La Civetta di Minerva, 21 luglio 2016

Un triangolo perverso i cui vertici sono tre ragazzi dall’apparenza vincente: Alessandro, Nicola e Giulia, amici fin da bambini, universitari, fidanzati e amanti secondo geometrie dove sesso e cuore sono un groviglio di sfrontatezza e immaturità giovanile. Un sogno, quello di Giulia, di diventare cantante con una voce alla Mannoia e l’inconsapevolezza dei riti deviati dello star system, che tra vocal coach, agenti e reality costituisce un sottobosco in cui è facile perdersi.

Un colpo di forbici da sarto.

Ecco l’avvio del nuovo romanzo di Elda Lanza, “Uno stupido errore”, edito da Salani.

Ancora una volta l’autrice di “Niente lacrime per la signorina Olga”, “Il matto affogato”, “Il venditore di cappelli”, “La cliente sconosciuta” e “La bambina che non sapeva piangere” fa centro: la scrittura scorrevole e ironica dipana con levità una trama che altre penne tratteggerebbero con eccessi o toni cupi. Elda Lanza riesce a disegnare personaggi credibili – molto attuale la figura dell’avvocato Aziz Bernardini, pelle nera e padre napoletano, serio e umano nella sua ricerca della verità, tutt’altro che oleografica è la Napoli contemporanea in cui si muovono i protagonisti – e utilizza i meccanismi del giallo e del noir per riflettere su un delitto che diremmo “borghese” e trarne riflessioni sui meandri dell’animo umano e i labirinti della giustizia, che spesso disattende le speranze in essa riposte, ma senza psicologismi o ambizioni di analisi sociologica: “Uno stupido errore” è e rimane un romanzo, l’ultimo ma non ultimo di una fortunata serie che vede come “eroe” – ma un eroe complesso, a volte malinconico e dolente, acuto e disincantato – l’avvocato Max Gilardi.

La sfida dell’autrice – ricordiamo tutti, tanto per fare un esempio entrato nella memoria collettiva, de “Il tenente Colombo” –, cioè tenere desta l’attenzione del lettore che sa già fin dall’inizio chi ha ucciso Giulia e seguire in parallelo le indagini della magistratura, quelle degli avvocati incaricati del caso e la queste personalissima della mater dolorosa, la mamma di Giulia, investigatrice per caso e per amore, quindi in prospettive e con scopi differenti, è vinta.

Dialoghi serrati si alternano a sobrie descrizioni e a corsivi più poetici e distesi in cui i lampi all’indietro dei flashback illuminano a ritroso le vicende dei personaggi.

Scrivere ad Elda Lanza – esperta di comunicazione, docente di Storia del costume ed esperta di galateo e nota come prima presentatrice della televisione italiana – è come chiacchierare di scrittura e delitti con lei davanti a una tazza di tè, fra arsenico e vecchi merletti verrebbe da dire. Arguta e vivace come una Christie di casa nostra, ci parla di sé e dei suoi romanzi.

Quella di Max Gilardi si può considerare ormai una “saga”. Com’è germogliata in lei l’idea di scrivere dei gialli? Com’è nato il suo protagonista?

Non avendo mai letto libri gialli in tutta la vita quando ho pensato alla signorina Olga non sapevo di star scrivendo un giallo. Me l’ha detto Salani quando ha deciso di pubblicarlo con la fascetta di Marco Vichi: Una Camilleri in gonnella. E Umberto Eco mi ha detto che era un buon libro, persino ironico, pronto per essere sceneggiato.  Il mio protagonista è nato come un’esagerazione: alto oltre due metri, napoletano ma con capelli biondicci e occhi chiari. Campione di nuoto. Laureato in Legge ma commissario alla periferia di Milano. Per caso Massimo – come mio figlio (che non gli somiglia). Bello, come maledizione – è difficile essere uomini belli…

Quali sono i suoi modelli letterari?

Credo che a questa domanda nessuno potrebbe rispondere sinceramente. Tutti gli scrittori che ho amato, letti e pochissimi riletti, mi hanno insegnato qualcosa o molto. Non me ne sono accorta. Non mi hanno dato voti. Mi sono rimasti nell’anima e nella testa. La punteggiatura. La frase breve e scattante. Il riflesso di una finestra. Il rumore del mare… A chi devo dire grazie?

