare strumento sempre nuovo di diffusione di contenuti culturali e spirituali, di riflessione sui valori non solo confessionali ma latu sensu umani.

Per la prima volta il reliquiario della Madonna delle Lacrime di Siracusa viene accolto in uno studio televisivo: presso gli studi di Padre Pio tv è stata registrata una puntata speciale della trasmissione “Nella Fede della Chiesa” con la presenza del prezioso reliquiario. La puntata è andata in onda Martedì 31 Ottobre alle 16 ed in replica Mercoledì 1 alle 8:45, Giovedì 3 alle 13:45 e Venerdì 4 alle 22:45 al canale 145 del digitale terrestre, 852 di Sky e 445 di TvSat. Appuntamento speciale, quindi, per i santi e i defunti con la presenza del prezioso reliquiario della Madonna delle Lacrime di Siracusa – ricordiamone l’autore, Biagio Poidimani, che lo realizzò nel 1954 in oro, argento e pietre preziose, rappresentando Santa Lucia e San Marciano, il primo vescovo di Siracusa, San Pietro e San Paolo, oltre a quattro angeli che custodiscono l’urna di vetro con la fialetta contenente le lacrime.

In studio, Don Francesco Cristofaro, mentre ad accompagnare la reliquia e a spiegare l’evento prodigioso della lacrimazione del 1953 Don Raffaele Aprile– che ha anche recitato una sua poesia in onore della Madonna delle Lacrime, “quella metà di cielo che parla di salvezza”, oltre che a spiegare teologicamente il significato del prodigio – e la dottoressa Concita Catalano, che ha spiegato al pubblico quali analisi vennero compiute all’epoca dalla commissione medica appositamente istituita per accertare la veridicità del fenomeno, con l’ausilio di immagini e filmati – toccante anche dal punto di vista umano la vicenda del dottor Cassola, il cui contatto con le lacrime da esaminare trasformò profondamente la sua vita di uomo e di medico.

Significativa anche la coincidenza della presenza delle reliquie di Giovanni Paolo II in Santuario: papa Wojtyla, devoto della Madonna delle Lacrime, nel novembre del 1994 ne consacrò il santuario durante la storica visita a Siracusa; il pontefice polacco, maestro di comunicazione, ha dedicato scritti, riflessioni e interventi sul ruolo dei media nell’apostolato e nell’ottica dell’unità della famiglia umana.

Incastonate in un artistico reliquiario opera del maestro Gulino – in Basilica è possibile anche ammirarne anche altri pregevoli manufatti – le reliquie di Wojtyla hanno richiamato un buon numero di fedeli devoti di questo Santo della nostra contemporaneità.

 

Interessante mostra documentaria su 400 anni di vicende femminili. Non solo aborti, stupri e delitti ma anche testamenti e figure storiche. Donne dalle condizioni socioeconomiche diverse, donne dalle storie variegate, donne da conoscere e ricordare

La Civetta di Minerva, 19 maggio 2017

Sarà visitabile fino al 31 maggio 2017 – quindi anche durante l’Infiorata – nei saloni espositivi di Palazzo Impellizzeri, sede della Sezione di Noto dell’Archivio di Stato di Siracusa, la mostra documentaria ”Storie di donne nei documenti d’archivio”.

L’esposizione, inaugurata a marzo con un evento teatrale suggestivo, l’emozionante performance delle artiste Chiara Spicuglia, Rina Rossitto e Miriam Scala, che hanno dato respiro e anima con “Voci di donne” a Gaetana Midolo, Marianna Ciccone e Franca Viola, accompagnate dal gruppo dei ragazzi del S.Cuore –,  è stata realizzata utilizzando la documentazione proveniente da vari fondi archivistici: fascicoli processuali della Gran Corte Criminale, atti notarili, atti dell’Università di Noto e Prefettura, tutti documenti riferiti a vicende e figure femminili del nostro territorio vissute nell’arco di quattrocento anni.

Regestazione ed allestimento della mostra sono stati curati dalle archiviste della Sezione di Noto, Giuseppina Calvo e Anna Lorenzano, con la collaborazione di Maria Teresa Azzarelli. Coordinatore della mostra è Concetta Corridore, direttore dell’Archivio di Stato di Siracusa. Importante anche il contributo di Salvatore Zuppardo, che ha realizzato la brochure esplicativa dell’esposizione.