Cosa legge di solito e cosa le sembra più interessante nel panorama italiano ed internazionale?

Purtroppo negli ultimi anni ho letto quasi esclusivamente romanzi gialli, italiani, americani, nordici. Non ho imparato a scrivere gialli ma ritengo di aver perduto molto tempo.

Il giallo, il noir, il thriller, spesso a torto considerati generi di consumo, permettono di affrontare tematiche politiche, sociali ed esistenziali. In questo suo ultimo romanzo emerge con forza il tema della giustizia “giusta”, incarnato dalla dolente figura della madre di Giulia, dallo stesso Gilardi e dagli altri personaggi, che si interrogano su colpa e castigo, accusa e difesa, ergastolo e assoluzione, in fondo sull’eterno problema della legge che molto spesso non coincide con il concetto di giustizia. Lei stessa nella postfazione scrive: “…quando assistiamo a processi cha da una prima condanna all’ergastolo si concludono in via definitiva con l’assoluzione, gli imputati sono davvero innocenti o è merito di un grande avvocato? La giustizia è sempre perfetta?” Quali sono le sue riflessioni in proposito?

Quali sono le sue riflessioni in proposito?

Sono quelle, amarissime, espresse da Max Gilardi: i miei clienti (i mei personaggi) non mi piacciono, ma non sono io che li assolvo, è la giustizia. Che non è perfetta. La ringrazio di aver sottolineato la figura della madre di Giulia alla quale ho dedicato il romanzo – come se lo avessi dedicato a tutte quelle donne “uccise per amore”.

Una mia curiosità da siracusana… ci parla delle sue origini siciliane? Il suo cognome è un indizio che la tradisce.

La ringrazio e mi scuso: la famiglia dei nonni era siciliana, mia madre è nata a Porto Empedocle come Camilleri. Ma di loro, di nessuno di loro, io ho mai parlato. Nonno Rodolfo è stato una piacevole parentesi (Il matto affogato) e nonna Liciuzza è la Liciuzza, governante e angelo custode, di Gilardi. Lei avrebbe capito perché.

Da signora della televisione italiana quale lei è indubbiamente, cosa ricorda con maggior piacere dei suoi trascorsi televisivi? Cosa le piace della tv di oggi e cosa invece cambierebbe?

Ricordo gli inizi, perché sono stati avventurosi, goliardici. Inventavamo qualcosa che non c’era prima di noi, ed è stato fantastico anche se ci guardavano, forse, in mille in tutta Italia. È incredibile da dire ora, ma la TV la facevamo per noi, non per quelli che ci guardavano – quello era un affare della RAI… Noi ci siamo divertiti – e ci siamo impegnati – davvero per noi stessi. Qualcosa di irripetibile. Della TV di oggi mi piacciono le trasmissioni serie (Augias, per esempio) e altre di storia e di costume. Non le chiacchiere urlate. Insomma, si può vivere anche con la TV spenta o sapendo scegliere, il telecomando serve a questo: infatti quello che cambierei lo faccio già premendo un bottone.

Da signora della televisione italiana quale lei è indubbiamente, cosa ricorda con maggior piacere dei suoi trascorsi televisivi? Cosa le piace della tv di oggi e cosa invece cambierebbe?

Ricordo gli inizi, perché sono stati avventurosi, goliardici. Inventavamo qualcosa che non c’era prima di noi, ed è stato fantastico anche se ci guardavano, forse, in mille in tutta Italia. È incredibile da dire ora, ma la TV la facevamo per noi, non per quelli che ci guardavano – quello era un affare della RAI… Noi ci siamo divertiti – e ci siamo impegnati – davvero per noi stessi. Qualcosa di irripetibile. Della TV di oggi mi piacciono le trasmissioni serie (Augias, per esempio) e altre di storia e di costume. Non le chiacchiere urlate.  Insomma, si può vivere anche con la TV spenta o sapendo scegliere, il telecomando serve a questo: infatti quello che cambierei lo faccio già premendo un bottone.

E a proposito… sta lavorando ad un nuovo capitolo della serie Gilardi?

Sì, Salani  ha due casi di Gilardi nel cassetto. Il primo credo uscirà a febbraio del prossimo anno. Ora ho altri ceppi al fuoco: con Vallardi (Il tovagliolo va a sinistra) e con Ponte alle Grazie (titolo ancora incerto) un romanzo complicato: in nessuno dei due entra Gilardi.

Con TEA invece, in una raccolta  con altri sei autori giallisti, pubblicherò (non so quando né titolo) un racconto che riguarda Gilardi da ragazzino, quando, forse, cominciava ad avere il tarlo dell’investigatore – questo è il tema che ognuno di noi è stato chiamato a svolgere sul proprio personaggio. Questo nell’immediato. Poi ho qualche sogno nel cassetto, ma ora è troppo presto per parlarne, persino per me.

La Civetta di Minerva come vedete non va in vacanza… torneremo in edicola in autunno ma l’estate della Civetta è online!

http://www.lacivettapress.it/it/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=17&Itemid=143

Qui trovate il link alle pagine della cultura, sulle quali io scrivo pezzi su libri, mostre e tutto quello che fa cultura a Siracusa ed oltre…

Per saperne di più sul crowdfunding…

La civetta è l’animale sacro a Minerva, dea della saggezza e della filosofia. Un animale curioso, dalla vista prodigiosa anche nell’oscurità notturna, che sorvola le case degli uomini riferendo poi alla dea quanto vede.

È facile vederne il simbolo del giornalismo che raccoglie informazioni e poi le analizza, le scruta, le argomentaoffrendole non più alla dea ma alla società avveduta e pensante perché diventino l’humus di un pensiero comune.

Da questa interpretazione del giornalismo nasce il progetto dell’edizione cartacea del La civetta di Minerva nel settembre del 2009, quando – dopo sei anni vissuti tra le colonne del settimanale Il Ponte – Franco Oddo, Marina De Michele, Concetta La Leggia e Stefania Festa decidono di fondare l’associazione Minerva, editrice del giornale. A dare man forte a questa iniziativa il conte Tommaso Gargallo di Castel Lentini, l’avvocato cassazionista Corrado Giuliano, l’oculista dottor Michele Collura, il professor Giuseppe Gentile, il dottor Claudio Torneo,ex caporedattore della redazione romana de Il Mondo, Maria Emanuela Oddo e il dottor Pino Bruno.

La redazione che viene formandosi attorno allo zoccolo duro di Franco, Marina, Concetta e Stefania, si inserisce fermamente nel filone del giornalismo d’inchiesta, grazie alla forte vocazione sociale a alla volontà di partecipare, ottenendo subito credibilità, popolarità e solidarietà dai lettori e dalla società civile siracusana.

La versione online de La civetta di Minerva, arriva in questa estate 2014 perché la redazione possa misurarsi in una nuova sfida: quella del web. Continueremo a difendere l’ambiente, il multiculturalismo, il welfare, l’etica politica, a lottare contro ogni sfruttamento delle persone, delle città e dei territori, a sostenere la necessità di uno sviluppo economico coniugato con l’ecosostenibilità delle iniziative.

Elda Lanza su Letteratu

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UNO STUPIDO ERRORE (UNO)

Un triangolo perverso i cui vertici sono tre ragazzi dall’apparenza vincente: Alessandro, Nicola e Giulia, amici fin da bambini, universitari, fidanzati e amanti secondo geometrie dove sesso e cuore sono un groviglio di sfrontatezza e immaturità giovanile. Un sogno, quello di Giulia, di diventare cantante con una voce alla Mannoia e l’inconsapevolezza dei riti deviati dello star system, che tra vocal coach, agenti e reality costituisce un sottobosco in cui è facile perdersi.

Un colpo di forbici da sarto.

Ecco l’avvio del nuovo romanzo di Elda Lanza, “Uno stupido errore”, edito da Salani.