Il visitatore sarà suggestionato da tante voci provenienti dal passato: quella del charaullo – meraviglia lessicale per una tradizione tipicamente siciliana – che motus amore divino perdona la moglie adultera nel 1551, quella di Eleonora Nicolaci che parla attraverso il proprio testamento, quella del letterato e scienziato avolese Giuseppe Bianca che ringrazia la poetessa e patriota netina Mariannina Coffa per il dono della sua pubblicazione “Nuovi Canti” (1859)…

Interessante notare anche il progresso della condizione femminile (vedi il documento sull’Unione donne italiane ad esempio) nell’ambito dell’istruzione e dell’introduzione alle professioni.

Toccante leggere l’atto di nascita di Gaetana Midolo, che morì appena quindicenne nel rogo della fabbrica newyorkese “Triangle Waist Company”: insieme a tante altre operaie, sfruttate e sottoposte a condizioni di lavoro disumane, è una delle “camicette bianche” la cui vicenda ha dato origine alla tradizione dell’8 marzo e che è stata studiata da Ester Rizzo (il volume sulle ricerche della studiosa è edito da Navarra editore e ha permesso di dare un nome e far intitolare vie ed altri spazi pubblici alle operaie, 24 delle quali siciliane, morte nell’incendio della fabbrica di camicie).

Riempite strade, piazze, cortili e chiese con note di armonia, canti, musica. Questa edizione dedicata a Salvatore Di Pietro, l’anno prossimo a Corrado Carbè

La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017

Domenica 19 marzo, in occasione della Festa mondiale della poesia ad Avola, declinata in due giorni speciali tra Avola e Noto, si sono concluse la quindicesima edizione di “Dalle otto alle otto” e la sesta edizione di “Libri di-versi in diversi libri” dedicata a Salvatore Di Pietro: Carlo Sorgia, Alessandra Nateri Sangiovanni e Maria Pia Vido si sono classificati rispettivamente al primo, secondo e terzo posto in quella che non è tanto una tenzone letteraria ma un’occasione di incontro, scambio e crescita nel nome della poesia: in un tempo arido e materialista, in cui scrivere versi sembrerebbe anacronistico e del tutto inutile, poesia è anche riempire strade, piazze, cortili e chiese di Avola e Noto di armonia, canti, musica e, soprattutto, poesie, “celebrando” secondo l’anima di questo concorso, il libraio-editore Ciccio Urso, sostenuto come sempre da Liliana Calabrese, dai giurati e dal manipolo di artisti del Val di Noto che seguono le loro iniziative, “la magia della creatività, spontaneamente e senza programmazione, nonostante l’indifferenza di intellettuali egocentrici e della massa insignificante che ci circonda, e, soprattutto, senza sindaci e assessori e a personaggi di potere, perché l’unico potere abbracciato da ciascuno è quello della fantasia e della bellezza di un verso, dell’incontro con un accadimento inaspettato, ma collegato a ciascuno, e l’adesione entusiastica di persone graditissime”.

Tra i giurati, docenti e poeti: Maria Barone, Corrado Bono, Liliana Calabrese, Antonino Causi, Francesca Corsico, Luigi Ficara, Benito Marziano, Orazio Parisi, Vera Parisi, Fausto Politino, Maria Restuccia, Lilia Urso, Marco Urso e i poeti vincitori Giovanni Catalano, Manuela Magi, Maria Chiara Quartu, Pietro Vizzini, Nina Esposito.

Sono state consegnate le targhe della memoria dedicate a poeti sparsi in diverse città italiane e grazie all’intervento di poeti di diverse regioni italiane, compresa la Sardegna, è stato raggiunto l’obiettivo di creare ponte con gli altri, ascoltando e uscendo da sé, diventando ideali punti di riferimento e modelli di vivere creativo positivo, da moltiplicare nel mondo.

La nuova edizione del concorso letterario verrà come ormai consuetudine dedicata a un poeta amico della Libreria Editrice Urso, scomparso anzitempo, e cioè al poeta-scrittore Corrado Carbè scomparso il 20 febbraio 2017 nel mentre stava partecipando alla precedente edizione di questo Concorso, dove, tra l’altro, si classificava al sesto posto della classifica finale, insieme a Cettina Lascia Cirinnà, Mimma Raspanti, Federico Guastella, Rita Stanzione, Simona Forte, Marianinfa Terranova, Antonella Santoro, Gianluca Macelloni, Grazia La Gatta.

Meritano una menzione particolare e vanno incoraggiati i giovani artisti: in un’edizione di qualche anno fa Davide Giannelli scriveva che quando saprai che stai per morire, / dalle tue ceneri di nuovo un sorriso. / E la tua melodia canterai (da Vivere d’amore).