Ancora una volta l’autrice di “Niente lacrime per la signorina Olga”, “Il matto affogato”, “Il venditore di cappelli”, “La cliente sconosciuta” e “La bambina che non sapeva piangere” fa centro: la scrittura scorrevole e ironica dipana con levità una trama che altre penne tratteggerebbero con eccessi o toni cupi. Elda Lanza riesce a disegnare personaggi credibili – molto attuale la figura dell’avvocato Aziz Bernardini, pelle nera e padre napoletano, serio e umano nella sua ricerca della verità, tutt’altro che oleografica è la Napoli contemporanea in cui si muovono i protagonisti – e utilizza i meccanismi del giallo e del noir per riflettere su un delitto che diremmo “borghese” e trarne riflessioni sui meandri dell’animo umano e i labirinti della giustizia, che spesso disattende le speranze in essa riposte, ma senza psicologismi o ambizioni di analisi sociologica: “Uno stupido errore” è e rimane un romanzo, l’ultimo ma non ultimo di una fortunata serie che vede come “eroe” – ma un eroe complesso, a volte malinconico e dolente, acuto e disincantato – l’avvocato Max Gilardi.

La sfida dell’autrice – ricordiamo tutti, tanto per fare un esempio entrato nella memoria collettiva, de “Il tenente Colombo” –, cioè tenere desta l’attenzione del lettore che sa già fin dall’inizio chi ha ucciso Giulia e seguire in parallelo le indagini della magistratura, quelle degli avvocati incaricati del caso e la queste personalissima della mater dolorosa, la mamma di Giulia, investigatrice per caso e per amore, quindi in prospettive e con scopi differenti, è vinta.

Dialoghi serrati si alternano a sobrie descrizioni e a corsivi più poetici e distesi in cui i lampi all’indietro dei flashback illuminano a ritroso le vicende dei personaggi.

Scrivere ad Elda Lanza – esperta di comunicazione, docente di Storia del costume ed esperta di galateo e nota come prima presentatrice della televisione italiana – è come chiacchierare di scrittura e delitti con lei davanti a una tazza di tè, fra arsenico e vecchi merletti verrebbe da dire. Arguta e vivace come una Christie di casa nostra, ci parla di sé e dei suoi romanzi.

Quella di Max Gilardi si può considerare ormai una “saga”. Com’è germogliata in lei l’idea di scrivere dei gialli? Com’è nato il suo protagonista?

Non avendo mai letto libri gialli in tutta la vita quando ho pensato alla signorina Olga non sapevo di star scrivendo un giallo. Me l’ha detto Salani quando ha deciso di pubblicarlo con la fascetta di Marco Vichi: Una Camilleri in gonnella. E Umberto Eco mi ha detto che era un buon libro, persino ironico, pronto per essere sceneggiato.  Il mio protagonista è nato come un’esagerazione: alto oltre due metri, napoletano ma con capelli biondicci e occhi chiari. Campione di nuoto. Laureato in Legge ma commissario alla periferia di Milano. Per caso Massimo – come mio figlio (che non gli somiglia). Bello, come maledizione – è difficile essere uomini belli…

Quali sono i suoi modelli letterari?

Credo che a questa domanda nessuno potrebbe rispondere sinceramente. Tutti gli scrittori che ho amato, letti e pochissimi riletti, mi hanno insegnato qualcosa o molto. Non me ne sono accorta. Non mi hanno dato voti. Mi sono rimasti nell’anima e nella testa. La punteggiatura. La frase breve e scattante. Il riflesso di una finestra. Il rumore del mare… A chi devo dire grazie?

Cosa legge di solito e cosa le sembra più interessante nel panorama italiano ed internazionale?

Purtroppo negli ultimi anni ho letto quasi esclusivamente romanzi gialli, italiani, americani, nordici. Non ho imparato a scrivere gialli ma ritengo di aver perduto molto tempo.

Il giallo, il noir, il thriller, spesso a torto considerati generi di consumo, permettono di affrontare tematiche politiche, sociali ed esistenziali. In questo suo ultimo romanzo emerge con forza il tema della giustizia “giusta”, incarnato dalla dolente figura della madre di Giulia, dallo stesso Gilardi e dagli altri personaggi, che si interrogano su colpa e castigo, accusa e difesa, ergastolo e assoluzione, in fondo sull’eterno problema della legge che molto spesso non coincide con il concetto di giustizia.

Quali sono le sue riflessioni in proposito?

Sono quelle, amarissime, espresse da Max Gilardi: i miei clienti (i mei personaggi) non mi piacciono, ma non sono io che li assolvo, è la giustizia. Che non è perfetta. La ringrazio di aver sottolineato la figura della madre di Giulia alla quale ho dedicato il romanzo – come se lo avessi dedicato a tutte quelle donne “uccise per amore”.

 

Da signora della televisione italiana quale lei è indubbiamente, cosa ricorda con maggior piacere dei suoi trascorsi televisivi? Cosa le piace della tv di oggi e cosa invece cambierebbe?

Ricordo gli inizi, perché sono stati avventurosi, goliardici. Inventavamo qualcosa che non c’era prima di noi, ed è stato fantastico anche se ci guardavano, forse, in mille in tutta Italia. È incredibile da dire ora, ma la TV la facevamo per noi, non per quelli che ci guardavano – quello era un affare della RAI… Noi ci siamo divertiti – e ci siamo impegnati – davvero per noi stessi. Qualcosa di irripetibile. Della TV di oggi mi piacciono le trasmissioni serie (Augias, per esempio) e altre di storia e di costume. Non le chiacchiere urlate.  Insomma, si può vivere anche con la TV spenta o sapendo scegliere, il telecomando serve a questo: infatti quello che cambierei lo faccio già premendo un bottone.

E a proposito… sta lavorando ad un nuovo capitolo della serie Gilardi?

Sì, Salani  ha due casi di Gilardi nel cassetto. Il primo credo uscirà a febbraio del prossimo anno. Ora ho altri ceppi al fuoco: con Vallardi (Il tovagliolo va a sinistra) e con Ponte alle Grazie (titolo ancora incerto) un romanzo complicato: in nessuno dei due entra Gilardi.

Con TEA invece, in una raccolta  con altri sei autori giallisti, pubblicherò (non so quando né titolo) un racconto che riguarda Gilardi da ragazzino, quando, forse, cominciava ad avere il tarlo dell’investigatore – questo è il tema che ognuno di noi è stato chiamato a svolgere sul proprio personaggio. Questo nell’immediato. Poi ho qualche sogno nel cassetto, ma ora è troppo presto per parlarne, persino per me.

Maria Lucia Riccioli, nata nella città di Archimede, Santa Lucia ed Elio Vittorini, insegna Lettere nei Licei ed è stata docente di Lingua italiana e scrittura creativa del corso propedeutico al Seminario arcivescovile di Siracusa. Soprano solista in un gruppo vocale, ha composto anche testi per musica ed ha inciso cd di classici natalizi e a tema religioso. Attualmente fa parte dell’Accademia di canto “Carmelo Mollica”. Scrive da sempre, in dialetto siciliano e in lingua, in versi e in prosa: aforismi, fiabe, novelle, racconti. È stata semifinalista al II Campionato nazionale della lingua italiana condotto da Luciano Rispoli (TMC). Molti dei suoi lavori sono stati pubblicati su periodici e antologie e sul web. Vincitrice di concorsi, tra cui quello per le migliori recensioni dei romanzi di Agatha Christie de “Il Corriere della sera”, RomaNoir e le sfide letterarie di Porsche Italia, il suo racconto “Dossier Pinocchio”, vincitore di “Carabinieri in giallo 4”, ha aperto l’omonima antologia edita ne I Gialli Mondadori, serie oro (luglio 2011). Ha pubblicato il suo primo romanzo, “Ferita all’ala un’allodola” (Perrone Lab, 2011), insignito del Premio “Portopalo – Più a Sud di Tunisi” e del premio del Presidente nell’ambito del Premio nazionale “Alessio di Giovanni”, oltre che apprezzato da pubblico e critica. Il libro è stato rieditato nel giugno 2013 da L’Erudita. Per i tipi di Algra Editore nel 2014 è uscito il suo libro di cunti in dialetto siciliano “Quannu ‘u Signuri passava p’ ‘o munnu”. Al Salone di Torino del 2015 ha presentato in anteprima la sua fiaba per VerbaVolant edizioni “La bananottera”.
Citazione preferita: IN OMNIBUS REQUIEM QUAESIVI ET NUSQUAM INVENI NISI IN ANGULO CUM LIBRO.