Miriam Vinci, selezionata nell’edizione 2016/2017, ben rappresenta l’anelito giovanile alla Bellezza nonostante il grigiore del quotidiano e le difficoltà dell’esistenza e ci piace chiudere proprio con i suoi versi, che con voce fresca in ritmi franti ricantano i temi eterni della poesia, tra illusioni ingenue dell’età ed echi leopardiani:

Ed è in questa nudità / che vorrei / vestiti di poesia.

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La conferenza nei locali della biblioteca di Noto. Durante l’incontro, organizzato dal Rotaract, musiche eseguite dal maestro Gabriele Bosco al violino, mentre Giuseppe Puzzo, verseggiatore egli stesso, recita alcune liriche della poetessa e propri componimenti inediti

La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017

Mariannina Coffa, Una donna tante donneLa poetessa dell’Ottocento che parla alle donne di oggi”: questo il titolo dell’incontro che si terrà domani, venerdì 25 marzo, alle ore 17,30 presso la Biblioteca comunale “Principe di Villadorata” di Noto in via Nicolaci, biblioteca che custodisce amorosamente gli scritti della poetessa e patriota netina. L’incontro si inserisce nella programmazione del Rotaract volta alla valorizzazione del territorio e delle sue risorse culturali in senso lato.

Mariannina Coffa (Noto, 1841-1878), enfant prodige della borghesia netina nel passaggio difficile ed esaltante insieme dalla monarchia borbonica al Regno d’Italia, è stata dunque figlia, sorella, amica – corrispose con gli intellettuali dell’epoca pur senza muoversi dalla Sicilia –, innamorata (fu protagonista di un amore tipicamente romantico con Ascenso Mauceri, musicista e autore di tragedie), sposa malmaritata di un possidente terriero di Ragusa, madre (perse tra l’altro due dei cinque figli), patriota e poetessa (accompagnò con la sua poesia e le sue riflessioni i moti risorgimentali e la sua complessa personalità e spiritualità la portò ad un tentativo di emancipazione dagli stilemi dell’epoca verso soluzioni originali): interpretò ognuno di questi ruoli nonostante i limiti della propria condizione di donna, di siciliana, nonostante la malattia e le incomprensioni del contesto familiare e socio-culturale.

La conferenza, tenuta da Maria Lucia Riccioli, docente e scrittrice, autrice tra l’altro di un romanzo storico, “Ferita all’ala un’allodola”, incentrato proprio su Mariannina Coffa, giurata per due anni consecutivi del concorso di “Inchiostro e anima” intitolato alla Capinera di Noto, alla Saffo netina, tanto per ricordare alcune delle immagini cui la Coffa è stata associata, autrice di un saggio sulla prima tesi di laurea dedicata alla poetessa e inserito nel volume “Sguardi plurali” (Armando Siciliano Editore) curato da Marinella Fiume e uscito per raccogliere i lavori dell’omonimo convegno, oltre che di una lettera immaginaria alla Coffa pubblicata per i tipi di LiberAria in “Letteratitudine 3: letture, scritture, metanarrazioni” (a cura di Massimo Maugeri), sarà moderata da Federica Piluccio, presidente del Rotaract club Noto Terra di Eloro; le musiche che accompagneranno l’evento saranno eseguite dal maestro Gabriele Bosco al violino, mentre Giuseppe Puzzo, estimatore della Coffa e verseggiatore egli stesso, reciterà alcune liriche della poetessa e propri componimenti inediti.

A quasi centoquarant’anni dalla scomparsa della poetessa, la sua biografia e le sue opere presentano ancora fertili campi di indagine (pensiamo alla recente scoperta ad opera di Stefano Vaccaro di un inedito rinvenuto nella biblioteca del Castello di Donnafugata).

L’incontro del 25 marzo sarà occasione di riflessione sul modello femminile incarnato dalla Coffa e offrirà lo spunto per ricordare l’incendio del 25 marzo 1911, nel quale persero la vita le “camicette bianche” (pensiamo allo straordinario lavoro di Ester Rizzo per ridare nome dignità e memoria a queste donne), le operaie della Triangle Waist Company: tra di esse c’era una ragazza netina, Gaetana Midolo, cui è stata dedicata la rotatoria di Piazza Nino Bixio. Nel mese dedicato alle donne, ricordare un’emigrata e una figura del nostro Risorgimento non sembrerà un’operazione azzardata.

 

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La Bellezza salverà il mondo (F. Dostoevskij).

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