I PROMESSI SPOSI (3 FEBBRAIO 2008)

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Bel tema… Eco invitava i ragazzi a leggere “I Promessi Sposi” furtivamente, sotto il banco… Perché è stata una lettura imposta e come tutte le cose che ci fanno bene ma ci calano dall’alto come una medicina, una predica o un libro – alla faccia di Pennac – l’abbiamo odiato, Manzoni e quella santarella di Lucia insieme alla tristanzuola congrega di eterno fidanzato alla Paperino e Daisy, cardinali, donabbondi e via addieggiandoaimonti. Però. Io lo lessi nell’estate dei miei quindici anni, integralmente, quello che capivo capivo, note comprese. E l’ho amato. Da subito. Come diceva Sciascia, c’è tutto in questo romanzo. Anche la mafia – bravi e company – .
Manzoni ha istituito, volente o nolente, un canone. Il romanzo storico, il romanzo realista, il romanzo d’inchiesta, di denuncia, il romanzo sentimentale, perché no? anche il mystery e il noir – monaca di MOnza, però nella versione “Fermo e Lucia”, e concordo con chi l’ha segnalata – trovano in Manzoni il loro padre nobile. E il Novecento, con la sua idiosincrasia verso il Padre, non gliel’ha perdonato.
Io continuo ad amarlo, perché è in fondo così italiano, con il suo Renzo così umano e vero che ti sembra un personaggio di Sordi in certe sue uscite, così universale per gli eterni temi che dibatte, che rimarrà uno dei libri del mio cuore. Insieme ai Malavoglia e al Mastro di verga, ai Vicerè che ho letto molto più tardi e che ho adorato, forse più del Gattopardo…
Chi dopo Manzoni? Baricco? Lucarelli? Camilleri?
Con tutto il rispetto, chi ha tentato un’impresa simile nella nostra storia letteraria? Boccaccio e Dante solamente, credo. Ariosto. Poeti quindi, più che romanzieri in senso stretto, che spesso hanno guardato dentro il proprio ombelico senza misurarsi con – scusate se è poco – la Storia, la storia individuale di piccoli e grandi, umili e potenti, la Provvidenza, e dovremmo dire Dio nella Storia e nella storia, la coscienza individuale e quella di un popolo che ancora lottava per avere non solo un’unità e un’indipendenza, ma una consapevolezza della propria esistenza.
E la lingua? Dopo le prose immaginifiche e ampollose del Barocco, dopo certe secchezze notarili del Settecento, chi ci ha dato una lingua così limpida, discorsiva, messa in bocca al nobile, al cardinale, al filatore di seta? Sempre lui, l’Alessandro nazionale. Quindi io dico: W MANZONI E RILEGGETEVI – RILEGGETEVI, DICO, NON DISCUTETE, PARLATE, PONTIFICATE SU, MA RILEGGETE O LEGGETE, PERCHé C’è CHI LI DEMOLISCE SENZA AVERLI LETTI O IN BASE A CERTE MORTIFERE LETTURE SCOLASTICHE – I PROMESSI SPOSI!!!

Bel tema… Eco invitava i ragazzi a leggere “I Promessi Sposi” furtivamente, sotto il banco… Perché è stata una lettura imposta e come tutte le cose che ci fanno bene ma ci calano dall’alto come una medicina, una predica o un libro – alla faccia di Pennac – l’abbiamo odiato, Manzoni e quella santarella di Lucia insieme alla tristanzuola congrega di eterno fidanzato alla Paperino e Daisy, cardinali, donabbondi e via addieggiandoaimonti. Però. Io lo lessi nell’estate dei miei quindici anni, integralmente, quello che capivo capivo, note comprese. E l’ho amato. Da subito. Come diceva Sciascia, c’è tutto in questo romanzo. Anche la mafia – bravi e company – .
Manzoni ha istituito, volente o nolente, un canone. Il romanzo storico, il romanzo realista, il romanzo d’inchiesta, di denuncia, il romanzo sentimentale, perché no? anche il mystery e il noir – monaca di MOnza, però nella versione “Fermo e Lucia”, e concordo con chi l’ha segnalata – trovano in Manzoni il loro padre nobile. E il Novecento, con la sua idiosincrasia verso il Padre, non gliel’ha perdonato.
Io continuo ad amarlo, perché è in fondo così italiano, con il suo Renzo così umano e vero che ti sembra un personaggio di Sordi in certe sue uscite, così universale per gli eterni temi che dibatte, che rimarrà uno dei libri del mio cuore. Insieme ai Malavoglia e al Mastro di verga, ai Vicerè che ho letto molto più tardi e che ho adorato, forse più del Gattopardo…
Chi dopo Manzoni? Baricco? Lucarelli? Camilleri?
Con tutto il rispetto, chi ha tentato un’impresa simile nella nostra storia letteraria? Boccaccio e Dante solamente, credo. Ariosto. Poeti quindi, più che romanzieri in senso stretto, che spesso hanno guardato dentro il proprio ombelico senza misurarsi con – scusate se è poco – la Storia, la storia individuale di piccoli e grandi, umili e potenti, la Provvidenza, e dovremmo dire Dio nella Storia e nella storia, la coscienza individuale e quella di un popolo che ancora lottava per avere non solo un’unità e un’indipendenza, ma una consapevolezza della propria esistenza.
E la lingua? Dopo le prose immaginifiche e ampollose del Barocco, dopo certe secchezze notarili del Settecento, chi ci ha dato una lingua così limpida, discorsiva, messa in bocca al nobile, al cardinale, al filatore di seta? Sempre lui, l’Alessandro nazionale. Quindi io dico: W MANZONI E RILEGGETEVI – RILEGGETEVI, DICO, NON DISCUTETE, PARLATE, PONTIFICATE SU, MA RILEGGETE O LEGGETE, PERCHé C’è CHI LI DEMOLISCE SENZA AVERLI LETTI O IN BASE A CERTE MORTIFERE LETTURE SCOLASTICHE – I PROMESSI SPOSI!!!

Sono d’accordo sul valore di Verga, Pirandello, De Roberto – da buona sicula non potrei dire altrimenti: grandissimi. – ma non posso riunciare a Manzoni. Prima di lui il romanzo italiano non esisteva. Il romanzo storico non esisteva. La lingua italiana che studiamo e parliamo e scriviamo oggi non esisteva. Il valore civico, culturale, morale, perché no?, storico e linguistico de “I Promessi Sposi” non può essere ignorato. Dante e Manzoni sono i padri fondatori della nostra letteratura e non si può misconoscere. Allora dovremmo eliminare Dante perché “La Divina Commedia” è religiosa fin nelle virgole? Mi pare che laico e laicista siano cose diverse. Laicista è l’Italia che ci ritroviamo oggi, ad un passo da “fondamentalista” al contrario.
W I PROMESSI SPOSI.
Lucia è santerella, improponibile?
Renzo si affida a Dio piuttosto che ai maneggioni di turno?
Leggete, leggete e meditate questo romanzo, non con pregiudizi aprioristici, ma come se fosse stato scritto dal vostro autore preferito o da voi stessi, come faceva Borges. Immaginate Camus o Céline autori de “L’imitazione di Cristo”. Cambiate prospettiva e scoprirete un romanzo attuale, moderno, ironico, che graffia sorridendo, che commuove – non ce ne vergogniamo!!! Quando Cecilia esce di casa con la bambina morta DOBBIAMO PIANGERE! Da dove è venuto questo cinismo che ci fa bollare pagine come questa come sentimentali? – e fa riflettere. Non ci scordiamo che Manzoni volle accompagnare il romanzo con “La storia della colonna infame”, libro di storia e non misto di storia e d’invenzione. Leggetelo e vedrete perché SCIASCIA, dico Sciascia, non qualche Eminens, considerava Manzoni un autore rivoluzionario.

Riporto la risposta di Sergio Sozo che ebbe anche la bontà di scrivermi dopo il mio primo commento…

Maria Lucia Riccioli,
se non fossi sposato e con prole ti bacerei spudoratamente per questo intervento. Quando parli cosi’, col cuore e con la tua equilibrata maturita’, dai il massimo. Sottoscrivo incondizionatamente ed appassionatamente!
Sergio Sozi

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La Bellezza salverà il mondo (F. Dostoevskij).

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Quando verrai, o dio dei ritorni, mi coprirò di rugiada e forse morirò per ogni possibile resurrezione

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